Una manciata di cenere – Luca Vanoli

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IL GIUDIZIO:

una manciata di cenere romanzo di luca vanoli autopubblicato

Un lugubre velo di silenzio era calato anche quella sera sulle vie del paese. I pochi avventori dell’osteria sedevano intorno ai tavoli, i boccali tra le mani, ancora pieni. […] Solo qualche mese prima, avrebbero alzato un po’ troppo il gomito e si sarebbero messi a sghignazzare, con le guance arrossate e la bocca impastata, ascoltando buona musica improvvisata lì per lì.
Ma da tempo le cose non erano più come prima.

Anatema!

Uhm, uhm, uhm. Un’osteria, alcuni clienti e boccali colmi di birra. Non manca qualcosa? Musica, risate, scazzottate, pizzicotti alla serva di sala, che ne dite? Niente, sono tutti seri… che cosa sarà mai successo? Oh, lettori, non posso rispondere direttamente alla domanda, però vi posso assicurare che vi basterà sfogliare Una manciata di cenere, e saprete tutto quello che c’è da sapere: Luca Vanoli non è uno di quegli autori irrispettosi, che amano giocare tiri mancini proprio sul finale.
Ma procediamo con calma, via. Saliamo sulla nostra fidata macchina del tempo e catapultiamoci nel Diciassettesimo secolo, precisamente nel 1655. Il luogo? Monterotondo, un feudo dello Stato Pontificio, governato dai marchesi Tebaldi. Monterotondo è un piccolo mondo sereno, addirittura felice: tutti si conoscono e si aiutano, e le generose suore del locale convento di San Giuseppe offrono una decente istruzione ai bambini, conforto e cure ai malati, pane agli affamati. Però, voi siete lettori svegli, e vi rendete ben conto che anche i piccoli paradisi possono essere scossi da violenti terremoti. È una metafora, eh! Sì, perché nel nostro caso, la serenità del feudo è turbata dal ricordo di un anatema; addirittura!, starete pensando. Proprio così, c’è una terribile maledizione scagliata anni addietro dalla famiglia dei Barberini, proprio contro i marchesi Tebaldi. Be’, secondo i Barberini, dopo la morte di Innocenzo X, tutti i membri del casato Tebaldi avrebbero seguito il papa nella tomba, uno a uno inesorabilmente. E la maledizione precisa che del casato, alla fine, sarebbe rimasta, indovinate un po’, soltanto una manciata di cenere.

Ah, ah, belli incattiviti i Barberini, eh? Un po’ avete ragione, per le nostre abitudini zuccherose, sicuramente messe nere su bianco in qualche regolamento UE, l’anatema è… uhm, non tanto inclusivo e non tanto corretto, politicamente parlando. Nondimeno, siamo nel Seicento, e la rabbia si esprime in tal modo. E il motivo della rabbia è… un tradimento. Classico. Ebbene, il nostro romanzo ci racconta Monterotondo fu, in un passato ancora più passato, “proprietà privata” dei Barberini: esatto, uno dei tanti bottini ottenuti grazie alla parentela con il pontefice allora in carica, Urbano VIII (nato Maffeo Vincenzo Barberini). Non facciamola troppo lunga: l’allegra famigliola, per anni e anni, approfitta enormemente del prestigio dato dall’avere in casa un papa, e si dedica pertanto con tranquilla sicurezza a ruberie e a frodi di ogni tipo. Però, morto Urbano VIII, il successore Innocenzo X decide di non farla passare liscia ai birboni (non avendo legami con loro), e apre un’inchiesta per fare giustizia (in qualche modo). Ed ecco che a questo punto entra in gioco Attilio Tebaldi: notaio, tesoriere e custode di tutte le malefatte dei Barberini. Essendo un autentico str… strano personaggio dalla dubbia moralità, Attilio fiuta la grande occasione, tradisce i Barberini rendendo pubbliche le prove schiaccianti della loro cattiva condotta, si appropria di Monterotondo e diventa marchese. Insomma, quando si dice nobiltà, eh?

