Le nostre vite – Francesco Carofiglio

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In sintesi:

le nostre vite romanzo di francesco carofiglio edito da piemme

«Non c’è molto da spiegare. È come se… sì insomma, credo… di essermi innamorata. Piuttosto innamorata, sì. E per la prima volta, sono capace di dirlo.»
«…»
«Non reagire con tutto questo entusiasmo, eh…»
«Scema.»

Come una caccola

Aveva trovato la sua strada. Non dico che era bravo, ma almeno non faceva evidentemente pena. Insomma, erano poesie alquanto patetiche, però funzionavano meglio del romanzo. Niente da fare, sarà stata la recensione (appena) positiva a scombussolare tutto. Eh sì, lettori, intuite bene: Carofiglio (“l’Altro”, Francesco Carofiglio) ha gettato nel gabinetto l’alloro poetico ed è ritornato alla narrativa dura e pura. No, non cominciate con i perché: questo è un blog di letteratura, non uno sportello di psicologia. Io so soltanto che il nostro autore non ce la fa, è più forte di lui: si è incaponito di voler scrivere un romanzo memorabile, uno di quelli che lasciano il segno, uno di quelli che la RAI può trasporre in una fiction adatta agli infartuati. Vi risparmio la suspense: Le nostre vite, la carofigliata che discuterò, è come una caccola appiccicata sul muro della letteratura. E prestate attenzione, questa recensione è un monito, per voi. Già, perché con il suo nuovo lavoro, Carofiglio questa volta vuole fare piazza pulita di ogni vostro neurone. Eh già, personaggi inutili e dialoghi assurdi sono stati assoldati dal nostro autore con il preciso compito di sterminare ogni cellulina grigia che incontreranno. E se la cosa non vi spaventa abbastanza, e preferite un’altra metafora, sappiate allora che Le nostre vite è Una specie di felicità dopatissimo: come Ivan Drago, spezzerà in due la vostra sanità mentale, se prima di leggerlo non vi sarete sottoposti a un adeguato brain training”.
E va bene, va bene… trama!

Il protagonista della caccola è Stefano Sartor, un professore che insegna filosofia nientemeno che alla Sorbona. Stefano ha quasi cinquant’anni, ma, di fatto, è come se ne avesse vissuti soltanto trenta: quando era un diciannovenne, la sua casa esplose, portandosi via la sua famiglia e la sua memoria. I primi vent’anni di Stefano sono un nulla, non ci sono volti, non ci sono nomi, non ci sono odori.
Bene, quello è il passato. Nel presente, mentre sta presentando il suo bestseller in Italia, Stefano incontra la fotografa Anna Castiglioni. È bella, affascinante, colta, e ovviamente Stefano se ne innamora. Il nostro protagonista non sa ancora, però, che lui e Anna si sono già conosciuti…
Esatto: il volto di Anna è uno di quelli che l’incidente ha rubato alla memoria di Stefano. Ma se il professorone da un milione di copie vendute è smemorato, Anna invece ricorda benissimo: accusa Stefano di averla stuprata e di averla abbandonata quando era solo una sedicenne. Stefano è sconvolto, non si riconosce nel ritratto che di lui fa Anna; tuttavia, non può evitare di confrontarsi con il sé stesso del passato, fattosi improvvisamente spaventoso…

Hulk Hogan

Ah, ecco. E che cosa ho da lamentarmi, quindi? Questa trama è davvero coinvolgente! C’è proprio tutto: una storia d’amore, il tema del doppio, il tema della memoria perduta. C’è addirittura qualche lampo filosofico, che ci spinge a interrogarci sulla natura delle funzioni “mentali”: infatti, pur impedendo a Stefano di ricordare, il suo cervello lo spinge a relazionarsi con persone che hanno già fatto parte del suo passato, quasi come se i legami sentimentali lasciassero un segno in un altro tipo di memoria, come la cosiddetta “memoria muscolare”. E poi, ancora, sono in ballo temi delicati e più che mai attuali, come la violenza sessuale. Insomma, la trama ha proprio tutti i requisiti per coinvolgere il pubblico. Ma sicuro! In effetti, all’idea della trama non manca nulla. Il problema è il solito, per Frank Dearson (non lo sto prendendo in giro, questo era il suo nickname su Instagram): la realizzazione dell’idea. Dopotutto, ve l’ho già spiegato quando vi ho parlato di Perla nera: l’originalità della trama contribuisce solo in minima parte alla bellezza dell’opera. Personaggi complessi, psicologicamente approfonditi e in grado di suscitare empatia fanno sempre passare in secondo piano la banalità dell’intreccio. Al contrario, una trama originale non riesce a sovrastare né personaggi piatti e amorfi né vicende altrettanto cretine e soporifere.
Cosa posso dirvi, lettori, il vizio non se lo toglie: Carofiglio ama parlare di psicologia, ma non è capace (o non ha voglia) di scrivere un romanzo psicologico. Le storie pullulano di psichiatri, di traumi psicologici e di colpi di scena, ma trascurano gli stati emotivi, i pensieri e i patemi dei personaggi, lasciando il lettore disorientato. In effetti, l’unico stato psichico associabile ai libri del nostro è la noia.

