Una perla di telenovela

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perla nera perché guardare la telenovela con protagonista andrea del boca

Prima che finisca su Netflix…

Lettori, è finalmente arrivato l’autunno! Il tramonto ci sorprende ogni sera sempre più presto; l’aria è intrisa della dolcezza dei fichi e dell’uva; le brezze si fanno più fresche, i colori delle foglie, al contrario, si riscaldano. Eh sì, è proprio arrivato il momento: presto, infilate i piedi nelle vostre pantofole più morbide, preparate una bella tisana fumante, avvolgetevi con un morbido plaid, chiamate a voi il gatto, buttatevi sul divano, afferrate il telecomando, e preparatevi a una serata di assoluto relax!
Bene, iniziamo a fare zapping: che cosa propone il palinsesto autunnale? Vediamo un po’… Grande Fratello? No, troppo trash, e studiato a tavolino per giunta. Cerchiamo ancora… Luce dei tuoi occhi? Uhm no, un sintetizzatore vocale che sciorina gli effetti collaterali dell’ibuprofene riuscirebbe ad essere più coinvolgente. Proviamo con un programma culturale, ecco, sì, forse… forse Micromostri con Barbascura X? Ma no, per carità, è come studiare la fisica quantistica leggendo L’appello! Dobbiamo arrenderci e spegnere la televisione. Ma state tranquilli, c’è ancora un modo per salvare la nostra serata di relax. Vedete, c’è una serie tv davvero gustosa e avvincente, che ho conosciuto questa estate e che mi è stata di grande compagnia nei pomeriggi afosi di agosto… No lettori, aspettate, non precipitatevi su Netflix! La serie tv di cui vi sto parlando è piuttosto vecchiotta, e oltretutto appartiene a un genere spesso disprezzato. Va bene, basta fare i misteriosi: sto parlando della telenovela argentina Perla nera.

Sì lettori, lo so, pensate che sia impazzita: che cosa avrà mai di interessante una telenovela argentina? Vecchia più di vent’anni, per giunta! Ebbene, vi assicuro che Perla nera è un prodotto televisivo da rivalutare, e senza pregiudizi.
Innanzitutto, bisogna dire che tutti gli attori di Perla nera hanno fatto mostra di uno straordinario talento recitativo. Abituata allo sguardo eternamente “ammicco ammicco” di Can Yaman e alla Ferilli impegnata a interpretare la versione discount di Mamma Roma; abituata alle espressioni vacue di Raoul Bova e alla parlata biascicante di Matteo Oscar Giuggioli… ecco, devo dire che essendo ormai abituata a questo tipo di “attori”, sono rimasta sorpresa nel vedere la straordinaria mimica facciale dei personaggi di Perla nera: piangevano, lettori! E non versavano solo lacrime: facevano tremare i menti, gocciolare i nasi, sussultare le spalle. Insomma, mi è bastata qualche scena perché iniziassi a seguire con attenzione e con interesse la trama delle puntate. Ed ecco la sorpresa: non era affatto male. Anzi, era appassionante, divertente, stimolante. Volete sapere perché? Bene, allora seguitemi e continuate a leggere…

Il segreto semplice del successo

Certo lettori, di sicuro il punto di forza di Perla nera non è l’originalità dell’intreccio. Il canovaccio di Perla nera è in realtà molto simile, per non dire identico, a quello di tante altre telenovele sudamericane e di tanti romanzi rosa: abbiamo una protagonista, Perla, che è un’orfana con un’infanzia difficile alle spalle; nel corso delle puntate si innamora di Tomàs, un ricco dongiovanni, e scopre di appartenere lei stessa a una famiglia ricca, che in passato l’ha dovuta abbandonare per questioni di forza maggiore.