Com’è, come non è, inizialmente, nessuno si preoccupa della maledizione, e la vita a Monterotondo va avanti tranquilla; finché, papa Innocenzo X muore, e poco dopo muore pure Attilio Tebaldi. E non è tutto: dopo Attilio muore anche uno dei suoi figli cadetti, Giacomo. Il poveretto, se di poveretto si tratta, viene trovato morto nel bosco, ricoperto da punture di api: sarà, dite, una di quelle disgrazie che capitano. Raramente, però capitano. Be’, tenete in conto che l’ape, è l’animale presente nello stemma dei Barberini…
Ecco, va da sé, gli abitanti di Monterotondo cominciano davvero a credere che una maledizione gravi sul loro feudo; non solo, si convincono pure che il destino avverso non farà più distinzione fra chi porta il nome dei Tebaldi e chi ha semplicemente servito la casata. Insomma, il popolino teme che la maledizione si ripercuoterà sull’intero feudo, cancellando letteralmente Monterotondo, oltre ai suoi marchesi. Sapete bene, una massa spaventata ed esasperata è molto pericolosa: e lo sa bene anche papa Alessandro VII, il quale teme la superstizione perché “allontana le pecore dal pastore e le spinge alla rivolta contro il potere costituito”. Va trovata una soluzione, e al più presto.
Ora, si dà il caso che, proprio in quel periodo, un giovane avvocato francese stia scatenando un putiferio a Roma per aver difeso un povero maniscalco da un’ingiusta accusa di omicidio. Avendo attirato su di sé l’odio della nobiltà romana (già, il nostro eroe dimostra che l’assassino appartiene alla potente famiglia Borghese), non può proprio declinare l’offerta del papa, che nel frattempo ha fiutato l’occasione: allontanarsi da Roma per un po’ per far perdere le proprie tracce, indagando al contempo sul mistero di Monterotondo, sembra proprio una buona idea. E così, Tullio Corbet, questo il nome dell’arguto avvocato, parte di buona lena alla volta del piccolo feudo, affiancato da una spalla, il burbero gesuita Padre Seàn.

Tradizione

Va bene lettori, fermiamoci. Il mio piccolo riassunto è già sufficiente per elaborare delle osservazioni preliminari. Soprattutto, possiamo essere sicuri di questo: il nostro autore ci sa fare. Una manciata di cenere fonde intelligentemente tòpoi tradizionali e trovate originali, risultando quindi sia un romanzo dal fascino classico, sia un prodotto, direi, quasi unico nel suo genere. Ma capisco, volete saperne di più. Ebbene, osservate attentamente lo schema narrativo: a colpo d’occhio, potete notare che riprende il classico canovaccio del giallo deduttivo. Non sono scesa nei dettagli, ma è chiaro che Una manciata di cenere propone un protagonista geniale e talentuoso, con un acuto spirito di osservazione e una straordinaria capacità di trovare connessioni nascoste e inevidenti. In quattro e quattr’otto, Tullio riesce a risolvere un caso molto difficile (mi riferisco a quello del maniscalco), esibendo di fronte a noi lettori tutta la sua sagacia. Il tipico personaggio alla Sherlock Holmes, ovviamente; e vi dirò di più: la scena in cui il nostro protagonista dimostra con una logica impeccabile l’innocenza del maniscalco, destando stupore fra tutti i presenti, ricorda abbastanza da vicino un’altra scena, precisamente quella in cui Guglielmo da Baskerville, all’inizio de Il nome della rosa, suggerisce il modo di ritrovare il cavallo Brunello. Ebbene, entrambi gli episodi sono in un certo senso la migliore introduzione al personaggio che si muove in essi: sono infatti inseriti nella trama per delineare in maniera netta e lapidaria la personalità del detective, il quale riesce così a conquistarsi l’ammirazione del lettore. E capirete poi perché è importante che il lettore provi ammirazione sin da subito (no, non è un tentativo di culto della personalità, alla maniera di Fuoco è tutto ciò che siamo). Ah certo, non vi è sfuggito: proprio come Sherlock Holmes e Guglielmo da Baskerville, anche Tullio si porta appresso un compagno “meno dotato”. Esatto, si tratta di un “personaggio strumentale”, necessario per sottolineare ulteriormente l’abilità del protagonista, e anche per fornire una scusa al testo, testo che può riportare passo passo i ragionamenti del detective senza far sembrare tali passi delle aggiunte posticce e ad hoc, ad uso e consumo del lettore. Eh sì, il trucchetto è semplice: la spalla non capisce bene, o capisce a metà, e ciò è quel che serve al loquace eroe per esporre chiaramente le sue deduzioni…
È un trucchetto, sì, è un classico, sì, e… e funziona sempre, la narrazione difficilmente risulta artificiale.

