L’arte di sbagliare alla grande – Enrico Galiano

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In sintesi:

l'arte di sbagliare alla grande libro di enrico galiano edito da garzanti

La cosa divertente fu che ero convinto di aver prodotto una specie di capolavoro […]

L’epidemia de L’attimo fuggente

Nel settimo episodio della quattordicesima stagione de I Simpson, un personaggio dice chiaro e tondo: “L’attimo fuggente ha rovinato una generazione di educatori”. Forse Enrico Galiano, nel potente libro intitolato L’arte di sbagliare alla grande, avrebbe fatto meglio a riportare questa citazione, invece del “d’oh!” di Homer.
Ah, ma voi lettori volete sapere qualcosa della “trama”. Bene, Galiano è evidentemente un Keating che tiene moltissimo alla formazione emotiva dei suoi alunni, in particolare vuole aiutarli a superare i loro errori, e per far ciò scrive continuamente di sé, fine. Bello, no?

Il libro comincia con una poesia. Be’ non proprio: in realtà, come ho accennato, all’inizio del libro e di ogni capitolo ci sono un sacco di citazioni inutili in pieno stile Fusaro, perché… perché fa figo, fa capire che l’autore sa tutto di tutto. Va bene, dopo aver scansato le citazioni iniziali, ecco la poesia. È una cosa davvero molto cringe: a parte un paio di endecasillabi, per il resto il nostro autore va a capo a caso. E il testo in sé…

[…]
Le [persone] più intelligenti
parlano che le capiscono anche i bambini,
[…]
Le più giuste hanno fatto errori che non si aggiustano,
e le più vive, le più vive, sono morte tante volte […]

I dolori del giovane Galiano

Passata questa bellezza, di cui non si riesce a giustificare la presenza, finalmente possiamo gustarci il libro vero e proprio. Galiano ci racconta subito delle sue sfighe da trentenne, quando faceva il cameriere e la sua ragazza l’aveva appena lasciato. Ci tiene a precisare che la donna gli aveva preferito un “tipo […] con l’hobby delle droghe leggere”: perché ciò sottolinea quanto fosse sfigato a trent’anni e perché così si prende una piccola rivincita sulla ex, che appare… poco seria, diciamo. Ma lo concedo, quest’ultima è una mia supposizione, quindi andiamo avanti. I dolori del Galiano trentenne hanno una radice remota: in un errore commesso a otto anni, scrive il nostro autore. Ma prima di spiegare questo errore di gioventù, Galiano ricorda di aver pubblicato con una piccola casa editrice: è interessante, perché nel corso di tutto il libro il nostro autore ripeterà fino allo sfinimento di aver pubblicato questo e quello, molto spesso inserendo tali informazioni in modo del tutto gratuito. Perché? Non si sa, ma si può intuire.
Torniamo all’errore fatale. Incastonato in una noiosissima corona fatta di Milan, di sogni su una carriera calcistica e di palleggi provati nel cortile, scopriamo che Galiano lo commise quando:

[…] smis[e] di provarci.

Tutto chiaro, grazie a questo libro impariamo che arrendersi, accontentarsi e non sforzarsi mai di superare i propri limiti sono errori gravissimi che impediscono di realizzarsi. E così, ai milioni di libri di autoaiuto che ribadiscono questo concetto, aggiungiamo anche L’arte di sbagliare alla grande. Che cosa vi aspettavate di più, scusate?

Palloni e bocce

Via, non c’è tempo per le lamentele, Galiano deve fare delle precisazioni, per confonderci meglio. L’errore non è soltanto nell’arrendersi, ma anche nell’anticipare i rifiuti, i fallimenti, evitando di mettersi in gioco. Per farci capire questo, l’autore ripercorre la sua cotta adolescenziale per una certa Marta, ragazza con “due doti fisiche importanti”: la tettona del paese, insomma.
In un racconto surreale ambientato durante la finale di USA ’94, popolato da fighettini bellocci e da un Roberto Baggio selvatico che appare dal nulla, scopriamo che Galiano avrebbe potuto “conoscere” Marta, però si “friendzonò” da solo, per paura di un rifiuto di lei. E questo è tutto. Morale della favola: se la tettona del paese vi chiede di passare una serata in sua compagnia, saltatele addosso senza paura.

