Della gentilezza e del coraggio – Gianrico Carofiglio

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In sintesi:

della gentilezza e del coraggio saggio di gianrico carofiglio edito da feltrinelli

Una certa quota di narcisismo è una componente naturale e necessaria di una personalità equilibrata.

Paese che vai, Carofiglio che trovi

La gentilezza sembra essere il trend degli ultimi anni: tutti ne parlano, tutti la osannano, tutti… be’ qualcuno la mette in pratica. Gianrico Carofiglio è fra quelli che ne parlano e lo fa con un saggio pubblicato in piena pandemia Covid-19, intitolato Della gentilezza e del coraggio. Il libro, nelle intenzioni, è un’opera complessa e di tutto rispetto, un “sommario di regole […] per la pratica della politica e del potere”. No, lettori, non è un granché.

Vi dico subito che il nostro autore, benché non per (tutte) le tesi, è senza dubbio vicino a Fusaro per stile e metodo: ad esempio, gli piacciono parole inutilmente tecniche e ricercate, come “motorrea”. Certo, poi parla di “scienziati dei computer”, ma che volete, nessuno di voi si è mai fatto preparare la cena dall’uomo delle pizze? Il saggio inoltre, come nel caso di Fusaro, è strapieno di citazioni di filosofi, di storici, di psicologi, di romanzieri, di Heidegger… e anche qui tutti sembrano dare ragione a Carofiglio, non importa quanto siano o fossero d’accordo fra loro.
La mole di citazioni è talmente grande che a un certo punto Carofiglio deve aver smesso di verificare le fonti. Un capitolo, ad esempio, si conclude con un antico proverbio arabo:

La prima volta che m’inganni la colpa è tua, ma la seconda volta la colpa è mia.

Peccato che il proverbio non sia arabo. Sì, Facebook e molti popolari siti di aforismi dicono così, però la prima attestazione nota è nel libro The Court and Character of King James, di Anthony Weldon, pubblicato nel 1651. E Weldon attribuisce il proverbio agli italiani.

Gianrico Gurufiglio

Secondo Carofiglio, la gentilezza è uno strumento per opporsi al totalitarismo e alla violenza. I primi capitoli del saggio tentano quindi di definirla, avvalendosi dei nobili detti di alcuni maestri di arti marziali e della notevole competenza che Carofiglio ha maturato nel campo (è un esperto karateka). Capiamo che:

La gentilezza non corrisponde alla buona educazione, al garbo, alle buone maniere […] La gentilezza è una virtù marziale.

Avrebbe potuto essere un po’ più preciso, argomentare con maggior profondità, soprattutto perché può non essere evidente a tutti l’associazione fra marzialità e “gentilezza”, “cedevolezza”, “non violenza”. Ma va bene così, deve aver giudicato sufficienti gli aneddoti riportati.
Seguono capitoli con riflessioni sulle doti del buon politico, che deve saper “mettere da parte l’ego”, sugli errori del volgo, che “non sa ascoltare”, e sulla virtù dei saggi, cioè porsi delle “buone domande”. In questi capitoli inoltre ci sono analisi psicologiche “a distanza” su Trump e su alcuni suoi sodali, analisi che ne mettono in luce gli innumerevoli difetti.
Ora, è legittimo che Trump non gli piaccia, e ciò che scrive può anche essere vero, ma in sé le analisi che Carofiglio riporta non sono esattamente dei modelli da seguire, perché i soggetti interessati non sono stati in effetti pazienti degli “esperti” che li hanno esaminati. L’utilità di tali informazioni è dunque puramente retorica ed esse abbassano il valore del saggio. Valore che, in generale, è alquanto dubbio: se facciamo un confronto con un altro sommario di regole per la pratica del potere, cioè Il Principe, notiamo che Machiavelli parte dalla realtà per consigliare cosa sarebbe meglio fare per restare vivi, mentre Carofiglio parte da un mondo ideale per censurare ciò che non va nel mondo reale.
Ma forse c’è un senso in tutto ciò, e dopotutto, come dice un proverbio swahili, “tante teste, tante idee”.

