Scuola di felicità per eterni ripetenti – Enrico Galiano

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IL GIUDIZIO:

scuola di felicità per eterni ripetenti saggio di enrico galiano edito da garzanti

«Dopo ogni mia affermazione a cui darete ragione, aggiungerò un dieci a uno di voi. Fino a che non l’avrò messo a tutti».

Galiano… e scusami, ma hai rotto il cazzo!

Che palle, questo dice sempre le solite cagate, e io che devo starmene qui a commentare e commentare e commentare, giusto per… oh – oh, sono già online? Oh cavolo!
Ehm, carissimi lettori, bentrovati a questo nuovo appuntamento con la cultura. Dico nuovo appuntamento, sì, anche se l’oggetto del nostro odierno studio è una vecchia conoscenza: Enrico Galiano. Come, non ve lo ricordate? Quello che ha scritto L’arte di sbagliare alla grande, Felici contro il mondo… uhm… quello che è un amico fraterno di Saraceni (a detta di Saraceni stesso)… ehm… il tipo che ha un sacco di follower e per questo le case editrici lo pregano di pubblicare… no, niente? Va be’, avete ragione, ci sono cose più importanti da ricordare. Fatto sta che il nostro autore ha scritto un nuovo libro, un nuovo saggio per la precisione, e l’ha intitolato Scuola di felicità per eterni ripetenti.
Occhei… allora… ma sembra solo a me, o questo Galiano è una specie di robot randomizzatore? Cioè, qualcuno gli ha messo dentro degli input, la “felicità”, “i teppistelli”, “i ggiovani”, eccetera, e il nostro poi usa un algoritmo per mescolarli e produrre un… prodotto, che ai piani alti chiamano “libro”. Oh, l’aveva già scritto un saggio sul perché i ciucci e i deficienti non devono vergognarsi di essere ciucci e deficienti, e anche se poi non spiegava un tubo, l’argomento era quello. E il romanzo? Felici, bla bla, contro questo, contro quello, bla bla… sotto sotto, stessa roba. Adesso abbiamo appunto un altro saggio, apparentemente ancora a proposito di debosciati vari, e perfino il titolo sembra nato dal rapporto amoroso fra i due libri che ho già recensito. Boh, vai a capire questi redattori.
D’accordo, è chiaro che Scuola di felicità per eterni ripetenti vuol darci delle ripetizioni. Sì, letteralmente. Ah, voi sperate che ci sia un minimo minimo di varietà nel testo, rispetto a quelli precedenti? No, tant’è che questo saggio si apre come quello vecchio, con citazioni in esergo evitabilissime e con una poesia…

Le persone più coraggiose che conosco
hanno mille ansie, mille paure.
Le più belle che conosco
difetti infiniti, infinite sciagure.
[…]
Perché le persone più felici, loro sì che lo conoscono
che odore ha il fondo del fondo
ed è per questo che quando sorridono
sorride un po’ anche il mondo.

Galiano, porca miseria! Questa è esattamente la poesia che avevi inserito ne L’arte di sbagliare alla grande! È lo stesso identico canovaccio, hai solo cambiato qualche parola! No, dico, confrontate con i “versi” del vecchio saggio:

Le persone più sveglie che conosco
sognano di continuo.
[…]
Le più intelligenti
parlano che le capiscono anche i bambini,
[…]
Le più giuste hanno fatto errori che non si aggiustano,
e le più vive, le più vive, sono morte tante volte:
e ogni volta, poi, di nuovo
di nuovo sono nate.

Ora, se già faceva schifo a suo tempo, perché mai perseverare? Cos’è, una perversione, una mancanza di idee, un obbligo contrattuale? Non ce ne frega niente della tua poesia, non ce la devi ripetere mille volte, stupida era e stupida rimane! E brutta. Già, perché non basta mettere una mezza rima alternata, stavolta, se poi i versi sono irrimediabilmente liberi e contengono schifezze come “[l’]odore del fondo del fondo”, probabilmente suggerito al nostro autore dal (non) premio Nobel Carlo Rovelli. E piantiamola, su!

Cogli il Galiano fuggente

Ah, lettori, sappiatelo, mi sale una botta di disperazione, proseguendo con la lettura. Io lo faccio per voi, perché se non vi difendo io dalle classifiche dei migliori libri dell’anno, chi lo fa? Eh? Il blog “controcorrente”? Quello genital… ehm, “geniale”? Appunto, il lavoraccio tocca a me. Ed è proprio un lavoraccio: non basta la poesia cringe del tutto riciclata, le prime parole del testo sono… sono una terrificante riproposizione del solito cliché da L’attimo fuggente! È una persecuzione, non si scappa. Galiano si esprime con una chiarezza sconcertante:

Questo sarà un corso in cui le ragazze e i ragazzi saranno gli insegnanti, e noi gli studenti.
[…]
[…] ogni anno in cui sto per lasciare una classe, scrivo una lettera a ciascuno studente, diversa per tutti ma con lo stesso identico finale, da anni: Grazie, per le cose che mi hai insegnato.
Bene, è arrivato il momento di raccontarle, come fossero lezioni sulle materie più diverse: dalla libertà al coraggio, dalla bellezza al tempo.
Sapete quante cose potremmo imparare da loro?
La follia, per esempio.
Noi che non impazziamo mai, e proprio per questo rischiamo sempre di impazzire.

