Passeggeri notturni – Gianrico Carofiglio

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In sintesi:

passeggeri notturni raccolta di racconti di gianrico carofiglio edita da einaudi

In questo lavoro vale il vecchio motto sul maiale: non si butta via niente.

Ispirazione suina

È la prima volta che recensisco Gianrico Carofiglio (sono stata ingannata dalla sua versione discount) e lasciate che ve lo dica… no, non ve lo dico, lo scoprirete.

Comincio supponendo che sia l’adagio riportato sopra ad aver dato a Carofiglio l’ispirazione per Passeggeri notturni: infatti, dopo aver preso qualcosa di simile a un maiale, in questo caso vecchi articoli già pubblicati in passato, con una nobile operazione di macelleria ha insaccato in un budello di carta trenta “scritti”. “Scritti”, proprio come gli “aromi” delle liste di ingredienti.

Sì, perché soltanto alcuni sono racconti, altri sono aneddoti, altri ancora sono delle specie di “pillole di saggistica”: pillole senza principio attivo, tutte eccipienti e aroma di limone. Questi piccoli saggi sono infatti concepiti con un tono monocorde e passivo, simile a quello del saputello che risponde alle domande dell’insegnante.

Rane come pare a me

Consideriamo Rane. Per capire la sua natura, diciamo che vi ricordate di una storiella, una di quelle talmente trite e ritrite che persino il cucco sarebbe in imbarazzo a sentirla, e ci scrivete su un paio di pagine profonde come una pozzanghera: correte allo specchio, siete diventati Carofiglio!
In Rane la storiella è quella, appunto, della rana bollita, cioè del simpatico anuro che se ne infischia di essere in una pentola e si gode il calore termale finché ne resta fiaccato e non può più sfuggire al suo destino. È uno di quegli apologhi tanto in voga su Facebook, uno di quelli adatti perlopiù a scatenare l’orticaria di chi se lo trova davanti per l’ennesima volta; e come metafora non è nemmeno un granché, anche se l’uso metaforico è l’unico possibile, perché la storia è priva di una base scientifica. Ha origine dall’interpretazione di certi esperimenti del Diciannovesimo secolo, ma altre osservazioni l’hanno in seguito decisamente smentita.
Il nostro autore però non lo sa (anzi, non sa nemmeno se “un esperimento tanto barbaro sia […] stato messo in atto”) e illustra la seguente “premessa zoologica”, per far capire che le rane amano fino alla morte le spa:

La rana è un animale a temperatura corporea variabile. Questo significa che la sua temperatura non è sempre la stessa […] ma si adatta di volta in volta a quella dell’ambiente che la circonda.

Sostanzialmente, Carofiglio ci dice a suo modo che le rane sono animali pecilotermi: ma proprio per questo, le rane non si adattano semplicemente alla temperatura dell’ambiente circostante (cioè non la subiscono soltanto, come fa intendere il nostro) bensì regolano la loro temperatura spostandosi prontamente in luoghi più caldi, per non raffreddarsi, o in luoghi più freschi per non… bollire.

Inaspettati e innovativi

Ora, i racconti “saggistici” sono pressappoco tutti simili a Rane. A una premessa segue un caso esemplare della stessa e, infine, una deduzione morale totalmente inaspettata e innovativa.
Contagio, in cui l’autore parla dell’espediente utilizzato da Jerry Sternin per risolvere la piaga della malnutrizione in Vietnam, è invece semplificato. Carofiglio probabilmente non aveva voglia di inventare una premessa, così ci troviamo impreparati con la vicenda nuda e cruda che si siede accanto a noi:

Nel 1990 circa il sessantacinque per cento dei bambini vietnamiti al di sotto dei cinque anni […] soffriva di una qualche forma di malnutrizione. Per affrontare questa piaga Save the Children inviò in Vietnam un suo esperto di nome Jerry Sternin.

Ehi, fantastico, ma andiamo subito alla profonda riflessione conclusiva:

Un metodo, questo (concentrarsi su quello che funziona per riprodurlo, piuttosto che su quello che non funziona per cercare, spesso inutilmente, di ripararlo) che forse andrebbe studiato, compreso e applicato da una politica che volesse davvero risolvere i problemi.

Già, forse, fine.

Il sondaggista della porta accanto

Poi ci sono le storie propriamente dette, in gran parte aneddoti (più o meno rielaborati, non si sa) di Carofiglio.
Doverosamente lo ammetto: scrivere una storia in tre pagine o meno non è affatto facile. Il lettore fatica a inserirsi nel contesto della vicenda, a conoscere i personaggi e a empatizzare con loro. Inoltre, in tre pagine non c’è spazio per una trama ben architettata. Quando la narrazione è breve, dunque, bisogna puntare su colpi di scena ben costruiti e su dialoghi stimolanti, altrimenti non si può far felice il lettore. E Carofiglio è davvero amico del lettore: a dialoghi dinamici, suspense e vivaci guizzi ironici sostituisce una carrellata di momenti di vita vissuta. Da lui stesso.

