Una rosa sola – Muriel Barbery

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In sintesi:

una rosa sola romanzo di muriel barbery edito da edizioni e/o

«Parla solo giapponese» disse.
«Dio sia lodato» commentò Rosa.
Keisuke ruttò con impegno.
«Questo non dovrebbe essere troppo difficile da tradurre» aggiunse.

L’eleganza del meticcio

Che bello. Nel titolo, una citazione dotta e un gioco di parole comprensibile solo dopo aver letto il romanzo. Ah, questo è saper scrivere. Avendo dato questa bella dimostrazione, perché continuare a impegnarsi? E infatti Muriel Barbery ha appeso il cervello al chiodo: dopo il titolo di Una rosa sola non ha scritto nient’altro di meritevole. Che poi, capirai quanto c’è di fenomenale nel titolo…
Va bene, va bene, procediamo con ordine. Che cos’è questo romanzo? Materialmente è un oggetto cartaceo o un insieme di impulsi elettrici, e fin qui nessuno ha da protestare. Metafisicamente è una trama trita e ritrita, ulteriormente banalizzata, un pastrocchio di pietose avventure raccontate con un stile da discount (con tutto il rispetto per i discount). Dimenticavo, c’è anche una protagonista simpatica al punto da causare violenti rash cutanei al povero lettore. Non dite che non vi ho avvertiti: procuratevi una pomata lenitiva, prima di continuare a seguirmi in questa recensione…

Protagonista è… Rosa. Sì, capito? Era questo il gioco di parole. Sensazionale. Ebbene, Rosa è una quarantenne francese eternamente arrabbiata e triste, perché ha vissuto la sua giovinezza incastrata nella depressione della madre, tale Maud. Indovinate un po’? Oltre ad aver avuto una madre depressa, Rosa non ha mai conosciuto suo padre, un uomo d’affari giapponese di nome Haru. La solita canaglia che si defila quando inizia a sentire odore di pannolini, vero? No, lettori, prima che me lo chiediate, Haru non ha abbandonato il romanzo per questo motivo, anzi, è uno dei personaggi principali. E in realtà non ha nemmeno abbandonato Rosa: si è tenuto per decenni a distanza da lei solo per rispettare il volere di Maud. Probabilmente credendo che la depressione le avesse dato dei superpoteri da genitore, ai tempi Maud si convinse di poter crescere la figlia da sola: il resto, come si usa dire, è storia.
Ebbene, Maud si suicida, Rosa si perde in relazioni senza amore, Haru si ammala gravemente. Bello, adesso dritti alla parte che ci interessa: Haru è determinato a rispettare fino alla fine dei suoi giorni il patto stretto con Maud, ma vuole comunque fare qualcosa per sua figlia, sempre triste e arrabbiata. Lascia dunque al suo assistente Paul precise disposizioni testamentarie: quando Rosa si recherà a Kyoto per il funerale, Paul dovrà accompagnarla per templi e locali, parlando con lei. Chiaro, Haru spera che passeggiate e parole incoraggianti possano curare l’anima malata di Rosa. Sì, sì, andiamo spediti con la trama: la terapia funziona, lo spirito zen giapponese si impossessa di Rosa e, via, guarigione completa. Non solo: con Paul, Rosa scopre finalmente l’amore. E Paul, dal canto suo, dimentica all’istante la povera moglie defunta e ricambia con energia l’interesse di Rosa. E vissero, almeno questi due, felici e contenti.