Sì lettori, come sempre volete delle prove di ciò che dico. Vi accontento, facendovi leggere un brano tratto dalle ultime pagine del romanzo, brano in cui Anna commenta il primo incontro (dopo l’esplosione) con Stefano:

Volevo vendicarmi, in qualche modo. Rovesciarti addosso la rabbia, il disprezzo. Farti male, come tu ne avevi fatto a me. […]
Mentre salivo le scale dell’albergo […] sudavo, avevo freddo e caldo insieme. Ho pensato in ascensore che sarei morta.
Poi ti ho visto.
Abbiamo parlato.
E mentre inquadravo il tuo viso, ti rivedevo ragazzo. […] invece di odiarti, sentivo una pace improvvisa, un desiderio inascoltabile di pace.

Ancora siete perplessi, capisco. Sì, è strano che l’albergo apparentemente disponga di un ascensore dotato di scale interne, però sapete che non è questo il problema del brano: Anna è evidentemente agitata al solo ricordo dell’incontro, perciò si confonde e dice cose leggermente incoerenti. Senza dubbio, dalle parole riportate si capisce che l’incontro è stato un momento di alta tensione, un punto di svolta. In effetti, di per sé il brano non è problematico, e da solo non dimostra nessuna tesi. Ma l’ho riportato perché, se confrontato con un altro brano, proprio quello che descrive “in presa diretta” l’incontro dei protagonisti, dà una prova certa delle falle esistenti nella Carofiglio scrittura.
Pronti, dunque, a leggere del fatidico incontro? Ricordate che è un momento chiave, pregno di emozioni, di cuori martellanti e…

Ed entrò una donna. Alta, snella. Si fece avanti. […]
«Buonasera, sono Anna Castiglioni.»
«Buonasera…»
Restarono uno di fronte all’altra, immobili, per qualche istante. Lei sorrise, le labbra increspate da piccole screpolature.
«Il suo ufficio stampa mi ha detto che avrei potuto farle degli scatti…»
«Sì… giusto. Avevo dimenticato.»
«Mi hanno detto anche che non abbiamo molto tempo.»
Tolse il soprabito e lo appese su una gruccia, all’ingresso. Si muoveva con eleganza quasi maschile. Portava una T-shirt bianca e un paio di jeans […]. I muscoli delle braccia erano solcati da un rivolo di vene azzurrine, attraversavano i bicipiti, sfociando nell’avambraccio […].
Tirò fuori dalla borsa la macchina fotografica.

Ma cosa diavolo abbiamo letto? Stefano e Anna sono costretti a recitare un paio di battute fredde e distaccate, ancora più fredde e distaccate di quelle che si scambierebbero due sconosciuti totalmente indifferenti! E poi? Allo scambio garbato e laconico di saluti e di informazioni, segue una descrizione inutile, totalmente priva di informazioni interessanti, che ci mette al corrente dei muscoli portentosi di Anna, descritta come una specie di “Mister Olympia” sotto steroidi. Ma insomma, Anna ha ricordato di aver provato emozioni intense e dirompenti: dove sono i capelli scarmigliati, le guance arrossate, il respiro affannoso, gli occhi lucidi e le perle di sudore? Anna dovrebbe essere agitata, e invece si muove con “eleganza” (nonostante i bicipiti alla Hulk Hogan), come se fosse fresca di doccia: è posata, calma, professionale e sbrigativa. Dal canto suo, Stefano è ben poco reattivo, si direbbe sedato: è così che il suo corpo “riconosce” Anna? Mah, forse il corpo è un po’ ritardato, a questo punto…