Be’, decisamente il canovaccio su cui lavora Vanoli non ha né segreti né sorprese, e anzi potrebbe addirittura sembrare banale. Però, lettori, riflettete con me: un canovaccio banale non rende automaticamente la storia banale. Può invece regalare molte soddisfazioni, quando mani scaltre lo agghindano come si deve. E… eh, è esattamente ciò che è accaduto con Una manciata di cenere. L’autore, infatti, utilizza gli elementi più tradizionali della letteratura gialla come un pittore adopera i colori primari (perdonate il gioco di parole, è involontario). Sì, i tòpoi sono la base con cui si cominciano a distinguere i vari elementi colorati, ma poi ci sono le sfumature, i filtri, i lavaggi. Per farla breve, tutte le sottili tecniche capaci di conferire davvero unicità all’opera d’arte. Bene, fuor di metafora, la prima “tecnica non scontata” usata da Vanoli è… è la scelta del contesto storico. Il Seicento italiano, già. C’è sì un precedente illustre, tuttavia l’Italia del diciassettesimo secolo non è molto frequentata dagli autori contemporanei. Qualche biografia romanzata di Artemisia Gentileschi e poco più, vero? Ma non stupitevi, è più che normale: nel Seicento l’Italia è in pieno declino, e perde d’importanza nello scacchiere mondiale. Se ci ricordiamo qualcosa dalla scuola dell’obbligo (prima che fosse infestata dai vari D’Avenia), sappiamo almeno che la Penisola è impoverita e stretta nella morsa degli stranieri; forse qualche spunto si può trovare, ma in generale l’Italia secentesca desta ben poco interesse nei romanzieri e nei produttori cinematografici, i quali (se proprio devono scegliere un’ambientazione postmedievale e premoderna) preferiscono di gran lunga il più dinamico Rinascimento.
Luca Vanoli, però, non si lascia spaventare dalla stagnazione del Seicento, anzi sembra provare un certo fascino per la decadenza barocca. Decadenza che, appunto, si premura bene di sottolineare, scegliendo un francese per protagonista e un irlandese come suo aiutante. Già, perché mentre l’Italia boccheggiava sotto la mano spagnola, i francesi si compattavano sempre di più sotto la guida di un’unica autorità, incarnata prima dal cardinale Mazzarino e più tardi da Luigi XIV, preparandosi così a ricoprire il ruolo di grande potenza. E gli irlandesi? Ah, be’, loro neppure se ne stavano con le mani in mano: nel 1641 tentarono (pur senza successo) una rivolta contro gli inglesi, con l’obiettivo di fondare uno stato indipendente. Perciò, e nonostante abbiano alle spalle esperienze dall’esito diverso, Tullio e Padre Seàn hanno in comune un robusto orgoglio patriottico. Ottimo! È un’altra bella scusa pienamente sfruttata dal nostro autore, che in più punti del romanzo, attraverso l’occhio critico ora di Tullio, ora di Seàn, critica il lassismo e l’opportunismo degli italiani, per nulla interessati a unirsi sotto un’unica bandiera:

A quel punto Corbet intervenne. «Ma, padre, cosa pretendete da codesti italiani, gli eredi diretti delle glorie dell’Impero di Roma? Eternamente divisi, paiono godere nell’avere un dominatore straniero a dettar loro la legge. Allorquando ne scacciano uno, è solo per far posto ad un altro. In principio furono i Longobardi, poi i Franchi, in seguito gli Svevi di Germania, poi venne la calata di Carlo VIII, mentre oggi sono gli Spagnoli a comandare da Milano a Napoli.»
Il gesuita annuì. «Nobili e popolo, nessuno ha la spinta verso l’unità né la brama di indipendenza. Paiono incapaci di anteporre un ideale più alto al loro mediocre interesse.»
«Basta dire che i loro stessi intellettuali hanno coniato il detto: ‘O Franza o Spagna, purché se magna’. […] I francesi giurerebbero odio eterno a chiunque li apostrofasse in tal guisa. Loro invece se lo dicono da soli.»

