Una specie di felicità – Francesco Carofiglio

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In sintesi:

una specie di felicità romanzo di francesco carofiglio

«Diciamo che mi occupo di risolvere i problemi degli altri, mettiamola così.»
«Risposta del cazzo, posso dirlo?»
«Abbastanza, sì.»
Aspirò forte dalla sigaretta e restò in silenzio.
«Tu?»
«Io cosa?»
«Cosa fai?»
«Non mi va di dirtelo.»
«Non c’è problema.»

Crisi di mezza età

Una specie di felicità è un romanzo di Carofiglio. Ora, molti nonni poco avveduti potrebbero lasciarsi ingannare da questa presentazione e fare un brutto regalo di Natale ai loro nipotini, pensando di prendere il libro di cui tutti parlano: ma l’autore è Francesco Carofiglio, non Gianrico. E i nonnini finirebbero per regalare l’ennesimo romanzo che ha come protagonista un uomo in crisi di mezza età, insoddisfatto della propria vita, il quale dopo qualche chiacchiera con uno psicologo raggiunge il Nirvana e sistema tutti i suoi problemi.

Il nostro uomo sulla quarantina è Giulio d’Aprile, lui stesso uno psicologo, separato, padre di due ragazzini che lo sopportano a malapena e figlio di un uomo che ha lasciato la moglie per fuggire con una straniera molto più giovane. Sì, c’è qualche complicazione, in effetti.

Falacrognati e personaggi inutili

Cominciamo dai due figli di Giulio, per l’esattezza una sboccata sedicenne ostaggio degli ormoni adolescenziali e un bambino di sei anni, un piccolo genio che studia gli animali e parla con disinvoltura del falacrognato di Müller a sua nonna; ebbene sì, anche Carofiglio, come Faggiani, non può resistere al fascino del novello stereotipo del ragazzino geniale e riservato. A proposito, il falacrognato (Phalacrognathus muelleri) è uno scarabeo iridescente, simile al cervo volante.

Ma non divaghiamo: per quanto riguarda il padre di Giulio, la cui foto inviata per email fa piangere il figlio, giungiamo alla conclusione che si tratta di un personaggio totalmente inutile, il cui unico scopo è di farci entrare in empatia con il protagonista. Infatti, dopo la sua introduzione iniziale, non sapremo quasi più nulla di lui e del suo rapporto con Giulio; possiamo solo supporre che, lontano dalle discussioni sui falacrognati, prima di morire abbia trovato pace con la giovane straniera, incapace di pronunciare parole italiane troppo complesse.

Ma “inutile” è un aggettivo che può fare ancora comodo nella discussione sul romanzo e, in particolare, sui suoi personaggi. Scopriamo che Giulio intrattiene una relazione con una ragazza di ventisette anni, la quale parla come se ne avesse quattordici, usando espressioni molto trendy: “che palle”, “superfamissima”, “fico”. È interessante che il protagonista non accetti la compagna del padre, molto più giovane, quando lui stesso frequenta una donna nel fiore degli anni e con un cervello ancora in allattamento.
Un autore che avesse avuto quel tanto di sensibilità avrebbe probabilmente sfruttato l’episodio per indurre il protagonista a comprendere il padre e la sua “follia”: be’, Francesco Carofiglio non è quel tipo di autore, quindi niente rimborsi se non si troverà nulla del genere nel corso della narrazione.

Pornodivo ansioso

Dicevo di Chiara: è una prostituta dalle abitudini gitane, compare e scompare nella vita di Giulio, poi parte per gli Stati Uniti. Tutto qui.
Oltre a dar finalmente un po’ di appagamento sessuale al nostro Giulio (il quale ci tiene a farci sapere che lui ha sempre dato piacere alle donne, ma “non sempre ne [ha] ricevuto”) non fa altro. I dialoghi fra i due hanno tutti questo tono:

«Che palle, c’è una farmacia da queste parti?»
«Dubito sia aperta la sera dell’ultimo dell’anno.»
«Andresti a vedere, per favore?»
«Andrei a vedere?»
«Se hanno gli assorbenti.»
«Se hanno gli assorbenti?»
«Sì, quelli interni, ipollargenici.»
«Ipollargenici.»

