Piccola cara… – Simone Weil

Ti piace? Condividilo!
In sintesi:

piccola cara... raccolta di lettere di simone weil alle allieve edita da casa editrice marietti

Quel che conta in una vita umana non sono gli eventi che vi dominano il corso degli anni […]. È il modo con il quale ogni minuto si connette al minuto seguente e quel che a ognuno costa, nel corpo, nel cuore e nell’anima – e al di sopra di tutto nell’esercizio della facoltà di attenzione – compiere minuto per minuto quella connessione.

Chi ci insegnerà?

Cerchiamo sul vocabolario la parola “insegnante”. D’accordo, è una parola comune, sento le vostre obiezioni, ma fidatevi di me. Uno dei principali vocabolari italiani sostiene che “insegnante” è chi si dedica all’insegnamento (e fin qui…), chi esercita la professione d’insegnare. Uhm… adesso cerchiamo “maestro”. Su, seguitemi ancora un po’, lettori. Sempre la stessa fonte definisce “maestro” chi “conosce pienamente una qualche disciplina così da possederla e da poterla insegnare agli altri” (Treccani). E dice anche questo: “titolo di rispetto, riferito a chi, nell’insegnamento, rivela particolari doti […]”. Ho riportato il primo significato di entrambi i vocaboli, il significato più profondo, più puro.
Ebbene, lettori, so che intuite ciò di cui voglio parlarvi: la differenza fra un insegnante e un maestro.
Non trovate anche voi che oggi ci sia una sovrabbondanza dei primi, a scapito dei secondi? Be’, siamo seri: difficile che in qualche momento della storia umana ci sia stato un maestro per ogni allievo. E ciò forse fa parte della natura, perché le “particolari doti”, necessarie per non essere semplicemente un macchinario che trasmette nozioni, sono contrarie alla seconda legge della termodinamica. Si oppongono all’entropia. Però…
Però in ogni epoca c’è qualche maestro. Qualcosa di simile ai trentasei giusti di cui parla il Talmud. E allora, che cosa ne dite di sviluppare le nostre riflessioni sulla differenza fra insegnante e maestro, riferendoci proprio a un maestro? Facciamolo (un po’ paradossalmente?) oggetto del nostro studio! Anzi, facciamola: sì, perché i maestri spuntano in modo imprevedibile, in questo o in quel gruppo, non sono solo uomini, solo donne, solo americani, solo sani.

Una grande della filosofia

Una maestra, dunque. Il suo nome? Simone Weil. Immagino che non sia per voi una sconosciuta; ma anche immagino che la sua vita, il suo pensiero e le sue opere non vi siano poi così famigliari. Ho il rimedio: leggiamo le lettere che Simone Weil scrisse ad alcune sue ex allieve del liceo, così riusciremo a capire in un sol colpo sia il suo pensiero, sia la sua personalità. Tranquilli, non dobbiamo faticare cercando i documenti in chissà quale archivio: tutto ciò che ci serve è racchiuso tra le pagine di Piccola cara…, un libriccino che trovo assomigliare alla nostra filosofa pure nella forma. Minuto, sobrio nell’aspetto (quasi nemico di certe copertine ostentate), con un tesoro di rara grandezza all’interno.
Ah, ma forse ora un po’ temete di dover fare uno sforzo esegetico non da poco, lavorando esclusivamente sulle parole scritte proprio da Simone Weil. State tranquilli lettori, Piccola cara… ha un’essenziale introduzione di Maria Concetta Sala, studiosa esperta e qui capace di prepararci al meglio per la lettura dell’epistolario. Grazie all’introduzione, infatti, comprendiamo meglio il contesto in cui Simone Weil scrisse alle sue allieve: l’ambiente sociale dei diversi licei in cui insegnò la nostra filosofa, nelle lettere talvolta solo vagamente accennato; il destino di alcune delle ragazze, per qualcuna tragico, per qualcun’altra luminoso; elementi biografici che spiegano certe espressioni e certi passaggi alquanto enigmatici che si incontreranno poi nella lettura. Insomma, non andiamo allo sbaraglio, possiamo partire da una biografia fondamentale, un aiuto non da poco per il piccolo studio che vogliamo intraprendere.