L’eleganza dell’impiccio

Evviva, lettori, finalmente possiamo guardare di là dal nostro limitato orizzonte occidentale. Ehi, aspettate, ma abbiamo già letto mille volte di un uomo bianco allo sbando che ritrova la serenità e la pace interiore in Oriente. Che cavolo, questa non è una messa in discussione del provincialismo, è la provincia del provincialismo! Anzi, non me ne vogliano gli amici d’Oltralpe, in questo caso è la cara vecchia indole colonialista messa su carta. Si sa che le cattive abitudini sono dure a morire, però un piccolo sforzo si potrebbe pur fare, non è vero? Eh, a quanto pare per la Burbery non vale la pena sforzarsi, e non ha tutti i torti: anche se il punto di vista “neocoloniale” è sempre il solito (cioè razzista, approssimativo e snob), è sufficiente proporre paesi orientali colmi di guru, di santoni e di mumbo-jumbo, per far credere di star parlando bene dei popoli di cui si sta parlando.
Uhm, ripensandoci, questa invettiva è stata troppo dura. In Una rosa sola vi sono un paio di passi che lasciano intravedere un Giappone malsano, molto distante dallo stereotipato paradiso con i ciliegi in fiore. In una delle sue passeggiate, giusto per fare un esempio, Rosa scova una sala slot, piena di ludopatici…

Entrò in una sala illuminata da violente luci al neon e non capì cosa stesse guardando. Davanti a variopinte slot-machines [sic.] erano seduti uomini e donne con lo sguardo vitreo. C’era un rumore pazzesco, una bruttezza insensata. È l’inferno, pensò, quello vero, il contrario del mondo di Haru.

Il Giappone è complicato, quello promosso nei manga è il Giappone da vendere al pubblico, non il Giappone autentico. No, non è un paradiso e i giapponesi, al pari di altri popoli, non sono angeli. Be’, ma Rosa è… Rosa. Riflettere la stanca, perciò di fronte al triste spettacolo dei ludopatici non medita sulla distanza che c’è fra la sua idea di Giappone e il Giappone reale. Se ne infischia e semplicemente cambia strada:

È l’inferno, pensò, quello vero, il contrario del mondo di Haru. L’assurdità di quel Giappone malato e pazzo la respinse, tornò indietro fino alla galleria coperta, prese a destra fino al grande viale, lo attraversò e continuò verso nord. Dopo alcuni metri la strada diventava più bella, piena di negozi raffinati. […] È un paese per spiritelli allegri, pensò, anche nel cuore del sublime la persona è in compagnia del bambino che era.

Perché no? Insomma, se si ignorano il massacro di Nanchino, l’Unità 731, le cariche Banzai e i samurai che nel Medioevo affilavano le spade con i colli dei passanti… sì, il Giappone è “un paese per spiritelli allegri”. Un paese esotico, con quei “negozi raffinati” così lontani dagli store di Parigi: eh sì, quanto è vero, solo quando manca tutto ciò che diamo per scontato, entriamo davvero in contatto con noi stessi. Sì? E allora perché Rosa ha un’illuminazione pur comportandosi come una turista qualunque, in un parco divertimenti qualunque? Dov’è ora la vostra saggezza popolare, lettori? Possiamo conoscere noi stessi facendo un po’ di vasche in centro, guardando tutte quelle belle vetrine…

L’eleganza del chiacchiericcio

Va bene lettori, avete ragione. L’estate esige un po’ di leggerezza. Chi se ne importa dei giapponesi, non fa male fantasticare un po’ sui giardini e sulla natura nipponica grazie a un libro capace, con le sue descrizioni, di evocare nella nostra mente tutte le belle immagini che ci servono. Perciò prendiamo Una rosa sola e… e usiamolo per tener ferma la sdraio, seduti sulla quale leggeremo Note del guanciale di Sei Shōnagon. Già, perché le descrizioni di Muriel Barbery sono talmente brutte e sciatte che probabilmente evocheranno sì un ikebana, ma composto da Pippo Franco. Già, quelle del romanzo non sono nemmeno classificabili come descrizioni, sono un’accozzaglia di informazioni:

Sul davanti c’erano pini alti e strani in aiuole di muschio e vialetti di pietra delimitati da strisce di sabbia grigia su cui erano state tracciate linee parallele a rastrello e piantate alcune azalee.

