Un’odissea – Daniel Mendelsohn

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In sintesi:

odissea mendelsohn

Un padre fa un figlio con la propria carne e la propria mente, e poi lo plasma con le proprie ambizioni e i propri sogni, e anche con le proprie crudeltà e i propri fallimenti. Ma un figlio, per quanto appartenga a suo padre, non lo conosce mai del tutto, perché il padre lo precede; ha sempre vissuto molto più del figlio, perciò il figlio non può mai mettersi in pari, arrivare a sapere tutto di lui. […]
Il padre conosce pienamente il figlio, ma il figlio non può mai conoscere il padre.

Più di Freud

Se è vero che i classici servono a capire meglio sé stessi e l’umanità intera, allora è anche vero che l’Odissea è il classico che più di tutti ha spiegato il complesso e profondo legame che unisce un uomo al suo genitore.
Di questo si rende ben presto conto Daniel Mendelsohn, autore del libro, critico letterario, e docente di Letteratura.

Quando suo padre manifesta la volontà di partecipare a un suo seminario sull’Odissea, Daniel è preoccupato: teme che il suo genitore, ormai ottantunenne, lo metta in imbarazzo davanti ai propri studenti. In realtà, accade tutt’altro: il seminario e la lettura del poema di Omero si rivelano un’occasione per conoscere meglio quell’uomo dalle rughe profonde, dallo sguardo severo, e dalla mente spietatamente logica.

Omero qui, il babbo lì

Il modo in cui procede la narrazione è straordinario: il Mendelsohn-professore ci istruisce su versi e passi omerici, spiegando il significato di “homophrosynē” e di “anagnōrisis”, e la sua voce si alterna continuamente a quella del Mendelsohn-figlio, che con frequenti flashback ci racconta innumerevoli episodi della sua infanzia e adolescenza, e del suo rapporto con il padre.
Un rapporto, come già detto, molto complesso, che comprende il disagio di un figlio emotivo e sensibile di fronte a un uomo duro, introverso, e poco espansivo; ma è un rapporto che comprende anche l’ammirazione per quella figura paterna rigorosa e virile, che disprezza la debolezza.

Una bellissima lettura dell’Odissea (che, ne sono sicura, delizierà i classicisti) si intreccia dunque a una riflessione sulla figura paterna, prima su quella dell’autore, e poi più generale: quanto possiamo realmente conoscere dei nostri genitori? Li conosciamo e li giudichiamo esclusivamente in base al rapporto che essi hanno con noi: possiamo dire che il genitore ideale è colui che ti dà la paghetta, che ti prepara la torta il giorno del tuo compleanno, che ti sta vicino quando hai la febbre e che ti insegna ad andare in bicicletta.
Ma cosa realmente conosciamo di queste figure che vegliano sul nostro percorso?
Cosa sappiamo delle loro speranze, delle loro delusioni, dei loro turbamenti?
Daniel Mendelsohn scava nei suoi ricordi, nel suo passato e poi in quello dei suoi fratelli e degli amici di suo padre, per ricostruire il profilo non più di un papà, ma quello di un uomo, che è stato a sua volta ragazzo, bambino, figlio.

Gira che ti rigira

In questo viaggio nel passato, proprio e altrui, in questa odissea dal percorso circolare, si approda infine alla meta, che è anche il punto di partenza: i genitori sono, per molti aspetti, a noi estranei, ma la nuova consapevolezza acquisita durante il viaggio, che è la riflessione, ci porta a voler bene loro in maniera nuova, e, forse, più matura e intensa.
Il romanzo che inizia parlando del percorso di formazione di Telemaco, termina così con la formazione e la nuova prospettiva di noi lettori.

Non fatevi il torto di non leggere questo libro, buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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