Ma basta, vi prego! Editori, non vi rendete conto che questa roba è stupida? È anche fuori moda, in tutta sincerità, vi fate ridere dietro se pubblicate testi così. Osservazioni simili potevano andar bene, mah, fino a cinquant’anni fa (forse), quando c’era un sistema educativo ancora avviluppato su sé stesso, modellato su antropologie (posso usare questa parola?) filosofiche alquanto astratte, avulse da osservazioni empiriche. È chiaro che negli anni Sessanta poteva essere rivoluzionario sostenere che gli studenti non devono mostrarsi necessariamente passivi, e che rimproverare in maniera autoritaria e distaccata i ciucci può non sortire alcun effetto positivo, ma al giorno d’oggi no. Ormai è assodato che l’insegnamento è più efficace quando non è a senso unico, e difficilmente troveremo qualcuno (direi perfino fra i nostri anziani) che non riconosca l’utilità di un minimo interscambio (se ha senso) fra “maestro” e allievo. Anzi, a dirla tutta oggi è rivoluzionario sostenere una certa moderazione, in tal senso. Sì, perché l’uomo tende sempre a muoversi fra gli estremi: o estrema brutalità, o estremo lassismo. Vero, il sistema educativo dei tempi andati non era il massimo, ma se l’insegnante non deve né vessare né ignorare l’alunno, ciò non implica che debba essere suo amico!
Lasciatemelo dire, l’intera premessa di Galiano è cretina, e non meno pericolosa di quella alla base dell’educazione repressiva che ci siamo lasciati alle spalle. Il “maestro” ideale di Scuola di felicità per eterni ripetenti è in sostanza un debole, uno che esalta i suoi alunni, che li ringrazia per quel che essi hanno insegnato: vi pare possibile? Supponete di sì: bene, ma se si dà tale situazione, allora il maestro non è affatto un maestro, è un allievo! Le parti si invertono. E non si devono invertire! I ruoli sono definiti, e il maestro ha delle caratteristiche e dei compiti che, naturalmente, gli allievi non possono avere; non sto a farvela lunga, anche perché Simone Weil, non proprio l’ultima Galiana di questa terra, ha illustrato la questione in maniera esemplare, e quanto mai lucida. E in tempi rivoluzionari, lei sì. Il nocciolo della questione è che il motto “i miei alunni mi hanno insegnato tanto” è da intendersi in senso lato: si tratta di un artificio retorico! Il buon maestro, quello alla Simone Weil, può pure sostenere una cosa simile, solo che intende dire questo: “ho studiato i miei alunni e ho tratto delle conclusioni che mi aiuteranno nella mia missione, conclusioni che non avevo notato fino a quel momento”. C’è una differenza, con quel che insinua Galiano, non trovate? Un maestro del genere non è passivo, è sempre deciso, ha sempre il controllo della situazione; non considera i suoi alunni dei semplici elementi di scena, li studia, cerca di capirli, e questo con lo scopo di aiutarli, di guidarli in maniera sempre più efficace verso la giusta direzione. Ciò implica che non è un amicone, non è un pari degli allievi o, peggio, un loro sottoposto! Se l’educatore, mettiamola così, rinuncia alla propria autorità, cosa mai può fare di buono per sbarbatelli che, nel migliore dei casi, credono di sapere come si sta al mondo? L’insegnamento, volto al bene, ha bisogno di autorità (che non è brutalità poliziesca), e l’autorità ha bisogno di un certo distacco: sì, dobbiamo stare vicino a colui che educhiamo, ma non tanto vicino da poter ricevere da questi uno scappellotto. Insomma, se il maestro, quello vero, impara qualcosa dai suoi alunni, il verbo “imparare” non ha, e non deve avere, lo stesso significato di quando diciamo che gli alunni imparano qualcosa dal loro maestro.

Be’, questo possiamo capirlo noi, a Galiano non interessa. Lui ha questo chiodo fisso dell’insegnante cool, quello che se la fa con gli scugnizzi, quello trasgressivo e piacione:

[…] ho appreso dai miei studenti alcune competenze fondamentali per la sopravvivenza: come scassinare un lucchetto, come fingersi attenti mentre fondamentalmente si sta dormendo, come falsificare bene una firma. E molto altro che non posso riferire in questa sede.

Che pena, lettori, che pena. Ah: “fondamentali”, e subito dopo “fondamentalmente”. Nice try, baby.

Come fingersi scrittori mentre si sta dormendo

Mi sa tanto che siete d’accordo con me, in fin dei conti la recensione potrebbe anche dirsi conclusa. Davvero, che altro c’è da discutere? Quello che ho scritto poc’anzi è il commento più incisivo e sensato che si possa fare trovandosi per le mani Scuola di felicità per eterni ripetenti. Soprattutto avendo letto altro di Galiano, si sa già cosa aspettarsi, e le prime righe del testo confermano ampiamente. Può sconvolgere qualcuno, ma ehi, i libri si giudicano dalla copertina, non siamo mica idioti! No, no, noi siamo molto intuitivi, ed è per questo che, potendo dare un’occhiata a due o tre pagine del saggio, ci rendiamo conto che è meglio acquistare qualcos’altro. Che ne so, un set Lego, magari, negli store Feltrinelli li vendono…
Occhei, però poi ci annoiamo se tutto finisce qui. Io me ne vado per i fatti miei a collezionare i bugiardini dei farmaci, voi tornate alla propaganda (USA o URSS, non importa), ai premi letterari (cioè ad altra propaganda), alle bollette stellari, ai governi più politici di sempre… uhm, ci facciamo compagnia ancora un po’? Ma sì, dai.
Sempre nell’introduzione, dopo le parole che ho riportato, il nostro autore… oh, non dice proprio niente! Per riempire un po’ di spazio, si lascia andare a una lunga anafora, che sostanzialmente ribadisce le intenzioni del saggio, pure mimando vagamente e per l’ennesima volta la poesia imbarazzante:

Da loro potremmo imparare le risate, quelle lunghe, infinite;
[…]
Da loro potremmo imparare l’amicizia, quel parlarsi molto più che parlarsi, quel guardarsi molto più che fratelli.
[…]
Da loro potremmo imparare il rumore, quello che fanno ogni istante, ogni sguardo, ogni colore;
[…]
Da loro potremmo imparare l’onestà, il pane al pane, le parole dirette e il bianco o nero.
Da loro potremmo imparare quelle dormite lunghe, infinite, preziose, cariche di sogni.
Da loro potremmo imparare un milione di cose ma una, una più delle altre.
E cioè che la vita è una pioggia, che anche se sotto l’ombrello si sta asciutti e protetti, i momenti migliori saranno sempre quelli in cui te ne freghi, chiudi l’ombrello e ti metti a correre.
I momenti in cui ti lasci bagnare.
I momenti in cui ti lasci vivere.

Ripeto, ché tanto sembra essere l’attività giusta in questo contesto: Galiano trottola su sé stesso, mesta e rimesta le stesse due o tre boiate, le stesse due o tre “tecniche” retoriche. Il brutto di tutto ciò è che non solo sembra di leggere la classica cazzatona da gruppo cuozzo di Facebook, no, no, è che sembra di essere caduti direttamente nel Metaverso di Facebook, una mostruosa realtà pluridimensionale in cui, da che parte di giri, puoi trovare solo cliché stupidissimi. Lasci il post, e sei ancora nel post, non si scappa.
Va be’, ad ogni modo l’introduzione finisce con quel poetico “[i] momenti in cui ti lasci vivere”, e finalmente troviamo le lettere del guru Galiano. Cioè, sono lettere, sono rimasticature, sono… non so cosa sono. La prima comincia con un piccolo plagio di Che fantastica storia è la vita:

Mi chiamo Enrico, e sono un insegnante.

E continua con il blablare che abbiamo già discusso:

Il primo giorno in cui ho messo piede in una classe non avevo idea di cosa stessi facendo. Ancora oggi ogni tanto mi capita: ma solo nelle giornate migliori.
Sono le giornate in cui mi rendo conto che insegnare è solo una piccola, piccolissima parte di un gesto molto più grande, molto più lungo, molto più difficile: quello di imparare.

Allora, Galiano ha dichiarato di voler “raccontare” le lettere che scrive agli studenti, e… boh, mi sa che quel “raccontare” è un verbo magico. Voi avete capito che cosa vuol dire “raccontare una lettera”? Fa la parafrasi, un riassunto, cambia lo stile, da personale a impersonale? Ma poi scusate, se esistono delle lettere, non è più efficace ed economico pubblicarle direttamente? È ciò che è stato fatto con Piccola cara…, e il risultato ha soddisfatto le aspettative. Certo, in quel caso avevamo effettivamente delle lettere meritevoli di essere lette. Simone Weil aveva qualcosa da dire, qualcosa capace di farci riflettere, di avvincere il nostro spirito. Galianone forse non ha molto da proporci. Forse le lettere, meh, facevano già di loro un po’ cagare, quindi era il caso di rimaneggiarle un po’. O magari sto prendendo un granchio, magari in Scuola di felicità per eterni ripetenti mi ritrovo a leggere proprio le lettere così come sono. Oppure, ancora, il complemento oggetto di “raccontare” si riferisce alle cose che Galiano ha imparato, e non alle lettere che scrive ogni anno. Altra magagna tipica dei libri (ultra)contemporanei, eh? Non sappiamo mai bene che cosa stiamo leggendo. E non solo perché il testo è scritto male: c’è proprio una confusione di fondo, direi logica, intendendo non solo il senso metafisico del vocabolo, ma anche il suo senso pratico, riferito alla comunicazione. Questi libri di oggi, mah, sembra che deviino dalle più elementari convenzioni comunicative. Non riescono a esprimere il loro scopo, il loro tema, nemmeno in maniera rozza e grossolana.
Uhm, torniamo alla “lettera”. Il nostro autore continua il suo sermone, e dopo poco ci sbatte sul grugno queste parole:

Anzi è tutto l’opposto. Le ragazze e i ragazzi è questo che ti fanno: ti mettono davanti chiaro e lampante tutto ciò che nella vita hai sempre saputo, ma non sapevi di sapere.
[…]
E invece hanno ragione loro. Hanno sempre avuto ragione loro, e noi non sappiamo niente.
Hanno ragione loro quando ridono fino alle lacrime e noi li guardiamo seri.
Hanno ragione loro quando amano fino a stare male fisicamente e noi li guardiamo con un sorriso pieno di “cosa vuoi che sia”.
Hanno ragione loro quando piangono per niente. Hanno ragione loro quando cadono, quando svirgolano, quando non capiscono, quando ti tartassano di domande finché non hanno una risposta chiara, quando si arrabbiano perché non si sentono ascoltati.

