Felici contro il mondo – Enrico Galiano

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In sintesi:

felici contro il mondo romanzo di enrico galiano edito da rizzoli

Sono tutte parole in tema merda: allora, kùkulabbi è islandese e significa letteralmente “una merda che cammina su due gambe”; Schnüffler invece è tedesco significa “uno a cui piace frugare nella merda”; infine, per chiudere in bellezza, c’è il russo govnoed che vuol dire “uno a cui piace mangiare la merda”!

Fe(li)ci contro il mondo

Molto interessante, ma non era necessario girare mezzo mondo, abbiamo un’espressione italianissima da aggiungere alla lista: Felici contro il mondo. Be’, che avete da essere perplessi? Sempre “in tema merda” siamo.
È successo questo: Enrico Galiano doveva scrivere un nuovo romanzo, perché essere una star dell’internet comporta non solo dei privilegi, ma anche delle responsabilità contrattuali. Ovviamente, il tema del romanzo era obbligato, i “ciovani” e gli stereotipi che li riguardano. Però, proprio perché il tema era obbligato come nei casi precedenti, il nostro “professore stile Attimo fuggente” (parole di Gramellini, che ripete pari pari a ogni nuovo libro di Galiano) ha sicuramente avuto qualche difficoltà a trovare l’ispirazione. A giudicare dal prodotto finale, io sostengo che abbia abboccato a una di quelle pubblicità che promettono miracoli per l’intestino pigro. Strafatto di yogurt “arricchiti” ha atteso il momento giusto e… ecco! Una bella copertina ha prontamente raccolto una puzzetta di quelle ben riuscite. Un codice a barre sopra e via, librerie aprite le vostre porte.
Ah lettori, che cosa posso dirvi? Riciclo un vecchio slogan: turiamoci il naso e vot… ehm, analizziamo la trama di questo coso.

Trama criminale

Protagonista del romanzo è Gioia, una liceale dai capelli rossi. Ehi, fermi tutti, abbiamo un sequel! Gioia è infatti protagonista anche di un altro libro di Galiano, intitolato Eppure cadiamo felici. Avendo tra le mani un sequel, ci serve conoscere qualcosa di Eppure cadiamo felici, se vogliamo capire: be’ dobbiamo sapere che in questo prequel c’è una storia d’amore nascente fra la nostra Gioia e un tizio di nome Luca (detto Lo), un ragazzo afflitto da problemi psicologici e repentini cambi d’umore. Basta, il resto non conta.
Felici contro il mondo si apre con Gioia in giro per la sua città, Pordenone. Durante il quinto anno di liceo, sopraffatta e abbattuta da una sequela di delusioni, ha abbandonato gli studi: ora fa le pulizie in biblioteca. Fra le delusioni c’è proprio Luca: Gioia è talmente ostile nei confronti di Lo, che lo (LOL) evita perfino con lo sguardo, benché il ragazzo insista a pedinarla silenziosamente da qualche tempo. Non è finita, Gioia chiude dolorosamente ogni rapporto anche con Francesco Bove, il suo eccentrico guru… cioè, professore di filosofia. Sì, un bel disastro che merita qualche chiarimento. E Galiano ci accontenta: flashback!
Dopo l’introduzione, dunque, torniamo indietro di sei mesi per scoprire tutte le ragioni delle disgrazie di Gioia. Estate, vacanze del quarto anno. Lo si intrufola in camera di Gioia per parlarle. Le dice solennemente che il suo medico e la sua psicologa non vogliono che lui continui a tenere in piedi la relazione: già, la stabilità mentale di Luca è talmente fragile che un’eventuale rottura con Gioia potrebbe vanificare tutte le cure seguite fino a quel punto. Una bella idea: invece di lasciare direttamente Gioia, Luca fuggirà in Irlanda (sì… lasciando Gioia come una pera cotta) e tornerà dalla ragazzina solo dopo aver risolto i suoi problemi psicologici. Va bene, Lo sparisce e Gioia comincia l’ultimo anno di liceo. Uh, attenzione, è sommersa da impegni: ad esempio, deve sostenere il colloquio per entrare nell’Accademia di Fotografia. Deve inoltre scrivere il discorso inaugurale dell’anno scolastico. Nonostante queste spade di Damocle che pendono sulla sua testa, Gioia riesce a tirarsi un po’ su facendo nuove amicizie: fraternizza con una certa Sara e con un maniaco che la chiama al telefono senza proferire mai parola. Tranquilli, Gioia crede sia Luca.

