La nuova manomissione delle parole – Gianrico Carofiglio

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In sintesi:

la nuova manomissione delle parole saggio di gianrico carofiglio edito da feltrinelli editore

[…] il libro è un atto politico, una scelta di campo, una scommessa sulla possibilità di distinguere la buona dalla cattiva politica.

Dove l’ho già sentita questa?

Lettori, avete mai notato che sempre più persone assomigliano a Einstein? No, non sto parlando di quella gente che fa la spesa, mi riferisco in particolare ai veri colleghi di Einstein. Già, fateci caso, più di un fisico si presenta…
Oh, oh, calma, calma. Come dite? Questo l’ho scritto in un’altra recensione, proprio questo, pari pari? Avete ragione, lettori. Il fatto è che ho voluto mettere in pratica ciò che ho imparato da La nuova manomissione delle parole, l’ultima perla di saggezza partorita dal secondo più amato dei fratelli Carofiglio. Sì, insomma, Gianrico Carofiglio. Siete un po’ confusi a questo punto, e non posso darvi torto, ma sono sicura che dopo aver letto questo passo del libro comincerete a capire:

Questa Nuova manomissione è, di fatto, il libro precedente. Esso è stato sottoposto, in qualche passaggio, a un processo di ristrutturazione, per renderlo utile a decifrare il presente senza smarrire il senso di una collocazione storica.

Facciamo il punto della questione. Questo nuovo saggio è in realtà il vecchio saggio, cioè quello scritto una decina d’anni prima, però è nuovo perché ha subito un “processo di ristrutturazione”, con alcune aggiunte e con un capitoletto in più; in sostanza, poi, La nuova manomissione delle parole è una tesi universitaria, quindi è una collezione di citazioni altrui. Cioè, è un libro già pubblicato e praticamente tutto il suo contenuto non è farina marca Carofiglio. Perciò io mi domando: perché devo sbattermi per inventare nuove recensioni, quando potrei tagliuzzare quelle vecchie e confezionare un prodotto pronto per la vendita?

Devo sbattermi perché Il pesciolino d’argento è anche il vostro blog, e voi meritate il meglio. E poi perché non è bello autocitarsi. Lo dice anche Carofiglio:

Autocitarsi è un’operazione piuttosto inelegante, che di regola andrebbe evitata.
In questo caso, però, la citazione del brano che segue, tratto dal mio romanzo Ragionevoli dubbi, è davvero indispensabile per spiegare la genesi di questo volume e il suo stesso titolo.

Eh, sì… ma d’altronde si è sempre autocitato, Passeggeri notturni compariva nella bibliografia di Della gentilezza e del coraggio
A proposito di bibliografia, La nuova manomissione delle parole ne ha una bella poderosa, di quelle che mandano in visibilio (se solo le leggessero) i relatori delle facoltà umanistiche. Non dovete spaventarvi, lettori, è un modo per conferire una patina di autorità al testo; vi basta notare la quantità di nomi citati, così tanti e così diversi fra loro, per capire che, uhm… La nuova manomissione delle parole è come quegli scoiattoli che agitano la coda per sembrare più grandi e minacciosi. Non prendetevela troppo con Carofiglio, però, non è in malafede, non si è inventato questa furbata per indurvi a provare un timore reverenziale: molti saggisti italiani scelgono questa via, e solo perché sono stati abituati a seguirla. L’abbiamo notato a proposito di Fusaro: ecco, Carofiglio è un Fusaro moderato e garbato, mettiamola così. Ah, l’avevo già scritto? Pazienza, questa non è proprio una recensione nuova… diciamo che è la vecchia recensione, l’ho aggiornata un po’.

Sono solo degli incompresi (perché incomprensibili)

Va bene, torniamo seri, o almeno proviamoci. Immagino vi sia chiaro che non commenterò estesamente La nuova manomissione delle parole, perché analizzare un mucchio di citazioni non avrebbe nessun senso e la recensione risulterebbe sciapa. Per fortuna, il libro propone anche degli insegnamenti originali di Carofiglio, e questi sì sono da leccarsi i baffi. Cominciamo con un bel manicaretto, vi va? Il nostro autore, dopo alcune pagine stagnanti, emerge pian piano dalla palude di citazioni e ci dice che…

Il rapporto fra ricchezza delle parole e ricchezza di possibilità (e dunque di democrazia) è dimostrato anche dalla ricerca scientifica, medica e criminologica: i ragazzi più violenti possiedono strumenti linguistici scarsi e inefficaci, sul piano del lessico, della grammatica e della sintassi. […] La povertà della comunicazione, insomma, si traduce in povertà dell’intelligenza, in doloroso soffocamento delle emozioni.

Oh, piano, piano! Che cosa capite, lettori? Io questo: i ragazzi più violenti adoperano una lingua impoverita sotto ogni aspetto, quindi sono meno intelligenti, quindi non riescono a esprimere le loro emozioni, quindi sono violenti, quindi hanno meno possibilità. Ma è il solito minestrone! Altro che manicaretto, ci tocca un intruglio di statistica “a modo mio”, di “buon selvaggio” e di “ha fatto il bullo solo per attirare l’attenzione”. Sul serio, siamo alle solite, Carofiglio non riesce a levarsi il brutto vizio di trarre conclusioni sulle cause partendo da semplici correlazioni, e, imperterrito, rimane prigioniero di una visione “intellettualistica”, “socratica”, della violenza, della crudeltà e della malvagità. Sì, volete obiettare che Carofiglio non scrive chiaramente ciò che ho riassunto, però ditemi voi se “[l]a povertà della comunicazione […] si traduce in povertà dell’intelligenza, in doloroso soffocamento delle emozioni” non si presta a essere immediatamente interpretata come una frase su una catena causale così composta: (semi)analfabetismo, bassa intelligenza, incapacità di esprimere le emozioni, incapacità di gestire le emozioni, violenza. Vi sembra, a mente più fredda, che il senso sia proprio quello; e, in effetti, il nostro autore continua il discorso con queste parole…

Quando, per ragioni sociali, economiche, familiari, non si dispone di adeguati strumenti linguistici; quando le parole fanno paura, e più di tutte proprio le parole che dicono la paura, la fragilità, la differenza, la tristezza; quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi. La violenza incontrollata è uno degli esiti possibili, se non probabili, di questa carenza.

I ragazzi sprovvisti delle parole per dire i loro sentimenti di tristezza, di rabbia, di frustrazione hanno un solo modo per liberarli e liberarsi di sofferenze a volte insopportabili: la violenza fisica. Chi non ha i nomi per la sofferenza la agisce, la esprime volgendola in violenza, con esiti spesso drammatici.

Ossia: se (“quando”) si è semianalfabeti o rozzi e volgari (“manca la capacità di nominare le cose e le emozioni”), allora si è più inclini alla violenza, a essere un problema per sé e per gli altri (“manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi”). La forma causale dell’enunciato mi sembra nuda, c’è una palese implicazione. Peccato che si tratti di un’opinione, e molto discutibile! Il secondo brano, dal canto suo, non merita nemmeno un’analisi. È davvero esplicito e inequivocabile: i ragazzi violenti non sono mai tali a causa di squilibri biochimici, non sono mai tali perché sono dei sociopatici o dei perversi, no, è che nessuno ha mai insegnato loro le parole con cui significare i sentimenti negativi. Capirai!
Ora, Carofiglio ha tutto il diritto di sostenere cose simili, se lui crede che regalare “Teddy Orso delle Emozioni” Chicco ai narcos possa porre fine alle violenze in Messico, siamo tutti contenti; però non è il massimo che ciò sia esposto in un saggio con pretese “serie”. So di averlo già detto, ma tanto questo è nello spirito della recensione, quindi mi ripeto: sarebbe ora di finirla con questa storia che i violenti e i “malvagi” sono degli sfortunati che non hanno avuto la giusta istruzione, che non sono stati adeguatamente educati, che se solo potessero scoprire “la bellezza della complessità”… Suvvia, sono posizioni coperte di ridicolo sin dai tempi di Platone! Vi invito a ritornare con la mente al bel personaggio di Alessandra, cui ho dedicato un articolo: è colta, istruita, sa benissimo nominare le emozioni che prova, conosce il galateo… eppure ha impulsi omicidi incontrollabili e non riesce proprio a trovare il suo posto in società. Carofiglio vorrebbe forse dire che il personaggio è del tutto irrealistico, che dovrebbe essere buono e ben inserito? Sì, forse vorrebbe dirlo, ma poi non riuscirebbe a trovare degli argomenti per far star dritta la sua opinione. E il motivo è molto semplice, la catena causale che abbiamo estrapolato da La nuova manomissione delle parole è, in definitiva, campata in aria. Sì, sì, so che qualcuno mi dirà (di nuovo) che non posso parlare di cose che non conosco, che dovrei avere come minimo un premio Nobel alle spalle, per poter giudicare se un discorso sulla relazione tra analfabetismo e violenza (o, per fare un altro esempio, un discorso sui quanti) è corretto. E va bene, lo concedo, ma almeno posso rappresentare il lettore tipo, solo e impaurito, che cerca risposte e che sa usare un poco l’internet? Ecco, da lettrice tipo io mi trovo un po’ in imbarazzo davanti alle parole di Carofiglio, perché facendo una semplice ricerca trovo, ad esempio, che il rapporto 2017 del National Crime Record Bureau indiano sostiene letteralmente che, nel periodo considerato, i ragazzi scolarizzati hanno commesso più crimini di quelli illetterati (“Juveniles who went to school committed crimes more than those who did not”). Spulciando ancora un po’ nella rete, l’imbarazzo aumenta, perché si trovano anche studi secondo cui, rispetto ai crimini violenti (almeno, sempre nel contesto indiano), l’educazione e l’alfabetizzazione sono fattori non così incisivi quanto il rapporto fra i sessi (Crime, Gender, and Society in India: Insight from Homicide Data, J. Drèze, Reetika Khera, Population and development review, 2000). In ogni caso, si afferma spesso che l’incapacità di usare un linguaggio appropriato e ricco può non essere causa di comportamenti violenti, benché esista certamente una correlazione (si può cercare su Google questa frase, ad esempio: “the inability to read and write well may not be a direct cause of criminal behaviour, but low literacy and crime are related”). Certo, la mia non è assolutamente una ricerca coi fiocchi, anzi è stata molto frettolosa e davvero superficiale, ma mi pare sia già sufficiente per far almeno venire il dubbio che le cose non siano così semplici come lascia intendere Carofiglio. In particolare, il punto è questo: “correlation does not imply causation”, un principio noto a tutti, in particolare a coloro che si occupano di statistica e che sanno bene di doversi muovere coi piedi di piombo. Evidentemente, uno dei più famosi sondaggisti italiani non è riuscito a trasferire abbastanza fluido a Carofiglio, durante il suo incontro col nostro autore, perché non c’è nulla da fare: ne La nuova manomissione delle parole, come in altri lavori del nostro, “correlation is causation”, fine della storia. E tutto ciò, nonostante gli articoli che il libro propone nella bibliografia: ne ho consultati brevemente alcuni, e nessuno di essi (tutti molto specifici e con obiettivi di ricerca altrettanto particolari) sembra trarre con decisione le conclusioni generali esposte da Carofiglio, né sembra incoraggiare a dedurle. Ouch!

Presunzione di colpevolezza

E noi lasciamo stare queste secche, passiamo oltre. Devo confessare che, dopo il papocchietto statistico, il saggio raggiunge il suo momento più alto: il nostro autore ricorda e commenta una delle tante vicende giudiziarie di Berlusconi, il “Processo Mills”. Cioè, non è che lo ricorda, perché il capitolo fu scritto all’epoca dei fatti, ma tant’è. Si tratta di una vicenda che forse pochi conoscono, soprattutto i ragazzi della mia generazione (a chi volete che freghi più qualcosa di Berlusconi?), tuttavia è interessante, e Carofiglio la spiega bene. Deformazione professionale, certo, se non sa farlo lui, ex magistrato! Ma proprio per questo si tratta di parole affatto convincenti e sorprendentemente chiare (una rarità per un discorso giuridico). Riporto un brano:

La sentenza di assoluzione e quella che dichiara il reato estinto per prescrizione hanno una sola cosa in comune: l’imputato non subisce la pena. In un caso perché innocente, nell’altro perché, nonostante la sua colpevolezza, il tempo decorso implica la cessazione della cosiddetta pretesa punitiva dello Stato. Assoluzione e dichiarazione di prescrizione sono due cose diverse. Vengono rese “praticamente” uguali da una narrazione dei fatti che si fa manipolazione e sovvertimento della cronaca e, in prospettiva, della storia. Il capovolgimento del reale si fa più evidente, e più devastante, grazie alla televisione. L’edizione del Tg1 dello stesso giorno, 26 febbraio 2010, alle 13.30, si apriva con il titolo: Dopo l’assoluzione dell’avvocato Mills, polemiche le opposizioni; la maggioranza dice: “Vittoria della giustizia”. E il conduttore proseguiva: “Il giorno dopo la sentenza di assoluzione la politica si divide sul caso Mills”. […] Mills non era stato assolto, eppure, a seguito dell’impiego abusivo della parola assoluzione […] l’avvocato Mills era stato assolto e Berlusconi era innocente.

Non c’è altro da aggiungere: anche se il nostro autore, nel libro, fornisce più dettagli, capiamo ciò che c’è da capire soltanto dalle frasi che ho estrapolato dal testo. Ed è una bella cosa, perché dimenticare o ignorare certe… birbonate, mettiamola così, non fa bene a noi poveri contribuenti. Quindi, una nota positiva a favore de La nuova manomissione delle parole c’è: un cinque e lode non glielo leva nessuno. No, aspettate… ma anche stavolta compare un guaio, cavoletti! Secondo il nostro autore, che parla in termini generali, l’assoluzione e la prescrizione hanno in comune il fatto che l’imputato non sconta la pena, e fin qui tutto bene; poi aggiunge: “[i]n un caso perché innocente, nell’altro perché, nonostante la sua colpevolezza […]” e lascia intendere che la prescrizione implica la colpevolezza dell’imputato. Ma nel nostro sistema giuridico, almeno per il momento, vale la presunzione d’innocenza, finché non c’è una prova di colpevolezza! Insomma, non è affatto detto che un reato caduto in prescrizione sia stato effettivamente commesso dall’imputato. Se il reato non è stato accertato, al momento in cui scatta la prescrizione, il giudice deve dichiarare l’assoluzione; il giudice dichiara semplicemente l’avvenuta prescrizione se, “al momento giusto”, sussistono o un sospetto di colpevolezza o (questo sì) una prova di colpevolezza. Ma un sospetto di colpevolezza non è identico a una prova, e potrebbe, in fin dei conti, rivelarsi un sospetto infondato, se le indagini proseguissero: non a caso, l’imputato può rinunciare alla prescrizione per cercare di “riabilitare il proprio nome” con una piena assoluzione. Ad ogni modo, l’imputato, il cui reato è stato giudicato prescritto, non è né “colpevole” né “innocente”, perché la colpevolezza e l’innocenza sono stabilite dalla sentenza definitiva di condanna e da quella di assoluzione, non dalla sentenza di estinzione del reato per prescrizione. Carofiglio avrebbe dovuto scegliere con cura le parole, evitando (presumo involontariamente) di manometterle: se avesse scritto qualcosa come “in un caso perché si è accertata l’innocenza e la sentenza definitiva è stata emessa, nell’altro perché il tempo decorso implica la cessazione della cosiddetta pretesa punitiva dello Stato” sarebbe stato meglio.

Armiamoci e partite (sort of)

E va bene, dopo questo tuffo a bomba nella melmazza, Carofiglio… be’ sguazza un po’. Il libro è vecchio, perciò Berlusconi è il cattivo della storia, e compare come punching ball praticamente in ogni capitolo. Sì, ma i tempi sono cambiati e ci vuole qualche novità. Il nostro autore trova interessante spendere i suoi due centesimi per parlare del green pass. Ahi, ahi, ecco che cosa dice a proposito:

A parte la legittima preoccupazione su scelte mediche personali, c’è chi si è opposto all’introduzione di un pass per accedere a certe attività in piena pandemia, considerandola una discriminazione inaccettabile, la creazione di una società divisa a metà, in cui i non vaccinati sarebbero stati ingiustamente privati di libertà inviolabili.

Ehi, lettori, c’è anche chi si è opposto all’introduzione di un pass perché i rettiliani vogliono dominarci con il 5G, e c’è chi è contrario all’obbligo vaccinale perché una decina di vaccini sono troppi. E va bene, lasciamo perdere questi mentecatti. Però, c’è stata anche un’altra opposizione al green pass, propugnata non da violenti ragazzini analfabeti o da cospirazionisti, bensì da nomi del calibro di Alessandro Barbero e di Franco Cardini. Cardini in particolare ha spiegato bene le ragioni di tale contestazione: lo Stato può obbligare, ma dovrebbe assumersi pienamente le responsabilità dell’obbligo. Può costringere a combattere in guerra, però deve provvedere alle famiglie dei caduti. Non può “paracularsi” (come direbbe Barbascura X) introducendo un obbligo mascherato da scelta individuale, senza garantire adeguati “risarcimenti” in caso di danni. In buona sostanza, la polemica nasce perché il green pass, secondo Cardini e chi ne condivide il pensiero, è fondato su questa situazione: o ci si vaccina, o non si vive più, nondimeno se il vaccino dovesse causare dei danni, be’, nessuno è stato formalmente costretto… insomma, chi avesse dei danni provocati dal vaccino avrebbe dovuto tenerlo in conto, prima di scegliere di vaccinarsi. Avrebbe potuto scegliere di morire di fame, no?
Ecco, Carofiglio non coglie la questione, non smonta e non conferma una simile “interpretazione” del green pass: lascia perdere del tutto. Poi, usa un’incredibile mossa di karate logico (ricordo che è cintura nera), combinando “generalizzazione indebita”, “uomo di paglia” e “reductio ad Hitlerum”, per stenderci con queste parole:

Chi rifiuta l’utilizzo di un green pass vuole godere della libertà ritrovata senza aver fatto e senza voler fare la sua parte.

Ora, a voi quest’affermazione cosa sembra? A me sembra un’acrobazia verbale. Come ho cercato di riassumere poco fa, qualcuno “rifiuta l’utilizzo di un green pass” pur essendo favorevole all’introduzione di un obbligo vaccinale chiaro e deciso: posso sbagliarmi, ma non direi che costoro intendano godere della libertà senza voler fare la loro parte. Ad ogni modo, l’acrobazia di Carofiglio non è l’unica, nel dibattito generale sul green pass. Avete notato la quantità di notizie che i telegiornali dedicano ai “no vax”? “Attenzione, un no vax si è preso il COVID-19 ed è morto”; “un no vax è morto e ha contagiato i famigliari”; “un no vax è morto, ha contagiato i famigliari, tra cui bambini”; “un no vax ha contagiato un intero asilo”. Non fraintendetemi, vaccinarsi contro il Covid-19 è molto probabilmente una bella cosa, e dietro ai vaccini non ci sono complotti di rettiliani o di alieni fatti di tungsteno. Però, anche se è una bella cosa, non trovate che le notizie a proposito dei no vax date dai media siano una gran brutta cosa? Sono talmente sfacciate, che non provano nemmeno a nascondere il tentativo di creare degli untori e di manipolare l’opinione pubblica. E, anche se “a fin di bene”, una manipolazione è una manipolazione!
Insomma, in primo luogo come facciamo a sapere che quei morti e quegli infettati davvero non erano immunizzati? E poi, anche se fosse, un non immunizzato è un “no vax”? Eh no, i “no vax” appartengono a un preciso schieramento, hanno una “dottrina politica” precisa: equiparare “no vax” a “non vaccinato” (o anche a “contrario al green pass”) è una truffa, è una… manomissione delle parole! È come dire che chiunque esercita una forma di violenza politica è un fascista, perché i fascisti esercitavano una forma di violenza politica: quindi anche Ottaviano e Che Guevara erano fascisti, giusto? Sbagliato, almeno secondo ciò che insegna Barbero…

Ebbene, io trovo che il green pass dia parecchi spunti per riflettere proprio sulle distorsioni della lingua (a partire già dal nome, “green pass”) e in generale, appunto, sulla manomissione delle parole, ma… ma Carofiglio non la pensa come me, e dopo il breve intervento (non ho tagliato troppo nel brano che ho riportato, credetemi) ritorna alla belle époque berlusconiana. Siamo quindi costretti a leggere di nuovo le avventure un po’ truffaldine del Cavaliere, non prima, però, di aver trovato questa frase, sempre riferita al green pass e alle ragioni di chi si oppone ad esso:

Libertà e liberismo non sono sinonimi: mettere insieme i due concetti, confondendoli, significa inquinare le parole e la verità, e per conseguenza gli argomenti del dibattito politico e civile.

Lettori, concedetemi un LOL. Ma certo che libertà e liberismo non sono sinonimi, solo che “liberismo” non è sinonimo neppure del concetto che ha in mente Carofiglio! Il nostro autore sta chiaramente parlando di un atteggiamento, direi, lassista o anarchico, mentre il liberismo è “[i]n senso ampio, sistema economico imperniato sulla libertà del mercato […] [i]n senso specifico, libertà del commercio internazionale” (Treccani, “Liberismo”). Questa è una bella prova, per un saggio che si propone di analizzare le parole nel loro più “autentico” significato, e che vuole insegnare a tutti noi poveri mortali “il gesto politico e rivoluzionario di chiamare le cose con il loro nome”. Già…

Felicità molto “in”

Avendo introdotto questo tema, tanto vale parlarvi dell’ultima parte de La nuova manomissione delle parole, sei capitoletti ognuno dedicato a una parola molto importante: “vergogna”, “giustizia”, “ribellione”, “bellezza”, “scelta” e “popolo”. Sarò sincera con voi, lettori, sono pagine pallose quanto il resto del saggio, perché seguono la stessa impostazione: sono un guazzabuglio di citazioni. Addirittura troviamo citazioni usate per commentare altre citazioni, e non importa che gli autori non si siano mai incontrati, non abbiamo mai condiviso le stesse idee, o non si siano mai occupati delle stesse cose. Ehi, possiamo usare indifferentemente Bob Marley, don Milani e Aristotele, se siamo postmoderni, giusto?
Giusto. Nondimeno, alcuni di questi capitoli hanno dei momenti di involontaria comicità e leggerli non è del tutto una perdita di tempo. Vi propongo qualche esempio, cominciando da ciò che il nostro dice a proposito della vergogna. Ecco un lungo brano:

I contrari sono molto meno ovvi, vincolati e meccanici di quanto pensiamo: il contrario di felicità è, certamente, infelicità. Basta aggiungere, come si dice, un prefisso. Per me però, ad esempio, il contrario della felicità è un altro: è la noia. I contrari, insomma, se indagati in modo non automatico, possono suggerire molte cose inattese sul significato delle parole.
L’italiano non possiede – a me pare – un termine che con la stessa sintesi di shamelessness si opponga a vergogna, ne rappresenti il contrario, in una polarità linguistica evidente. Una rapida perlustrazione dei dizionari offre diversi contrari, nessuno dei quali munito dell’efficacia della parola inglese: cinismo, impudenza, sfacciataggine, protervia, sfrontatezza, svergognatezza, sguaiataggine, scurrilità.
Sul piano puramente formale, il poco diffuso svergognatezza in apparenza potrebbe costituire il perfetto opposto di vergogna, con il prefisso s- a indicare, com’è noto, allontanamento, separazione, negazione, privazione, assenza o cessazione. Neppure questa parola, tuttavia, riesce a esprimere con efficacia l’assenza del sentimento della vergogna: sembrerebbe piuttosto adattarsi bene al rimprovero di una anziana zia davanti alla nipote poco vestita.
Evidentemente, bisogna cercare ancora.

Avete ragione, è un inguacchio allucinante. Prima di tutto, Carofiglio ci mette a parte della sua personale lotta contro l’italiano: nonostante il contrario di “felicità” sia “infelicità”, questa storia dei prefissi è troppo semplice e non è una situazione degna di una lingua che il nostro autore può in qualche modo stimare. “Infelicità”? Nah! “Noia”, d’accordo? Perché a Carofiglio piace così. Poi, dopo questa premessa, possiamo rivolgerci alla vergogna. Eh, stiamo analizzando quella…
Ecco, questa lingua del cavolo che parliamo vale poco o niente, pensate che ha come contrario diretto di “vergogna” quella cretinata lì con il prefisso, “svergognatezza”: cioè, significa “essere uno svergognato”, ossia essere uno “che non prova vergogna per le cose riprovevoli che fa o dice” (Treccani, “Svergognato”), ma a Carofiglio “svergognatezza” ricorda una donnina un po’ spogliatella, e la cosa lo fa ridacchiare in modo poco adatto alle feste chic che dice di frequentare. No, ci vorrebbe un contrario potente, uno non immediato, capite? Una cosa come “shamelessness”, cioè “spudoratezza” o, letteralmente, “assenza di vergogna”: ah, che fortunati questi inglesi, a differenza nostra loro sì che riescono a parlare del concetto di “assenza di vergogna”, e con un contrario privo di prefissi! Come dite, lettori? Quel “-less” e quel “-ness”? Ah, ma quelli sono suffissi.

D’accordo, la mia è una minchionata. Sì, ma è l’unico modo che mi è venuto in mente per riuscire a commentare questo disastro. Sul serio, è una caterva di luoghi comuni in stile Facebook, con la classica sparata sulla superiorità delle altre lingue (cioè, dell’inglese) rispetto all’italiano. Questa del “eh, loro hanno quella parola, noi no, noi siamo limitati” è una grandissima scemenza, ed è anche profondamente discriminatoria, se teniamo in conto che le deduzioni sulla ricchezza e sulla povertà delle lingue, deduzioni fatte considerando dati ridicoli come il numero di vocaboli, il numero di parole univerbate, i sinonimi, e via dicendo, sono molto care a tutti coloro (per primi proprio agli inglesi) che hanno una mentalità (e interessi) coloniali. Non è che un abissino non può significare, con un segno, uno qualunque dei mitologici venti tipi di neve denominati dagli eschimesi: lo può fare, magari usando metafore, omonimi, perifrasi. Che cosa importa? Niente, la lingua dell’abissino non è meno ricca di quella eschimese, e le capacità comunicative (o di significazione) dell’abissino non sono più ristrette, rispetto a quelle dell’eschimese. Lettori, a me sembra una banalità, eppure per Carofiglio il mito delle lingue “più” e delle lingue “meno” è ancora vivo. E lotta insieme a lui contro l’italiano. Italiano che riceve un’altra bella mazzata, con questa chiave articolare (ma non ben articolata):

Non è un caso che il verbo vergognarsi sia solo intransitivo: io mi vergogno, ma non posso “vergognare” nessuno.