Di nuovo l’anafora?! Galiano, basta, ti prego, consulta un kamasutra retorico, perché non puoi farti la letteratura sempre nella solita posizione, non puoi godere solo tu! È allucinante lettori, me ne rendo conto, nondimeno vi assicuro che tutto questo si trova in poche pagine, all’inizio del saggio. Può anche starci qualche ripetizione, io stessa mi ripeto nelle recensioni, tuttavia è un’arte anche sapersi ripetere! Ad esempio, io riciclo alcune formule fisse nei miei testi: è un espediente per guadagnare tempo nella stesura e per darmi un punto d’appoggio su cui poi costruire il resto del discorso. Ma non uso tali formule in tutte le recensioni. Può anche capitare che ripeta la struttura di una battuta: se funziona, perché no, mi serve allo scopo, mi fa (ancora) risparmiare tempo e, dopo un po’, diventa un mio marchio di fabbrica. Ma non faccio la stessa identica battuta in ogni recensione. Infine, so di ripetere certe espressioni pure in un unico lavoro: a volte lo faccio consapevolmente, per riprendere il filo e per mantenerlo, altre volte… eh… sbaglio e mi vergogno. Ma sto attenta che un tale inconveniente non capiti in ogni paragrafo. Mi dite voi cosa dovrei pensare di un saggio che in una decina di pagine non si scosta dalla stessa struttura “narrativa”? Usata fra l’altro per ripetere le medesime informazioni? Che tra l’altro sono stupide e banali a un livello imbarazzante?

Come quel cagnolino, quel giorno

Fermi tutti! C’è l’apologo. Altra novità, porco cazzo!, anche L’arte di sbagliare alla grande aveva storielline edificanti a go go, ma tant’è, accontentiamoci. In Scuola di felicità per eterni ripetenti, stando a quel che abbiamo visto fin qui, è già una conquista. Stavolta Galiano non ci parla né di tettone né di pedofili, ci racconta di un cane:

Sapere che in questa vita sarai sempre e solo uno studente che ha studiato poco, e male.
[…]
Come quel cagnolino, quel giorno.
Un giorno c’era il cane della casa di fronte alla mia che stava saltando da due ore. Per due ore intere aveva cercato di scavalcare il muro per andare nel giardino vicino. C’era una cagnetta, di là.
Il muro era alto un metro e mezzo, lui quaranta centimetri.
Andava indietro, prendeva la rincorsa, saltava. Da due ore. Ogni volta non arrivava neanche a metà altezza.

Uhm detta così, cioè detta come la dice il nostro autore, credo vi faccia venire in mente… un cagnolino… un po’… un po’ arrapato… bah. Io sono convinta di questo: i ragazzi di oggi non sono tutti degli Elisa Esposito, e gli Elisa Esposito non hanno né la voglia né la possibilità di ricevere lezioni. Di conseguenza, se vogliamo insegnare qualcosa ai ragazzi non scemi, forse non dovremmo immediatamente offenderli raccontando loro delle cretinate assolutamente comiche e con uno stile da asilo; d’altra parte, se abbiamo l’urgenza fisica di raccontare una cretinata assolutamente comica e con un stile da asilo, dobbiamo essere consapevoli che gli imbecilli, be’, magari potranno trovarla al loro livello, ma poi se ne fregheranno altamente e non ne trarranno alcun beneficio. Quindi, ehm… ma a noi che ci serve la storia del cagnolino ingrifato? Ci sentiamo colti di sorpresa, di fronte ad essa, e anche un po’ spaesati: ecco perché il nostro autore si premura immediatamente di spiegarci la morale

Essere ripetenti significa fare la pace con l’idea che siamo sempre brutte copie, siamo tentativi, siamo tutti il cagnolino che cerca di superare il muretto con un salto, ogni volta convinto, contro ogni logica, di farcela.
Probabilmente quel cagnolino era un illuso, e anche un po’ scemo, a non aver capito dopo due ore che quella cagnolina poteva solo sognarsela.
Ma quanta vita, quanta gioia, quanto stupore dentro ogni singola rincorsa […].
La lezione di quel cagnolino, che è poi la stessa che ritrovo ogni singolo giorno oltre la porta di una classe, è che solo con quella gioia, è solo con quell’incoscienza che i muri, poi, si scavalcano davvero.

Allora, il cagnolino non può superare il muretto, perché è “contro ogni logica”. È quindi “un po’ scemo”, perché non sa distinguere ciò che è possibile da ciò che è impossibile. Però, nella sua frustrazione sessuale, prova gioia. E poiché prova gioia, prima o poi scavalcherà il muro. Che è impossibile da scavalcare.
Ah, be’.
Galiano, che cazzo, vivi ancora nell’era hippy, ti cali qualcosa prima di scrivere? Di morali folli, meschine, trite, bacchettone e malefiche ne ho incontrate tante, ma questa è a un livello diverso. È puro nonsense. Sono seria: è così che il nostro guru spera di educare i suoi allievi? Mi sconvolge sempre di più l’assoluto spregio con cui la nostra società tratta la logica, e sì che quest’ultima dovrebbe essere la base di ogni sano comportamento dell’adulto. Ma insomma, ce la menano ogni giorno col fatto di doverci noi sforzare per divenire cittadini responsabili, lucidi e razionali, e poi promuovono un Galiano qualunque, il quale in definitiva ci dice, senza traslati, che se ci rendiamo conto che una cosa è impossibile, ma continuiamo a insistere, questa poi diventa possibile?! Anzi, non ci dice neppure questo, perché il cagnolino della sua storia non capisce nemmeno che il suo proposito è irrealizzabile. L’insegnamento del nostro autore è così riassumibile: tu non preoccuparti di capire un tubo, tanto, se insisti, prima o poi quello che vuoi ce l’hai. Embè? Ma sì, non è una cosa poi tanto campata in aria. Insomma, la storia ci insegna che a forza di insistere è davvero possibile ottenere quello che si vuole, dalla cagnolina agli HIMARS. Certo, a patto che quel che si vuole sia possibile. E che qualcuno te lo dia. O almeno che non ti ostacoli. E che tu…

