Helgoland – Carlo Rovelli

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In sintesi:

helgoland saggio di carlo rovelli edito da adelphi

È la grammatica della nostra comprensione della realtà che dobbiamo accettare di modificare, come quando Anassimandro comprese la forma della Terra cambiando la grammatica delle nozioni di «sopra» e «sotto».

Perché sembro Einstein… ma sono Rovelli!

Lettori, avete mai notato che sempre più persone assomigliano a Einstein? No, non sto parlando di quella gente che fa la spesa, mi riferisco in particolare ai veri colleghi di Einstein. Già, fateci caso, più di un fisico si presenta con capelli scarmigliati rigorosamente bianchi (o grigi), abiti informali e un atteggiamento “easy”. Mi viene subito in mente Michio Kaku, ma non è necessario attraversare gli oceani per trovare altri esempi: il nostrano Zichichi è… be’ è sufficiente. Quindi (s)parliamo un po’ di lui? Nah! L’ha già fatto Odifreddi (ehi, un altro similEinstein, anche se non è un fisico) più e più volte. In verità voglio parlarvi di Carlo Rovelli. Fateci caso: capelli grigi scomposti, disinvolto… In più, se Kaku e Zichichi cedono ancora alla formale cravatta, Rovelli ha proprio uno stile einsteiniano (o forse, boh, marchionnesco).
Prima di entrare nel vivo, però, concedetemi di continuare con la mia premessa. Sì, so che vi state domandando perché ho insistito a proposito della somiglianza con Einstein. Ve la faccio breve: a me gli Einstein non la dicono giusta. Quando li vedo, mi sembra che la scienza si sia trasferita a Las Vegas, solo che invece degli Elvis ci sono appunto gli Einstein. Riflettiamo insieme: le somiglianze non sono “casuali”, “biologiche”. Non è che uno nasce con una zazzera bianca, o con polo spiegazzate e t-shirt cringe. È una scelta, una scelta d’immagine. Conscia, inconscia? Questo non lo so, ma che per una semplice coincidenza più di un fisico (che guarda caso prima o poi diventa famoso) adotti lo stesso stile non me la bevo. Quanti cosplay di Faraday vediamo? E di Stephen Hawking? Uhm, credete a me, c’è sotto qualcosa. E se c’è sotto qualcosa, probabilmente quel qualcosa è una cosa che si vende. Non necessariamente qualcosa che si compra con denaro, nondimeno è un prodotto, un prodotto rivolto a un consumatore. Capite perché non mi va tanto a genio questa storia degli Einstein?

Ma forse mi sbaglio. Cioè, con Zichichi non mi sbaglio, e non solo perché “l’ha detto Odifreddi”: ho verificato, state tranquilli (e no, non farò, almeno per il momento, una mia versione delle Zichicche). Con Zichichi non mi sbaglio, tuttavia lui può essere una mosca bianca. È per questo che ho deciso di mettere ancora alla prova i miei pregiudizi: non guardando Kaku su Discovery Plus, perché non mi va di pagare l’abbonamento, ma leggendo Helgoland, chiacchierato “capolavoro più recente” proprio di Rovelli. Va bene, vediamo un po’.
Se come me gradite una descrizione del prodotto, prima dell’acquisto… be’ nel caso di Helgoland dovete acquistare (vi ricordo che ci sono le biblioteche) e poi leggere qualche pagina, per capire che tipo di prodotto avete fra le mani. Rovelli, ed è una cosa apprezzabile, parla chiaro:

Ho scritto queste pagine in primo luogo per chi non conosce la fisica quantistica ed è curioso di comprendere, per quanto riusciamo, cosa sia e cosa implichi.

Bello, un libro divulgativo coi fiocchi. Siccome siamo già stati abbandonati in alto mare da Omero Romeo, ci fa piacere vedere un salvagente lanciato in nostro soccorso. E infatti…

[Questo libro] [n]on ignora opinioni diverse, ma è risolutamente di parte: è centrato sulla prospettiva che considero efficace e ritengo apra le strade più interessanti, l’interpretazione «relazionale» della teoria.