A proposito delle semplici osservazioni biografiche proposte da Maria Concetta Sala, credo che già su di esse valga la pena soffermarsi e riflettere. Del resto, non solo l’opera del maestro è da considerare, è la sua stessa vita una lezione: come ho detto sopra, le “particolari doti” che vogliamo scoprire si rivelano nell’insegnamento, ma appartengono alla persona. E tre sono le doti di Simone Weil che emergono dalle pagine introduttive: la coerenza espressa non solo nella teoria, ma anche nella pratica di vita; la sopportazione e la comprensione del dolore, altrui e proprio, morale e fisico; l’intensa dedizione alla disciplina della scienza. Perché vi segnalo proprio queste doti? Be’, lettori, perché mi spingono a vedere un paragone con un altro maestro, di altri tempi, un indizio, forse, di un legame astorico fra questi “giusti” (torniamo al Talmud?). Sto parlando di Baruch Spinoza. Anche lui ebreo, anche lui molto vicino al cristianesimo, anche lui tormentato da un corpo debole, anche lui coerente fino all’ultimo respiro, anche lui infatuato della matematica.
Certo, avete ragione, bisogna frenare gli entusiasmi, perché ci sono anche differenze non da poco fra la Weil e Spinoza, ad esempio il diverso approccio nei confronti della religione (Simone Weil è stata più “mistica”, rispetto a Spinoza) e della politica. Entrambi amanti e strenui difensori della libertà, ma in un modo molto più attivo da parte della Weil, mai limitatasi a piantare cartelli con indignati motti latini contro la barbarie dei politici. Simone Weil è stata una donna d’azione. Sui generis, non una Lara Croft, certo: ma oltre a parlare di masse sfruttate e di rivoluzione (un rivoluzione diversa da quella marxista, intendiamoci) lavorò in fabbrica, oltre a discutere dell’insensata brutalità di Hitler volle partecipare in qualche modo alla resistenza francese, operativa in esilio, dalla Gran Bretagna.
Vedete la coerenza, non è vero? La coerenza di Spinoza consisteva nella vita ritirata, lontano dalle costrizioni degli impegni pubblici, in pieno accordo con la sua teoria della libertà e della (vera) felicità, la coerenza di Simone Weil è diversa, perché fondata sulla partecipazione, sulla presenza in mezzo agli altri (anche se rifuggiva i contatti intimi). Eppure vi sfido ad avere dei dubbi sul fatto che entrambi i filosofi avessero in sé, nella loro persona, un qualcosa capace di renderli non solo i soggetti che prescrivono una filosofia, ma anche gli oggetti (diciamo così) prescritti dalla filosofia. E ciò, come vi ho accennato, a dispetto di notevoli difficoltà fisiche. Già, le difficoltà respiratorie di Spinoza non gli impedirono di elaborare un sistema filosofico complesso, rigoroso, però caldo e vivo. E Simone Weil, del pari, non fu mai schiacciata dalle terribili emicranie che pure la costrinsero talvolta a rinunciare sia alle lezioni sia alle ore in fabbrica. Maria Concetta Sala ci parla della costanza e della gravità di questi episodi, confermandoci da subito ciò che poi immagineremo, leggendo nelle lettere sobri accenni a quei tormenti: del resto, vorremmo credere che non sia “niente di grave” quel “mal di testa che poi è passato” e che però ha impedito alla nostra filosofa di “alzarsi in tempo” per prendere il treno? “Niente di grave”, ma sufficiente (col concorso di altri malanni) a dimezzare la vita della nostra filosofa: trentaquattro anni, undici meno del tempo concesso a Spinoza. Trentaquattro anni e pieni di inciampi, tuttavia percorsi intensamente fino all’ultimo, senza mai sbandare e senza mai strisciare.