Ma ecco che le spade di Damocle cadono. Al momento di recitare il discorso di fronte a tutti gli studenti, il bulletto Gianluca Casali sottrae a Gioia tutti gli appunti per l’orazione, rubandole la scena. Il colloquio per entrare nell’Accademia di Fotografia va male: il rettore sostiene che Gioia non abbia talento. La nostra eroina scopre poi che Sara e Luca sono stati insieme in passato. Come? Gioia nota che Sara ha un sasso, e si insospettisce perché Luca colleziona sassi. Certo, chi altri può collezionare sassi? Ebbene, i sospetti di Gioia trovano subito conferma, perché una compagna di scuola le dice papale papale che Sara e Luca stanno insieme. Gioia decide di parlare con il padre di Luca per avere la conferma definitiva, e… e scopre che Luca non è fuggito in Irlanda! È rimasto a Pordenone, continuando a curarsi ed evitando scrupolosamente ogni contatto, anche minimo, con la (ormai ex?) fidanzata. Perché? Boh. Com’è, come non è, Gioia irrompe in camera di Luca, e vede che sul suo comodino c’è una foto che lo ritrae abbracciato a Sara. Bingo!
Brutto colpo, ma mai quanto la mazzata finale, quella che fa uscire di testa la nostra protagonista, portandola a lasciare gli studi. Scopre che Lo e Sara si sono sposati in segreto? Le viene una malattia terminale? L’aereo pilotato dal suo ragazzo, in compagnia di Sara, si schianta sulla sua casa non assicurata uccidendo tutta la sua famiglia? No, è questa la goccia che fa traboccare il vaso: Gioia scopre che l’adorato professore di filosofia non è un uomo perfetto. Già, Bove da giovane è stato un toro, ha messo incinta una donna e poi non si è preso le sue responsabilità. “Porca vacca”, direi!

Bene, dopo il lunghissimo flashback informativo, rieccoci nel presente di Felici contro il mondo. Mentre pulisce il sudiciume della biblioteca, Gioia incontra Stella, proprio la donna messa incinta da Bove: e c’è un chiarimento. Poi Gioia scopre che il rettore dell’Accademia non l’ha davvero rifiutata: c’è stato un malinteso, e adesso la nostra protagonista è davvero pronta per l’iniziazione alla setta dei fotografi.
Capite, lettori? Le cose iniziano a risolversi: Gioia accetta l’aiuto di Bove e riesce a superare l’esame di maturità da privatista; in cambio, Gioia aiuta Bove a riavvicinarsi a Stella. Poi Bove decide di strafare e aiuta Gioia a fare pace con Luca. Evviva, c’è una riconciliazione pure con Sara, che in realtà è lesbica: la poveretta spiega alla nostra protagonista di essere stata insieme a Luca molto tempo fa. Ora non c’è più niente fra lei e Lo. Com’è prevedibile (e giusto) Gioia è dispiaciuta per aver tratto così presto le conclusioni, quindi si scusa con Sara e si rimette con Luca. Poi Gioia fa pace anche con il bullo Casali, giusto per non lasciare nulla in sospeso.
Colpo di scena finale: si scopre che il maniaco delle telefonate è la figlia di Bove, che voleva carpire dalla nostra Gioia qualche informazione sul padre. Fine!