Come vedete, in sé la trama non ha proprio nulla di sensazionale, ed è anzi un copione visto e rivisto. Tuttavia, la prevedibilità dell’intreccio non ostacola affatto il coinvolgimento del pubblico. Fateci caso: non vi è mai capitato di riguardare un film che amate tanto, benché conosciate già a memoria le battute? Questo accade perché il telespettatore in un film o in una serie tv, prima ancora dell’originalità, cerca le emozioni: divertimento, tristezza, ansia, paura, soddisfazione. Per quale altro motivo guarderemmo altrimenti film drammatici o film dell’orrore? Perché ci costringeremmo a piangere e a spaventarci, se non per il solo gusto di abbattere l’apatia con sensazioni violente e impetuose?
Perciò, ecco la prima regola del successo di una fiction, di qualunque genere: la capacità di suscitare emozioni nel pubblico. E Perla nera, lettori, ci riesce, avvalendosi di due schemi d’intreccio piuttosto banali, ma sempre di grande effetto. Il primo è lo schema dell’agnizione, per il quale la protagonista orfana scopre di non essere una ragazza qualsiasi, ma di appartenere in realtà a una famiglia prestigiosa. Il secondo schema riguarda invece la relazione amorosa che si instaura fra Perla e Tomàs, il cui canovaccio seguito è tipico del genere “enemies to lovers”, cioè degli “amanti rivali”: i due protagonisti, prima di fidanzarsi, si danno battaglia, con scaramucce, dispetti e intrighi di vario genere.

Una trama gratificante

Come vi ho detto, si tratta di due schemi che, seppur visti e rivisti, funzionano egregiamente nelle trame, perché offrono al pubblico ansie e tribolazioni, per poi gratificarlo sul finale. È esattamente ciò che accade nello schema dell’agnizione, in cui la protagonista orfana è sola e bistrattata durante tutta la sua infanzia, ma trova infine l’amore e l’affetto di una nobile famiglia, venendo così ripagata e “risarcita” di tutte le sofferenze patite. In tal modo il telespettatore si gode la soddisfazione di un riscatto morale… e anche sociale. Già lettori, il personaggio della povera orfana che riesce a scalare la gerarchia sociale, conquistando il cuore di un uomo bello e facoltoso, solletica e appaga la fantasia di tante telespettatrici, che aspirano non solo all’amore, ma anche a una migliore qualità di vita. Ora, badate bene, non è certo un caso che l’agnizione sia un topos spesso ricorrente proprio nelle telenovele: queste sono un prodotto televisivo tipico del Sudamerica, dove esiste un netto e raramente colmabile distacco fra la borghesia e il proletariato. Attraverso la finzione cinematografica, il proletariato può sognare una condizione diversa, che difficilmente otterrebbe nella vita reale.

Se lo schema dell’agnizione offre una rivincita etica e morale, quello degli amanti rivali regala invece soddisfazione sessuale. Sì, proprio soddisfazione sessuale: il fatto che i due amanti si facciano a lungo la guerra conferisce alla storia d’amore una sfumatura bellicosa, passionale. E sappiamo bene che il sesso ha molto a che fare con l’aggressività, con lo scontro, con la caccia… con la conquista. Ecco perché le storie d’amore che giungono al lieto fine dopo lunghe tribolazioni e resistenze sono quelle più soddisfacenti: non vi sarebbe il piacere della sopraffazione se i protagonisti si innamorassero presto e con facilità. Pensateci: nella cultura popolare la storia d’amore tra Mr Darcy ed Elizabeth Bennet non ha forse avuto molto più successo rispetto a quella di Renzo e Lucia?

Va bene lettori, è assodato: in Perla nera la tensione erotica è alle stelle. Se però fra voi c’è qualcuno che si ricorda della telenovela, forse rimarrà perplesso. Sì, perché Perla ribadisce spesso a Tomàs di non voler assolutamente fare sesso prima del matrimonio (e manterrà le promesse), e addirittura in un episodio farà una bella lezione a Miriam, la sua rivale in amore, spiegandole che nessun uomo potrà mai amarla se ella continua a concedersi tanto facilmente. Perciò il sesso esplicito è quasi del tutto assente fra Tomàs e Perla, ed è invece associato a “personaggi negativi” quali appunto la “facile” e lasciva Miriam. Sembra dunque difficile parlare di tensione sessuale in Perla nera, considerato l’atteggiamento bigotto della protagonista. Ma ciò, lettori, non ha proprio alcuna importanza. Solo gli ingenui possono credere che l’erotismo sia associato a scene di nudo esplicito. Infatti, la resistenza di Perla alle avances di Tomàs non affievolisce la tensione sessuale, bensì la accentua: Perla appare in tal modo come una “preda” difficile e inaccessibile, solleticando l’istinto venatorio dello spettatore ed esasperando il già menzionato desiderio di conquista.