Amor dei intellectualis

Viene proprio da domandarsi da dove provenga una tale forza d’animo, forza che sembra essere inattingibile per la maggior parte di noi. Se consideriamo la terza dote che ho evidenziato, possiamo provare a rispondere al nostro quesito. Non sarà un forza coltivata, allenata, attraverso un intenso impegno in campo scientifico, soprattutto matematico? Non posso ignorare, infatti, che sia Spinoza sia la Weil furono estremamente attratti dalla matematica, pur non essendo matematici di professione. Anzi, in Spinoza si trovano persino alcune “cantonate” logiche, e Simone Weil non ha direttamente contribuito alla matematica del Ventesimo secolo: eppure in entrambi, anche se mancano i risultati del matematico, c’è lo spirito del matematico, non si può negare. È proprio uno spirito, non lo dico a caso. Sì, perché entrambi i nostri maestri indicano la scienza, la matematica in particolare, come via privilegiata, o almeno indispensabile, lungo cui deve incamminarsi colui che intende cercare Dio. Intendiamoci, un teorema non è Dio e non sono da sostituire le preghiere con la risoluzione di equazioni, ma c’è qualcosa nella disciplina del matematico, nel suo modo di vedere il mondo, che può approssimare l’esperienza mistica, l’esperienza di Dio.
Perché queste somiglianze fra Spinoza e Simone Weil, nonostante le barriere spaziotemporali? Perché, soprattutto, la comune idea (e pratica) della spiritualità? Belle domande, lettori! Non voglio assolutamente rispondere in modo esaustivo, non ne sarei capace, e poi questa recensione diventerebbe un trattato mostruoso. Tuttavia, devo segnalare che almeno nel caso di Simone Weil la matematica era “di famiglia”: il fratello André fu infatti un matematico di prima importanza e Simone l’ebbe caro per tutta la vita. A proposito della nostra filosofa, credo si parli poco di questo rapporto fraterno, e più in generale dell’importanza che un clima famigliare favorevole alla scienza, alla matematica, al pensiero puro ha avuto su di lei. Nemmeno Maria Concetta Sala ne parla, ma non possiamo certo biasimarla per questo, infatti ci avverte che Piccola cara…

[…] non svela aspetti segreti o riservati del pensiero e dell’opera di Simone Weil fin qui rimasti all’oscuro o poco esplorati […], [mostra] i tratti essenziali del suo magistero al di fuori dell’aula scolastica.

Piccola, dunque cara

E adesso so che volete vi parli delle lettere. Avete ragione: Piccola cara… riporta tredici lettere, ma ho deciso di commentarne un paio. Le trovo significative, dei perfetti esempi di ciò che anima la scrittura di Simone Weil.
Entrambe le lettere, la prima indirizzata a Simone Gibert, l’altra a Huguette Baur, cominciano con… “Piccola cara”. Eh sì, ecco il perché del titolo. E su queste due parole spendo un’osservazione. Vedo ciò che dovrebbe fare un maestro: ricordare ai suoi allievi il loro stato (“piccola”), una condizione di inferiorità nei confronti del mondo, una condizione di vulnerabilità, di precarietà; rassicurare i suoi allievi (“cara”) sul fatto che non sono soli, che qualcuno si prenderà cura di loro, facendoli diventare grandi, da piccoli che sono. E come può il maestro far diventare grandi? Innanzitutto evitando di nascondere la durezza del mondo, la sua smisurata complessità. Scrive infatti la nostra filosofa, nella lettera alla Gibert:

Soltanto coloro che sono veramente forti, veramente coraggiosi, veramente generosi reggeranno ai colpi. Sebbene a sedici anni si abbia diritto a qualche illusione, è meglio che lei sappia tutta la verità e subito. Non ho il tempo di fornirle le prove di ciò che ho detto, ma saprà bene, immagino, che io non vorrei mentire né a lei né a me stessa.