Il silenzio dei deficienti

Va bene lettori, probabilmente state pensando che ho riportato solo la premessa dell’incontro: questo si farà emozionante qualche paragrafo più avanti. Giusto, giusto, Anna, ricordando, dice chiaramente che lei e Stefano hanno poi “parlato”. È nel dialogo che si trovano i fuochi d’artificio, è così? Mi spiace, devo darvi una delusione:

«Ha detto… Il suo nome è Anna Castiglioni, giusto?»
«Sì…»
«Dove posso aver visto i suoi lavori?»
[…]
«Londra, Berlino… soprattutto New York, ma in Italia mai.»
«Non vive in Italia, quindi.»
«No, ma ho una casetta in Toscana […]
«Ho capito…»
«La prossima mostra si inaugura alla fine di maggio, a Parigi.»
«Dove?»
«Alla Maison Européenne de la Photographie, non so se la conosce.»
«Piuttosto bene.»
«Abito da quelle parti. A meno di dieci minuti da lì.»
«Ah…»
La donna esitò qualche istante, poi riprese a occuparsi del set.

Guardate me? Non guardate me, lanciate le vostre occhiatacce a Frank. Io vi avevo avvertito: tutti i difetti di Una specie di felicità sono stati imbottiti di ormoni, e hanno assunto dimensioni spaventose. Dov’è il pathos in questo dialogo? Cioè, è questa l’idea che Anna ha della vendetta? Con queste parole “rovescia la rabbia” addosso a chi detesta?
E non dovete farvi illusioni. Tutti, dico tutti, i dialoghi de Le nostre vite sono così: di una moscezza sconcertante. Le battute fra Stefano e Anna, lo ribadisco, sembrano quelle di due sconosciuti che si sforzano di rompere un imbarazzante silenzio. I due non flirtano, non filosofeggiano, non si raccontano, non si scontrano (benché, evidentemente, almeno per Anna sia così che ci si scontra). E quel che è peggio è che Carofiglio riporta tutto, anche ciò che normalmente nei romanzi e nei film viene tagliato. Battute come “ho capito” e “ah…” uccidono il ritmo del dialogo perché sono tempi morti, sono degli inserti noiosi. Ha senso riportarli solamente se si vuole mettere in evidenza il disagio e il disinteresse reciproco di due personaggi, costretti a parlarsi dalle circostanze, come potrebbero essere appunto due sconosciuti in ascensore.

Nonostante i miei avvertimenti, proprio non volete perdere la speranza, vero? Giustamente, dite voi, il primo incontro propone un ultimo momento significativo: Anna, infatti, ricorda di aver inquadrato il volto di Stefano con la macchina fotografica. Eh già, osservando il viso di lui, Anna riconosce il ragazzo di un tempo, e improvvisamente si sente in pace. I propositi di vendetta sono evaporati. Ma certo, non ho nulla da obiettare, è il culmine dell’incontro: attraverso la mediazione della fotocamera, Anna e Stefano sono costretti a guardarsi negli occhi, non possono evitarsi, non possono abbassare lo sguardo. Sono costretti a riflettere sui veri sentimenti che si agitano in loro, sentimenti che gli occhi non riescono a nascondere. Bene, d’ora in poi sappiate che questo è il modo “artistico” di rendere una simile, magica scena:

«Adesso… faccia come se io fossi… trasparente.»
«Temo di non aver capito.»
«Vede qualcosa dietro di me?»
«… un manifesto, il muro…»
«Ecco, provi ad annullare la mia presenza e guardi dritto quel muro. Si concentri sul manifesto. Faccia finta che io non esista.»
[…]
«Bravo…»
Fece un’altra decina di scatti, poi si fermò e diede un’occhiata alle immagini sul display. Seguì un silenzio prolungato, in cui nessuno disse nulla.
«Okay, direi che abbiamo finito.»

Ah. Eh. E che cavolo! Lettori, avete la dimostrazione che la trama ha un’importanza minore di quanto si creda comunemente. Ciò che fa davvero la differenza è la cura dei dettagli, lo ripeto. Vi ricordate dell’iconica scena di Titanic, in cui Rose chiede a Jack di dipingerla come una delle sue ragazze francesi? Bene, la scena di Titanic e quella che ho appena riportato de Le nostre vite presentano in sostanza lo stesso contenuto: in entrambe c’è un personaggio che cerca di immortalare la persona amata, e fra i due si instaura un lungo contatto visivo. Ecco, una scena è talmente ben eseguita, talmente “forte”, da essere divenuta parte della cultura popolare, l’altra… l’altra l’ha scritta Francesco Carofiglio. I dettagli, i dettagli. Nella scena di Titanic, Rose si adagia cautamente sul divano, inizialmente vergognosa e pudica, tanto che Jack deve suggerirle come posare. Poi Rose si abbandona, rilassa i muscoli, e il suo sguardo si fa più intenso. Jack non inizia subito a disegnare: prima sospira forte, quasi come se cercasse di farsi coraggio, per resistere alla tentazione di correre tra le braccia della donna amata, nuda di fronte a lui. Dopo la “preparazione”, la scena si satura di erotismo, e di certo non perché Kate Winslet sia senza vestiti. No, ciò che è davvero erotico è il gioco di sguardi fra Rose e Jack: lui cerca di catturare l’essenza di lei, la esplora, la “conosce” (in un senso molto, molto vicino a quello biblico); e Rose si lascia guardare, ormai spogliata anche della timidezza. Questi sono i particolari che hanno reso indimenticabile la scena di Titanic. Ne Le nostre vite, Carofiglio trascura i movimenti delle mani, le espressioni del viso, insomma i piccoli gesti che tradiscono lo stato d’animo dei personaggi, impedendo alla scena di prendere vita. Si premura soltanto di mettere nero su bianco vacue descrizioni, quasi il romanzo fosse un verbale redatto da un commissario un po’ tardo. Ad esempio, che senso ha scrivere che “seguì un silenzio prolungato, in cui nessuno disse nulla”? D’accordo, nei fatti succede quello, ma di quale silenzio si tratta? Anna e Stefano sono tesi? Sono in imbarazzo, mentre si guardano? Oppure è un silenzio romantico e carico di passione? No, no, forse ciascuno dei due si sta facendo gli affari suoi. Anna pensa ai fatti suoi mentre scorre le foto sul display della macchina fotografica, e Stefano… probabilmente guarda nel vuoto, aspettando che Frank lo metta in un’altra situazione imbarazzante. Sì, dev’essere così.

Quella roba di me nudo

Abbiamo capito, Carofiglio ha coraggiosamente sprecato una preziosa occasione per coinvolgere il suo pubblico. Ma non è il solo peccato del nostro: la scena del primo incontro non riesce neppure a essere funzionale allo sviluppo della trama. Lettori, alla fine del libro ci aspetta un importante colpo di scena, che rivela l’identità di Anna, quella di Stefano e il loro passato. E… ed è un colpo di scena a cui Carofiglio non ci prepara minimamente. Ora, quanto vi sto dicendo sembra strano: se l’autore prepara il pubblico al colpo di scena, il colpo di scena non è forse rovinato? Be’, non è proprio così. Il colpo di scena serve sì a sorprendere il pubblico, ma ha anche, e soprattutto, una funzione chiarificatrice. Pensiamo al celebre film di Hitchcock, Psycho. Ci sono molte scene in cui la madre di Norman, sospettata di omicidio, agisce. La sentiamo parlare con il figlio, la vediamo di spalle e la intravediamo nell’ombra. Eppure… non riusciamo mai a guardarla in faccia. È una stranezza che insospettisce, ma a cui lo spettatore non dà eccessivo peso. Solo sul finale, quando si scopre che la madre di Norman è in realtà Norman stesso, quella stranezza acquisisce significato. Ecco dunque la funzione del colpo di scena: non è sufficiente che il pubblico sia stupito, alla sorpresa deve seguire la ricostruzione del puzzle. Se ci pensate, notate che lo stesso meccanismo è utilizzato anche in altri film dal finale sorprendente, come Il sesto senso o The others: funziona, ed è praticamente infallibile.