(Pu)pazzo

Ah, lettori, ma davvero… mi viene da ridere. Ci sono tante di quelle sciocchezze, tante di quelle chicche cretine, che è difficile perfino scegliere il punto da cui iniziare un commento serio. Mah, ci provo: partiamo proprio da Gioia. Insomma, “Gioia”, “Felici contro il mondo”… “Gioia”… “Felici”… eh via, che cos’è, una finezza? Nomen omen? Ci fosse almeno stato un finale tragico! Invece no, troviamo la felicità nel titolo, proseguiamo con Gioia, e alla fine scopriamo che vissero tutti contenti, ma che dico, più che contenti, contenti come Jerry Calà il giorno del suo primo tradimento dopo il matrimonio (cioè il giorno del suo matrimonio). D’altro canto, come si può essere tristi se non si devono affrontare delle sfide, delle disgrazie? Sì, lo so, volete dirmi che nel titolo c’è anche “contro il mondo”, perciò è una felicità sofferta, conquistata. E nel mio riassunto, in effetti, ho lasciato intendere che più di una sfida si frappone fra la nostra protagonista e la felicità. Be’, se la pensate così, allora è il caso di riflettere con un po’ di calma sulle “sfide”.

Luca: che cosa c’è di più difficile che dover affrontare una storia d’amore con un compagno mentalmente instabile? È una situazione che piegherebbe molti adulti navigati, figuriamoci una ragazzina. Certo, peccato che Luca… Luca non è niente! Galiano gli incolla addosso varie turbe psicologiche, ma poi non riesce affatto a inserirle in maniera coerente nella trama del romanzo. Più e più volte, il nostro autore ci ricorda che “non è mai facile capire quanto in là [Luca] si potrà spingere”, quando “ha le sue crisi”; inoltre, ci spiega minacciosamente che Lo “può diventare pericoloso per sé stesso e per gli altri”. Bene, ma tutto ciò cade nel vuoto, perché non leggeremo mai di accessi di follia o di incontrollabili manifestazioni violente. Gioia se ne sta tranquilla e al sicuro per tutto il tempo; e, a riprova del fatto che Lo non è per lei né un tormento né un pericolo, considerate che Gioia non riflette mai veramente sulla condizione del fidanzato. È come se la salute mentale di Luca non la riguardasse direttamente, perché troppo astratta, perché priva di effetti concreti sulla vita di coppia. Pensate, Gioia si mostra addirittura confusa e vaga, quando tenta di definire la malattia del suo fidanzato:

Gioia resta un attimo in silenzio. Ripensa a quello che ha capito, finora, del problema di Lo. Che è pochissimo, in effetti. Sa solo che è qualcosa di grande, ma che si fa vedere in modo intermittente. Ogni tanto Lo si trasforma, diventa l’«Altro Lo».

Lettori, sapete dirmi il ruolo di Luca, alla luce di tutto ciò? Se Gioia avesse pagato lo scotto della sua superficialità e della sua avventatezza adolescenziali, rendendosi conto che non è affatto un gioco costruire una relazione con una persona malata, allora Felici contro il mondo avrebbe reso giustizia al “contro” del suo titolo. Avrebbe raccontato sì di una storia d’amore fra ragazzini, tratteggiandola però in modo maturo, evitando di scadere al livello di una fanfiction. Avrebbe anche proposto una morale, o almeno uno spunto di riflessione, mostrando che il mondo non è tagliato su misura per noi. Invece no.
Luca è un personaggio venduto in una confezione che lo descrive come esageratamente tragico, ma poi si rivela un gadget privo di utilità. E, infatti, Galiano lo fa sparire già a un decimo del libro; il nostro sfortunato pazzoide ritorna al momento opportuno, cioè quando Gioia, dopo essersi confidata con Bove, si convince che non vale la pena porsi ulteriori domande sulla sua relazione sentimentale.

Bullone

Va bene, far uscire di scena immediatamente una metà della coppia è un po’ strano per un romanzo d’amore che riguarda una coppia di liceali. Tuttavia c’è un ragione: in questo modo è possibile trattare, con la dovuta ampiezza di particolari, altre gravi situazioni che Gioia deve affrontare prima di raggiungere la felicità. Ma la smettete di essere garantisti, lettori?
Consideriamo l’affaire del discorso inaugurale. Eh, è un bel grattacapo extra-amoroso, che coinvolge perfino un bullo. Ah davvero? Sospetto che Galiano abbia lasciato a me il compito di immaginare un vero bullo, perché nel romanzo non sono riuscita a trovarne neanche uno. Gianluca Casali, dite? Lettori, spero che non abbiate mai incontrato un vero bullo, ma in ogni caso sono convinta che sappiate come deve essere un tipo del genere. Un mucchio di libri e di film danno un’idea dello stereotipo del bullo. Ecco, lasciate allora che vi parli più nel dettaglio di questo Casali. È un ragazzo cattivissimo e senza scrupoli, che tormenta la nostra Gioia offendendola di continuo, chiamandola… “Maiunagioia”! No, non le dà della “zoccola”, non le palpa il sedere, non le dice nemmeno che è brutta. Casali si limita a un mostruoso gioco di parole sul nome della nostra protagonista, qualcosa che, nel mondo reale, renderebbe lui stesso oggetto di attenzione da parte dei veri bulli. E il “Maiunagioia” non ha proprio nessuna conseguenza, anche perché Gioia è protetta dai poteri forti:

«Maiunagioia!» commenta laconico Casali a bassa voce, provocando una seconda risata collettiva. È convinto che Bove non lo abbia sentito, ma poi una pallonata [Bove sta facendo lezione usando dei palloni] ben assestata e inattesa gli arriva dritta in fronte, proprio da lui. Stavolta non la para.
«Ma… prof!»
«Non avevamo chiarito il concetto che certi nomignoli non debbano avere cittadinanza qui, signor Casali?»
«Sì, prof.»

Cioè, già Casali offende “a bassa voce”, in più c’è Bove a far da scudo alla nostra eroina. Perché si sa, essere protetti e coccolati dai grandi aiuta a crescere. Ecco, il bullo non ci prova nemmeno, si sottomette subito. Non crediate però che sia necessaria l’autorità del supermacho Bove per mettere in riga Casali: è capace di sottomettersi spontaneamente. Eh sì, quando non tortura Gioia con le sue sparate offensive, il bulletto è impegnato a… tessere le lodi della protagonista! È incredibile, lettori, ma leggete questo brano:

Casali, […] non ha fatto né battute né l’ha chiamata Maiunagioia. Quasi quasi le dispiace: e oltretutto è pressoché sicura di averlo sentito, in mezzo alla folla, dire una frase tipo: «Però! La Spada [Gioia] è migliorata un sacco dall’anno scorso!»

Galiano, ci sei? Dove diavolo hai studiato Anatomia del bullo, all’università di Hollywood Alta? No, non possiamo assolutamente dire che Gioia sia vittima di bullismo, in tutto ciò non c’è nulla, anzi è sempre Casali a fare la figura del fesso. Il bullismo non può essere ridotto a questa versione risciacquata, è una forma concreta e grave di violenza, è una persecuzione che solo nel migliore dei casi si limita a offese verbali. Ma queste sono immotivate, continue e gravissime, riguardano l’aspetto fisico, il comportamento, perfino la condizione famigliare della vittima. Uno che si accontenta di storpiare il nome di battesimo che cos’è? È uno zero, è una mosca fastidiosa: al posto di Gioia proverei un’enorme vergogna per l’intervento di Bove, e proverei dispiacere per questo Casali. Ehi, che cosa ho detto? Ma Gioia è dispiaciuta per Casali! Infatti, alla fine tutto si chiarisce…

«Non la sbandiero molto in giro, ma io sono il figlio del sindaco. Questa cosa del discorso inaugurale da fare ogni anno era in realtà un’idea partita proprio da lui, da mio padre. È dall’inizio del mandato che […] non ha fatto che ripetermi quanto fosse importante per lui che toccasse a me tenere il discorso dell’ultimo anno […]. Io in questi anni sono stato una delusione continua per lui: mi voleva primo della classe e i miei voti sono mediocri, mi voleva campione in qualche sport e io sono campione solo in bevute di spritz al sabato sera. Io faccio il duro e tutto quanto, ma è uno schifo guardare tuo papà e renderti conto che lo hai deluso […]

«[…] Mi sono vergognato tantissimo: sono andato fuori di testa all’idea che lui venisse lì e poi quel discorso non lo facevo io, e così ho deciso di fare quello che ho fatto.»

Gioia si ferma a guardare il suo compagno di classe e si sente improvvisamente molto stupida: davvero per più di un anno si è fatta rovinare la vita da lui e da quelli come lui? Davvero non si è mai accorta che in realtà, dietro qualche strato di stronzaggine, c’era un ragazzo spaventato come e più di lei?

Lo so, lo so, è normale la vostra reazione di sconcerto. Capite? Casali è un poveretto messo sotto pressione dal padre, non è cattivo, è una vittima! Certo, con il suo “Maiunagioia” e col furto del discorso ha “rovinato la vita” di Gioia, ma in ogni caso il ragazzo è buono, ha solo bisogno di conforto. È spaventato, povero piccolo. Sapete, poiché Galiano conosce i “ciovani” e in altri suoi libri cita I Simpson, mi viene in mente proprio un episodio de I Simpson in cui Lisa dimostra che il comportamento violento dei bulli è scatenato da un ormone emesso dai secchioni: Homer ovviamente se ne frega della scoperta di Lisa e continua a insistere con la tesi che i bulli vogliono solo attirare l’attenzione. Be’, non c’è che dire, Galiano guarda I Simpson con lo stesso atteggiamento di Homer. Il nostro autore non considera minimamente la possibilità che ci siano persone con disturbi comportamentali, o soggetti semplicemente malvagi per natura, inclini alla violenza e che traggono piacere da essa: no, tutti sono buoni, coloro che si comportano male hanno solo bisogno di affetto e di comprensione. Hanno anche loro dei problemi, e sono questi problemi a spingerli alla “violenza” (cioè a chiamare Gioia, sussurrando, “Maiunagioia”). Che bell’insegnamento! Sono sicura che Felici contro il mondo potrà aiutare molte vittime di bullismo: eviterà loro pestaggi, offese, ruberie e sevizie varie. Un abbraccio al bullo e via, tutto a posto.

Il rettore è solo un po’ eccentrico

D’accordo, Luca non è stato un problema, il bullo è stato acqua fresca… ma c’è ancora il guaio con l’accademia. Almeno in questo caso, Gioia deve faticare un po’ prima di ottenere ciò che vuole? Non fatevi ingannare dal mio riassunto. Qui il libro fissa un nuovo standard del ridicolo, perché è Gioia stessa a creare il casino. Eh sì, la nostra protagonista si presenta dal rettore dell’accademia senza aver letto una certa email, gentilmente spedita dal preside del liceo:

[…]
Oggetto: Colloquio
Gentile signorina Spada,
mi perdoni se non l’ho più ricevuta: non creda sia per quella storia del discorso agli studenti o perché non ne abbia voglia. È solo che ultimamente sono stato davvero sommerso di impegni e non ho mai trovato il tempo. […] Il rettore della scuola, come le dicevo, è anche un mio ex compagno di scuola, e ha un metodo molto particolare di selezionare i suoi candidati. Fa così con tutti, ed è convinto che sia il modo migliore per «scremare» (parole sue) tutti coloro i quali non hanno abbastanza convinzione e (sempre parole sue) «cattiveria agonistica» […]. Dice di fare così perché, essendo la sua una scuola molto prestigiosa, gli è capitato troppe volte in passato di avere a che fare con ragazzi anche talentuosi ma che, cresciuti nella bambagia, non erano sufficientemente motivati e si rivelavano poco propensi allo studio e al sacrificio.

Facciamo ordine. Il preside, con tono sottomesso, dà una dritta a Gioia per superare il diabolico trabocchetto del rettore cattivo. Gioia, che non è cresciuta nella bambagia ed è sempre molto attenta, non si accorge dell’email, si presenta al colloquio e casca nel tranello. Poi, dopo tutte le sue mature scenate, apre casualmente l’email, si ripresenta al colloquio e il rettore cattivo è ben contento di poterla accettare. Stava aspettando solo quello!
Lettori, seriamente, si può commentare una trovata del genere? Quali sostanze psicotrope ha assunto Galiano, per riuscire a concepire un rettore che seleziona candidati con una prova simile a quella della sfinge? Dico, non vogliamo proprio parlare dei favoritismi in campo accademico? È un segreto di Pulcinella che in molti casi occorra dimostrare di avere gli agganci giusti, se si vuole tentare un qualche tipo di carriera universitaria. Se Gioia si fosse confrontata con il clientelismo che vige nell’ambiente, sarebbe stata sì un’avventura interessante: la perdita delle illusioni residue, l’arrovellarsi per emergere nonostante tutto, il dilemma morale ineluttabile. Accettare di “prostituirsi”, oppure rifiutare il sistema?
No, no e no, un’altra occasione sprecata. Il rettore è integerrimo, è solo che non vuole più avere figli di papà che hanno sempre la pappa pronta. Be’, può stare tranquillo, il suo metodo funziona, si è assicurato una studentessa che conosce sicuramente il significato dell’espressione “superare le avversità”.

Bove è proprio un bel manzo

Lettori, è chiaro, Felici contro il mondo non racconta una storia d’amore e non racconta un viaggio dell’eroe. In poche parole, non è un romanzo. C’è però un motivo per tutto questo. Sì, Felici contro il mondo non ha bisogno dei tratti somatici di un romanzo, perché il suo intento non è narrativo, è celebrativo. Esatto, è l’ennesima agiografia sul professore divino, una molesta specie mutante che ormai sembra impossibile eliminare dall’habitat letterario.
Come in Fuoco è tutto ciò che siamo e come ne L’appello, anche in Felici contro il mondo troviamo un alter ego (fantasioso) dell’autore, un personaggio che svetta su tutti gli altri e da cui emana un carisma salvifico. Bove, appunto. Stella, senza mostrare nemmeno un accenno di rancore per il fatto di essere stata sedotta e abbandonata, ci regala una splendida descrizione del guru:

Bello, era proprio bello. Alto, atletico, aveva appena vinto i regionali di salto in alto e stava per andare ai nazionali. Abbastanza strano, se ci penso, perché con la vita che faceva non si sa come riuscisse a saltare così in alto e a correre così veloce.

Quindi mettiamo subito in chiaro che Bove è fisicamente superiore, un manzo irresistibile. Il fatto di essere un campione di atletica è però solo una bazzecola, perché…

[i]n realtà è un’altra la cosa che più gli piace fare: pensare. Si vergogna un po’ a dirlo, e infatti per farsi capire dice che gli piace «studiare», ma lui sa che non è la definizione giusta. A lui piace trovare le piccole connessioni che ci sono fra le cose: si perde per ore a cercare qualcosa che ancora non ha messo bene a fuoco, ma che sente essere dietro a tutto, un principio unico che accomuna il volo delle api, il calore del sole, i baci fra gli esseri umani, il fango e le stelle.

Sapendo ciò, è facile per noi accettare che Bove possa vantare…

[…] tre lauree, una in filosofia, una in matematica, una in biologia. Tutte e tre con il massimo dei voti.

Però, mica male! Cioè, mi ricorda un tantino quei vecchi film di Steven Seagal, in cui il protagonista è sempre bellissimo, fortissimo, intelligentissimo e inarrestabile, tanto che il ruolo di tutti gli altri personaggi è ridotto al far notare tali doti, con sparate come “tu [personaggio interpretato da Steven Seagal] potresti far felici molte donne” o come “[il personaggio interpretato da Steven Seagal] è superlativo!”. Va bene, Felici contro il mondo è più morigerato, le comparse si limitano a dire che il personaggio interpretato da Galiano è “un genio”. Bene, vediamo all’opera questo genio?

Bove si è davvero guadagnato la sua laurea in filosofia. Infatti oltre ad attribuire a Epicuro il concetto di clinamen, forse perché il greco παρέγκλισις (parenklisis) era troppo difficile da pronunciare, il nostro eroe riesce a ridurre la filosofia di Nietzsche a una sorta di moscio “carpe diem”:

«[…] per Nietzsche l’umanità, l’umanità intera, si divide in […] quelli che dicono di sì alla vita e quelli che dicono di no alla vita. Quelli che osano affrontare l’ignoto e quelli che si nascondono, […]. Quelli che cercano la vetta o l’abisso e quelli che si accontentano del così così

Naturalmente il vero discorso sul “sì” di Nietzsche (cioè l’accettazione della brutale e insensata violenza del mondo, accettazione che consente al superuomo di elevarsi ulteriormente, mantenendosi forte ed eliminando il problema del “senso della vita” grazie alla comprensione dell’eterno ritorno) è semplicemente nascosto sotto il tappeto.