È colpa mia, avrei dovuto leggere meglio la microscopica nota sulle istruzioni del romanzo: le descrizioni hanno il solo scopo di illustrare gli ambienti. Eh sì, le parole della Barbery sono come quei “Saikebon”, sta a voi lettori aggiungere acqua per gustare una narrazione decente; anzi, a dire il vero dovete aggiungere anche i noodles, il manzo e gli “aromi”.  Considerate i pini: sono “alti e strani”. Be’? Tutto qui, è meglio che non vi domandiate in che cosa consista la loro stranezza, perché non riceverete risposta. Sappiamo poi che sulla sabbia sono piantate “alcune” azalee. Quante? Sono sufficienti per creare un bel paesaggio colorato, sono due rametti avvizziti? Quali sono i loro colori, di quale varietà sono? Sono raggruppate o sono sparse? Forza, tutti insieme spremiamoci le meningi e completiamo Una rosa sola.
A ben guardare, già che ci siamo, è il caso di riscriverlo completamente. Le descrizioni della nostra autrice sono sciatte non solo per il contenuto, ma anche per la pura forma: Muriel Barbery sembra avere una predilezione per le frasi appesantite da subordinate e da participi passati. Volete un’infame carrellata di esempi? Ne basta un paio:

Attraversarono il portale, trovarono un’altra svolta a gomito sulla destra, poi davanti a loro si aprì un viale lungo e stretto fiancheggiato da arbusti di camelie e rampe di bambù su un muschio argenteo delimitato sul retro da alti bambù grigi e sovrastato da un archetto d’aceri.

Dopo un breve tragitto scese davanti a un edificio contemporaneo in legno chiaro con grandi vetrate dotate di pannelli scorrevoli dello stesso legno, traforati come moderni merletti.

Siamo seri, così leggere diventa faticoso. E se diventa faticoso, diventa pesante. E se diventa pesante… non avevamo detto che l’estate vuole un po’ di leggerezza?
Torniamo al confronto con Note del guanciale. Una rosa sola ne esce con un occhio nero, non c’è niente da fare. Sei Shōnagon, dopo mille anni, riesce ancora a esaltare la bellezza della sua terra, servendosi di un linguaggio semplice eppure ricercato, suggestivo eppure tanto nitido. Ecco, lettori, un brano essenziale in cui Sei Shōnagon descrive il tramonto autunnale:

Il tramonto in autunno: malinconico quando i raggi del sole calano obliqui dalla vetta dietro cui tramonta, e i corvi a gruppi di due, di tre, di quattro si affrettano disordinatamente al nido; piacevole è anche ammirare gli stormi ordinati dei gabbiani rimpicciolirsi sempre più all’orizzonte. L’armonia del vento e il ronzare degli insetti, quando il sole è calato, infondono una dolce tristezza.

(Note del guanciale, 1, Caratteristiche piacevoli delle varie stagioni)

La differenza con la prosa della Barbery è evidente. Sei Shōnagon racconta con cura dove tramonta il sole e come i raggi del sole accarezzano il mondo; i corvi non sono “alcuni corvi”, ma sono “gruppi di due, di tre, di quattro” e sappiamo anche come ritornano al nido dove passeranno la notte. Siamo lì, a goderci quel tramonto.

L’eleganza del pasticcio

So che vi state domandando il perché della mia insistenza su Note del guanciale. Insisto perché vorrei aveste ben presente l’estetica giapponese, così da apprezzare ancor più la bruttura partorita da Muriel Barbery nel tentativo di emulare il simbolismo degli haiku. Eleganza nella semplicità e nella precisione, niente fronzoli inutili: questo è il cuore del bello stile giapponese. E… e no, non possibile leggere una pagina di Una rosa sola senza inciampare in una similitudine, in una metafora, in una sinestesia. Tutte rigorosamente inutili. Dov’è l’eleganza? In questo esempio:

[…] le palpebre madreperlacee come conchiglie.