Capite dunque bene perché la scena dell’incontro fra Anna e Stefano è completamente sbagliata: non solo è dominata dall’apatia, ma non ci mette nemmeno “la pulce nell’orecchio”. Come già detto, Anna non assume un atteggiamento strano, anzi si muove con disinvoltura, risponde serenamente alle domande che Stefano le pone, è tranquilla. E non emergono stranezze nemmeno più avanti, quando la storia d’amore fra i due prende il volo: passeggiano per Parigi come due sposini durante la luna di miele, cenano insieme e passano la notte insieme. Lettori, ricordando ciò che ho detto riassumendo il romanzo, non credete che almeno durante la notte, davanti al corpo nudo di Stefano, Anna dovrebbe avere un sussulto, un accenno di ripensamento, uno scatto di nervosismo? Dopotutto, mostra di aver subito un grave trauma in seguito alla violenza sessuale:

Avrebbe provato a cancellare quel viso, sopra di lei, gli occhi fissi, incapaci di vedere. Incapaci di vederla. Quegli occhi colpevoli, maledizione. E avrebbe pagato tutto, negli anni che sarebbero venuti. Il conto di quei giorni, il giudizio, il dolore, la vergogna. Avrebbe punito se stessa, fino a farsi male. […] Nel rituale assurdo, di rapporti che avrebbero rinnovato la punizione.

Sarà, fatto sta che Anna è felice a letto con Stefano. Ma cosa dico? Più che felice, è deliziata

«Sei bello. Volevo dire questo. Sei bello, nudo.»
[…]
«Dimmi un po’ meglio quella roba di me…»
«Di te?»,,
«Di me, appunto… quella roba di me nudo.»
«Cosa vuoi sapere?»
«Non lo so, racconta.»
«Niente. Sei bello. Sembra che il tempo non sia passato.»
«Che vuol dire?»
«Hai il fisico di un ragazzo, quasi un adolescente […]

Oddio lettori, ma non credete che Anna dovrebbe essere scossa proprio perché Stefano assomiglia tantissimo all’adolescente che è stato? Lasciamo perdere. Ho il sospetto che Stefano sia una versione aggiornata di Giulio d’Aprile: sì, Stefano dà, come Giulio, ma riceve anche. Finalmente Carofiglio concede al suo pubblico un personaggio che gode come si deve! Già, Anna si comporta con Stefano, per la maggior parte del tempo, come una quattordicenne in estasi per il suo primo appuntamento. E quanti complimenti! Il nostro Stefano è un cinquantenne, come il suo autore, ma il fisico… ehi, aspettate, un cinquantenne che sembra un ragazzino è un po’ strano, siamo sicuri che una donna adulta lo troverebbe “bello”? Mah…

Com’è, come non è, tutto va alla grande, almeno finché Anna parte per New York. Nella Grande Mela, per qualche motivo, improvvisamente la donna sembra ricordarsi di aver subito una violenza; quindi chiama in lacrime Stefano e gli racconta tutta la verità. Badate che non sto esagerando, succede proprio così:

Anna posò il bicchiere sul davanzale.
L’High Line era un serpente di luce nell’oscurità. La grande finestra verniciata di bianco arrivava fino al pavimento, dove correvano le assi di rovere.
Si sedette per terra, strinse al petto le ginocchia. E cominciò a piangere. […] Quella notte gli raccontò tutto. Non poteva più tenerlo per sé.

Eh si sa, l’High Line commuove! Che cosa posso dirvi? In fin dei conti non dobbiamo essere granché sorpresi, perché anche in Una specie di felicità Carofiglio aveva inserito sul finale un “colpo di scena” grottesco e completamente fuori luogo. È che Frank è fatto così. Avete presente quando le bambine entrano in possesso della trousse della mamma e iniziano a pasticciarsi la faccia con i cosmetici? Ecco, Carofiglio ha una trousse piena di traumi e di colpi di scena.