D’accordo, lasciamo stare la filosofia. Proviamo con la matematica e la logica, che ne dite? Torniamo un momento alla lezione sulla dottrina epicurea. Ebbene, ecco l’analogia che, secondo Bove, meglio cattura il concetto del clinamen:

[Clinamen] Vuol dire inclinazione, ed è una cosa che fanno gli atomi ogni tanto: deviano, cambiano direzione, un po’ come facevamo fare noi alle biglie, coi piedi.

Uhm, il nostro professore invita gli studenti a calciare delle biglie, così da deviarne la traiettoria: accidenti, ma questo è l’opposto del clinamen! Le deviazioni degli atomi epicurei sono assolutamente spontanee e casuali: l’intera teoria delle deviazioni fu elaborata da Epicuro sia per rendere compatibile la formazione di aggregati atomici con la tesi che vuole gli atomi cadere nel vuoto paralleli fra loro, sia per opporsi al rigido determinismo democriteo. Una biglia presa a calci non devia spontaneamente, c’è una causa precisa, è una situazione deterministica! Che razza di analogia è? Be’, niente da fare, abbiamo un laureato col massimo dei voti in matematica, un autentico genio, che non riesce a cogliere il senso della parola “analogia”. Probabilmente Bove ha avuto come compagna di corsi Chiara Valerio, e con lei cazzeggiava, invece di sgobbare sui rudimenti della logica.
Almeno con la laurea in biologia… no, la laurea in biologia è inutile, in tutto il romanzo non si parla mai di argomenti biologici. Spiacente, lettori, non posso dire se quella è l’unica laurea “non fasulla” di Bove. In compenso, voglio discutere ancora un po’ del suo metodo di insegnamento.

Il professore freaky

L’avete già capito, lo so, oltre a dire scemenze insostenibili, Bove è un professore freaky irresistibilmente attratto dalle lezioni “interattive”. Non solo biglie, per le sue “spiegazioni” si aiuta con una gran varietà di gadget. Una volta porta pasticcini per tutta la classe, per insegnare ai suoi studenti il concetto del “cogliere l’attimo”, concetto che a quanto pare è l’unico della filosofia, insieme al clinamen. In un’altra occasione porta in classe degli specchi e dei pennarelli rossi, per insegnare che non bisogna lasciarsi sopraffare dalle etichette che gli altri ci affibbiano. Un’altra volta ancora, incurante del benessere animale, imbastisce un “esperimento” usando un pesce rosso in una boccia. Per dimostrare che cosa, poi, non si sa. Ebbene, lettori, siamo alle solite: non insegnamento, ma “infotainment”, anzi, senza “info”. Questo è un modello educativo che ormai straborda dalle pagine di questi romanzucoli, è una realtà che si può trovare in molte classi, di ogni ordine e grado. Soprattutto negli Stati Uniti, dove pennarelli e disegni vanno forte, ma anche in Italia, perché… ehi, sappiamo il perché. Galiano, purtroppo, non è un’anomalia, è l’effetto di una graduale trasformazione della scuola da luogo di formazione a impresa commerciale. L’importante non è insegnare, l’importante è vendere: la formazione è da intendersi come “formazione di futuri consumatori”. Consumatori rincretiniti, che non si fanno domande, che non badano alle sottigliezze. Consumatori, dunque, capaci di comprare sempre di più e a qualità sempre più bassa.

Quant’è lontano Bove da Simone Weil! Lei sì filosofa e addestrata nelle arti matematiche: provate un po’ a confrontare le parole di Piccola cara… con quelle di Felici contro il mondo. Simone Weil non era scostante verso le sue ragazze, anzi era loro molto vicina: ma non vicina al punto da guastare il rapporto, particolare, tra maestra e allieva. In Piccola cara…, l’idea fondamentale è che a sedici anni si possono avere illusioni, ma è comunque doveroso cominciare a capire il mondo per ciò che è, con tutte le sue difficoltà e le sue crudeltà. Niente sconti, niente biglie, niente pesci rossi: bisogna faticare, bisogna disciplinarsi, bisogna amare la precisione. Cioè tutto il contrario di quello che implicitamente insegna Bove. Sì, perché dalle sue “lezioni” sostanzialmente si impara che il mondo si deve adattare a noi, non il contrario. Appunto, non è diverso da ciò che suggeriscono molte pubblicità, ma è incompatibile con l’intento di formare futuri uomini consapevoli, capaci di non farsi ingannare, capaci di superare le avversità, capaci di essere davvero d’aiuto per il loro prossimo.
Ma ehi, lettori, devo proprio stare attenta, sto percorrendo una via pericolosa. Non si possono mettere in dubbio né le capacità né i metodi di Bove. Il romanzo, infatti, mi dà un avvertimento: leggete che cosa succede quando in classe serpeggia un po’ di perplessità…

