La disciplina di Penelope – Gianrico Carofiglio

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In sintesi:

la disciplina di penelope romanzo giallo di gianrico carofiglio edito da mondadori

Ma la qualità essenziale di un buon investigatore – non l’avevo mai indicata rispondendo a quelle domande – è la consapevolezza del ruolo decisivo del caso, della fortuna, nella soluzione delle indagini. Il buon investigatore è qualcuno che cerca in modo deliberato di moltiplicare le possibilità che accada qualcosa di casuale e fortunato.

Indagini da due soldi

Gianrico Carofiglio si è messo alla prova con il saggio, con l’aforisma, con l’aneddoto, con il racconto: avrebbe potuto, forse dovuto, risparmiarsi la fatica. Con La disciplina di Penelope, il nostro autore torna nel suo ambiente naturale dando alla luce un puro romanzo giallo. Questa volta, Carofiglio abbandona Guido Guerrieri, il suo ormai storico protagonista, per seguire le indagini di un nuovo personaggio: Penelope Spada.
Penelope è un ex pubblico ministero, rimossa dall’incarico per qualche motivo, ora costretta a fare l’investigatrice privata: in poche parole, si guadagna da vivere con “indagini da due soldi su beghe familiari”.

Un giorno, Penelope affronta un caso particolare: Mario Rossi, un agente immobiliare, le chiede di fare luce sull’omicidio della moglie Giuliana, trovata uccisa fuori casa con un proiettile alla testa. È una morte avvolta nel mistero e l’unico indizio sull’identità dell’assassino sono dei bianchi peli di cane trovati sugli abiti della donna.
Le forze dell’ordine sospettano fortemente che ad uccidere Giuliana sia stato proprio il marito, benché non ci siano prove capaci di inchiodarlo; in ogni caso, Mario non è contento di fare la figura del sospetto, perciò si rivolge a Penelope perché salvi il suo nome trovando il vero colpevole.

Il carretto della trama

Penelope si mette al lavoro e, indagando qua e là, fa uscire allo scoperto la vita segreta e insospettabile di Giuliana, una donna in fondo come tante, ma che odiava la mediocre routine familiare in cui, controvoglia, si era lasciata avviluppare. Tutto è confermato dallo stesso Mario, il quale confessa a Penelope che…

«[Giuliana] era incline a cercare il limite, era una donna insoddisfatta. Della vita che aveva avuto e della vita che, sapeva, avrebbe avuto in futuro. Detestava la mediocrità, lo diceva o lo faceva capire. Lo so che era piena di rabbia contro di me.»
«Perché?»
«Perché io ero il principale simbolo del suo fallimento. O meglio, di quello che lei considerava il suo fallimento. Non avere la vita che desiderava. Disprezzava il mio lavoro.»

Il personaggio di Giuliana è interessante. Le sue ambizioni disattese, frustrate, e il suo fatale desiderio di evasione sono un topos classico e sempre di grande impatto: d’altra parte, proprio sullo scontro fra le illusioni giovanili e la mediocre realtà, autori come Gustave Flaubert hanno scritto opere magnifiche e indimenticabili.
Carofiglio non vuole essere associato a Flaubert, forse perché lo confonde con il film Flubber, e dunque decide di lasciar ammuffire totalmente il potenziale di Giuliana, rendendo il personaggio una specie di mulo impiegato soltanto per trainare il carretto della trama.

Donna, detective, stereotipo, Carofiglio

Anzi, a ben guardare, La disciplina di Penelope sembra avere davvero ben poche ambizioni, la trama in sé è piuttosto scialba, priva di un vero fascino.
Nel tratteggiare la protagonista, ad esempio, Carofiglio non si è ingegnato molto. Penelope è una figura ormai trita e ritrita, vista in mille salse nella recente letteratura: una donna bella, ma virile, attiva e severa. Poiché è virile e indipendente, vive da sbandata, fra litri di alcol e sigarette fumate in quantità così grande che le sigarette stesse rischiano il cancro ogni volta che Penelope le avvicina alla bocca. Ovviamente, la donna è anche geniale e, come insegna il documentario The Big Bang Theory, deve dunque mostrare qualche disturbo della personalità:

Mi domandai se qualcuno avrebbe provato a rimorchiarmi. Se l’avessero fatto l’avrei considerato una forma di molestia. Nessuno dei ragazzi però mi rivolse la parola e, in perfetta coerenza, la cosa mi infastidì.

Il nostro autore, inoltre, in parte modella su sé stesso la bella Penelope, la quale in fin dei conti non è totalmente uno stereotipo. A meno che voi lettori non consideriate Carofiglio uno stereotipo.
Ciò premesso, sappiate fin d’ora che troverete una Penelope capace di sfoggiare le più dozzinali banalità da layman, proprio come sapeva fare il buon vecchio Carofiglio di Passeggeri notturni:

Mentre sentivo addosso i loro occhi mi venne in mente una frase letta da qualche parte: gli uomini cercano le brave ragazze che facciano le cattive solo per loro; e le donne cercano i cattivi ragazzi che facciano i bravi soltanto per loro.

Nella maggior parte dei casi non succede niente e non ne viene fuori niente, perché nella maggior parte dei casi questo modo di procedere assomiglia alla vecchia storiella dell’ubriaco che a tarda sera cerca affannosamente qualcosa sotto un lampione. Un poliziotto, vedendolo in difficoltà, gli si avvicina e gli chiede se abbia bisogno di aiuto. L’uomo risponde di avere smarrito le chiavi di casa. Il poliziotto gli domanda se le abbia smarrite proprio in quel punto […].

Carofiglio mostra poi di non aver chiuso la partita con il problema del rapporto fra percezione ed esistenza, vecchia questione berkeleyana che già aveva entusiasticamente esposto in Della gentilezza e del coraggio credendola per motivi ignoti un kōan zen:

Lo so benissimo che i sogni ci sono comunque, anche se uno non se lo ricorda. Ma si può dire che una cosa esiste se nessuno la percepisce e nessuno la ricorda? Soprattutto se non è una cosa ma solo una fugace rappresentazione della mente che dorme? Non lo so, ho molti dubbi.

Poiché ha presumibilmente passato interminabili notti insonni cercando di capire se davvero fa rumore un albero che cade in una foresta disabitata, Carofiglio in definitiva non è riuscito a scolpire con la necessaria cura la sua protagonista: dobbiamo credere sulla parola che Penelope è cazzuta, perché nel corso della storia la scopriamo alquanto traballante e deboluccia. Consapevole di questo, l’autore prova a metterci una pezza prevenendo lo scontento e le obiezioni dei lettori con la pietosa captatio benevolentiae della seguente metalessi:

«Sono piuttosto dura con tutti» e poi, dopo qualche secondo, «e dico anche delle frasi piuttosto banali. A volte penso che le mie battute le scriva qualche giallista mediocre.

Proprio sotto al naso

Carofiglio non ha avuto sufficienti energie nemmeno per una narrazione delle indagini fatta come si deve.
In teoria, Penelope deve sbrogliare una matassa molto intricata, che ha dato filo da torcere perfino alla scientifica. In pratica, la nostra detective riesce a trovare il colpevole con una facilità che lascia di stucco. Penelope, infatti, non segue mai una pista sbagliata, non è mai costretta a tornare sui suoi passi e se ha un’intuizione, questa è immancabilmente esatta e la porta nella giusta direzione. Ad esempio, si rende conto che il padrone del cane che sta cercando potrebbe essere una donna, non un uomo, ed ecco che le compare sotto al naso proprio una signora a spasso con un cane, ad appena un paio di pagine dall’intuizione geniale.

Un processo deduttivo così poco intricato, da intendersi come “prevedibile”, toglie parecchia attrattiva a un giallo già molto penalizzato dalla mancanza di personaggi psicologicamente sfaccettati e originali. Ne risente parecchio, inoltre, la verosimiglianza della storia. Detective come Riccardo Ranieri, di Federico Maria Rivalta, o Guglielmo da Baskerville, di Umberto Eco, fanno errori, ritornano sui loro passi, formulano ipotesi per poi doverne riformulare altre poco dopo: è proprio la loro fallibilità a renderli credibili e ad appagare il lettore.

Uomini che odiano il pathos

Abbiamo dunque personaggi sbozzati e un intreccio che scorre più liscio dell’olio, ma non è tutto: ciò che davvero appiattisce senza speranza il racconto è la totale assenza di pathos. Il pathos è un vecchio nemico di Carofiglio, il quale già l’aveva orribilmente mutilato nel racconto Il biglietto, di Passeggeri notturni; anche questa volta, il nostro autore fa passare al pathos un brutto quarto d’ora.
Ad esempio, c’è una scena in cui Penelope si trova faccia a faccia con il colpevole, a casa di quest’ultimo: è il momento clou della storia, la tensione è massima e…

«Vuole un caffè?»
«Sì, grazie.»
«Si accomodi pure.»
Mi sedetti su uno dei due divani, [il cane] venne a farsi accarezzare, [il colpevole] faceva i caffè con una macchinetta per l’espresso, tutta la scena mi faceva pensare a un quadro di Hopper. A come l’avrebbe dipinto se fosse stato lì.
Prendemmo il caffè e poi [il colpevole] mi chiese se mi disturbava il fumo. Dissi che no, non mi disturbava, avrei fumato anch’io una sigaretta.

Ma come? Tutta questa adrenalina e poi arriva una camomilla travestita da caffè che smorza l’eccitazione?
Sì, avete ragione: capita spesso nei gialli che l’assassino si mostri calmo e posato quando infine l’investigatore riesce a scovarlo, quindi non è così assurdo che qui il colpevole si mostri cortese preparando un caffè. Dopotutto, si tratta di un individuo che ha occultato con lucidità e consapevolezza le prove, e conosce i rischi che corre sfidando la giustizia. Ricordate però, lettori, che ogni colpevole è calmo a “modo suo”. Può esserci l’assassino che considera il delitto un sadico gioco spassoso e dunque la sua gentilezza si carica di una tinta inquietante, oppure può esserci l’assassino “tragico”, colui che ha ucciso perché sopraffatto dalle circostanze: la sua cortesia vela la mesta rassegnazione. E sono solo due casi.

Ebbene, nulla di simile si evince dal brano apatico che sopra ho riportato. Non sappiamo se al colpevole stanno tremando le mani mentre sta versando il caffè, se sorride beffardo… e non sappiamo se Penelope è commossa o inquietata da tutte quelle premure. L’unica informazione è quel “prendemmo il caffè”: una scena pregna di emozione e di significato è sgonfiata come un palloncino da una frase irrilevante, superflua, inutile.

Giallo da ospizio

In definitiva, La disciplina di Penelope non è un giallo, bensì lo scheletro di un giallo: un caso, un paio di indizi, una protagonista che vorrebbe essere tostissima. Mancano del tutto l’adrenalina, la caratterizzazione dei personaggi, l’emozione, la fatica di giungere al mistero finalmente risolto.
Se però siete lettori che trovano troppo cruente e dinamiche le puntate de La signora in giallo, allora La disciplina di Penelope è… l’oggetto che pare fatto al caso vostro. Solo spero non vi spaventiate, quando capirete di avere tra le mani il nudo scheletro di ciò che avrebbe potuto essere una vita letteraria… io per ora vi auguro una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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