Co(g)ito, ergo cum

Lasciamo stare. Boh, la prima “lettera” finisce col cagnolino. Quella che segue è, oh, un altro post di Facebook! Vorrei poter mettere la faccina triste coi lacrimoni, ve lo giuro. Stavolta il cliché è quello dell’etimologia: sapete, no?, i più acculturati sui social scoprono che “biscotto” significa “cotto due volte”, e via, chi li ferma più! Riferiscono la scoperta a tutti i follower, sotto alla foto del sedere scrivono una didascalia che fa “è solo quando sei un biscotto, che capisci di essere stato cotto due volte – Osho”, usano “bis – cotto” come nickname. Nel nostro caso, Galiano si interessa del verbo “costruire”, e scopre che questo deriva da “cum” e “struĕre”. Probabilmente divertito da quel “cum” (forse perché, da buon frequentatore di Facebook, conosce i meme su Riley Reid), ci invita a considerarlo con attenzione, affinché possiamo poi comprendere che…

Quel «con» davanti, […] da un lato descrive l’atto di mettere insieme pezzi scomposti per dargli un ordine e una forma nuovi, dall’altro ci ricorda che costruire è, sempre, una cosa che si fa con.
Che nessuno costruisce qualcosa completamente da solo.

Ehm… no? Sicuro, l’etimo di “costruire” è “struĕre”, che significa “ammassare”, e “cum”, ma il “cum” vale soltanto “insieme”, in questo caso. È il significato che ha il “con” nell’espressione “faccio il brodo con la cipolla e con il sedano”: ovviamente, non voglio intendere che lo faccio servendomi del sedano a mo’ di strumento, al contrario dell’espressione “dissodo il terreno con la zappa”, e neppure voglio dire che faccio il brodo godendomi la compagnia dei due ortaggi. No, cipolla e sedano sono ingredienti, parti del brodo e “con” significa proprio quello. Quindi il “con” di costruire indica semplicemente che si stanno “unendo insieme più cose convenientemente”, così come ci spiega il caro vecchio Vocabolario Etimologico Pianigiani. Già, e allora Galiano da dove tira fuori quella conclusione? Dal suo cilindro, ovvio. Vedete, se rimaniamo ai fatti, uhm, c’è poca poesia: sì, “costruire” è quella roba lì, però che ci facciamo? Sembra tanto una cosa meccanica, non riusciamo mica a cavarci un aforisma alla Osho, o alla Carofiglio. Ehi, dopotutto, se non hai una notizia te la puoi inventare, no? E se ne non hai un’etimologia sufficientemente sexy, basta confezionarne una ad hoc. Indovinate un po’? Grazie all’indubbia creatività del suo autore, Scuola di felicità per eterni ripetenti può avviarsi lungo un radioso cammino fatto di… ah, fatto delle banalità pseudoedificanti che abbiamo già incontrato.
Di nuovo, Galiano si sforza, con una balla, di intavolare un discorso, e poi puff!, ricasca nel suo stesso letame. Non sto a farvela lunga, incontriamo ragazzini di terza media trattati come criceti, costretti ad alzare una torre di pennarelli solo per imparare come si sviluppa un testo argomentativo. E poi va be’, osservazioni sulla natura umana, i pennarelli come metafora delle possibilità che tutti noi abbiamo, cavolate del genere insomma. Prevedibilmente (o no? Dico, in terza media cominciano a spuntare i peli…) i ragazzini si distraggono con i pennarelli, discutono sulle qualità delle loro torri, non imparano assolutamente nulla riguardo il modo di argomentare, e Galiano gongola portandoci una perla di saggezza che sigilla il papocchio:

Solo chi non ha nessuna torre da costruire, nessun sogno da inseguire, cerca di buttare giù quelle degli altri. Mentre chi ce l’ha, la sua torre, il suo sogno, quelle degli altri nemmeno le guarda.
E pensa solo a fare la sua più alta, o più bella, che può.

Capito, lettori, ragazzi, bambini? Ripassiamo insieme che cosa abbiamo imparato: se una cosa che pensi è sbagliata, chi se ne frega, finché ti serve sei autorizzato a far finta che sia vera; se ti distrai e non riesci a combinare nulla, fa lo stesso, l’importante è che qualcuno possa farci su una parabola semireligiosa; eh… profit?

Enrico Carofiglio

Poi. Sì, poi il nostro autore si spreme ben bene le meningi e diventa Carofiglio. Il Carofiglio che conta eh, mica l’altro. Dopo la beatitudine che abbiamo sperimentato con i pennarelli, troviamo una lettera… o capitolo… va be’, qualunque cosa sia, il cui tema è il coraggio. E daje, già ce l’abbiamo Della gentilezza e del coraggio, proprio ci serve un’altra bibbietta cringe sull’argomento? Certo che ci serve e, appunto come accennavo, Galiano non solo si cimenta con lo stesso canovaccio, ma fa di tutto per assomigliare proprio al buon Gianrico. Infatti, pure stavolta il coraggio è introdotto con un’etimologia, esattamente una di quelle tanto care a Carofiglio; e in Scuola di felicità per eterni ripetenti, tale scelta “narrativa” di Galiano è ancor più significativa, perché il nostro “professore stile Attimo Fuggente” riesce a ripetere in un colpo solo sia Carofiglio, sia… ehm… sé stesso, perché appunto la storia dell’etimologia l’avevamo appena letta…