Non mi fai soffrire abbastanza

Insomma lettori, se dovessimo cercare di sintetizzare quanto fin qui detto, potremmo affermare ciò: perché un’opera possa considerarsi godibile, questa deve comprendere nella propria trama dei momenti tragici che destino nel pubblico preoccupazione, rabbia, tristezza, dolore, facendogli sperimentare cioè quel che i greci chiamavano “pathos”. Il pathos, che significa “sofferenza”, è imprescindibile per il coinvolgimento del pubblico. Ora, capite dunque bene che una fiction in cui gli elementi negativi sono continuamente smussati e addolciti, in cui le difficoltà si risolvono facilmente, è una fiction che non vale niente, che non impressiona, che non segna. Svegliati amore mio, ad esempio, si presenta come una fiction di denuncia, che dovrebbe mostrare la corruzione, le malattie, la morte. Tutti questi temi, però, sono sempre edulcorati e affievoliti, non sono mostrati nella loro realtà più cruda: tanto per dirne una, i bambini che nella storia si ammalano di cancro mantengono un colorito sano e le energie per giocare, innamorarsi, e perfino per scappare dall’ospedale. Lo stesso si può dire della fiction Buongiorno, mamma!, in cui un personaggio che è in coma da sette anni appare bello e fresco come un fiore, ed è oltretutto coccolato e riverito da tutti i membri della sua famiglia. In breve, la tendenza delle fiction moderne è quella di architettare trame sempre più originali e complesse, che contemplino temi sensibili. Allo stesso tempo, però, si cerca di non impressionare troppo il telespettatore, evitandogli crudezze e brutture. Il risultato sono delle storie ridicole, più adatte, forse, a un pubblico di bambini. Al contrario Perla nera provoca continuamente il suo pubblico con colpi di scena, omicidi, storie pruriginose, morti improvvise, tribolazioni e difficoltà a non finire.

Cenerentola, hai stufato

A questo punto, è piuttosto chiaro perché Perla nera può considerarsi ancora oggi un prodotto televisivo assolutamente godibile. Ma non è finita. Ebbene, al di là della bravura dei suoi attori, al di là della trama semplice ma efficace, e al di là dei cliché narrativi di successo, Perla nera può considerarsi ben superiore rispetto a tante serie tv contemporanee per un elemento fondamentale: l’ottima caratterizzazione dei personaggi, che appaiono verosimili. E ciò è notevole, considerando che nelle telenovele in genere i personaggi sono caratterizzati secondo un rigido manicheismo, per il quale la protagonista è sempre una fanciulla di buon cuore, e pertanto vittima delle angherie delle sue rivali in amore, perfide e cattive.