Ecco, la destinataria ha sedici anni, perciò è “piccola” più per una questione di inesperienza, anzi di lontananza dalla (piena e matura) saggezza, che di età. Ed è “cara” perché Simone Weil la mette a parte del bene più prezioso, che le offre (per ora) lei stessa: la verità. Mi fa venire in mente ciò che si dice mormorassero le madri azteche ai loro bambini, fin dalla più tenera età, cioè che il mondo è pieno di morte e di dolore e che questa verità deve essere compresa sin dal primo vagito. Ora, la verità cui si riferisce Simone Weil è diversa, più specifica: la lettera parla dei soviet e dell’autoritarismo insito nella Rivoluzione russa. Lenin, Stalin, i gulag in Siberia: Simone Weil ha informazioni di prima mano a riguardo, e ne fa cenno alla sua allieva. Una maestra venticinquenne (la lettera è del 1934) che parla all’allieva sedicenne della questione politica più grave e più recente, con autorità e insieme con sensibilità. Una sensibilità che non scade nella banalizzazione dell’argomento o in un cretino atteggiamento da chioccia. Una certa differenza con i tempi nostri, vero lettori? Eppure non è una questione di tempi. Forse (però non sono troppo sicura) la differenza fra ieri e oggi sta nei numeri: oggi c’è una sproporzione incolmabile, troppi (aspiranti) allievi e pochi maestri, oltretutto isolati, ostracizzati.

Direi che dobbiamo imparare bene anche noi, come dovette la Gibert a suo tempo, che…

[…] la società attuale non ha in serbo altro che sventure e delusioni per coloro che si rifiutano di adattarsi all’oppressione e alla menzogna.

Un insegnamento che non ci è difficile da verificare, ci basta constatare che non c’è molta speranza di avere fortuna nell’opporsi a un’oppressione che ancora può contare su politici “sempre pronti a genuflettersi dinanzi alla forza”.

Mai dimenticare le gioie pure

E allora che cosa fare, davanti a questi crudele verità su cui siamo stati edotti? Se decidiamo di considerarci allievi, la nostra maestra è ben felice di insegnarci qualcosa. Dobbiamo considerare la lettera alla Baur, scritta pochi mesi dopo (agosto o settembre del 1934) quella indirizzata a Simone Gibert. Ciò che dobbiamo sforzarci di imparare, prima di ogni altra cosa, è l’esercizio del dominio sul nostro spirito:

Vorrei tanto [cara Huguette Baur] che mitigasse la sua sensibilità. Se le lascia libero corso, fa un uso vano di forze preziose che potrebbero essere spese in modo efficace.

[…] lei parla di ingratitudine: è una parola di cui sarebbe meglio non far uso, perché significa che si crede di aver diritto alla riconoscenza, mentre di questo non si può mai essere certi, a meno che non si sia molto orgogliosi o molto vanitosi.

La vita è crudele, è vero; ma […] [lei, Baur] dimentica di gustare le gioie pure che essa offre a tutti, persino ai più sventurati.

Di nuovo, notate da voi quanta diversità c’è fra queste parole e gli slogan che ci molestano ogni giorno. Crediamo di allevare bene le nostre figlie, proponendo loro mostruosità come Storie della buonanotte per bambine ribelli e altre malevoli sciocchezze: pubblicità mascherate che aiutano soltanto a costruire delle perfette consumatrici, non delle donne sicure, forti, sagge. Sbagliamo di grosso, e siamo incoraggiati a farlo. “Tu vali così come sei”, “il mondo ti deve qualcosa”, “non c’è nulla di male in nessuno dei tuoi desideri, “devi affermare la tua personalità”: una differenza abissale con le parole di Piccola cara… che ho riportato. Lettori, ditemi, che cos’ha una donna in meno di un uomo? Nulla: una donna ha esattamente ciò che ha un uomo. E questo significa che ha ben poco! Perciò Simone Weil è una maestra migliore di tante altre (presunte) per le bambine, e per i bambini ovvio, anche ai giorni nostri: uomini e donne nascono con poco e devono faticare per ottenere qualcosa. Ottenere qualcosa, cioè riempire non le proprie tasche, ma il proprio essere. E il proprio essere nel mondo.

Considerate poi, lettori, queste altre parole, e poi riflettete, sforzatevi di ricordare se ne avete udite di simili, ultimamente:

Quando le parlo con tono severo, mi intenda, non è un segno di disprezzo; al contrario, è un segno di interesse nei suoi riguardi.