Com’è, come non è, la carofigliata continua, e Galiano passa subito ad associare a “coraggio”, contrapponendolo, il concetto di “alibi”, di cui nuovamente dà l’etimologia… nun je la posso fà! E niente, davvero Galiano diventa Enrico Carofiglio, il quarto (Gianrico, l’ego di Gianrico e Francesco) dei fratelli: alle etimologie segue una storia ambientata sul treno, in cui compare una bella tipa che scambia messaggi d’amore col fidanzato. Oddio, ma non avevamo già visto una roba simile in Passeggeri notturni? Ci potete giurare, solo che in Scuola di felicità per eterni ripetenti la trama è un po’ più terra terra, rispetto a quella immaginata dal vero Carofiglio. Sì, sì, figuriamoci, ci sono le poesie, una lettera, tutto quello che volete, ma niente coincidenze, rimandi simbolici o déjà vu malformati. Nah, Galiano, per sua ammissione un ficcanaso, si fa gli affari della ragazza, e sbirciando lo scambio di messaggi si convince che il di lei fidanzato la lascerà dopo poco. Speranza segreta, paranoia proiettata, intuito femminile, non so, fatto sta che il nostro eroe passa tutto il viaggio a cercare maldestramente di aprire gli occhi alla poveretta, risolvendosi infine a desistere, perché la tipa ha una lucina negli occhi quando parla del ragazzo, e dunque anche se poi si prenderà una tranvata è comunque un bel momento della sua vita, e bla, bla, bla. Tutto qui, morale alla “ehi, i dolori e le delusioni sono esperienze, aiutano a sentirsi vivi”, o alla “non importa la destinazione, l’importante è il viaggio”, come se non avessimo mai sentito una cosa del genere in qualche pubblicità di automobili.
Ah, ovvio, la morale dobbiamo sperimentarla noi direttamente, perché dobbiamo farci un bel viaggetto fra citazioni pop – rock largamente inoffensive, poesie da fricchettoni (Lentamente muore, stavolta correttamente attribuita a Martha Medeiros e non a Neruda), e osservazioni “originali” di Galiano che non sfigurerebbero in un simposio di broker stressati che cercano di coniugare l’ottuplice sentiero del Buddha e la vendita allo scoperto di future. E quindi, a questo punto io…

Di qua dalla linea lasci che le cose ti tocchino, ti scompiglino qualcosa dentro, lascino un segno da qualche parte.
Di là dalla linea, no.
Di qua dalla linea sei in grado ancora di cambiare idea, di dire «Ho sbagliato, scemo che non sono altro!», di ridere di tutto. E, più di tutto, di ridere di te stesso.
Di là dalla linea, no.
Di qua dalla linea permetti a uno sguardo, a una parola o a un libro di incasinarti le idee, di deviarti dalla strada che hai imboccato, di farti prenotare un volo all’improvviso, prendere macchine, inforcare biciclette.
Di là dalla linea, no.
Di qua dalla linea, quando vedi un’alba arancione laggiù in fondo alla campagna, non importa cosa tu stia facendo: ti fermi, e la guardi tutta.
Di là dalla linea, no.
Di qua dalla linea se hai un amore hai anche una paura, ma non lasci mai che la paura uccida l’amore.

Oh no, Galiano, bastaaaaaa! In ogni capitolo me la devo ritrovare questa formula?!

Uff, abbandoniamo la carofigliata del treno, non ce la faccio più. E allora… e allora mi sono rotta sul serio. Sto procedendo in maniera lineare, commentando il saggio punto per punto, ma mi rendo conto che non ha davvero senso. Tutto ciò che ho riportato fin qui si trova nel primo decimo del libro, e voi carissimi lettori dovete rendervi conto che il resto è esattamente, indiscutibilmente, irrimediabilmente uguale. Volete davvero che riporti ogni singola citazione del cavolo, da Ermete Trismegisto a Gwyneth Paltrow? E per dire cosa, poi? Che questo approccio non è un “gne gne, guarda quello che acculturato, non pensa per rigidi compartimenti”, bensì è un “mazza, stai a fà uno di quei minestroni demme…”? Non credo.
Volete davvero essere informati su tutti gli autoscopiazzamenti del nostro autore? E per quale motivo, scusate? Forse sapere che di nuovo ce l’ha con le parole straniere che significano qualcosa (“C’è una parola giapponese, si dice natsukashii […] [è] un aggettivo che si potrebbe tradurre come «nostalgico», ma sarebbe forse un po’ sbagliato”, “in cinese si definisce yuan fen […] un’amicizia o un amore decisi dal destino”; be’, almeno stavolta non è “in tema merda”) e che di nuovo si perde a raccontarci di [q]uando facev[a] il cameriere” vi cambierà la giornata? Non credo.
Volete davvero segnarvi gli apoftegmi galianici? E a che vi servirebbe? Dopo esservi appuntati pillole del genere…

[…] forse il cattivo diventa molto meno cattivo quando ci ricordiamo che anche noi, in fondo, abbiamo bisogno di quegli occhi come abbiamo bisogno del cibo, dell’acqua, dell’aria.

[…] sei vecchio – nel senso brutto del termine – non quando lo dice la carta d’identità. Lo sei quando lo dicono i tuoi pensieri e i tuoi gesti.