Colpo di scemo

Non voglio tirarla per le lunghe con la trama, perciò concludo l’analisi parlandovi del tema del doppio, il più stimolante del romanzo. Togliamoci subito il dente: vi ho preso per i fondelli, non esiste nessun tema del doppio. Calma, calma, non sono impazzita. Effettivamente, per qualche pagina Carofiglio ci fa credere che in passato Stefano sia stato un cattivone, invitandoci a riflettere su quanto realmente conosciamo noi stessi, e su quali caratteristiche appartengono davvero alla nostra personalità. Poi però, Carofiglio tira fuori dalla sua magica trousse un altro “colpo di scemo”: Anna si è sbagliata, Stefano non è chi credeva che fosse. Falso allarme, riprendete tutti fiato. Stefano è sempre stato un bravo ragazzo, fin da adolescente, mentre il tipo che ha fatto del male ad Anna aveva fama di essere uno spietato sciupafemmine. I buoni sono sempre stati buoni, e i cattivi sono sempre cattivi. Fine.
Bello. Cioè, è una morale un po’ marroncina, però… però non so, a Carofiglio suonava bene. Certo, noi “non Carofigli” abbiamo un’idea diversa di che cosa suona bene, in un romanzo psicologico. In narrativa, il più delle volte, il ricorso alla psicologia ha la funzione di abbattere gli stereotipi, rivoltando i personaggi, analizzandoli, smontando le loro apparenze. È quel che succede in Doppio sogno di Schnitzler, in cui si rivelano i sopiti e trasgressivi desideri di una “felice” coppia borghese. Ed è ciò che succede anche in Arancia meccanica: quando Alex è reso inoffensivo, la società si dimostra crudele quanto lui, non risparmiando al “povero” protagonista torture e umiliazioni. Insomma lettori, le opere psicologiche mettono in evidenza le ipocrisie e fanno emergere lati della realtà che preferiremmo tenere nascosti nell’ombra. Pertanto, capite bene che leggere di Anna totalmente dimentica di ogni affronto, appena vede gli occhi da cucciolo bastonato di Stefano, e leggere delle prodezze morali senza macchia di quest’ultimo, è un’attività decisamente soporifera.
Eh, ma i colpi di scena, e…
Mi spiace Frank, hai toppato, basta.

Yoko Ono…

Ah, avete una domanda. Se Le nostre vite manca di precise analisi psicologiche, di dettagli rilevanti, di scene emozionanti e ben fatte, come è riuscito Carofiglio a imbrattare ben trecento pagine? Be’ lettori, qualche indizio che porta alla risposta già l’avete, pertanto vi sarà facile accettare quel che sto per dirvi: Le nostre vite è il catalogo ufficiale 2021 dei dialoghi dispersivi e immotivatamente cringe. Sì, è vero, proprio come Una specie di felicità. Però voi sapete che si fanno passi da gigante ogni anno, in materia di cringe…

In quell’istante squillò il telefono.
«Pronto…»
«Come stai?»
«Anna… non mi compariva il nome…»
«Ti chiamo da casa, il cellulare è scarico.»
«Ah okay…»
«Come stai?»
«Bene… tu?»
«Mi manchi.»
«Anche tu.»

Ah, ah, ah, incredibile. Che cosa ci importa se Anna ha il cellulare scarico? Perfino Stefano ha le decorazioni natalizie rotte e si limita a rispondere “ah okay”, perché mai il pubblico dovrebbe emozionarsi? Certo, poi ci sono le pause. Avanti lettori, provate a leggere il dialogo ad alta voce, rispettando la prosodia suggerita dal testo. È una moscezza mostruosa, non è vero? E tutto questo perché Carofiglio ha iniziato una relazione morbosa con i puntini di sospensione. Sono la sua Yoko Ono, e compaiono ovunque. Li mette dove dovrebbe esserci una frase, una virgola, un punto esclamativo, un punto interrogativo, o qualsiasi altra cosa, tranne i puntini di sospensione. Addirittura leggiamo “battute” composte unicamente da puntini di sospensione, come in questo dialogo fra Stefano e la sua psichiatra:

«Perché…»
«…»
«…perché lei e io… potremmo esserci sbagliati.»
«…»
«Quello che mi è successo probabilmente non avrà mai una spiegazione definitiva, abbiamo fatto molti progressi, ma… ma non siamo riusciti… non sono riuscito ad andare fino in fondo.»
«…»


Oh, scusatemi lettori, è che per un attimo ho subito anch’io il fascino dei magnifici tre. Qual è senso dei puntini fra caporali?! Stiamo leggendo una specie di Topolino, per caso? Basterebbe scrivere un banalissimo “la psichiatra lo ascoltò in silenzio”! Ma sicuro, mi ero dimenticata che l’obiettivo è di occupare più spazio possibile…