Stavolta quello che vedono è un secchio sopra ogni banco. Un secchio pieno d’acqua.
«Ok ragazzi, il vecchio è ufficialmente impazzito!» fa Casali.
«Almeno non fa lezioni pallose, dai!» lo pungola il suo sodale, Boccia.
«Sì, però pensa se ci viene un commissario esterno di filosofia agli esami, cosa gli racconti? Che in tre anni in filosofia hai mangiato pasticcini, scritto sugli specchi e giocato con secchi pieni d’acqua?!»
Più di qualcuno conviene con l’ultima affermazione di Casali, e sta per partire anche una specie di piccola protesta generale, quando dalla porta ecco apparire il professor Bove. La classe ammutolisce, anche perché non è solo: con sé ha una sacca piena di palloni.

Capito? Magari i pasticcini sono una trovata un po’… no, devo stare zitta. Bove è come un gorilla della mafia, basta che appaia e tutti devono cambiarsi la biancheria, perché con un tipo come lui non si può sgarrare. Che bell’immagine, non c’è che dire!

Caco-fonico

Lettori, devo proprio concludere, altrimenti la recensione finirà col diventare un romanzo parallelo a Felici contro il mondo. Certo, vorrei dire molto altro. Ad esempio, vorrei trattare delle parole del libro. No, non solo le solite “superparole” che denotano la superiorità di qualunque lingua che non sia quella italiana (del resto, Felici contro il mondo è un lunghissimo post di Facebook, e su Facebook tira sempre il discorso sugli italiani che non hanno una parola per significare qualche sciocchezza). Mi riferisco proprio allo stile. Frasi terribilmente cacofoniche:

[…] non c’è insegnante […] che non faccia che inserirla [la maturità] in ogni contesto […].

A che cosa pensi, Cosa [soprannome che Luca dà a Gioia]?» le chiede lui.

Dialoghi imbarazzanti:

[Bove] «Come lei sicuramente sa, le storie degli dei greci erano un po’ come le nostre soap opera di oggi.»
[Gioia] «Le nostre… soap, che?!»
[Bove] «Soap opera! Le telenovelas, non so come le chiamate voi giovani oggi!»
[Gioia] «Ah, le serie TV!»

Brutture aliene, totalmente gratuite, forse refusi, forse no:

A Gioia scoppia da ridere.

La foto che vedi è quella che di cui ti ho parlato.

Ma ve l’ho detto, basta così. Felici contro il mondo è da trattare alla stregua di un agente patogeno. Le poche parti che non siano dei cliché, come i liceali incapaci di parlare, tutti appiattiti nell’esprimersi con le stesse parole e con le stesse improprietà di linguaggio (certo, Galiano era troppo occupato a confezionare il suo professore guru, non ha avuto tempo di caratterizzare i comprimari come si deve), sono delle “ricerche originali” di rara bruttezza e stupidità. Io vi avverto, se non sanificherete le vostre librerie, questo agente patogeno causerà gravi danni a voi e alle persone che amate. In particolar modo, sono i giovani a rischiare: e i giovani si sa, sono il futuro. Se però credete che i giovani siano il futuro, a meno che non si intervenga per fermarli prima, allora diffondete il verbo Galiano: troncherete certamente la corsa verso il futuro dei nostri ragazzi, rendendoli dei mollaccioni piagnucolosi, dei faciloni senza raziocinio, degli ingenuotti incapaci di difendersi e di difendere. Io non condivido un simile piano malvagio, ma si sa, de gustibus. È così il vostro gusto? E allora fate una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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