Ad esempio, leggiamo di Carofiglio all’inaugurazione di una galleria d’arte dove “le opere sono scadenti, il rinfresco peggiore”, di Carofiglio su una terrazza romana con “politici, giornalisti, scrittori, gente di cinema e di televisione”, di Carofiglio che si aggira in una grande libreria e viene fermato da un signore desideroso di congratularsi con lui per l’ultimo romanzo, di Carofiglio che fa conoscenza con una professoressa londinese di filosofia morale e poi con uno psicologo newyorkese…
Insomma, la forza di questi aneddoti risiede nella possibilità offerta al lettore di immedesimarsi con i fatti che propongono, fatti comuni, quotidiani, ma mai banali:

A novembre 2011, nel pieno della crisi politica che portò alla fine del governo Berlusconi, mi capitò di incontrare a casa di amici uno dei più famosi sondaggisti italiani.

Un biglietto d’addio

Fra tutti i racconti, poi, due in particolare sono talmente brutti da essermi entrati nel cuore: Un addio e Il biglietto.
Il primo è forse tra quelli ispirati a eventi reali, e pare sia anche la punta di diamante, perché tra le sue parole c’è il titolo dell’intera raccolta.
Questa è la trama: il protagonista è solito viaggiare di notte fra Bari e Bologna, e in un’occasione condivide lo scompartimento con una donna. Quest’ultima parla da sola al marito defunto, piange e gli dedica una poesia. Il nostro protagonista rimane colpito da quelle strofe, cerca di risalire all’autore ma invano, perché che ai tempi “non esisteva Google”. Un giorno, a casa di amici, trova un anonimo libro bianco di poesie: lo sfoglia e, guarda tu il destino, trova esattamente quella recitata in treno dalla donna. Dopo essersi ripreso dall’emozione, il lettore può bearsi della stupenda e originale chiusa “cringe”:

– Ehi ci sei? – mi ha detto un’amica seduta vicino a me, toccandomi la spalla. – Dov’eri? – ha aggiunto con un sorriso un po’ perplesso.
– Su un treno, tanti anni fa.

Il biglietto invece è un racconto che definirei horror, l’unico in tutta la raccolta. L’unicità è ben giustificata: Carofiglio ha qualche problema con la suspense. Cioè, lui ci prova, le manda anche dei fiori, ma lei non vuole saperne.
Protagonista del racconto è Casimer, un lenone solito accompagnare le sue prostitute su… di nuovo su un treno. Una notte, dopo aver schiacciato il consueto pisolino poco prima della fermata, Casimer nota che il treno è vuoto, e il conducente, una donna, gli comunica con estremo candore che è diretto all’inferno. Bu! No, no, non sto scherzando:

Casimer si accorge che è una donna. Ha la faccia scavata, gli occhi infossati, le guance sfregiate.
– Qual è la prossima fermata?
– Non c’è nessuna fermata.
– Che cazzo dici?
– Non hai capito dove sei? Questo è l’inferno, Casimer.

Molto “cringe” anche questo, vero?

La parola alle raccolte

Ora, anche Ingredienti per una vita di formidabili passioni è una raccolta di aneddoti e di contenuti già pubblicati in precedenza, e certamente chi dovesse aspettarsi dalla sua lettura il fascino di altri libri di Sepúlveda rimarrebbe deluso.
Tuttavia, negli aneddoti che Sepúlveda racconta c’è ironia, c’è il desiderio di strappare una risata al lettore; nei suoi articoli politici ci sono rabbia e veemenza; nelle sue riflessioni c’è sempre il desiderio di eviscerare l’argomento, di non offrire ai lettori una morale pallida e risciacquata: siamo ben lontani dal “metodo che andrebbe applicato da una politica che volesse davvero risolvere i problemi”.

In un modo o nell’altro, anche le raccolte parlano molto dei loro autori: avendone interrogate due, posso assicurarvi che una si esprime con un certo affetto, l’altra chiede di essere soppressa pietosamente.
Va bene dunque non buttare via niente del maiale, però se il maiale si usa per fare una porcata non è più comodo rimanere al maiale originario?
Ma se sentite a rischio lo zampone di fine anno, procuratevi per tempo Passeggeri notturni!
E sia la vostra una buona lettura.

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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