No, ho sbagliato. Lettori, non dubito che anche secondo il vostro gusto questa similitudine è tremenda. L’aggettivo “madreperlacee” è di per sé una similitudine, ovvero: “hanno il colore e l’iridescenza dello strato interno delle conchiglie dei molluschi”. Aggiungere un’altra similitudine, cioè “come conchiglie” è superfluo. Se facciamo una sostituzione, otteniamo: “le palpebre hanno il colore e l’iridescenza dello strato interno della conchiglia dei molluschi, come le conchiglie”. Accidenti, chi mai l’avrebbe detto? Hanno un colore simile allo strato interno delle conchiglie, proprio come… le conchiglie! Ma va bene così, perché la nostra autrice menziona oggetti tutto sommato graziosi, e quindi… Se si parla di ninnoli vuol dire che si sa scrivere, vuol dire che la prosa è delicata e poetica, non è vero?

Anche se non è vero, è meglio far finta che sia vero: come ho accennato, incontreremo continuamente metafore e similitudini da “freak show”, perciò tanto vale farsele piacere. Come dite? Avete escogitato un piano per apprezzarle? Vediamo: non bisogna soffermarsi sulla qualità, ma proprio sulla quantità, lodando almeno l’inventiva dell’autrice. Bel tentativo, lettori, ammiro la vostra clemenza. Mi dispiace, devo svelarvi la dura realtà: la Barbery inforna metafore a più non posso, ma usa sempre gli stessi due o tre stampini! Non ci credete? Verificate da voi, meditando su questa incredibile serie da indigestione:

Osservando l’insieme si vedeva dapprima quel torrente minerale […].

[…] una striscia di sabbia chiara striata da linee parallele sembrava un ruscello minerale […].

Tentò di strapparsi all’ebbrezza del circuito minerale […].

Si sentiva nuova, minerale.

Rosa era avvolta da un velo di mineralità.

[…] sentiva andare alla deriva grandi blocchi di banchisa in una mineralità liquida.

[…] grazie alla forza del giardino, la cui mineralità senza fiori trasmutava il tempo in eternità.

[…] con la loro nudità, la loro solitudine minerale […].

È difficile dare una spiegazione per tutto questo. Forse Una rosa sola è stato inavvertitamente stampato quando ancora era una bozza. Forse “mineralità” e i suoi parenti sono dei semplici segnaposto per altre parole. O forse Muriel Barbery, viaggiando con la fantasia e coi ricordi fino in Giappone, ha sentito nostalgia della cara Francia: i minerali sono un richiamo all’acqua “Perrier”.

L’eleganza del malaticcio

A proposito di viaggi, finora ho parlato di mete “fisiche”. Ma in Una rosa sola c’è anche l’analisi del viaggio interiore di Rosa, del suo percorso formativo zen, ricordate? Be’, può darsi che una profonda introspezione psicologica riesca a risollevare il romanzo. Insomma, se giudichiamo i libri soltanto dal lato “estetico”, dovremmo gettare nella pattumiera tanti saggi scientifici più che meritevoli per il loro contenuto. No, lettori, spero vi ricordiate il giorno di raccolta dei rifiuti cartacei, perché non dovrete mancare all’appuntamento. La Barbery non prova nemmeno a costruire un serio approfondimento psicologico, rimane ancorata al suo metodo vago e approssimativo. Consideriamo, ad esempio, il modo in cui ci racconta l’infanzia di Rosa. Più volte, siamo portati a credere che Rosa fosse una bambina felice e serena, fino al sopraggiungere di un particolare e traumatico evento:

Da bambina era cresciuta in una bella campagna […]. A notte fonda leggeva romanzi, di modo che la sua anima era plasmata da sentieri e da storie. Poi un giorno, così come si perde un fazzoletto, aveva perso la disposizione alla felicità.