In Perla nera invece le carte vengono rimescolate: ogni personaggio è dotato di chiaroscuri, in ognuno le forze del bene e del male si danno battaglia. Vediamo in scena la matrona acida e scostante che si rivela poi fragile; l’amica timida e remissiva che diventa sleale e avida; l’omicida senza scrupoli che si innamora teneramente di una giovane cameriera, e così via.
Certo, anche qui esistono personaggi buoni e personaggi cattivi, ma i buoni non sono mai completamente tali, e viceversa… a cominciare proprio dalla protagonista. Perla è una ragazza buona, generosa, sì, ma anche spregiudicata, dispettosa, vendicativa e con una spiccata indole aggressiva: prende in giro Miriam per i suoi piedi grandi e per le sue scarse capacità lavorative; minaccia di castrazione Tomàs e finge di essere la sua amante per farlo litigare con la fidanzata; ordisce tranelli per minare gli affari dei suoi rivali e per difendere gli interessi della propria azienda… e, all’occasione, dispensa minacce di morte a destra e manca, un po’ a chi capita. Insomma lettori, Perla non è affatto la solita “Cenerentola” piagnucolona e indifesa che subisce in silenzio le angherie delle sorellastre, ma è anzi un personaggio che reagisce, che è il motore delle vicende e che a sua volta infligge angherie. In lei ritroviamo dunque i tratti tipici della protagonista tragica, sì, ma anche quelli del personaggio comico, e, più in particolare, del servus callidus plautino: lo spettatore è così spinto a provare commiserazione per la triste condizione di Perla, ma al contempo si diverte per le sue trovate e nutre ammirazione per la sua astuzia.

Ma ecco, dire che il personaggio di Perla funziona solo perché commuove e diverte non sarebbe giusto. “Commovente” e “divertente” sono due aggettivi che potrebbero benissimo applicarsi a un qualunque film Disney, eppure Perla non assomiglia affatto alla buffa e ingenua principessa Anna di Frozen. La differenza tra le due eroine è infatti proprio la presenza di lati negativi. Anna è il prodotto di una “operazione simpatia” intrapresa dalla Disney ormai da alcuni anni, per la quale le principesse e le eroine dei film sono sempre più goffe, più impacciate e pasticcione, sempre meno eleganti e perfette. Ma ciò nonostante, le eroine della Disney rimangono personaggi interamente positivi, privi di zone d’ombra. Perla, invece, non è il prodotto di una “operazione simpatia”, anzi, è tanto sfacciata e aggressiva da rischiare di risultare antipatica ad alcuni telespettatori. Sembra un bel rischio, non è vero? Ma tranquilli, chi ha messo a punto il personaggio di Perla sapeva quel che stava facendo: l’essere umano è infatti sempre predisposto a sviluppare interesse per i personaggi negativi, perché vede espressi in loro lati del proprio carattere che cerca di soffocare. L’aggressività di Perla, la sua arroganza e la sua propensione nel sopraffare gli altri possono dunque perfino renderla antipatica, ma una cosa è certa: Perla non è un personaggio che lascia indifferente, suscita reazioni e interesse, ammalia il pubblico e non gli consente di ignorarla e di cambiare canale.

Una triste isterica

A questo punto è giusto parlare della rivale di Perla, Miriam. Se già la protagonista racchiude in sé tanti lati negativi, allora quanto sarà negativo il personaggio dell’antagonista? Be’ lettori, la risposta vi stupirà: non così tanto, a dire il vero. Certo, Miriam è effettivamente artefice di diverse perfidie, e nelle ultime puntate arriva addirittura a tentare un infanticidio per vendicarsi di Perla… tuttavia le sue azioni non sembrano dettate da un’innata cattiveria, piuttosto da un’incontrollabile disperazione: in fondo, tutto ciò che Miriam vuole è tenere legato a sé Tomàs, di cui è innamorata. Ogni suo piano, ogni suo stratagemma ha il solo fine di allontanarlo dalle braccia di Perla, di ristabilire lo status quo antecedente all’arrivo della protagonista nelle loro vite.