Ehi, momento, momento, momento! Adesso sono un po’ confusa. Helgoland è divulgativo, o è un opuscolo di propaganda? D’accordo, in fisica non c’è qualcosa di simile alla propaganda. Già. Però resta la differenza fra le due affermazioni: insomma, Rovelli vuole elevare le nostre intelligenze quel tanto che basta perché la meccanica quantistica sia (un pochino) alla nostra portata, oppure vuole “venderci” l’interpretazione che lui ritiene più convincente? Interpretazione che, guarda caso, è proprio quella che il nostro uomo ha elaborato nel corso degli anni (non da solo, ma… diciamo quasi).
Sia chiaro, nulla di male se fosse vera quest’ultima opzione. Avete un’idea, lettori? Parlatene, perché no? E quand’anche non aveste le chiavi di uno dei più prestigiosi editori italiani, non scoraggiatevi. Sostenere le proprie convinzioni non è mai un male, e di per sé non è una cosa antiscientifica: anzi, se non si credesse in un’idea, in un’interpretazione, difficilmente si farebbero progressi. È un male solo quando non si vuol più abbandonare quell’idea, nonostante le prove contrarie: quello è l’autentico atteggiamento antiscientifico. Quindi, assolviamo subito il nostro autore, fa bene a raccontarci ciò che piace a lui.
Ma perché deve prima gettarci fumo negli occhi facendoci credere che ci spiegherà, semplicemente, le basi della meccanica quantistica?! Insomma, se non sappiamo nulla dei quanti non possiamo nemmeno capire l’interpretazione che Rovelli dice di amare, però c’è una bella differenza tra lo scrivere un’introduzione fondamentale, che faccia il punto, e presentare il libro come se fosse un manuale per l’uomo comune! E se tutto ciò vi sta facendo già un po’ arrabbiare, be’ continuate così, perché in effetti la meccanica quantistica non è né spiegata a fondo (anche se in modo semplice) né introdotta sommariamente: più di una volta è banalizzata, quando non è apertamente distorta. Siamo di nuovo al livello di D’Avenia? No, non fraintendetemi, non oserei mai dare del D’Avenia a Rovelli, perché il nostro autore sicuramente sa fare il suo mestiere e sa quel che dice. Tuttavia da ciò non segue che sappia come dirlo bene, e, appunto sotto questo aspetto, Helgoland è… eh. Analizziamo qualche brano insieme, via.

Helgoland, il libro intelligente (?)

Ebbene, lettori, prima ancora della presentazione degli obiettivi del libro, e cioè sin dalle prime battute di Helgoland, Rovelli ci dice che…

[La meccanica quantistica] [h]a distrutto l’immagine della realtà fatta di particelle che si muovono lungo traiettorie definite, senza chiarire come dobbiamo invece pensare il mondo. La sua matematica non descrive la realtà, non ci dice «cosa c’è». Oggetti lontani sembrano connessi fra loro magicamente. La materia è rimpiazzata da fantasmatiche onde di probabilità.

Sì, fin qui siamo a posto, a parte quella frase sospesa molto, molto fumosa (“[…] non descrive la realtà, non ci dice «cosa c’è»”) e quel “magicamente” che può confondere il lettore occasionale (è un fenomeno strano, ma di magia, uhm, non ce n’è) il resto è sostanzialmente corretto. E possiamo dire che è corretto perché… perché non è chissà quale estensione di quelle quattro banalità ormai note a tutti! Seriamente, al giorno d’oggi forse solo i sentinelesi (e ovviamente D’Avenia) non sanno che, parlando di quanti, bisogna tirare fuori dal cilindro parole come “probabilità”, “onda”, “sovrapposizione di stati”. Quindi non ci sono grossi errori, però non ci sono nemmeno grossi guadagni, se Helgoland si riduce a questo. Ovviamente non si riduce a questo. Poco dopo il brano che ho riportato, ma sempre prima della “dichiarazione d’intenti”, il nostro autore afferma:

Se la stranezza della teoria ci confonde, ci apre anche prospettive nuove per capire la realtà. Una realtà più sottile di quella del materialismo semplicistico delle particelle nello spazio. Una realtà fatta di relazioni, prima che di oggetti.

Ma non avevamo detto che la meccanica quantistica “non descrive la realtà”? Giusto, ci apre nuove prospettive, non è in essa che si trovano le risposte. Be’, e quali sono queste prospettive? Non si sa, Rovelli parla direttamente della realtà, ci spiega che cosa non è e che cosa è. Detta così, lettori, ditemi se vi passa per la mente che quella è un’opinione, una congettura, un’interpretazione; no, pensereste che “le cose stanno così”, che Rovelli sta raccontando un fatto. E invece no, sta riassumendo la sua interpretazione della meccanica quantistica: sì, proprio quella di cui (poi, dopo aver già messo nero su bianco l’ultimo stralcio che ho riportato) si dichiara partigiano. Ah benissimo, vi ho detto che possiamo leggere Helgoland proprio per sapere che cosa pensa Rovelli; però, patti chiari e amicizia lunga, sbatterci in faccia un’opinione truccandola come un fatto è un colpo bassino, mi pare. Siete d’accordo?

Insomma, credo abbiate capito qual è lo spirito del libro, nonostante la sua lettera. Non riporterò quindi tutti i passi in cui Rovelli sottilmente ci consiglia di “acquistare” la sua proposta teorica; mi basta farvi notare che da un lato il nostro autore ci invita palesemente (e anche giustamente) a considerare l’interpretazione relazionale della meccanica quantistica, dall’altro si sforza di impiegare varie “tecniche di condizionamento subliminale” per farcela anche piacere. Se proprio vi serve un esempio, considerate che la seconda parte del libro comincia (non subito, prima Rovelli parla ampiamente di sé) esponendo interpretazioni alternative della meccanica quantistica; sì, peccato che il nostro autore si rivolga a noi ingenui lettori così:

Rimando al capitolo successivo l’idea che trovo più convincente. Se volete arrivarci subito, potete anche saltare il divertente ma ingarbugliato arzigogolare del resto di questo capitolo e correre direttamente al prossimo.