Tarzanello

Oh, a proposito della psichiatra devo fare un appunto. Oltre a essere un ricettacolo di dialoghi evitabili, Le nostre vite contiene un gran numero di personaggi assolutamente insulsi e fastidiosi. Fra questi, proprio la psichiatra, Barbara. Lo so, fa ridere, si tratta di un romanzo “psicologico”! Eppure è così: Barbara non aiuta Stefano in nessun modo, è soltanto un espediente narrativo. Barbara è la scusa che permette a Carofiglio di sfoggiare un po’ di cultura, filosofeggiando al contempo sulla natura della memoria. Ah, la psichiatra è utile anche per riassumere i capitoli precedenti, nel caso qualcuno si fosse (giustamente) addormentato, sopraffatto dai puntini. Barbara non è sola, sia chiaro. Ne Le nostre vite, incontriamo anche altri personaggi inutili, in certi casi inutili al cubo. Personaggi di cui non si riesce proprio a giustificare l’esistenza, nemmeno immaginandoli come semplici espedienti. Un esempio? Il cuoco che Stefano incontra in una trattoria di Trastevere:

Lo chef si affacciò al tavolo e gli chiese se la pasta fosse di suo gradimento. […] Stefano rispose che la trovava buonissima […].
«Grazie, sono molto felice.»
«Dico davvero.»
«Il segreto sta nella coagulazione dell’uovo.»
«Cioè?»
«Bisogna cuocere l’uovo a sessantacinque gradi, che è la temperatura di coagulazione delle proteine, l’ovotransferrina dell’albume comincia a sessantadue gradi e diventa un solido morbido a sessantacinque. A quella temperatura il tuorlo comincia a inspessire, ma non bisogna mai superare i settanta, se non vogliamo che diventi troppo solido.»
«Devo dire che non avevo mai considerato la cosa da questa prospettiva…»
Dopo cena fece una passeggiata in centro. Piazza Navona all’imbrunire gli sembrò ancora più bella […].

Ma chi se ne frega! Che roba è questa?
Sì, sì, lo so, in quest’era del foodporn, si sta costruendo una “filosofia” intorno al cibo. Un uovo raggrumato non è soltanto un uovo raggrumato, è un modo per prendersi cura di sé, è una poesia, è un kōan zen. Pensiamo a Una rosa sola, di Muriel Barbery, in cui la protagonista guarisce la propria anima attraverso la degustazione dei piatti giapponesi. Perciò, avete ragione, non sorprende affatto che uno chef ci illumini sulla sottovalutata complessità di un piatto comune come la carbonara. Ciò che in ogni caso sorprende, tuttavia, è che Stefano non faccia nessuna considerazione a riguardo. Il cuoco gli spiega minuziosamente il segreto per la ricetta perfetta, e un secondo dopo Stefano pensa a quanto è bella Piazza Navona. Ma allora, ribadisco, a che cosa serve l’intervento del cuoco, se non suscita alcuna reazione nel protagonista? Stefano avrebbe potuto meravigliarsi di quanta precisione è racchiusa nella semplicità, traendone una lezione di vita. Oppure avrebbe anche potuto mostrarsi infastidito per la spiegazione, perché ha ridotto a un puro meccanismo il magico processo che porta a una buona carbonara. Insomma, sarebbe andata bene qualunque cosa, purché la scena avesse avuto motivo d’esserci. Invece no, contenti?

Il cuoco è inutile? Oh sì, però stupitevi! C’è un personaggio ancora più inutile. E inserito in una scena ancora più cringe. Vi sembra impossibile? Allacciate le cinture, perché stiamo per conoscere… un orango:

Mentre costeggiava la gabbia sentì un fruscio di foglie […]. Dietro la grata, […] c’era il muso enorme di un orango. […] l’orango cominciò piano ad arricciare le labbra, chiudendole a imbuto. […] Stefano attese ancora qualche istante, poi, sottovoce, provò a imitarlo. […] Continuarono per un po’, a dirsi cose invisibili, nella penombra. Poi la scimmia avvicinò la mano alla grata e fece passare tra le maglie l’indice nodoso. Stefano […] allungò anche lui la mano verso la gabbia […] e, senza riuscire a dominarsi, iniziò a piangere. Cominciò a singhiozzare come un bambino. Si aggrappò alla grata, e pianse ancora, senza potersi fermare.
L’orango fece scorrere le sue mani pelose sulle maglie della gabbia, accarezzandogli le dita. Accennò ancora i suoi versi, come per tranquillizzarlo.