Già, non è chiaro neanche a me perché Carofiglio ritenga bello o necessario far ripetere la stessa cosa. Comunque sia, lo farà ancora e ancora: per ora godiamo della melodia che le lettere di “assorbenti” regalano ai nostri timpani. E poi torniamo indietro a gustarci un po’ di “falacrognati”: che goduria, che melodia paradisiaca!

In sostanza, Giulio è un uomo in crisi, come ho detto, un po’ remissivo, ansioso, che non sa come prendere in mano la sua vita. È un personaggio molto patetico, per il quale non dovrebbe essere difficile provare empatia, o almeno un po’ di pena. In teoria, perché Carofiglio riesce nella notevole impresa di rendercelo totalmente odioso e insopportabile.
E non solo per le fantomatiche prestazioni da pornodivo di cui ho parlato poco sopra, anche se sarebbero già sufficienti.
Giulio d’Aprile ha infatti un alterco con la preside che gestisce l’istituto frequentato dalla figlia: la donna è “goffa e unta” (dove ho già letto di una preside stupida e sgradevole?) ma soprattutto è colpevole di aver chiamato il nostro “signor D’aprile” anziché “dottor d’Aprile”.
No cari lettori, non è solo l’apposizione a farlo arrabbiare e no, non è un errore di battitura.
Giulio si arrabbia davvero perché la preside non lo chiama “d’Aprile” con la “a” maiuscola: può darsi che soffra di sinestesia, perché riesce a vedere la grafia delle lettere pronunciate. O forse è l’autore che soffre di qualcosa, ma non saprei dire cosa. Ad ogni modo, ecco l’incredibile brano:

«Buongiorno, preside.»
«Buongiorno, signor D’aprile.»
Non era simpatica. Voleva dirle che, anche se solo per fare contento suo padre, alla fine lui si era laureato e lei, se voleva, poteva chiamarlo dottore, dottor d’Aprile, con la d minuscola e la A maiuscola, sa noi siamo di famiglia nobile.

Giulio si decide quindi a rimproverare l’imperdonabile preside di non conoscere il titolo di studio da lui conseguito:

[…] gradirei che non mi chiamasse “signore”. È una formula un po’ desueta. Mi chiami pure dottore, dottor d’Aprile. Con la d minuscola e la A maiuscola.

Scabroso, troppo scabroso

Questo è Giulio: un uomo… non granché simpatico. Però, la trama a un certo punto si stacca dalle pretese nobiliari del nostro e punta a sollevarlo dalla sua fragilità esistenziale facendogli riacquistare coraggio e determinazione. Come? Attraverso il confronto con un suo paziente, Dario Moretti. E Dario, naturalmente, non è un paziente qualunque: egli è un professore di psicologia, lo psicologo di cui dicevo all’inizio, ed è stato in passato uno dei docenti universitari di Giulio.
Ebbene, il confronto fra il professore e uno dei suoi ex allievi, di per sé può portare a sviluppi molto interessanti: peccato che qui si sia concretato principalmente in sterili “botta e risposta”, non molto diversi da quelli già visti fra Giulio e Chiara. Qualche spunto di riflessione interessante c’è, sono sincera, ma non è nulla di nuovo o di originale, nulla che possa rendere in qualche modo memorabile la lettura di queste pagine.

Inoltre Carofiglio, volendo aggiungere dramma e tragicità, carica la sua artiglieria più pesante e la spara molto grossa: il professor Moretti si è autorecluso in una clinica perché traumatizzato da quanto successo alla sua ultima paziente, una ragazzina suicidatasi perché sapeva degli abusi sessuali che il padre infliggeva alla sorellina.
Dici niente!
È un tema scabroso, davvero difficile da trattare e da digerire; in questo caso non si lega al resto della trama e l’autore lo tratta e lo consuma in poche pagine, con l’intento da ciò evidente di conferire al libro una parvenza di profondità: un libro che parla di abusi e incesto deve per forza essere un bel libro, no? Be’ no, se ne parla in tal modo. Ma il dottor Giulio d’Aprile non concorda con questo giudizio e l’incontro drammatico è catartico: sì, ritrova il suo Nirvana, appunto.

Questo dunque è Una specie di felicità, un romanzo con molti, molti difetti e una certa odiosa caratterizzazione del protagonista che pare andare di moda, da qualche anno a questa parte.

Ma se anche voi amate i falacrognati, buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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Una risposta

  1. flavia ha detto:

    Uh quando ho letto Carofiglio mi ero illusa..per fortuna hai specificato se no sarei andata a colpo sicuro