Lettori, vi dirò, si prova compassione per Miriam, probabilmente più di quanto se ne provi per Perla: sono infatti numerose le scene in cui l’antagonista si dispera, piange affranta o tocca il cielo con un dito solamente perché Tomàs è tornato a mostrarsi carino con lei. Si prova compassione per questo personaggio, la cui felicità pende tutta dalle labbra di un uomo. In effetti, Miriam è una donna che soffre troppo per essere davvero considerata un’antagonista, e a volte il pubblico è propenso a parteggiare per lei, anziché per Perla. Probabilmente ciò non deve essere sfuggito a chi curava la sceneggiatura, che ha stemperato la tragicità di Miriam aggiungendo un elemento comico: l’isteria. Sì lettori, lo so, non vi sembra granché divertente vedere una donna con i nervi a pezzi, ma provate a riflettere: l’isteria di Miriam stride fortemente con l’astuzia ferma e manipolatrice di Perla; una perde continuamente il controllo della situazione, coprendosi di ridicolo; l’altra invece è sempre padrona di sé, anche quando le cose prendono una brutta piega. Una si muove a scatti, agita le mani, stringe i pugni, incassa gli insulti, cerca disperatamente una risposta tagliente, sbraita, urla; l’altra mantiene la calma, alza un sopracciglio, dispensa sorrisetti ironici, mantiene una posa rilassata, il mento all’insù.
Insomma, Miriam si mostra debole e perdente, mentre invece Perla assume con naturalezza un atteggiamento da leader, che non lascia che altri prendano il sopravvento. L’autorità e la fermezza di Perla suscitano ammirazione e desiderio di emulazione, e così la compassione per Miriam passa inevitabilmente in secondo piano.

Combattere il male è mainstream

Dunque, il conflitto fra la protagonista e l’antagonista non significa banalmente la lotta fra bene e male, ma simboleggia piuttosto una lotta darwiniana fra il più forte e il più debole, in cui la spunta il più abile, il più intelligente, il più veloce, e dunque il più carismatico. In fiction come Svegliati amore mio e Buongiorno, mamma! resiste invece un inscalfibile e noioso manicheismo, che ci regala dei personaggi stereotipati, piatti, inverosimili. È il caso del personaggio di Ettore Tagliabue, il burocrate supermalvagio e burino che in Svegliati amore mio dirige l’acciaieria, o del personaggio di Guido Borghi, il marito che in Buongiorno, mamma! rifiuta la compagnia di altre donne per restare fedele alla moglie in coma da sette anni. Ecco lettori, soffermiamoci proprio su Guido e confrontiamolo con Tomàs. Tomàs, interpretato dal bellissimo Gabriel Corrado, è un uomo a cui basta uno sguardo per avere centinaia di donne ai suoi piedi. È un dongiovanni impenitente, che fatica a rimanere fedele a lungo. Più volte tradisce Perla, pur provando per lei un amore genuino. Il motivo? Be’, è un bell’uomo, e le donne lo tentano in continuazione. Inoltre, come ho già detto, Perla è decisa a non concedersi prima del matrimonio, e Tomàs non è proprio abituato a stare “a digiuno”.
È evidente che la storia d’amore fra Perla e Tomàs unisce il melodramma alla farsa, perciò la ninfomania del protagonista è talvolta esasperata proprio per suscitare l’ilarità del pubblico. Ma lasciando perdere i tratti burleschi, e concentrandoci sulla caratterizzazione di Tomàs, possiamo senz’altro dire che è verosimile: riusciamo a credere che un uomo bello e di buona famiglia sia costantemente corteggiato, e riusciamo anche a credere che un uomo non sessualmente appagato dalla sua compagna cerchi soddisfazione altrove. In questo caso, fiction e realtà combaciano alla perfezione. Il finale, con Tomàs che finalmente comprende il valore della monogamia, è un po’ meno verosimile, ma è utile per regalare ottimismo e gratificazione ai telespettatori.

L’arco di trasformazione di Guido Borghi assomiglia a grandi linee a quello di Tomàs: anche Guido si lascia tentare da una donna che non è la sua compagna, anche Guido alla fine decide di mantenersi fedele. Eppure Guido è un personaggio del tutto inverosimile. Dopo sette anni in cui non ha potuto godere nemmeno di una parola di conforto da parte di sua moglie, Guido le rimane fedele con indefessa abnegazione. Nella fiction non si fa cenno a nessuna sua debolezza: Guido non ha contatti con prostitute; non ha delle riviste porno nascoste nel cassetto; non è insofferente e distaccato nei confronti della sua compagna, la cui malattia lo obbliga a una vita piatta e monotona. No: Guido è fermamente al fianco di sua moglie. Solo una volta cede alla tentazione, concedendo un casto bacetto a un’insegnante, dopodiché sprofonda nel senso di colpa e torna immediatamente al capezzale di sua moglie, deciso a non fare mai più nulla di simile.