Da piccola aveva conosciuto quell’accenno di vita piena che chiamano felicità, poi il vuoto ne aveva inghiottito perfino il ricordo.

E… e per buona parte del romanzo ci domandiamo che cosa sia accaduto a Rosa. Facciamo congetture sul tipo di trauma che l’ha colpita. Una molestia? Un episodio di violenza domestica? Ha visto sua madre tentare il suicidio? Ci lambicchiamo il cervello per un po’, quando finalmente arriva la rivelazione:

Di quando in quando [Maud] piangeva, ma, come in tutte le cose, con poca convinzione, allora Paule [la nonna di Rosa] portava Rosa in giardino senza pensare di poterla davvero proteggere. Per dieci anni, tuttavia, aveva trattenuto il respiro e voluto credere nel miracolo. Di fatto Rosa era una bambina incantevole […]. Poi una sera, dopo dieci anni che non le sentiva, le lacrime della madre avevano sconvolto anche lei.

Ah. Ma come, lettori, il “big one”, il “vuoto” di cui si parla, il trauma, è un pianto più rumoroso del solito? D’accordo, d’accordo, veder piangere la propria madre è effettivamente un trauma. Però ci sono altri elementi nel brano che non ci fanno stare tranquilli, sollevando in noi altre domande: Rosa si rende conto solo in quel momento che sua madre non è felice? Interpreta subito il pianto come sintomo di una depressione? Quale rapporto c’era fra Rosa e sua madre, nei “dieci anni” precedenti?
Questa recensione non darà nessuna risposta: perché dovrebbe darle il romanzo! Ma Una rosa sola, ve l’ho detto, non si perde in profondità troppo complicate e faticose; perciò, il personaggio di Rosa rimane un “non finito”, una massa pietrosa con accenni di arti, a cui mancano totalmente le fattezze del volto e, soprattutto, la credibilità.

L’eleganza del riccio (di mare)

Però riconosco che, dal punto vista della comodità, Rosa è imbattibile. Sì, lettori, se vi irritano quegli oggetti con mille funzioni da studiare attentamente una per una, Rosa è il modello di protagonista che fa per voi. Bassa tecnologia, due sole modalità: esasperazione (questa è la modalità di default)…

Nelle tre corolle, nel candore dei fiori semplici, nella loro profumata frescura Rosa percepì come un rimprovero. […] Fu attraversata da una vampata di esasperazione.

«E perché mai?» chiese esasperata.

Incrociando lo sguardo limpido dell’uomo si sentì con le spalle al muro, esasperata.

«Non ne ha abbastanza di essere così compassato?» fece Rosa, sorprendendosi lei per prima della propria esasperazione.

Mi sento ridicola da sola, pensò Rosa esasperata.

La sua rispettosa vigilanza la esasperava.

… e gioia, una modalità che non dovrete nemmeno attivare, si attiverà da sola in caso di strafogate:

La seta del mollusco le accarezzava il palato mentre nella mente le passavano immagini di gatti, laghi e ceneri. Senza sapere perché le venne voglia di ridere […].

Il sapore del pesce era delicato, Rosa non aveva più fame, si sentiva insolitamente tranquilla.

L’abbinamento di pesce tenerissimo e riso all’aceto la rasserenò. Nel sollievo di essere nuovamente incarnata pensò che capiva il padre, […] che sarebbe stata salvata da una medicazione di carne e riso.

Rosa mise i semi di sesamo nel brodo, ne sentì il fremito, ne fu rinvigorita.

Il sapore di soia ed erba sconosciuta la colse di sorpresa e rise senza motivo.

Mangiò un pezzo di sashimi di tonno e quella carne grassa che si squagliava in bocca la rasserenò.