Cinquanta su mille ce la fanno

Dopo questo bell’apologo di palloni e di bocce, Galiano si fa una domanda e poi tenta di darsi una risposta. Questa è la domanda:

Perché quando siamo a un centimetro dalla felicità, a volte scappiamo via, che più lontano non si può?

La risposta è più lunga, ma sostanzialmente si può parafrasare con un “guardatemi oggi, oggi ce l’ho fatta”. Vi sento lettori, state pensando che la risposta non c’entra nulla: c’entra, in realtà, perché al di là di tutti gli aneddoti e delle parole vuote, L’arte di sbagliare alla grande ha un sottotesto che diventa palese, se si considerano certi elementi.
Ad esempio, Galiano si premura di raccontarci, tra le altre sue disavventure, lo scoraggiante avvertimento di un professore universitario, il quale gli consiglia di abbandonare il sogno dell’insegnamento, perché…

«[…] fanno i concorsi ogni dodici anni, e passa solo il cinque per cento degli aspiranti […]»

Ci racconta inoltre l’offensivo rifiuto di un editore, che perfino lo deride:

«[Con] chi vorresti [pubblicare], Einaudi? Garzanti

Ebbene, sappiamo che Galiano è effettivamente un insegnante, e che ha pubblicato questo libro proprio con Garzanti, non a caso in corsivo nel testo originale: ditemi voi se raccontare tutto ciò non è, per Galiano, un modo di incensarsi, di prendersi una rivincita, di sbattere in faccia a tutti che lui è in quel cinque per cento, che ride bene chi ride ultimo. L’acuta osservazione che completa il quadro, cioè che per fare l’insegnante o lo scrittore “bisogna crederci veramente” è soltanto una conferma di quanto mi pare d’aver intuito.

Nonostante tutto, una persona

Però, lettori, se volete altre prove del fatto che L’arte di sbagliare alla grande è nient’altro che il Vangelo di Enrico Galiano, considerate che verso la fine del libro compare un’orribile storiella pseudoedificante, senza né capo né coda. Davanti a una classe di ragazzini delle medie, il nostro autore racconta un’avventura dei suoi quattordici anni, avventura fatta di stangone dell’Est, di “chad” abbronzatissimi e di approcci molesti da parte di un pedofilo. Intendiamoci, abbiamo una bella serie di temi gravi e scomodi, che possono pure essere proposti a preadolescenti, magari… con lo scopo di insegnare loro delle dritte per farcela nel mondo ed evitare brutti incontri? Ma no, niente da fare! Dopo un dialogo che è poco definire imbarazzante, con battute di questo tipo:

«[…] Scoprii che erano straniere, della Repubblica Ceca. Fortunatamente parlavano inglese, e io in inglese avevo ottimo!»
«Ottimo?» chiede Ludovico.
«Ma sì, lo sai che il prof andava a scuola tanto tempo fa. Non si usavano i numeri una volta, ottimo era come dire dieci.»

Galiano offre la morale, e quest’ultima è:

Per tantissimo tempo sono stato una persona se, ed era facile esserlo: era facile dare la colpa a qualcuno. […] la colpa era sempre stata solo mia. Il giorno in cui l’ho capito […] ho deciso che, se volevo essere felice, dovevo diventare una persona nonostante.

Bene, che cosa significa “persona nonostante”? Significa questo:

Nonostante non abbia avuto molte possibilità, ora sono qui. Nonostante non potessi proseguire gli studi, ho provato lo stesso a laurearmi.

Chiaro, adesso? Gira che ti rigira il succo del libro è questo: Galiano ce l’ha fatta. Forse possono farcela anche altri, ma intanto è chiaro che lui ce l’ha fatta. Certo, i ragazzini non hanno capito bene come evitare che un pedofilo li molesti, però almeno sanno che Galiano è lì dov’è nonostante il pedofilo. Utile.

Galiano telling

Sul messaggio del libro, direi, non ci sono ulteriori parole da spendere. Però vale la pena notare altre perle che si trovano fra le pagine de L’arte di sbagliare alla grande. Ad esempio, Galiano ama moltissimo le storie esemplari, perciò, oltre alla sua, nel libro troviamo quella di Steve Jobs, quella di Rosa Parks, quella di Ingmar Bergman, quella del tizio diventato pompiere che salva proprio il professore che gli aveva detto non sarebbe mai diventato pompiere, e molte altre ancora. Ci racconta anche la storia di un certo Scott Dinsmore, il quale scopre a un certo punto che l’ottanta per cento delle persone odia il proprio lavoro e il venti per cento lo ama, quindi lascia l’impiego, fa una serie di video, partecipa a un TED Talk. Ebbene, Galiano è entusiasta di questo Dinsmore, trova che la sua sia davvero una storia di quelle che meritano, una storia di successo realizzato con volontà e determinazione.

Peccato che Galiano non colga gli aspetti davvero interessanti della questione: ad esempio, non si domanda quanto l’essere un belloccio abbia aiutato il buon Dinsmore, e non si interroga più di tanto sulle percentuali incontrate. Se l’avesse fatto, be’, avrebbe forse trovato che l’aspetto fisico non è meno importante della caparbietà e che quelle percentuali fanno parte del cosiddetto “Principio di Pareto”, un complicato concetto statistico ed economico, in circolazione da almeno un secolo prima della “scoperta” di Dinsmore. Se Galiano avesse fatto i compiti, inoltre, avrebbe saputo anche la vera data di morte del povero Dinsmore, ucciso da una frana sul Kilimangiaro mentre faceva ciò che amava: ma questo è un dettaglio che importa poco al nostro autore, una data vale l’altra. Quale insegnamento dà tutto questo? A chi importa di dubitare, di cercare, di verificare! Se la storia sembra bella e moralmente significativa, perché non prenderla per oro colato? In effetti Galiano nota che:

[…] insegnare il dubbio è molto più difficile che insegnare la certezza.

Evidentemente lui ha fatto una scelta: meglio il metodo più facile.

In Italia, prima ottieni follower…

Il libro ha davvero molte divertenti cartucce da sparare: dal capitolo sulla corretta grammatica che lascia a piede libero un “per cui” usato come sinonimo di “perciò”, allo spirito guida di Carofiglio che si rivela improvvisamente (“saper ironizzare anche nelle situazioni più difficili è proprio ciò che ti permette di superarle”) dal citazionismo dotto (“[a]vevamo meno cose in comune io e lei che Kant e un ornitorinco”) alla centenaria che “con un colpo di reni ha bellamente tentato di limonar[e]” il nostro eroe.

Ma c’è anche qualcosa di serio. No, non sto parlando delle atroci banalità che inquinano il cervello del lettore, banalità come:

[…] il nemico più grande che hai è quello che ti guarda, ogni giorno, da dentro lo specchio.

[…] la tua idea di bellezza è un’idea fatta di candore e perfezione […] Ma quell’idea di bellezza è una truffa.

[…] l’errore di nascondere gli errori […].

[…] là fuori non c’è il bianchetto.

Forse preso da un moto di irrefrenabile sincerità, Galiano rivela la strategia che gli ha permesso di conseguire l’agognato successo, almeno in campo editoriale:

Iniziai a curare il mio giardino pubblicando dei semplici post […] poi qualcuno iniziava a condividere la mia roba e allora venivano a leggermi anche persone che non conoscevo, e via via sempre di più, sempre di più.

Seguendo questa linea, a un certo punto:

[…] l’editor di una delle più importanti case editrici italiane […] mi stava chiedendo se avevo voglia di scrivere un romanzo per loro.

Capite lettori? È una faccenda che già Tommasi aveva spiegato. Perché perdere tempo a pensare, a formarsi, a migliorarsi, a scrivere e a riscrivere con l’idea non tanto di lasciare un segno, ma di fare qualcosa di bello, di intelligente, di meritevole? No, perfettamente in linea con la sociologia di Tony Montana, in questo Paese devi fare i follower, prima, e quando hai fatto i follower, hai anche l’autorità del personaggio, e quando hai l’autorità del personaggio, allora hai pure assicurata la pubblicazione.
Avendo quindi scoperto il vero insegnamento di questa specie di libro di autoaiuto, direi che è il caso di lasciarvi, invitandovi però a riflettere sul fatto che il ragionamento di Tony Montana alla fine non paga davvero.
Ma se credete che Tony abbia fatto la fine del topo a causa di una serie di sfortunate circostanze, procuratevi L’arte di sbagliare alla grande e dopo aver imparato bene le sue (vere) dritte, mettetele in pratica. Se lo farete, io vi auguro una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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