Gianwiki Carofiglio

Carofiglio decide poi di trattare le fallacie argomentative. Dopo una breve definizione generale, descrive sommariamente le principali, cominciando da quella nota come “argomento fantoccio”. In breve, questa fallacia è realizzata da chi deforma l’opinione dell’avversario per riuscire a confutarla o per renderla sgradevole al pubblico, e Carofiglio la spiega con un esempio:

Si immagini una discussione sul tema della possibile legalizzazione delle droghe leggere. Uno dei due interlocutori afferma l’opportunità di tale legalizzazione […] L’avversario della tesi della legalizzazione risponde che l’accesso indiscriminato alle sostanze psicotrope priva una società di ogni senso delle regole […]

Ora, a rigore l’esempio è più adatto a illustrare un dibattito in cui chi risponde usa la fallacia della “brutta china”, perché in effetti il personaggio favorevole alla legalizzazione non ha specificato i limiti della legalizzazione stessa: se avesse detto di essere favorevole alla libera vendita ai maggiorenni, allora sì, il suo avversario avrebbe usato un argomento fantoccio da manuale, ma così com’è, l’opinione del primo personaggio è vaga. E Carofiglio, spiegando il suo esempio, dice appunto che:

Il sostenitore della legalizzazione non ha infatti ipotizzato un accesso indiscriminato alle sostanze psicotrope (prospettiva difficilmente condivisibile), ma solo di legalizzare la coltivazione, la vendita e l’uso personale della cannabis.

Purtroppo sta a noi lettori dedurre che il personaggio dell’esempio con “legalizzazione” intende dire “legalizzare la coltivazione e l’uso personale”. Da parte di minorenni, maggiorenni, pensionati… non si sa ancora di preciso da chi.
Questa è una vera sottigliezza, lo concedo, perciò proseguiamo la lettura. Carofiglio ama davvero la fallacia dell’argomento fantoccio e propone un nuovo caso:

Il 23 maggio 2009 il “New York Times” pubblicò un articolo dal titolo Some Obama Enemies Are Made Totally of Straw (“Alcuni dei nemici di Obama sono fatti completamente di paglia”). Nell’articolo veniva illustrato il ricorso, da parte dell’allora presidente degli Usa, allo straw man argument. […] Lo straw man argument – segnala correttamente l’articolo – viene spesso introdotto da formule come “c’è chi dice” o “qualcuno dice”.

A parte che questa caratterizzazione dell’argomento fantoccio (o “straw man argument”) non è universalmente condivisa e si trova in alcune classificazioni che precisano anche eventuali limiti (ad esempio S. Akin e J. Casey, che la ritengono valida, avvertono che per tradizione, in discorsi ufficiali, i presidenti degli Stati Uniti non si rivolgono ai loro avversari identificandoli), ciò che scrive Carofiglio è curioso per due motivi. Stavolta infatti il bersaglio non è il solito Trump, ma Obama e, più di ogni altra cosa, il brano è terribilmente simile a un paragrafo dell’articolo di Wikipedia dedicato all’argomento fantoccio.
Anzi, a ben vedere, tutta la trattazione della fallacia è simile all’articolo di Wikipedia: anche quest’ultimo infatti ha una breve descrizione, un esempio con due personaggi che discutono (ma su Wikipedia l’oggetto del contendere è l’alcol) e infine l’esposizione del caso Obama. Su Wikipedia, il botta e risposta dei due contendenti ha lo stesso problema di quello di Carofiglio e il brano riguardante Obama segue il medesimo canovaccio (anche se su Wikipedia è citata la data del 23 marzo).
Bene, considerando che l’articolo di Wikipedia esiste in tale veste dal 2013, deduciamo che Carofiglio ha copiato? No, per niente, questo sarebbe scorretto: può averlo scritto lui l’articolo, il suo capitolo e la pagina di Wikipedia possono essere stati modellati a partire da una stessa fonte, oppure può essere tutta una pura coincidenza. Però resta una domanda: se in Della gentilezza e del coraggio, per giunta in una sezione importante del libro, si trova né più né meno che una variante di un articolo di Wikipedia, quali meriti può avere questo lavoro di Carofiglio? Si possono trovare pressappoco le stesse informazioni, e con gli stessi difetti, in un sito gratuito e sempre accessibile…
E a proposito di ciò che ho detto, mi pare in ogni caso giusto quel che i Korowai papuani sostengono: “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.

Fase fallace

Torniamo a noi. La presentazione delle fallacie continua: le definizioni sono sempre sostanzialmente corrette, ma non più approfondite di quelle di un’enciclopedia, appunto. Piuttosto divertente è la trattazione della fallacia dell’appello all’autorità, la quale:

consiste nel sostenere la fondatezza di un’affermazione riferendo l’opinione di un esperto (o presunto tale) senza fornire ulteriori argomenti […]

È divertente perché poco dopo Carofiglio scrive che:

Tutte le leggi, dice Jeremy Bentham, sono invenzioni umane, in quanto tali imperfette e mutevoli. E la cosiddetta “legge naturale”, in tutte le sue declinazioni, è una creazione umana.