Capite? La nostra filosofa esprime, molto meglio di me, le considerazioni che sopra vi ho proposto a proposito dell’espressione “piccola cara”. Quanti sono oggi i maestri? Sul serio, contateli. A un semplice insegnante non serve la severità, è una noia, un fastidio: molto meglio essere condiscendente, sempre in linea con quello spirito del “tu vali”. Ma la condiscendenza, il tentativo di mettere sempre a proprio agio gli allievi, che diventano così semplici studenti, implica un inevitabile disinteresse, sia per il presente dei “piccoli”, sia per il futuro di tutti. Futuro che i “piccoli” diventati “grandi” non sapranno né costruire né gestire. Infatti, senza la benevola severità di un maestro, chi dovrebbe imparare e crescere si perde, finendo per eccedere. E l’eccesso è pericoloso, anche quando è apparentemente motivato da fini nobili. Così ci ammonisce Simone Weil, che pure sperimentò nella sua vita una “mortificazione” fisica non dissimile da quella di certi grandi santi:

Vorrei che dedicasse le sue ore di sonno al sonno e non alla lettura. Se non lo fa […] si sentirà svuotata di tutta la sua energia vitale […] e allora sarà troppo tardi per reagire. È vietato non solo suicidarsi in blocco, ma anche, per così dire, suicidarsi a pezzi, riducendo come pare e piace la propria vitalità.

La geometria è una gran bella cosa

Ora, se “dormiamo” quando “è ora di dormire”, che cosa possiamo fare quando “è ora di stare svegli”? Sì, lo so, volete una risposta precisa adesso, vanno bene le sentenze molto astratte e filosofiche, ma un aiuto concreto è sempre gradito. “Fai questo, fai quest’altro”, giusto? Ebbene, la lettera a Huguette Baur (ma non è l’unica) è sufficientemente chiara a riguardo:

Mi farebbe piacere sentire che si è impegnata in modo assiduo non solo in latino ma anche in geometria […], la geometria è una gran bella cosa e può farle un grande bene costringendola a occuparsi di cose precise.

Ecco la matematica, come vi ho già detto. Proprio come quei libri per “bambine ribelli” che invitano a ispirarsi alle grandi scienziate, evitando però di incoraggiare pensieri precisi e sforzi senza sconti, vero? Lo confesso, è un po’ deprimente leggere Simone Weil e al contempo ricordarsi di come oggi le donne parlano di matematica, di precisione, di rigore, ad altre donne. A “piccole” donne. Ed è altrettanto avvilente constatare che, almeno per ciò che riguarda il nostro Paese, la cultura non riesce proprio a farsi permeare dallo spirito matematico, al più confusamente ridotto al modus operandi (e non vivendi, differenza fondamentale) di taluni “tecnici” o “esperti”.

Ma appunto, è ancora possibile leggere Simone Weil. Non crediate che questa mia recensione possa sostituire Piccola cara…. No, il mio è solo un invito, un modo per far venire l’acquolina alla vostra mente. Le lettere sono tredici, vi ho detto, e ciascuna va meditata: è un’esperienza. Però, devo proprio dirvi anche questo: se vi limiterete alle parole della nostra filosofa sarete dei pessimi allievi, perché Simone Weil vi invita, ci invita, ad andare oltre, a frequentare gli studi più difficili, più astratti, più lontani dalla volgarizzazione cui assistiamo ogni giorno. Vale la pena compiere questo “balzo”, perché in quegli studi si nasconde ciò che Wittgenstein chiamava “il mistico”; in essi si nasconde ciò che ci permette di amare Dio e di amare il mondo; in essi si nasconde la parte che completa il pensiero e l’insegnamento di Simone Weil.
Che cosa ne dite, vi va di tornare a essere (o di essere per la prima volta) allievi? Se vi va, leggete Piccola cara…, però procuratevi anche La fredda bellezza. Dalla metafisica alla matematica (non vi dico chi è l’autore, è un sorpresa).
E io vi auguro fin da subito una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

Potrebbero interessarti anche...

Che cosa ne pensi?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *