Sembrava bellezza – Teresa Ciabatti

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In sintesi:

sembrava bellezza romanzo di teresa ciabatti edito da mondadori

Voi che avete pensato due lesbiche, due vecchie lesbiche, lo so. Ebbene voi: sapete chi siamo davvero noi, chi ospitate nel vostro albergo? Due adolescenti inquiete, pazze, represse, vergini, sadiche, scriteriate, immorali, pericolose, vergini vergini.
Attenzione che, se ci gira, qui salta tutto.

Sembrava…

Non è chiaro che cosa minacciano di far saltare i personaggi di Sembrava bellezza. È invece evidente chi fa saltare Teresa Ciabatti, con il suo romanzo: il lettore. Certo, perché un salto sulla poltrona è il minimo, dopo aver provato la tremenda paura causata dalla sintassi, dalla punteggiatura, dal ritmo narrativo e dalla logica di Sembrava bellezza.

Andiamo per gradi e cominciamo dalla trama. La protagonista, di cui non conosceremo mai il nome, ci racconta in prima persona la storia della sua vita: è una quarantasettenne scrittrice di discreto successo. Il lavoro, però, è l’unica cosa di cui può vantarsi, perché la sua famiglia e la sua vita emotiva sono un vero disastro. Ha divorziato dal marito che ha tradito per molti anni, sua figlia Anita la odia per essere stata una madre assente, disinteressata e perfino violenta, inoltre non ha veri amici intorno a sé.

Lagne di una pariolina bruttina

Più di tutto questo, ed ecco il nucleo principale del romanzo, la nostra protagonista si porta dietro il grande dramma di essere stata un’adolescente bruttina, grassa e sgraziata, oltretutto non ricchissima come i suoi compagni di classe pariolini. Già, non ve l’avevo detto, la donna fa parte della Roma bene, solo che lei va un po’ meno bene degli altri. Dunque, scopriamo che non aver avuto una miriade di spasimanti con cui fare capriole a letto, e non aver potuto vivere una giovinezza alla Beverly Hills 90210, l’ha lacerata dentro, causandole un trauma da cui non riesce ancora a riprendersi, dopo trent’anni:

Nei letti, sotto maschi eccitati, io vedo loro, tutti loro che non mi hanno amata, imprimendo sulla mia persona fragile un marchio.

Se avessi vent’anni. Se il successo fosse arrivato a vent’anni mi sarei ubriacata, drogata, avrei illuso ragazzi, usandoli per brevi periodi allo scopo di accrescere la mia vanità. Sarei stata rincorsa da giovani maschi. Tutti a desiderarmi.

Preparatevi emotivamente, lettori, lungo tutto Sembrava bellezza emergono ricordi dolorosi dei crudeli anni del liceo, ricordi che parlano di orrori incredibili, come quando la protagonista non fu scelta come rappresentante di classe. Possiamo quindi capire perché è impossibile lasciarsi alle spalle il trauma, anche a distanza di tempo:

Qualcuno potrebbe obiettare che sono passati troppi anni per serbare rancore.
E allora io – sempre nella fantasia – raddrizzo le spalle, schiarisco la voce, dico no. Impossibile dimenticare, dico. Come cancellare il momento in cui candidata a rappresentante di classe contro due emarginate […], sicura di vincere, sulla lavagna vicino al mio nome non compare alcuna x?

Federica, la… migliore amica

Be’, la trama si esaurisce qui. D’accordo, Teresa Ciabatti tira in ballo anche altri personaggi e altri eventi, ma si tratta solo di scuse per allungare il brodo e per far credere che le lagne da complessata della protagonista siano un… romanzo. È in ogni caso impossibile ignorare che la nostra quarantasettenne, anche voce narrante, reclama sempre l’attenzione sulla mancanza di figaccioni nella sua vita amorosa adolescenziale.

Però io sono curiosa e mi va di assecondare il giochino letterario della Ciabatti: vediamo dunque cos’altro c’è nella trama di Sembrava bellezza.
A un certo punto, nella vita della protagonista rientra Federica, ai tempi del liceo la migliore amica. Federica porta con sé anche Livia, sua sorella. Ebbene, mentre al liceo la protagonista e Federica erano due adolescenti sovrappeso e poco piacenti, Livia era bellissima, magra, bionda e parecchio promiscua. Proprio a causa della sua eccessiva “libertà”, e forse per una gravidanza indesiderata, i genitori di Livia le proibirono per un po’ le uscite con gli amici e altri divertimenti. Risultato? Alla “povera” Livia venne la depressione e tentò il suicidio.

Vergini da suicidio

Fermiamoci un attimo. I lettori più attenti e informati si saranno già resi conto che il personaggio di Livia non è originale. Teresa Ciabatti ritaglia da Le vergini suicide, di Jeffrey Eugenides, il personaggio di Lux Lisbon e lo incolla con grande soddisfazione nel proprio romanzo. È proprio Lux con un altro nome: i capelli biondi e la bellezza, la severità della madre, la volontà di suicidarsi, i rapporti sessuali con sconosciuti consumati a un passo dalla camera dei genitori… tutto copiato e incollato, per così dire.

Ma la Ciabatti non si ferma più: estasiata dal libro di Eugenides, o forse presa dalla paura che il lettore non colga il riferimento, infila continui e ossessivi richiami a Le vergini suicide lungo tutto il corso di Sembrava bellezza:

Le cose precipitano, non chiedeteci come, ignare, inconsapevoli, vergini vergini, noi non capiamo.

Cosa ti ha spaventata, vergine di provincia?

Vergini suicide, dove per talune è inesatto vergini, per altre suicide.
Siete voi, né vergini né suicide, camicia da notte rosa a ondeggiare intorno al corpo.

Dall’altro lato del quartiere, noi. Disorientate, confuse, vergini, bugiarde, una delle due più bugiarda dell’altra.

Il motivo del parallelismo e del citazionismo resta un mistero. Se Eugenides ha voluto offrire uno spaccato sull’inquieta gioventù americana degli anni Settanta, palpitante e repressa, non si capisce invece che cosa voglia raccontare la Ciabatti. Livia era una liceale libera, prediletta in famiglia: era invitata alle feste, restava fuori tutta la notte e rientrava all’alba, aveva perfino un personale lettino solare in casa. Niente a che vedere con Lux Lisbon e le sue sorelle, praticamente segregate e controllate a vista da una madre bigotta.

Proviamo a riflettere: se torniamo all’adolescenza dei personaggi, abbiamo Livia, una ragazza che ha tutto ma che è incline all’autolesionismo, e Federica insieme alla protagonista, due ragazzine con problemi diametralmente opposti. Ma allora non c’è nulla che legittimi l’affermazione della voce narrante:

Questa è sì la storia di Livia, ma nel profondo, in senso universale è la storia delle ragazze di quella generazione.

Basta grattare un po’ la (sottile) patina pseudoletteraria con cui l’autrice avvolge il personaggio di Livia e vediamo la realtà: Livia è semplicemente un personaggio creato ad hoc perché la protagonista possa avere qualcuno a cui paragonarsi sempre:

Eccola ancora lì, in quel corpo aggraziato. Livia.
Seno perfetto, dicevamo. Non cotone, non calzini – eravamo noi a inzeppare i reggiseni di calzini. La protuberanza di carne che sobbalzava a ogni movimento era tanto vera per lei, per il mondo, quanto dolorosa per noi appena sbocciate, dai seni piccoli, asimmetrici nel mio caso […].

Nella memoria – eccomi, alle spalle di Federica – lei [Livia] è nuda, sopra e sotto, dove campeggia un cespuglio biondo (ulteriore evoluzione della regola che i figli dei ricchi sono biondi; qui i figli minori dei ricchi sono biondi anche in mezzo alle cosce).

Riflette [la protagonista] su una ragazza ideale, la sintesi di tutte loro.
Gambe di Livia, testa sua. Gambe di Livia, tette di Livia, culo di Livia, cervello della scrittrice.

Narratore schizoide

L’escamotage di Livia, però, a un certo punto diventa trito. Quindi, per movimentare un po’ l’inarrestabile serie di lagne, la Ciabatti decide di indugiare anche sul rapporto problematico fra la protagonista e la figlia Anita. Niente, il rapporto non subisce né un’evoluzione né un’involuzione, la protagonista cerca semplicemente di far pace con la figlia, la quale decide di partecipare a Caduta libera, dove vince dei soldi. Poi continua a ignorare la madre. Ehi, non fate rimostranze, per il marketing tutto ciò è sufficiente per definire Sembrava bellezzaun romanzo di madri e di figlie”.

Insomma, abbiamo capito che Teresa Ciabatti ha ricoperto di spezie un pezzo di carne marcia, ha steso una tovaglia di pizzo Sangallo su un ammasso di letame. Ma la nostra autrice ci teneva davvero a conferire al suo papocchio narrativo un’aria superintellettuale, perciò, oltre a quello che vi ho segnalato, ha voluto giocarsi anche la carta del narratore inattendibile.

Giusto per darvi un riferimento, il narratore inattendibile omette informazioni importanti o addirittura ne racconta di false. Ebbene, in Sembrava bellezza succede proprio questo: la voce della protagonista a volte si contraddice, soprattutto quando parla di presunte violenze sessuali avvenute in famiglia…

Se immagino mia nonna bambina vedo un uomo senza volto entrare in bagno (ai tempi non esistevano bagni), entrare in bagno e tapparle la bocca. Spesso, fantasticando, mi sono chiesta cosa facessi io a sette anni, l’età in cui mia nonna veniva violentata dal padre.
Ai parenti che protesteranno – mai avvenuto un simile episodio nella nostra famiglia, questa è diffamazione – risponderò avete ragione […].

A quanto pare, la retta versata alla Scuola Holden non è stata sufficiente ad assicurare l’apprendimento delle tecniche narrative basilari, perché Teresa Ciabatti ha usato senza criterio il narratore inattendibile. Questo tipo di narratore, infatti, è solitamente adoperato per architettare un colpo di scena finale (come accade ne L’assassinio di Roger Ackroyd), ma in Sembrava bellezza non c’è nessun colpo di scena, perciò il narratore inattendibile serve solo a confondere le idee.

Avete ragione, il narratore può anche essere un personaggio dalla dubbia sanità mentale, come Zeno Cosini de La coscienza di Zeno o Adam Walker di Invisibile. Ma in Sembrava bellezza, a differenza di quanto accade nei due romanzi menzionati, non si trova un “contronarratore” che rettifichi e faccia chiarezza su quanto detto dal narratore inattendibile (come in effetti fa il Dottor S. con Zeno).
Il povero lettore può soltanto grattarsi la testa e fare spallucce, di fronte alle affermazioni senza senso della protagonista. Tanto più che di quest’ultima non emergono nel corso del romanzo particolari marcatori caratteriali, segni inequivocabili di una sua sotterranea follia. Insomma, Sembrava bellezza continua a emanare un bell’afrore, che la tovaglia di Sangallo non riesce a mitigare.

Scrittura baricca

A questo punto, trovo doveroso discutere lo stile del romanzo. Teresa Ciabatti crede che usare implacabilmente uno stile segmentato renda le lagne belle e avvincenti. Per circa duecento pagine, dunque, il lettore è di continuo offeso da passaggi come questo:

Lei che mi accompagna a un taxi, facciamo due passi. Quanto ero sola, e non me ne rendevo conto, illusa che il problema fosse la notte, una donna senza marito in una grande casa, figlia lontana, metti che un malintenzionato. Metti un malintenzionato di notte. Fiduciosa che bastasse chiudere la porta a doppia mandata. Quanto ero sola, di giorno e di notte.

Ma non è finita. Per la gioia di un certo autore di saggi sconclusionati, Teresa Ciabatti decide di rendere davvero “baricca” la sua scrittura, modificandola geneticamente, come vediamo in questi brani:

Va bene, di ex compagni di scuola ne era ricomparsa solo una, bastava. Quell’una avrei piegato a valere per tutti.

Sì, mia figlia ha una voce bassa, da contralto, che se avesse voluto. Con i contatti miei e del padre, poi.

Padre orco, madre castrante, benissimo io adolescente oggetto di derisione dei ricchi aristocratici, perfetta l’immagine dello zaino koala a rimarcare l’inadeguatezza, inaccettabile invece io che ripudio l’amica. Fuori il personaggio – il mio.

Chissà che avrei deciso se fossero riusciti ad ammettere quello che davvero temevano.

Tette, chiappe

E inoltre. No, scherzo: inoltre, lettori, voglio proporvi una riflessione. Sembrava bellezza è un grosso “embè?”, ma il tema che non riesce a sviluppare è interessante: la frustrazione sessuale derivata da un corpo sgraziato e repellente è condivisa da molti adolescenti e giovani adulti, tuttavia resta un tabù. Non sono infatti molti gli scrittori che hanno deciso di farne l’oggetto della propria arte. Fra quei pochi, Elsa Morante con Aracoeli, in cui leggiamo brani di una sessualità morbosa eppure “bella” (quando il protagonista, non più in fasce, si avvicina per suggere il seno della madre dormiente, ad esempio).

La sessualità confusa, turbata e disturbante, aggressiva e repressa degli individui “quasi adulti” può essere davvero poetica se affidata alle mani giuste. Ma che Teresa Ciabatti non si azzardi ad allungare le sue! Se lo facesse (di nuovo)…

[…] se fossimo uguali oggi avremmo entrambe le tette rifatte.

Togliamo la ruggine dell’imbarazzo: la prima volta che me lo sono fatto mettere dietro, chi era? […] Piuttosto si perde lui, il maschio che mi ha sverginato nel culo.

[…] Federica solleva la maglietta.
E io ipnotizzata dalle sue tette.

Dopo i trentacinque, decine di ovuli fecondati non trovano appiglio e scivolano via, nelle mutande, negli scarichi. Talvolta sopravvivono nel water, pochi secondi (fantasia: mettiamone uno in una vaschetta, nutriamolo. Crescerebbe?).

Spesso le pizze dimenticate nel forno prendono le sembianze di esseri viventi (non dirò feti, rifiuto di dire feti), o forse li vedo io negli ammassi informi. L’impulso di aprire lo sportello e stringerli al cuore.

Ditemi voi, come è possibile prendere sul serio la sessualità espressa da Sembrava bellezza? È così inutilmente superficiale da risultare grottesca.

… monnezza

Non ho altro da dire, Sembrava bellezza non è niente: manca di profondità, di intelligenza, di… bellezza. Al di là delle sottotrame non sviluppate, anzi appena accennate, al di là dello stile, al di là delle tecniche narrative male eseguite, dove diavolo è lo sguardo fine dell’artista?

Se volete provare a cercarlo, io vi auguro buona fortuna… e buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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