[…] finché non senti puzza di sudore allora molto probabilmente non stai giocando bene, forse non stai giocando affatto.

E così, diventati grandi, crediamo di essere liberi, ma ci dimentichiamo che la libertà è scelta quotidiana […].

… belle, profonde e soprattutto originali, che cosa pensate di fare, volete andare in giro a ripeterle con un incedere alla Leonardo DiCaprio? Non credo.
Io salto a pie’ pari alle ultime propaggini di Scuola di felicità per eterni ripetenti, sono certa che è la cosa migliore. Del resto, avete notato che più indugio sulle pagine del saggio, più mi viene da scrivere con lo stesso stile, azz…

Piccola lezione sul diventare grandi (imbecilli)

Scuola di felicità per eterni ripetenti si conclude con una Piccola lezione sul diventare grandi. Devo essere sincera, ho dato addosso senza tregua a questo nuovo libro di Galiano, però proprio ora, alla fine… ah, al diavolo, ma secondo voi? La sezione finale non è altro che un frullato di quel che troviamo nelle precedenti, a loro volta già dei frullati. Solitamente, in un saggio che percorre la via sicura, la conclusione riporta delle osservazioni riassuntive e onnicomprensive delle diverse argomentazioni, ma essendo questo di Galiano uno scarabocchio che non ci prova nemmeno ad argomentare qualcosa, be’, è inevitabile ritrovare lapidarie scemenze da social network e… oh numi, aiuto… la solita anafora che tanto pathos dà al discorso! Qualche stralcio, ché il testo parla da sé:

Arrivo alla fine di questo libro dove ho messo in fila, una per una, alcune delle lezioni più importanti che ho ricevuto da studentesse e studenti, in tutti questi anni.
A metterle vicine, però, mi sembra di capire che tutte insieme formino una sola unica lezione. Materia: Come si diventa grandi.
Ironico, no? Loro, ragazze e ragazze dagli undici ai quattordici anni, più qualche piccolo contributo di una bambina che ora ne ha cinque, questo mi hanno insegnato e mi insegnano ogni giorno: come si diventa grande.
Non è tipo che c’è un’età. C’è chi a trenta, chi a quaranta. Chi a sei anni. E anche chi mai.
E come succede? Quando, soprattutto: quand’è che succede?
È quando la smetti di inseguire la perfezione, non perché scopri che è irraggiungibile, ma perché proprio non ti piace più. Quando essere vero diventa un obiettivo molto più interessante che essere perfetto.
È quando ti perdoni.
È quando, per amare te stesso, non devi più chiedere permesso.
[…]
È lì che diventi grande.
[…]
È quando hai fatto almeno uno sbaglio grosso, gigantesco, irreparabile: e hai capito che quello sbaglio parla di te perfino meglio delle cose che ti sono andate per il verso giusto.
Quando non hai più ansia di arrivare da qualche parte, ma solo voglia di viaggiare.
[…]
Quando scopri che c’è perfino in giro qualche matto a cui vai bene così come sei, e impari a tenertelo stretto.
Quando almeno una volta hai perso tutto quello che avevi, ma proprio tutto. E poi ti sei svegliato, un giorno, e tu c’eri ancora. Eri ancora lì. Ancora vivo.
E allora hai capito che puoi anche perdere tutto, ma questo non vuol dire che hai perso.
Non è tipo che c’è un’età. C’è chi a trenta, chi a quaranta. Chi a sei anni.
E anche chi mai.

Lo vedete da voi, se sostituite la frase “[a]rrivo alla fine di questo libro” con “inizio questo libro” ottenete una perfetta introduzione, qualcosa che ci dice che cosa sarà “dimostrato” nel saggio, che cosa scopriremo. Eh sì, una bella introduzione, infatti la vera introduzione diceva le stesse cose! E così il resto di Scuola di felicità per eterni ripetenti.
Insomma, questa è l’editoria? Non so nemmeno più quanti libracci, fra saggi, romanzi e sillogi, ripetono sempre questa interminabile sequela di boiate. Oltretutto, vedo che perfino su Facebook, il vivaio per antonomasia di banalità da “scuola di vita”, simili sciocchezze cominciano a essere derise insistentemente, e pesantemente. Ribadisco: se magari un tempo qualcuno poteva soffermarsi su un motto come “impariamo più noi dai bambini che i bambini da noi” e trarci una riflessione almeno decente, oggigiorno bisogna avere più di un problema per fermarsi alla superficiale ingenuità di quelle parole. Anche se la “saggezza” degli aforismi e di certe filosofie liofilizzate ha un suo fondamento, il mondo (specie il mondo contemporaneo) è troppo complesso perché si possa rimanere su di esse, facendone dei punti di riferimento per decisioni ed esercizi “spirituali” (nel senso dato da Pierre Hadot).
Un buon testo didattico, o in generale istruttivo, edificante, potrebbe benissimo partire dai motti che pure Galiano propone, ma dovrebbe poi in massima parte aver cura di limare tali motti, analizzandoli, mettendoli alla prova, mostrando eccezioni e casi particolari, e soprattutto spiegando puntualmente perché alcuni di essi sembrano ragionevoli, ma in realtà sono delle stupidaggini. Il valore di un saggio sta in tutto ciò: perdonatemi se mi abbasso anch’io, ma più importante della conclusione è la sua dimostrazione. Ripetere all’infinito che devi accettarti con i tuoi difetti, o che la curiosità è una bella virtù non serve a un’emerita mazza, meglio sarebbe scrivere pagine precise e attente alle sottigliezze, pagine amiche della logica e della verità. E invece niente, Galiano si preoccupa moltissimo di confezionare dei bei post, seguendo le linee guida dei gruppi Facebook, e se ne frega della sostanza, sicché il suo libro finisce per dare indirettamente un cattivo esempio. Ecco, considerate questo brano:

C’è in inglese una differenza di significato che mi è sempre piaciuta: quella fra to want e to need. Il primo significa «volere, desiderare, bramare», mentre il secondo «avere bisogno, avere necessità».