Tomàs e Guido non potrebbero pertanto essere più diversi. Tomàs è un uomo buono e gentile, ma anche infantile, debole, instabile. Nel corso della trama, Tomàs commette errori e perfino vere e proprie cattiverie, che deludono il pubblico e lo fanno arrabbiare. Poi però il nostro bel dongiovanni si pente, si addolora, piange, e il pubblico si intenerisce ed è disposto a perdonarlo. Tomàs, insomma, instaura con i telespettatori una relazione fatta di alti e bassi, che causa dipendenza perché è stimolante. Guido, al contrario, è un personaggio che non conosce sviluppi: il suo arco di trasformazione in realtà non prevede alcuna trasformazione; per tutto il corso della serie rimane un personaggio positivo, morigerato, etico, che non si spinge a fare mai nulla di particolarmente indecente. In poche parole: è noioso, è soporifero, è prevedibile. La sua storia non genera pathos, non coinvolge, non attrae.

Anche se questa vita, un senso ce l’ha

I personaggi di Perla nera sono dunque a tutto tondo, sono complessi, credibili, realistici, il pubblico può affezionarsi a loro, e perfino immedesimarsi. Ma il realismo di Perla nera si esaurisce qui. Dopotutto, una telenovela ha il compito di far svagare e sognare i suoi telespettatori, che hanno bisogno di evadere dalla realtà spesso grigia e deprimente. Il flusso degli eventi non segue dunque il caos tipico della vita quotidiana, ma sembra piuttosto governato da un’intelligenza superiore, che vede, provvede, premia e punisce, secondo un piano imperscrutabile eppure pieno di senso. In questo mondo giusto e, potremmo dire, teleologicamente orientato, le cattive azioni dei personaggi sono spesso punite secondo una sorta di legge del contrappasso. È quanto accade ad esempio a Rebecca, madre naturale di Perla, e a suo marito Carlo. I due coniugi mandano avanti per anni un matrimonio infelice: Rebecca è ferita dalla freddezza che le riserva suo marito, il quale la tradisce ripetutamente con altre donne. Abbattuta e ormai sulla soglia della mezza età, cerca consolazione in una relazione extraconiugale, fino a quando, inaspettatamente, si accorge di essere incinta. Per evitare uno scandalo, Carlo obbliga sua moglie a disfarsi della bambina in arrivo, così Rebecca è costretta a soffocare il suo istinto materno e ad abbandonare la figlia in un collegio. In seguito a questo distacco, Rebecca si irrigidisce, divenendo una donna sempre più fredda e anaffettiva e riversando tutto il suo amore sul suo primogenito, Lucio. Quando però suo figlio muore in un incidente stradale, Rebecca ha un tracollo: scarica la colpa su sua nipote Eva, accusandola di aver distratto Lucio con i suoi capricci e di aver provocato così l’incidente. Resa cieca dalla rabbia e dal dolore, impone dunque l’allontanamento di Eva dalla famiglia, destinando anche lei al collegio. Carlo, che è molto affezionato alla nipote, sperimenta così sulla sua pelle la stessa sofferenza che tempo prima ha inflitto a sua moglie. La sorte non vi sembra abbastanza ironica? Ebbene, allora dovete sapere che, nel collegio, Eva e Perla si conoscono e diventano migliori amiche, pur ignorando la parentela che le lega. Carlo, che regolarmente fa visita a Eva, si affeziona a Perla, non sapendo che si tratta di quella stessa bambina che ha ripudiato e allontanato anni prima.