Lettori, lo confesso, questo è il mio brano preferito: dopo averlo letto, non riuscivo a smettere di ridere. Che cosa vuole raccontare Carofiglio? Perché Stefano piange? Piange per la condizione dell’orango, costretto in gabbia? Piange per sé stesso, per ciò che gli è successo trent’anni prima, e si fa confortare da un imbarazzato orango? Piange perché vive un momento di pessimismo cosmico e capisce che ogni essere vivente soffre? Piange perché crede di essere lui dietro le sbarre, e cerca disperatamente una via di fuga?
Mah! Il punto, indiscutibile, è che il brano non ha la minima utilità, per la trama. In seguito, Stefano non si impegna per liberare l’orango, non fa una donazione al WWF per salvare le foreste del Borneo, non disdice l’appuntamento con la sua psichiatra, dicendole che non riesce a capirlo come fa l’orango. Non si chiude nemmeno in un bozzolo di depressione. Non succede proprio niente. Niente!

E lo mise in bocca

Lettori, vi capisco, però fatevi ancora coraggio, abbiamo quasi finito. Ci resta da considerare lo stile. Nessuna nuova: anche nelle descrizioni, Carofiglio riporta una serie di dettagli cretini e di eventi pallosissimi. In alcuni punti, il suo romanzo potrebbe essere confuso tranquillamente con il temino del ciuccio di una classe elementare. Anzi, devo dire che certe stupidaggini non potrebbe concepirle neanche un bambino nato senza cervello e che ha battuto la testa in culla:

Dopo la conferenza andarono a cena dalle parti di Santa Croce. Chiacchierarono, bevvero del vino buono. Poi si salutarono, il direttore andò a dormire, mentre Stefano, che aveva voglia di camminare, accompagnò Tiziana fino a casa.
Abitava lungo i viali, a due passi dal Cimitero degli Inglesi. quando passarono davanti alla collinetta recintata, immersa nel traffico della città, si fermarono davanti al cancello.

Fate un po’ voi…
E c’è un’altra cosa che accomuna Carofiglio e i bambini, specialmente quelli di due anni: la brutta abitudine di mettere in bocca le cose:

[…] prese una fragola e la mise in bocca.

Scartò una gomma e la mise in bocca.

Il ragazzo esitò prima di metterla in bocca.

Poi […] sfilò una [sigaretta] e la mise in bocca […].

Stefano scartò una caramella e la mise in bocca.

Ma quando mise in bocca la prima forchettata gli sembrò una festa […].

Strappò una spiga di grano e la mise in bocca.

Lettori, Frank è entrato nella “fase orale” durante la composizione dei carmi di Poesie del tempo stretto, ed evidentemente non l’ha ancora superata. La mia è una ipotesi, confesso, ma è l’unica che mi viene in mente: non riesco a immaginare una spiegazione estetica e razionale che giustifichi l’ossessiva ripetizione di un’espressione tanto brutta e cacofonica come “mettere in bocca”.

Carofiglio, ti scrivo…

E basta così, non voglio gettarvi in faccia ulteriori palate colme di “stile Carofiglio” fresco di stalla. È meglio tirare le somme di questa esperienza di lettura. Frank ha sbagliato. Ha sbagliato a scegliere i suoi personaggi e a caratterizzarli, ha sbagliato le descrizioni, ha sbagliato i dialoghi, ha sbagliato i colpi di scena. E ha sbagliato anche quei cavolo di puntini di sospensione…
Davvero, non c’è motivo di conservare nessuna delle trecento pagine di cui è composto il romanzo. Eppure lettori, forse vi sorprenderò, non riesco a odiare Le nostre vite. E, ovviamente, non mi viene proprio voglia di condire con astio e irritazione la recensione. Io prendo in giro bonariamente il nostro autore, in fondo mi sta simpatico. Nelle sue opere non c’è traccia né di egocentrismo né di disonestà intellettuale, al contrario di altri romanzi e di altri saggi. Accidenti, L’appello si può giustamente detestare, ma Le nostre vite no. Carofiglio scrive per il sincero piacere di scrivere, e i suoi fogli scarabocchiati sono pieni di un tale ingenuo candore, che quasi mi commuovo quando li leggo. Sì, Francesco Carofiglio è il mio orango, mettiamola così.
E a voi lettori dico: se finora non siete ancora riusciti a contattare il vostro fanciullino interiore, prendete in mano Le nostre vite, potrebbe aiutarvi nell’impresa. Ah, prendetelo in mano, ma non mettetelo in bocca! Solo così potrete fare una buona lettura…

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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