E, dopo alcune pagine…

Se vi annoiano [i riassunti delle interpretazioni alternative a quella relazionale], saltate al capitolo successivo, dove arrivo al succo: la prospettiva relazionale.

Capito? Oh, ci sono anche gli altri, il pluralismo è garantito, però, ecco, non siete obbligati a perdere tempo con loro, lettori, se vi va potete andare direttamente all’interpretazione relazionale… Vi va? Ma sì, dai, che vi costa? Una sbirciatina… E poi saltereste soltanto delle corbellerie divertenti, e a voi piace l’azione, vi piacciono le cose serie, da adulti, no? Pensateci, dopotutto sono delle corbellerie neanche tanto divertenti, sono un po’ noiose. Eh, che ne dite?
Già. Fate attenzione quando guarderete il prossimo blockbuster Disney, fra i classici peni e i simboli massonici, potreste trovare qualche messaggio subliminale rovelliano…

Schrödinger’s (pussy)cat

Cerchiamo di rimanere seri, almeno un po’. Voglio discutere dell’aspetto più “divulgativo” di Helgoland, ossia la rievocazione storica dell’elaborazione teorica e sperimentale della meccanica quantistica. Rovelli dedica soprattutto a questo tema la prima parte del libro, circa un quarto del totale: vale la pena capire se il nostro autore si è mantenuto sul livello che ha stabilito nell’introduzione, oppure se il corpo centrale di Helgoland è più attraente. In sostanza Rovelli ce la racconta giusta, non ci sono grossi strafalcioni: se già non li conoscevamo, incontriamo i rudimenti epistemologici propugnati da Einstein e dai “nuovi fisici” di inizio Novecento, le formule di Bohr, le tabelle di Heisenberg, i calcoli di Pauli. Dal punto di vista della pura divulgazione, non c’è chissà quale trovata, Rovelli si avvale dei soliti aneddoti e dei soliti esempi: per illustrare il concetto di probabilità in fisica non si inventa chissà quale paragone, e ovviamente troviamo il classico Dio che non gioca a dadi. Siete preoccupati, temete che arrivi anche lui? Uhm, vi lascerò di stucco, ma Schrödinger, quando fa la sua comparsa in Helgoland, non è accompagnato dal suo gatto. E qui c’è un problema.
Come, dite voi, finalmente Schrödinger non ha più quel cavolo di gatto fra i piedi?! Il punto è che sembra non ci sia modo di parlare del fisico senza metterlo in imbarazzo. Rovelli lascia perdere il gatto, sì, ma si diverte a spettegolare sulla vita di Erwin. Devo dire che in generale tutto il racconto dei quanti è… be’ è un racconto nel senso proprio del termine, è molto romanzato, e Rovelli ama condire Helgoland con osservazioni paesaggistiche, psicologiche e “di costume”. Nessun personaggio (perché questo sembrano essere) di Helgoland è immune all’estro artistico rovelliano, però Schrödinger è quello che ne esce peggio. Meritate di leggere un passo del libro:

[…] Erwin Schrödinger ha sempre avuto diverse compagne contemporaneamente, e non ha nascosto una fascinazione per le preadolescenti.

Ah. Perché scrivere una cosa del genere, cioè, in che modo aiuta la comprensione della meccanica quantistica?! Sia chiaro, il nostro autore non sta diffamando il povero Schrödinger, non si inventa delle balle tanto per far scena. Tuttavia la domanda rimane: qual è il valore di simili informazioni? Il valore didattico, almeno nel contesto di una “lezione” sui quanti, è inesistente; il valore commerciale forse è più elevato, credo ci sia una fetta di pubblico che ama i dettagli scabrosi ed è felice di trovarli in un qualsiasi tipo di libro. Ma quelli sono lettori “libridinosi”, per così dire, e voi che invece amate la qualità non siete così entusiasmati da…

Anni dopo, nonostante il Premio Nobel, la sua posizione a Oxford salta a causa di uno stile di vita troppo poco conformista anche per il preteso anticonformismo inglese: vive con la moglie Anny e l’amante Hilde, che aspetta un figlio da lui ed è moglie del suo assistente. Negli Stati Uniti non va meglio: a Princeton, Erwin, Anny e Hilde vogliono convivere prendendosi cura insieme della piccola Ruth […]. [A] Dublino, […] Schrödinger finirà per suscitare scandalo, dopo aver avuto due figli da due diverse studentesse… Commento di sua moglie Anny: «È più facile vivere con un canarino che con un puledro, io preferisco un puledro».

Oh, e basta accidenti! Vogliamo i quanti, non spettegolare, delle birbonate di Erwin parleremo un’altra volta, al country club, va bene?

Operazione simpatia

Rovelli si riprende dal suo momento Desperate Housewives e in effetti torna a fare divulgazione. Dopo qualche richiamo generico (di nuovo, non scorretto, però molto, molto semplificato) a Planck e a Einstein, il nostro autore ci spiega qualcosa di più difficile, qualcosa di più “tecnico”: la costante di Planck. Non l’avete mai sentita? Allora sappiate che…

Il simbolo ℏ in inglese si dice «h bar», in italiano «acca tagliata». Viene chiamato […] «costante di Planck» come la h senza il taglio, generando un po’ di confusione. Oggi è diventato il simbolo più caratteristico della teoria dei quanti. (Io ho una maglietta con una piccola ℏ ricamata, di cui vado molto fiero).

Vorrei tanto poter usare l’emoji che piange a dirotto (Il pesciolino d’argento è però troppo raffinato per ridurre il suo logo a una “effe” in campo blu). Sul serio, Rovelli, ti crediamo, chi se ne frega! Ancora, lettori, trovate importante che il nostro autore abbia una maglietta con una nerdata cucita sopra? Cioè, va benissimo, io dei pantaloni di pile con i cuoricini, però non penso proprio che troverei il modo di inserire tale informazione in un testo serio, in cui provo a spiegare qualcosa. Figuriamoci poi se il testo è pubblicato da un’importante casa editrice!
Sono sincera, non ho riportato una parte in cui Rovelli spiega sia che cosa è la costante di Planck propriamente detta, sia che cosa significa il “taglio” (h è “la costante di proporzionalità fra l’energia di un pacchetto e la frequenza della sua onda”, mentre il “taglio” indica “h divisa per 2π”), tuttavia anche se non posso (in questo caso) tacciare il nostro autore di aver scritto sciocchezze, o di non aver scritto nulla del tutto, quella sorta di “operazione simpatia” in coda al discorso è fuori luogo. Di più, è imbarazzante: è un tentativo così sfacciato e maldestro di costruirsi un proprio “personaggio”, che finisce per alienare le simpatie del pubblico. Insomma, chi è interessato ai quanti, o in generale alla fisica, difficilmente è un “americano medio” che ha bisogno di vacuità “eccitanti” ogni due o tre secondi; eppure, pare proprio che Rovelli intenda rivolgersi principalmente a quel tipo di lettore, (o consumatore e basta?), perché tutto Helgoland abbonda di simili inutili divagazioni e puntualizzazioni. L’abbiamo già notato con Schrödinger, in fin dei conti.
Ad ogni modo, anche se probabilmente sarebbe stato meglio per tutti se Rovelli avesse speso due righe in più proprio su h (o due righe in meno sul suo guardaroba), la prima parte di Helgoland, storica e didattica, si chiude. E, lettori, state tranquilli che, dopo averla letta, avrete imparato almeno questo:

Fedele all’intuizione originaria di Werner Heisenberg a Helgoland, la teoria [dei quanti] non ci dice dove si trovi una qualunque particella di materia quando non la guardiamo. Ci dice solo quale sia la probabilità di trovarla in un punto se la osserviamo.

Un riassuntino corretto di tutta la faccenda. Valeva lo sforzo? Mah, addentriamoci nella seconda parte, è meglio.

Bravi, fate piangere il premio Nobel

Oh, si comincia a ballare, lettori. Nella seconda parte, ve l’ho anticipato, Rovelli esamina le interpretazioni della meccanica quantistica, concentrandosi su quelle che lui ritiene meno gradevoli, rispetto alla sua personale proposta, ossia l’interpretazione relazionale. Allora, leggiamo… be’ leggiamo parecchie frasi che fanno il punto su ciò che abbiamo già letto nella prima parte… poi leggiamo delle aspirazioni del giovane Rovelli… poi di un compito proposto al professore dall’universitario Rovelli… poi c’è il gatto di Schrödinger (scusate, lettori, vi ho giocato un tiro mancino, ma dentro di voi sapevate che non poteva mancare)… ah, sì, ci siamo.
Ma è un’altra pubblicità subliminale (e pure un po’ sleale)! In effetti il nostro autore non discute le interpretazioni alternative alla sua, dedica a ciascuna di esse un paio di paginette, le mette in cattiva luce e fine. Come esempio per tutti i vari casi, voglio considerare con voi il “trattamento” che Rovelli riserva all’interpretazione “a molti mondi”. Se non ne avete mai sentito parlare, in breve vi dico che questa interpretazione suppone che ogni “misurazione” di uno stato quantistico determini delle biforcazioni (mettiamola così) nella realtà, biforcazioni che corrispondono a due (o più) universi paralleli e distinti: in un universo il gatto è veramente vivo, nell’altro universo il gatto è veramente morto (e speriamo di trovarci in quest’ultimo universo, perché non se ne può più di questa storia). È un’interpretazione controintuitiva, sorprendente e… di cui difficilmente noi “profani” possiamo dire qualcosa. Al massimo possiamo esprimere il nostro gusto: ci piace o non ci piace. Vi piace, lettori? Per favore, pensateci bene. Adesso riporto che cosa dice a tal proposito Rovelli:

In un certo senso, l’idea è disconoscere il Premio Nobel a Max Born, assegnatogli per aver compreso che l’onda ψ è solo una valutazione di probabilità.

Oh, oh, chi di voi ha messo un “like” all’intepretazione “a molti mondi” forse vorrà mettere una “grr reaction”. Sul serio, questo è l’ennesimo colpo basso. Il nostro autore riassume l’interpretazione (a dire il vero non in modo tanto diverso da come ho fatto io), ma poi fa venire i sensi di colpa a tutti quelli che potrebbero trovarla attraente. Insomma, se vi piace, lettori, sappiate che state mettendo in dubbio l’onestà del comitato per il Nobel e l’intelligenza di Max Born: volete davvero prendervi questa responsabilità?
Sia chiaro, può ben darsi che l’interpretazione “a molti mondi” sia sbagliata, e che Born abbia assolutamente ragione, tuttavia proporre la questione così come fa Rovelli è un tantino tendenzioso. Senza contare che dal punto di vista didattico è un gran brutto insegnamento: se si vuole far crescere nel pubblico uno spirito scientifico, non bisogna suggerire l’idea che qualcosa non va bene perché “offende un Nobel”. Gli scienziati se ne fregano del Nobel, se si scoprissero mai delle prove capaci di smentire la spiegazione einsteiniana dell’effetto fotoelettrico, allora tanti cari saluti Einstein. Be’, almeno in teoria. D’accordo, mi domandate se le critiche di Rovelli all’interpretazione “a molti mondi” siano tutte qui. Certo che no. Ecco come continua la polemica:

Suona pazzesco? Lo è. […] Ma… per uscire dalla nebbia [cioè per capire che cosa la meccanica quantistica dice della realtà] vale davvero la pena ipotizzare l’esistenza concreta e reale di infinite copie di noi stessi, a noi inosservabili, nascoste dentro una gigantesca ψ universale? Io trovo anche un’altra difficoltà in questa idea. La gigantesca onda universale ψ che contiene tutti i mondi è come la notte nera di Hegel dove tutte le vacche sono nere: non rende conto, di per sé, della realtà fenomenica che osserviamo. Per descrivere i fenomeni che osserviamo servono altri elementi matematici oltre alla ψ, e l’interpretazione a Molti Mondi non li spiega.

Ah, lettori, compatisco quelli di voi che hanno trovato plausibile questa ca… volata “a molti mondi”. Dai, è una cosa pazzesca, e poi questa roba non ha nemmeno gli elementi matematici necessari. Quali sono, dite? Rovelli ce lo spiega in una nota al testo:

Non bastano l’onda ψ e l’equazione di Schrödinger per definire e usare una teoria quantistica: serve specificare un’algebra di osservabili, altrimenti non si sa calcolare nulla e non c’è relazione con i fenomeni della nostra esperienza. Il ruolo di questa algebra di osservabili, chiarissimo in altre interpretazioni, non mi è chiaro nell’interpretazione a Molti Mondi.

Cioè, ma l’interpretazione “a molti mondi” ce l’ha o non ce l’ha l’algebra di osservabili? A me pare di capire che ce l’ha, ma che il nostro autore la trova poco chiara, e quindi è una scemenza inutile. Forse mi sbaglio, forse l’algebra manca davvero: è che non mi è chiaro, nell’interpretazione che Rovelli dà dell’interpretazione.
Com’è, come non è, questo è ciò che Helgoland ha da dire a proposito dell’interpretazione “a molti mondi”. Voglio rivolgervi una domanda: come la presentereste ai vostri amici? Una buffa boiata, magari? Un’idea molto, troppo vicina alla fantascienza? Una posizione che solo quelli che non capiscono i quanti possono sostenere? In effetti, è difficile farsi un’opinione positiva, se ci si basa solo sulle parole di Helgoland. Non serve a molto che Rovelli precisi che “l’interpretazione «a Molti Mondi» è oggi di moda in alcuni circoli di filosofi e fra alcuni fisici teorici e cosmologi” (anche qui facendola passare come una “moda”, al pari dell’hula-hoop), se poi insinua neanche troppo sottilmente che non ha i requisiti minimi di credibilità. Lettori, il nostro autore non la trova convincente, non gli è simpatica, e questo va bene; però, anche se a lui non piace, non è corretto diffamarla decisamente, perché è un’interpretazione rispettabile e niente affatto screditata. È, se così posso esprimermi, un campo di ricerca tutt’ora fertile, coltivato, appunto, da “filosofi”, da “fisici teorici” e da “cosmologi”. Può darsi che l’interpretazione “a molti mondi” non convinca nemmeno voi, lettori, ma non credo che dareste implicitamente dei cretini a quei cosmologi e a quei filosofi. Insomma, avranno vinto dei premi anche loro, non si sa mai…
Helgoland tratta anche altre interpretazioni della meccanica quantistica, ma in sostanza lo schema non cambia, pertanto non mi soffermerò a discutere il testo. Solo, ribadisco il mio avvertimento: al pari dell’interpretazione “a molti mondi”, si tratta di posizioni teoriche rispettabili, su cui si sta lavorando, quindi non cedete alla tentazione di considerarle delle eccentriche buffonate. Rovelli vi porterà inconsciamente su quella strada, però sono sicura che voi rimarrete sulla retta via.

(H)e(l)goland

Va bene, passiamo alla terza parte, che apre il lungo discorso sull’interpretazione sostenuta dal nostro autore. Come le altre parti del libro, anche questa si apre con un breve riassuntino, che… che mi ricorda i riassunti che si trovano prima di ogni canto della Divina Commedia. Perché questa scelta? Non so, forse è per dare un tono a Helgoland, per farlo percepire come una specie di testo sacro. O, almeno, per farlo sembrare una gran bella opera letteraria e filosofica. Mah! Ad ogni modo, ecco il riassunto che introduce la terza parte:

Dove si parla finalmente di relazioni.

Finalmente”, sì. Non aspettavamo altro, parlare di quelle sciocchezze è stata davvero una noia! E con questa bella dose di modestia… ah, ah, voi vi aspettate che commenti tutto, ma proprio tutto? Mi spiace se deluderò qualcuno, ma qui mi fermo con l’analisi della “trama”. La recensione è già lunga e devo affrontare anche altri temi. E poi, non ci sono grosse novità, il libro non cambia di colpo, segue il medesimo canovaccio. Troviamo delle informazioni corrette, e in alcuni casi anche dettagliate, sempre a proposito della meccanica quantistica in generale: anzi, dalla terza parte del libro in poi, devo dire che Helgoland è un po’ più “divulgativo”, cosa curiosa, se pensiamo allo sbrodolamento delle sezioni dichiaratamente didattiche. Nondimeno, dobbiamo “estrarre” dal testo tali informazioni, così come si fa con gli oggetti prodotti dalle stampanti 3D: Helgoland continua a essere pieno di divagazioni, di richiami in un certo senso “pop”, e di pindariche associazioni. Sono seria, quando Rovelli divaga, divaga forte. Preparatevi, giusto per fare un esempio, a leggere pagine e pagine su Bogdanov e su Lenin. Intendo proprio sulle loro idee politiche e filosofiche:

Il programma politico di Bogdanov era lasciare potere e cultura al popolo, per nutrire la cultura nuova, collettiva, generosa auspicata dal sogno rivoluzionario. Il programma politico di Lenin, al contrario […].

E che non mi stia lamentando per niente sembra confermarlo lo stesso Rovelli, il quale, alla fine del racconto sui due bolscevichi, candidamente confessa:

Ho un po’ divagato.

Eh, intanto però dobbiamo fare noi il lavoro di estrazione, come ho detto. È un lavoraccio? Sì. Ripagato? Be’ onestamente dico di sì, dopotutto si riesce a capire abbastanza com’è questa “interpretazione relazionale”, e farsela “raccontare” dal suo stesso ideatore non è male, è un’esperienza intellettuale, se vogliamo. Però devo essere sincera fino in fondo, e… francamente è più interessante l’articolo di PlatoStanford dedicato all’interpretazione rovelliana. Molto complicato, e non pensate nemmeno per un momento che l’abbia compreso appieno; ma è certamente molto preciso, sobrio, profondo e “neutrale”, che vale a dire “scientifico”. Per chi è interessato seriamente alla questione, è forse un punto di partenza (divulgativo, didattico?) migliore rispetto a Helgoland stesso.
Ma ehi, so che a questo punto volete sapere in due parole che cos’è questa meravigliosa, fantasticissima interpretazione! Sono generosa:

[…] la chiave di volta delle idee di questo libro, è la semplice constatazione che lo scienziato, come il suo strumento di misura, sono anch’essi parte della natura. Quello che la teoria dei quanti descrive è il modo in cui una parte della natura si manifesta a un’altra parte della natura. Il cuore dell’interpretazione «relazionale» della teoria dei quanti […] è l’idea che la teoria […] [d]escrive come qualunque oggetto fisico si manifesti a qualunque altro oggetto fisico. Come qualunque oggetto fisico agisca su qualunque altro oggetto fisico.

Passiamo alla forma, via.

Be’, sì, insomma, cioè

È emerso qua e là lungo la recensione: per essere un libro “serio”, scritto da un autore “serio”, Helgoland è sorprendentemente impreciso. Ho ribadito più volte che Rovelli è sostanzialmente corretto nelle sue affermazioni, però… però non lo è sempre. In più di un’occasione sorprendiamo il nostro autore amoreggiare con un’eccessiva vaghezza:

La teoria ha predetto fenomeni nuovi mai osservati né sospettati prima: correlazioni quantistiche a chilometri di distanza, computer quantistici, teletrasporto…

Ma perché non possiamo descrivere dove sia e cosa faccia l’elettrone quando non lo guardiamo?

Leggendo queste frasi, vi verrà da pensare che viviamo in un mondo alla Star Trek, e che gli elettroni sono come quegli angeli di Doctor Who, che si muovono solo se nessuno li guarda. Ovviamente non è così, Rovelli usa (inconsciamente?) termini davvero impropri, per parlare di un fenomeno quantistico molto diverso dal teletrasporto propriamente detto, e per parlare dell’osservazione in senso fisico (qualcosa che, pure, è lontano dal comune guardare). Va bene così, almeno per lui.
Non solo imprecisioni, a volte siamo costretti a leggere dei brani del tutto strampalati, come questo:

È la sola teoria [la meccanica quantistica] fondamentale del mondo che finora non ha mai sbagliato e della quale non conosciamo i limiti.

Ma grazie al cavolino di Bruxelles! Torniamo indietro ai tempi di Kant: che cosa sentiamo, nei circoli dotti? Che la teoria di Newton finora non ha mai sbagliato e che nessuno conosce i suoi limiti! Qual è il senso dell’affermazione di Rovelli? Il suo contenuto è una banalità, e non c’è motivo di scrivere qualcosa del genere, a meno che non si voglia sfruttare il potere immaginifico delle parole e conferire alla meccanica quantistica una sorta di aura mistica, una sorta di invincibilità, di infallibilità. Se si vuole che il pubblico esclami “oooh!” e si prostri, allora è perfetta; se l’obiettivo è un altro, uhm, allora la frase non è una gran bella prova. Stesso discorso con quest’altro esempio:

Una «sovrapposizione quantistica» è quando sono presenti insieme, in un certo senso, due proprietà contraddittorie. Per esempio un oggetto può essere qui e anche essere là.

Lettori, forse sono io a non capire, ma a me non pare che “essere qui e anche essere là” siano “due proprietà contraddittorie”. Non sarebbe più giusto usare l’espressione “essere qui e non essere qui”? Così come sta scritto in Helgoland, mi pare sia una situazione curiosa, un esempio di bilocazione (come si dice pure, in ambito popolare, di Padre Pio), ma non una contraddizione. Mah!

Chissà se è parente di questo Max Bohr… ?

Mi chiedete ora delle incontrovertibili castronerie? Vi accontento con un bell’esemplare:

Il nome della teoria quantistica viene proprio da «quanti», cioè «grani».

Ma che ne so, lettori, è inutile che rivolgiate a me quegli sguardi. Davvero, non capisco, ho consultato più di un vocabolario, anche quelli etimologici, perfino Wikipedia: niente, non ho trovato nulla del genere a proposito dell’etimo di “quanto”. C’è consenso nel sostenere che il “quanto” fisico deriva dall’aggettivo interrogativo latino “quantus”, che significa… eh, “quanto”, “quale quantità”. Anche volendo compiere un passo in più, ossia cercando l’origine di “quantus”, si scopre solo che probabilmente deriva da una radice indoeuropea, “ka-vant”, il cui significato è qualcosa come “provvisto di”. Dove ha tirato fuori Rovelli quel “grani”? Si dà alle etimologie popolari? Questo non è serio, suvvia! E con quale scopo? Perché sviare così il pubblico, insegnando una balla senza fondamento? Ho solo le domande, lettori, ve l’ho detto. Però noto un fatto curioso: anche Zichichi nei suoi libri si abbandona a questo genere di imprecisioni, seminando qua e là etimologie fasulle. Dev’essere una cosa da fisici.

Ebbene, alcune informazioni buone, alcune veramente da buttare. E se sperate, almeno, che esse siano scritte in uno stile impeccabile, be’, abbandonate ogni speranza, voi che leggete. Tanto per cominciare, Rovelli sperimenta fin troppo, nel tentativo di rendere artistico Helgoland, e finisce per ottenere effetti opposti. Ecco, ad esempio, come si riferisce a Heisenberg, Jordan e Born:

Con grande stupore dei tre moschettieri di Göttingen […].

Dopo qualche riga…

Da lì, in breve costruisce anche lui [Dirac], indipendentemente, la stessa teoria completa dei tre maghi di Göttingen.

E, nell’ultima parte di Helgoland:

Niels Bohr è stato il padre spirituale dei giovani turchi che hanno fatto la teoria dei quanti.

E basta, su, è ridicolo: hanno dei nomi, chiamiamoli coi loro nomi! Servirsi di questo genere di epiteti è un tentativo molto puerile di dare un tono al discorso e, soprattutto, di evitare le ripetizioni. Sì, solo che non è mica un male ripetere i nomi degli scienziati, se stiamo parlando proprio di loro…
A proposito di puerizia, dovete sapere che in generale lo stile di Helgoland è molto, molto infantile. Le frasi sono semplici, il lessico è povero, e… e ci sono perfino errori grammaticali. Vi sembrerà assurdo, considerando il livello della pubblicazione, eppure è così. Per ciò che riguarda la povertà del linguaggio, posso indicarvi questi passi, che si trovano già dopo poche pagine:

Fino a che nell’estate del 1925 un ragazzo tedesco di 23 [sic] anni è andato a trascorrere giorni di agitata solitudine in una ventosa isola del Mare del Nord […].

Niels Bohr era già scienziato rinomato. Aveva scritto formule semplici ma strane, che prevedevano le proprietà degli elementi chimici, prima ancora di misurarle.

Ma è l’incontro con i quanti che mi ha acceso luci colorate nel cervello.

Va bene, “c’era una volta un certo Werner Heisenberg… ”, “quello lì dice cose strane”, il cervello addobbato per le feste. Andiamo, non vi sentite trattati da stupidi? Chi sceglie di leggere Helgoland forse ha qualche interesse per i quanti, o per la fisica in generale; e se ha tali interessi, dico io, non sarà proprio un pupetto che va in visibilio per il dondolio delle chiavi, non trovate? Come ho già sostenuto, il lettore tipo di Rovelli sembra essere proprio il bambinone, sì, insomma, l’americano medio. Sarà una specie di “deformazione professionale”, avendo il nostro autore insegnato per tanti anni negli Stati Uniti. Non so, ciò che so è che nel suo libro si rivolge a voi con queste parole:

Il 9 luglio consegna una copia del lavoro a Max Born, il professore di cui è assistente (non confondetelo con Niels Bohr, di Copenaghen) [… ].

Ehi, lettori, nonostante i loro nomi siano scritti e pronunciati in modo diverso, non confondeteli, mi raccomando! E fate il ruttino dopo la pappa!

Certo, certo, gli errori grammaticali, volete un riscontro testuale. Be’, si tratta principalmente di concordanze sballate, complici probabilmente le costruzioni infantili scelte da Rovelli. È facile scrivere bambinate, se si pensa di doversi rivolgere a bambini…

Einstein aveva mostrato che le convinzioni più radicate possono essere sbagliate. Quello che sembra ovvio può non essere corretto. Abbandonare assunzioni che sembrano ovvie può portare a capire meglio. Aveva insegnato a basarsi solo su quanto vediamo, non su quanto pensiamo debba esistere. Pauli ripeteva spesso queste idee a Heisenberg. I due ragazzi si erano abbeverati a questo miele velenoso.

[…] avevo seguito il corso di matematica del professor Fano, a Bologna, che si intitolava «Metodi matematici per la fisica»; «metodi» per noi. Il corso prevedeva un argomento da approfondire individualmente e presentare in classe ai compagni. Io avevo scelto un capitoletto di matematica che adesso si studia quando ci si laurea in fisica, ma allora non era nei programmi: la «teoria dei gruppi». Sono andato a parlare con il professor Fano […].

Perché no? “Queste idee” e “questo miele” anche se i dimostrativi si riferiscono a cose lontane nel tempo e nello spazio, e un trapassato prossimo che si intrattiene in una relazione extraconiugale con il passato prossimo. Oh, insomma, è il magico mondo dei quanti!

Ucci ucci, sento odor…

Che fatica, lettori. Salto alle conclusioni, ma non prima di avervi riportato i brani di Helgoland che più mi hanno divertita. Nel tentativo di trasfigurare i suoi elettroni, passando da quelli di un fisico a quelli di un poeta, Rovelli incatena quantisticamente una serie di frasi… più strane di certi quark:

Cos’è la realtà? Cos’è il pensiero? Cosa sono io che penso? Sono state queste curiosità adolescenziali estreme e roventi che mi hanno spinto ad andare ad annusare che lumi potesse offrire la scienza, il Grande Sapere Nuovo della nostra epoca.

Ho comperato il libro di Dirac, nell’edizione grigia di Boringhieri. Profumava buono [sic] (annuso sempre i libri prima di comperarli: il profumo di un libro è decisivo).

Ah, ah, ah! Lettori, sì, so bene che questo è marketing, un tentativo di sfruttare la scia de L’annusatrice di libri e compagnia bella, ma non riesco comunque a smettere di ridere. A che cosa servono queste parole, cosa vogliono comunicare? “Annusare i lumi” è un modo di dire? Se lo è, vi prego, fatemelo sapere, non posso vivere con il dubbio! Già mi tocca vivere con la paura di entrare in qualche libreria e di incontrare lì, in un angolo buio, una figura avvolta nell’impermeabile che fa strani grugniti e si dondola ritmicamente… sapete, non è per altro, è che non vorrei Rovelli smettesse per un attimo di sniffare libri e uscisse dall’angolo buio, rivolgendosi a me per domandarmi se mi è piaciuto Helgoland.
Perché dovrei proprio spiegargli che il suo libro è… uhm, “not great not terrible”, come fanno dire al buon Dyatlov di Chernobyl. Anzi, dovrei dire che è “più terrible che great”, e temo che ciò non farebbe piacere al nostro autore. Sul serio, Helgoland non è un granché per imparare: da un lato, ci insegna delle palesi sciocchezze, dall’altro sì ci dice qualcosa di giusto, ma non è niente che non potremmo imparare (meglio) da qualche altra fonte, addirittura gratuita. Giusto per parlar chiaro, Rovelli, abbiamo visto, ha menzionato un “libro di Dirac”. Si intitola I principi della meccanica quantistica: ecco, credo che valga la pena leggere le sue parole, più che le parole di Helgoland (e in effetti anche Rovelli lo consiglia). Chiaramente non sarà una lettura da ombrellone, ma almeno vi darà ciò che volete, in materia di quanti (“no pun intended”).
Tuttavia, può darsi che vogliate dei momenti di vera leggerezza. Ebbene, allora vi consiglio caldamente Helgoland: non prendetelo troppo sul serio e vi divertirete. In alternativa, potrete anche usarlo come attività padre (o madre) e figlio (o figlia), al posto dei classici modellini di navi e di aerei da costruire: vedrete, sarà una bella esperienza scovare e scartavetrare tutte le informazioni veramente utili. Qualunque cosa decidiate, sappiate che io vi augurerò sempre una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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