Altrettanto interessante e ironico è l’arco di trasformazione di un personaggio secondario: sto parlando di Roberto, il padre di Miriam. Ebbene, Roberto per gran parte della storia è un personaggio comico, un mammone, un ingenuotto e un tontolone che a un certo punto fa perfino affari con i mafiosi, riponendo fiducia nella loro onestà. Sul finale, Roberto cambia drasticamente personalità, e diventa un machiavellico assassino che vuole mandare in carcere Tomàs e sposare la giovane Perla. Ora lettori, devo essere sincera… all’inizio questo stravolgimento caratteriale mi ha fatto storcere il naso: Roberto era un elemento divertente nella serie, sbeffeggiato da tutti, perfino dalla zia Rebecca, che lo considera un incapace. È troppo sciocco per sostenere adeguatamente il ruolo del cattivo. Però… c’è un però. Il cambiamento di Roberto non è privo di senso, non è un colpo di scena inserito giusto per stupire lo spettatore. Prima che diventi cattivo, la serie fornisce infatti delle avvisaglie che ci permettono di capire che in Roberto c’è qualcosa di irrisolto. Ad esempio, in una puntata, Roberto non riesce a dormire e si reca quindi in cucina, dove trova Perla. Fra i due si instaura un’atmosfera di complicità e di intesa, così Roberto si apre e racconta alla ragazza del motivo per cui il suo matrimonio con la madre di Miriam è fallito: lei l’ha tradito, iniziando una relazione proprio con il suocero. Roberto è stato dunque doppiamente pugnalato dalle spalle, da suo padre e da sua moglie.
Questo spiraglio sul passato di Roberto ci spinge a provare empatia nei suoi confronti, empatia che però si stempera man mano che la trama procede. Roberto infatti non sembra aver tratto una morale dalle sue personali vicende, pare anzi che segua proprio le orme del padre: inizia delle relazioni con le migliori amiche di Miriam, quasi come avesse una vera e propria ossessione per le ragazze più giovani. L’interesse morboso per Perla, dunque, è solo il punto di arrivo di un’ossessione già preannunciata, e forse addirittura scritta nel Dna. D’altra parte, lettori, non è forse ciò che è successo con il personaggio di Daenerys de Il trono di spade? L’evoluzione del suo personaggio nell’ultima stagione della serie non è piaciuta al pubblico, ma, studiando bene la storia della sua famiglia, si capisce che il finale proposto è il più logico possibile.

Un equilibrio perfetto

Sì lettori, l’ho fatto: ho affiancato il nome di una telenovela a una delle serie tv più di successo degli ultimi anni. E non è un caso. Già, perché gli ingredienti che hanno portato al successo Il trono di spade e Perla nera sono, in fin dei conti, gli stessi. Sì, certo, Perla nera ha davvero molti difetti: ci sono riprese assurde, scene ripetitive, intrecci che talvolta si esauriscono troppo facilmente, continui abbattimenti della quarta parete e troppi sguardi in camera… Tuttavia è un prodotto televisivo avvincente, non banale, equilibrato nella presenza di elementi positivi e negativi. Pur trattandosi di una serie “modesta”, priva cioè di pretese intellettuali e moraleggianti, è ben fatta e audace, molto più di serie come Svegliati amore mio, che fanno finta di trattare temi impegnati, senza però avere il coraggio di includere davvero l’immoralità nella trama. Invece Perla nera, proprio come Il trono di spade, non teme di spaventare il suo telespettatore, e rende l’immoralità parte integrante della storia: i personaggi sbagliano e si riscattano continuamente, non hanno una psicologia netta e definitiva, ma si evolvono, si pentono, migliorano e peggiorano. Nulla è statico, nulla è immobile, tutto è fluido e sempre in mutamento. Grazie a questo sapiente dinamismo, non ho paura di dirvi che Perla nera è un modello a cui bisognerebbe tornare a ispirarsi: una trama semplice, senza ridondanti moralismi inutili, con personaggi credibili e carismatici. Se lo facessimo, chissà, l’estate prossima non saremmo costretti a importare tonnellate di sosia di Can Yaman per riempire i pomeriggi estivi…

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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