Una bella prova della fallacia che ha descritto, prova fra l’altro usata per sostenere l’equivalenza dell’appello alla natura (un’altra fallacia) e del diritto naturale (teoria filosofica, magari falsa, ma non certo una fallacia).
In effetti, per tutto il saggio sono disseminate molte delle fallacie trattate da Carofiglio ed è forse questo il vero contenuto del capitolo che l’autore dedica all’umorismo. In tale capitolo, infatti, insiste molto sul valore del riso e dell’autoironia, ma non trovando in esso alcuna traccia né dell’uno né dell’altra, posso supporre solamente che l’autoironia stia nell’aver farcito di fallacie un saggio che si propone di denunciarle e che il riso, be’, sia una conseguenza dello scoprirle tutte.
Però è anche vero che un detto dei Maori mi mette in guardia: “il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi”.

Le mucche sono persone orribili

Trascuro il capitolo in cui Carofiglio insegna a difendersi da bulli e dittatori vari raccontando alla maestra le loro fallacie e passo alla sezione dedicata al coraggio.
In sintesi, il nostro autore spiega che l’uomo ignorante della strada è sì vittima del Trump di turno, però è anche un idiota perché ha paura delle cose più sbagliate, come gli “incidenti aerei” e gli “assalti criminali”. Avendo Carofiglio incontrato uno dei più famosi sondaggisti italiani, ha imparato l’arte e oggi può insegnarci con sicurezza che l’uomo medio è talmente stupido da non rendersi conto che dovrebbe temere ben altro, ad esempio:

le mucche, la cui pericolosità statistica è superiore a quella degli orsi.

Ah. No, non siamo tornati al capitolo sull’umorismo. Il nostro autore ci dice davvero che una mucca è più pericolosa di un orso. Lettori, statisticamente le mucche sono responsabili di molti più attacchi mortali rispetto agli orsi: sì, ma le mucche sono milioni e vivono a stretto contatto con gli esseri umani. Tale statistica che diavolo c’entra con la pericolosità? Come può confermare chiunque sappia distinguere un ruminante da un plantigrado, gli orsi sono carnivori (e già questo…) e hanno un temperamento aggressivo e imprevedibile, mentre le vacche sono addomesticate, cioè sono state selezionate per essere alquanto docili.
Non che sia saggio sculacciare una vacca, o rischioso sostare a dieci metri da un panda, ma stando a ciò che sostiene Carofiglio com’è possibile che certe scuole portino i bambini a visitare stalle colme di mucche e che gli zoo tengano gli orsi separati dai visitatori grazie ad ampi fossati o vetri blindati?
Non c’è risposta nel libro. A questo punto, suppongo che se dovesse scegliere tra sedersi accanto a una vacca e vicino a un orso polare, Carofiglio sceglierebbe l’orso polare. E sarebbe una tragedia. Carofiglio è infatti piuttosto secchetto e gli orsi polari hanno bisogno del nutriente grasso dei mammiferi marini per sopravvivere. Il povero orso farebbe davvero un pasto pietoso.
Ma, come dicono gli Inuit, in fin dei conti “tutto fa brodo”.

Che kōan dici?

Dovrei discutere ancora tante cose: ulteriori brani simili a quelli presenti su siti conosciuti, kōan zen che non sono kōan zen, frasi che sembrano ispirate direttamente da Fusaro, ancora fallacie, la “pratica etica dell’umorismo”, le “percezioni sottili” e Passeggeri notturni che compare fra i testi della bibliografia.
C’è troppo e la recensione è già lunghissima. Concludo dicendo che Carofiglio non le scrive proprio tutte tutte sbagliate e che certamente non è stato disonesto nel comporre questo saggio. Però quelle sbagliate che dice sono veramente pazzesche e in generale il saggio in sé non sembra meritare una pubblicazione di così alto livello: in esso non c’è nulla di originale e anziché dare delle dritte al lettore lo confonde e lo svia.
Il Carofiglio autore di racconti e aneddoti non ha superato la prova del Pesciolino d’argento, ma neppure l’ha superata il Carofiglio saggista. Il Carofiglio romanziere? Spero che non sia come dicono i Mapuche, “non c’è due senza tre”…

Voi per ora cercate di non beccarvi una pallottola da una mucca… e fate una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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