Insomma, Rosa è una macchina scassa scatole che può funzionare anche come macchina divora cibo: con estrema soddisfazione dei giapponesi, la nostra protagonista li può aiutare nella loro campagna di estinzione delle specie ittiche. E le risate incontrollabili sono solo in apparenza un prodotto di scarto della sua digestione, perché possono essere sfruttate commercialmente come sottofondo per patetiche sit-com (ho sentito nominare The Big Bang Theory?).
Ora, non voglio qui dire che Rosa sia una mosca bianca nella letteratura “soft”, anche perché un numero enorme di chick-lit sfrutta i suoi cliché, tuttavia mi è difficile capire perché questa specie di Homer Simpson bipolare si trovi in un romanzo che vorrebbe parlare di pace interiore e altre cretinate, diciamo, “zen”. Azzardo un’ipotesi: può darsi che Muriel Barbery volesse parlare del cibo dandogli una sfumatura intellettuale, presentandolo come un’esperienza spirituale formativa. Un’idea non nuova, certo, ma pur sempre carina. Già, peccato che il cibo provochi sempre le medesime reazioni… Del resto, i manicaretti stessi sono limitati, infatti tutto è freddo e delizioso, oppure sa di erba:

Arrivarono le birre, ghiacciate e deliziose.

Arrivò anche il sakè, freddo e delizioso.

[…] l’albero assorbiva le immagini nate dalla fragranza d’erba tagliata del tè verde […].

Rosa si portò la ciotola alle labbra controvoglia. Nel gusto di verzura, nell’aggressione di foglie ed erba […].

Il sapore di soia ed erba sconosciuta la colse di sorpresa […].

L’eleganza del raccapriccio

Va bene lettori, siete rassegnati, qualcosa che sappia molto di “erba” è l’unico mezzo che avete per fare un viaggio spirituale in Giappone mentre leggete Una rosa sola. No, aspettate prima di picchiare selvaggiamente il romanzo: c’è ancora la storia d’amore. Almeno questa merita?
D’accordo, d’accordo infilate pure il vostro tirapugni preferito. La love story è pigra come tutto il resto, non c’è un effettivo avvicinamento fra Rosa e Paul e non c’è un’autentica evoluzione dei loro sentimenti (d’altra parte, dobbiamo ricordare che Rosa ha solo due modalità emotive).
Paul, in tutta sincerità, è solo un accessorio da abbinare a Rosa, e la sua utilità be’… è quella di molti accessori. In questo caso, Paul potenzia le capacità da rompipalle di Rosa, la quale può diventare così la macchina capace di soddisfare tutte le nostre esigenze, in materia di fastidio. Infatti, grazie a Paul, Rosa potrà pronunciare una sequela pressoché infinita di frasi a effetto, in un perfetto stile “aforisma di Facebook”:

«Non vedo cosa ci sia di buono nell’infanzia».
«Ma non possiamo strapparcela di dosso».
«Lo dice sempre. È questo che dobbiamo accettare, quindi?».
«Non è rassegnazione. Sto solo cercando di capire cosa sia sconfitta e cosa saggezza».
«Sconfitta?» fece Rosa. «Allora dov’è la vittoria?».
Lui si guardò intorno.
«La vita è trasformazione. […]».

Ah, voglio essere assolutamente cristallina: nel romanzo non troveremo mai, ma proprio mai, una scena romantica degna di questo nome, o ci accontentiamo di qualche massima sulla felicità, sulla vita, sul dolore e sulla rinascita, oppure chiediamo un risarcimento a Muriel Barbery per danni morali. Lei batterà la nostra denuncia sulla sua macchina da scrivere invisibile… e via, avrà pronto il suo prossimo libro.

È tutto, lettori, via alla sigla dei Looney Tunes. Se state cercando un libro che vi faccia viaggiare con la fantasia, Una rosa sola vi offre un soggiorno in un ostello, senza servizi igienici e con il mare a chilometri di distanza: è un viaggio di cui potreste pentirvi, ma se siete temerari, io vi auguro una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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