Voi lo dite innocuo? Eh no, non lo è affatto! Non vedete la sciocchezza? Certo, in inglese “to want” e “to need” significano cose diverse… perché, in italiano “volere” e “aver bisogno” sono uguali? Il nostro autore parte da una base concettuale su cui probabilmente non ha neppure riflettuto, e induce noi stessi a non rifletterci su. Le parole di Galiano che cosa vogliono dire, alla fin fine? Ma niente, quello è l’attacco dell’ennesima storiella, è il distillato di una moda: eh, siccome all’estero sono sempre fighi, allora partiamo da un dato figo e diciamo una figata. E noi che leggiamo, sì, ci sorbiamo poi tutto il pippone che segue, a proposito del desiderio, e bla bla, ma in definitiva quel che ci ronza in testa è che l’inglese è proprio figo, mica come l’italiano. E sapete che c’è? Non tanto è male questa idiozia, che abbiamo imparato, è male quello che non abbiamo imparato, ossia un metodo, l’atteggiamento da tenere rispetto ai fatti e alle informazioni. Insomma, dopo un po’, se seguiamo lo spirito del saggio, avremo delle grosse difficoltà: nel caso, arrivati al succitato brano, faremo un’enorme fatica a notare che non c’era affatto bisogno di scomodare “to want” e “to need” per illustrare la questione (già di suo non così interessante, eh). A questo mi riferivo dicendo che è importante la dimostrazione: Scuola di felicità per eterni ripetenti, con le sue parole, ci rende inevitabilmente passivi, ci mette davanti, per l’ennesima volta, a slogan su slogan, e così facendo ci rimbambisce, ci induce ad accettare semplicemente quel che troviamo. Lo troviamo qui, l’abbiamo trovato altrove, è su Facebook, è su Twitter, lo dice Carofiglio, lo conferma Galiano… oh, sapete com’è, no? Ripeti mille volte, e alla fine…
Se solo il nostro autore avesse lasciato perdere l’inglese, se solo avesse fatto notare, con gran semplicità, che è assolutamente possibile aver bisogno di qualcosa senza volere tale cosa, che è possibile volere qualcosa senza averne bisogno, e che perciò la volontà e la necessità sono idee ben distinte, ah! Ma sì, capirai che scoperta, eppure l’insegnamento, specie per i più giovani, c’è tutto: bisogna soffermarsi anche su ciò che sembra ovvio, bisogna usare la ragione, bisogna esaminare le cose direttamente, bisogna mettere talvolta da parte gli ipse dixit e le frasi fatte… non trovate anche voi?

Roba da social network

Be’, potete pensarla così da lettori, fate pure, tanto per l’editoria siete dei consumatori. E se non consumate, pazienza, si suppone che lo faccia almeno una piccola percentuale di follower delle nostre starlet da classifica. Eddai, se possiamo avere dei dubbi sulle ragioni che hanno determinato la pubblicazione di cose come Spatriati o La signorina Nessuno, a proposito di Scuola di felicità per eterni ripetenti non c’è davvero mistero. È la brutta copia (quindi è una copia perfetta) de L’arte di sbagliare alla grande, abbiamo appreso, e ciò implica che sia effettivamente una “roba” (sì, Galiano scriveva proprio così, nel precedente saggio) da social network, un’accozzaglia di sciocchezze buone solo a essere “condivise” senza riflettere, così, tanto per crearsi una bacheca da intellettualoide. Devo ammetterlo, sulla carta sembra una buona strategia commerciale: il prodotto non ha particolari costi di produzione (quanto ci si deve spremere, per stilare una lista di cazzate già stilata a suo tempo?), e la sua natura “virale” fa sì che si pubblicizzi da solo. Uhm, in sostanza, quando pensiamo di acquistare Scuola di felicità per eterni ripetenti, stiamo ponderando di acquistare nient’altro che una pubblicità; se solo Galiano avesse avuto un briciolo della creatività che hanno gli autori della vera réclame!
Meh, no, neanche quella. Pertanto, non so proprio perché dovreste leggere il saggio: non vi farà riflettere, manco per sbaglio, e non vi intratterrà. Come posso concludere la recensione? Un paio di consigli: se volete capirci qualcosa del rapporto fra mastro e allievo, sono costretta a indirizzarvi per l’ennesima volta a Piccola cara…, che in materia è sicuramente il testo più completo e più profondo su cui abbia meditato finora. Se invece volete essere intrattenuti e basta… ma chi ve lo fa fare di prendervi una “cinesata”? Nah, orientatevi sul Gianrico originale, non sul tarocco: ecco, sono sicura che Della gentilezza e del coraggio o La nuova manomissione delle parole sapranno soddisfare la vostra voglia di… sì, insomma, di una comica di Stanlio & Ollio in versione saggio. Leggete quelli, e Galiano lasciatelo ai sorci, ché pure loro quest’inverno non avranno il gas per scaldarsi. Ah, e se seguirete i miei consigli, fate una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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