Ah, ah, ah! Come la prendereste se vi dicessi che è possibile scrivere un libro sulle parole, e sui significati delle parole, non solo senza aver approfondito i violenti dibattiti filosofici sulla questione, ma pure senza aver aperto un vocabolario? Perché questo sembra: Carofiglio, nonostante la bibliografia ne riporti alcuni, non ha letto alcun vocabolario, altrimenti avrebbe notato che la forma transitiva “vergognare” esiste eccome! Certo, è letteraria, antiquata o perfino popolare (Treccani, “Vergognarsi”; Hoepli, “Vergognare”):  insomma, non è più molto usata in uno scritto (semi)colto. Ma ciò non vuol dire che non esista! E vi dirò di più, il significato che esprime la forma transitiva è sempre presente nei nostri discorsi, solo che usiamo un altra forma per significarlo: usiamo “far vergognare”, al posto del semplice “vergognare”. Perché? È così, è la lingua che si evolve. Di sicuro, possiamo concludere che è possibile “vergognare qualcuno”, anche se per esprimere questo significato, di solito, non usiamo il suono “vergognare”.

Frattaglie

I capitoli sulla giustizia, sulla ribellione e sulla bellezza non toccano le vette di assurdità toccate da quello sulla vergogna (c’è una certa ironia?) e, come ho anticipato, sono molto noiosi. Se volete un assaggino del contenuto, posso almeno dirvi che il succo del discorso sulla ribellione è: “ribellarsi è giusto, alle condizioni preapprovate”. Preapprovate, presumibilmente, dal nostro autore. Possiamo dunque dare un’occhiata al capitolo sulla scelta, e qui c’è di nuovo qualcosa di gustoso. Innanzitutto, Carofiglio trova interessante che la parola “scelta” non abbia un contrario (anche “cane” e “annusare” non ce l’hanno, ma va bene così), poi imbastisce un problema. Direte voi, il problema è capire se effettivamente “scelta” non ha un contrario, perché non ce l’ha (se non ce l’ha) e, eventualmente, quale potrebbe essere un concetto adatto allo scopo. No, non è così. Dopo un blablare contundente (sempre fatto di citazioni su citazioni), Carofiglio conclude trionfante:

Con queste riflessioni sparse abbiamo cercato di scoprire quello che nel dizionario non c’è: la definizione di scelta attraverso i suoi contrari.
Scelta è il contrario di rinuncia, di conformismo e di vigliaccheria.
Scelta è il contrario di vergogna.
Scelta è il contrario di indifferenza.

Allora, cerchiamo di capire. Il nostro autore vuole scoprire il significato della parola “scelta”, e per farlo segue la stessa strategia adottata nei capitoli precedenti: deduce il significato a partire dai contrari della parola in esame. Però, stavolta ci dice che “scelta” non ha un contrario: quindi ha il nuovo problema di dare un contrario a “scelta”, un contrario che in ogni caso non c’è per ipotesi. Va bene, dopo aver “trovato” (che si pronuncia “scelto un bel po’ arbitrariamente”) i contrari, riesce comunque a dare delle definizioni di “scelta” a partire da quelli. E sono delle definizioni “negative”, cioè ben poco informative, ecco. Non che siano inutili, ma… be’ una definizione in senso stretto è un’altra cosa. Ad ogni modo, mettiamola così, lettori: è come se Carofiglio avesse voluto definire il significato di “cane” partendo da contrari inesistenti della parola, e giungendo infine a dichiarare che “cane è ciò che non è gatto, non è leone, non è tigre”. D’accordo, è un metodo d’indagine come un altro. O forse no? Sono indecisa…

Via, dritti al capitolo sul popolo, la novità che vi farà credere di aver speso bene i vostri dindini (o il vostro tempo, se avete chiesto un prestito alla biblioteca). Ed è… come gli altri, ve l’ho detto. Citazioni, citazioni e ancora citazioni. Tuttavia, le sue parti “original research” possono valere lo sforzo della lettura. Il nostro autore va dritto al sodo e ci sovrasta con una dichiarazione lapidaria:

Ma cosa vuol dire esattamente la parola “popolo”? Esiste il popolo come entità omogenea e, soprattutto, esiste un’entità come la “volontà popolare” che si possa considerare in modo unitario? La risposta è, con immediata evidenza, negativa.

Capito? Non fatevi trascinare in diatribe metafisiche, logiche ed etiche, tutte quelle teste d’uovo che chiacchierano a proposito della natura dei nomi collettivi e di altre simili boiate non hanno ancora capito che ci sono un’immediata evidenza e una risposta pronta. Dopo averci spiegato che il popolo non è un’entità omogenea con una volontà unica, Carofiglio dà una forma più precisa alle sue elucubrazioni:

Il popolo è base legittimante dello Stato democratico, nel quale risiede la sovranità. Passare da questa nozione al dire che il popolo è un’entità omogenea e che si può parlare di volontà popolare unitaria è operazione gravemente manipolatoria.

Be’… è ciò che ha già scritto in precedenza. Oh, insomma, vi è chiaro o no? Il popolo non è un’entità omogenea, punto e basta. Nondimeno è la base legittimante dello Stato: vi sentite un po’ confusi, lettori? Fateci il callo, perché il testo de La nuova manomissione delle parole è questo. Io vi conosco, tuttavia, voi siete dei lettori esigenti e non vi piace lasciare le cose in sospeso. Volete proprio sapere come fa una cosa non omogenea a reggere un’impalcatura pesante e arrugginita? Carofiglio vi accontenta, presentandovi una teoria audace e profonda:

Un frattale è un oggetto geometrico che si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse […]. Comunità è un concetto frattale. Una comunità si può comporre di soli individui nelle sue dimensioni più elementari (famiglie, piccole associazioni), come di individui insieme ad altre comunità diverse ma integrate fra loro, nelle sue manifestazioni via via più complesse. […] Il concetto frattale di comunità tiene insieme le uguaglianze e le differenze, le uniformità e le dissonanze.

Vorrei poter asciugare le vostre lacrime; mi dispiace, ma dovevo proprio sganciare questa bomba postmoderna. Siamo alle solite, un complicato concetto matematico (o scientifico) è sbucciato, frullato, allungato con acqua e poi servito in un bicchiere con l’ombrellino. Non è che “comunità è un concetto frattale”, questa è una teoria originale di Carofiglio, non un fatto: e, non essendo un fatto, non andrebbe presentato in tal modo. Sì, tutti abbiamo sentito che le coste e “i broccoli” sono “esempi di frattali naturali”, però non è così semplice: i frattali sono prima di tutto oggetti matematici, e ogni “contaminazione” con altre entità (reali o immaginarie) porta inevitabilmente ad approssimazioni, nel migliore dei casi, o ad abusi, nel peggiore. Oltretutto, non mi è chiaro cosa voglia dire davvero Carofiglio: a parte la definizione di “frattale”, come sempre molto wikipediana, non capisco se la struttura della comunità si ritrova nell’individuo, dunque è esso stesso una comunità, o se in definitiva la comunità non è nient’altro che un insieme di individui (e ciò non la renderebbe proprio proprio un frattale). Insomma, nelle “dimensioni più elementari”, ossia in una certa scala, la struttura della comunità è fatta di “soli individui”, mentre nelle “manifestazioni più complesse”, cioè in scale differenti, la struttura è fatta di individui insieme a comunità “integrate” (qualunque sia il significato di questa parola), non più di “soli individui”. Ma allora la struttura, la “forma”, è diversa, “su scale diverse”? La comunità fattale di Carofiglio contraddice la definizione che Carofiglio dà di frattale? Mah! Del resto, se consideriamo la definizione, dobbiamo dedurre che la comunità è in qualche modo un oggetto geometrico…

Com’è, come non è, almeno sappiamo che la “[l]a geometria frattale è la geometria non euclidea che studia queste forme [frattali]”, nonostante la cara vecchia Wikipedia (quella inglese, quella italiana, come già accaduto, va a braccetto col nostro autore) ci dica immediatamente che un frattale è “un sottoinsieme dello spazio euclideo”, cioè un sottoinsieme dello “spazio della geometria classica”, cioè un sottoinsieme dello spazio della geometria euclidea (“Fractal”, “Euclidean space”). Il punto, almeno a me pare, è questo: i frattali sono enti geometrici, euclidei o anche non euclidei, e la “geometria frattale” è lo studio di questi enti, così come la “geometria differenziale” è lo studio delle proprietà di curvatura degli enti geometrici in generale, che possono pure essere superfici “piatte”, euclidee (diciamo così). Ma nessuna delle due geometrie è di per sé “non euclidea” o “euclidea”. Be’, dai, un frattale è comunque più difficile di un triangolo, quindi per forza non è euclideo, cioè è roba di geometria non euclidea, l’inclusione, il trasgredire i confini, quelle cose lì.
Oh, via, non la farò lunga più del dovuto, anche perché non ho nel cassetto una medaglia Fields che possa proteggermi nel caso avessi appena scritto delle palesi sciocchezze, frutto della mia totale ignoranza in materia di frattali. Mi limito a ribadire che se il nostro autore crede che la comunità (“popolo” non va bene, quindi Carofiglio lo elimina con disinvoltura, a favore di “comunità”) sia un frattale (non “simile”, non “vagamente riconducibile”, non “modellabile per mezzo di”, proprio “è un frattale”), be’, la sua è un’ipotesi interessante che richiederebbe qualche sforzo per vedere se c’è qualche argomento a suo sostegno. Così come sta scritto ne La nuova manomissione delle parole, il tutto è uno di quegli stuzzichini retorici che fanno subito scena all’enorme “happy hour” chiamato Facebook, ma nulla di più. Fra l’altro, voi avete capito in che senso la natura frattale della comunità “tiene insieme le uguaglianze e le differenze” (qualunque cosa intenda Carofiglio con queste parole)? Perché io, uhm… no.

Un gioco di sconfinamenti finito male

A proposito di deduzioni strampalate e di postulati incomprensibili, concludo la recensione non con i consueti appunti sullo stile (che a dire il vero non è così male, rispetto ad altri saggi trash che ho letto è anzi quasi elegante), bensì con altre strane chicche. Si va dalle buone prediche in un contesto di cattivo razzolare, come la seguente…

È paradossale che 1984 di Orwell sia uno dei libri più citati dalla destra italiana e straniera, usato per dire tutto e il contrario di tutto. È il pericolo delle citazioni estraniate dal loro contesto, adattabili a un riuso potenzialmente infinito dal punto di vista del senso, come in uno scombinato collage.

… ai ragionamenti alieni, che propriamente non possono dirsi non sequitur, perché non si capisce nemmeno se c’è un qualche tipo di struttura inferenziale:

Un caso analogo [sostanzialmente, di uso della figura retorica dell’ironia nel discorso politico] è rappresentato dall’uso di parole ed espressioni come “amici”, “sorriso”, “voler bene”, sempre da parte di Salvini, ma anche (senza la medesima carica di violenza ma con analoga violazione dei significati) da altri esponenti politici fra i quali l’ex presidente del Consiglio, ex segretario del Pd, capo del piccolo partito chiamato Italia Viva, Matteo Renzi. Non è casuale, forse, che i due siano stati protagonisti dei due errori forse più catastrofici di strategia e di previsione: rispettivamente provocare la crisi di governo nel 2019 (Salvini) e intestarsi il referendum costituzionale malamente perso nel 2016 (Renzi).

Lettori, ho riportato il passo per intero, e vi assicuro che nelle immediate vicinanze non c’è nulla che permetta di capire perché “non è casuale” che Salvini e Renzi siano politicamente due incapaci (almeno secondo il nostro autore). Forse, azzardo io, i due masnadieri sono dei farlocchi perché si sono basati, politicamente parlando, su consigli simili a quelli che Carofiglio candidamente propone nel saggio:

Qualsiasi impostazione politica laica e non demagogica deve riconoscere la fallibilità come una premessa di metodo, e dichiararsi disponibile a correggere i suoi inevitabili errori.

Se sentite dei rumori, è Machiavelli (uno per tutti) che si rivolta nella tomba. Che posso dire? Questo consiglio fa pena; se è vero (o quantomeno plausibile) che un buon capo politico (non necessariamente un “principe”, anche un partito, una coalizione) dovrebbe evitare sia di sentirsi infallibile, sia di dare ascolto a nevrosi varie, è assolutamente sconsigliabile che si mostri pubblicamente dubbioso e autocritico. La nostra specie, che piaccia o no, sembra essere naturalmente incline ad aggregarsi intorno a ciò che trasmette forza e sicurezza, perché la vita è complessa (proprio come dice il nostro), e la complessità è spaventosa e pericolosa. Tutti noi abbiamo dubbi e paure, e non ci riuniremmo mai intorno a qualcuno o qualcosa che ha paura e dubbi come noi: vogliamo sapere dove andare, anche se non lo sappiamo, e anche se sappiamo di non saperlo, mettiamola così. Sarà riprovevole, ma bisogna venire a patti con la realtà: e la realtà ci suggerisce, quando non lo grida direttamente, che un governo capace e che si mette in discussione soccomberà alla propaganda dell’incapace Hitler. Incapace, eppure sicuro di sé, sfrontato. Perciò, il buon politico (anche buono d’animo, intendo) farebbe meglio a considerare con attenzione gli sgradevoli fatti della vita, lasciando perdere i consigli “a testa in giù” di Carofiglio.

Basta, che cosa ne dite? Cioè, potrei sottoporvi anche altre perle, ad esempio invettive (più o meno esplicite) contro lo stile immaginifico e figurato, o lezioncine da liceo classico sul “logos”, ma credo che quanto ho esposto finora sia sufficiente. Abbiamo incontrato molte volte Gianrico Carofiglio, e ormai è un abbonato alla stellina solitaria de Il pesciolino d’argento: sappiamo che ce la mette tutta e che in qualche modo coi suoi lavori vorrebbe fare qualcosa di buono, però… non bastano le buone intenzioni, sappiamo anche questo! Soprattutto i suoi saggi sono un campionario di terribili luoghi comuni, di imprecisioni e di ingenuità, pertanto è difficile attribuire a essi un qualche valore “didattico” o in generale “istruttivo”. Il difetto del nostro, in definitiva, è uno: vuol dire al mondo come deve andare, non vuol dire a noi come va il mondo. E ciò porta inevitabilmente a risultati… be’ non vorrei dire disastrosi. Non lo dico.
Carofiglio stesso ammette che questo saggio è “un gioco di sconfinamenti”, e io mi sento a questo punto autorizzata a non prendere troppo sul serio La nuova manomissione delle parole. Non fatelo nemmeno voi, dunque, anche se ribadisco che un po’ di serietà nel libro c’è: proprio pochina pochina, eppure “facciamo che basta”, via. Ecco, riflettendo su quella, e sul contrario del resto (sempre che il resto ce l’abbia un contrario, un contrario possibilmente non formato grazie a un prefisso), sono sicura che riuscirete a trovare un qualche tipo di utilità a questa carofigliata che abbiamo smontato ed esaminato insieme. E, forse, riuscirete anche ad apprezzarla, riuscirete anche a divertirvi. Io ci sono riuscita, confesso. E se ci sono riuscita io… buona lettura a tutti!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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