Insomma, Una manciata di cenere non si limita a fare del Seicento suo sfondo, bensì lo rende argomento di riflessione, mettendo in scena dei personaggi completamente calati nel loro tempo (anche se, a volte, precorrono i tempi… ), i quali discutono di politica e si confrontano su alcuni dei temi più scottanti dell’attualità di allora. Qualche esempio? Be’, nel romanzo si discute con preoccupazione a proposito della diffusione del protestantesimo, o dell’uso delle tortura per estorcere confessioni agli imputati.
In poche parole, accade che talvolta i personaggi distolgano l’attenzione dalla sequela di omicidi e dalla ricerca del colpevole, per puntarla su questioni squisitamente storiche e politiche. Degli intermezzi utili solo per far prendere fiato a noi che leggiamo? No, delle sfumature, come vi ho suggerito, ben inserite nella narrazione generale e capaci di esaltare i colori primari, anche smorzandoli, in certi casi.

Una salutare distrazione

Sì lettori, lo so, qualcuno di voi nutre lo stesso un po’ di scetticismo nei confronti di simili divagazioni: non si corre il rischio di annientare la suspense della trama, allontanandosi troppo da essa? La vostra obiezione è fondata, e il rischio effettivamente esiste, perché tali divagazioni sono davvero una fonte di distrazione, e la distrazione non è certo gradita a un pubblico che preferisce le scene d’azione. Però, io vi dico che la distrazione non è di per sé un male. Chiaro, se un insegnante fa sì che i suoi alunni si distraggano durante la lezione, non è un bravo insegnante, è una specie di Galiano. Ma se un illusionista riesce a distrarre il suo pubblico mentre compie il gioco di prestigio, ah allora è un altro paio di maniche, è un bravo illusionista. Ecco, lo ribadisco con una nuova metafora, Vanoli non è l’insegnante, è l’illusionista: le divagazioni storiche aiutano anche ad accrescere la nostra sorpresa di fronte ai colpi di scena. E adesso volete un piccolo assaggio di questo gioco di prestigio, eh? Subito accontentati! Nel seguente brano, Corbet, Padre Seàn, Federico Tebaldi e Rinialdo (un domestico) discutono sulla Guerra dei Trent’anni e sulla sua conclusione:

[Federico] «Ahimè, la guerra ha sradicato dai palazzi del potere gli antichi valori cristiani, che un tempo i principi e i sovrani hanno servito e onorato. Sapete, anche il nostro Rinialdo ha combattuto durante l’ultima parte del conflitto, prima del ’48.»
Il gesuita si voltò ammirato […].
«Di quale schieramento facevate parte?»
[Federico] Rinialdo, perché non vi unite a noi? Non è conforme al protocollo, ma per una volta possiamo fare un’eccezione alle regole», lo invitò allora Federico con un cenno della mano. […]
[Rinialdo] «Combattevo nell’esercito francese.»
«Ma voi avete origini italiane. Come mai vi siete arruolato sotto i Gigli d’oro?».
«Durante la guerra del Monferrato, allora io ero solo un bambino, tutta la mia famiglia fu trucidata dalle truppe imperiali. Non mostrarono alcuna pietà nei confronti di onesti contadini che chiedevano solo di lavorare la terra in pace. Io fui l’unico superstite. Giurai che avrei vendicato i miei cari in un modo o nell’altro. Così, qualche anno dopo, non appena giunse voce che la Francia si preparava a scontrarsi con l’Impero, si presentò l’occasione che aspettavo da tempo. E ho percorso a piedi tutti i campi di battaglia d’Europa, Lens, Rocroi e Jankau, sperando che tra quelli che uccidevo, che Dio mi perdoni, ci fossero anche gli assassini della mia famiglia.»
Durante tutto il suo tragico racconto, si era più volte fermato con la voce rotta dal pianto. […]
[Federico congeda Rinialdo e lo invita a tornare alle sue faccende]
Con immenso sollievo di Corbet, poco dopo fece altrettanto con loro, senza dimenticare di invitarli a tornare anche il pomeriggio seguente.
Ma l’avvocato si era annoiato talmente tanto da non voler rimettere piede in quel luogo per il resto della sua permanenza a palazzo.

Non temo di sbilanciarmi affermando che questo brano è strutturato in maniera geniale. Subito, non sembra granché significativo. Federico, il dotto di famiglia, discorre in maniera pedante e noiosa di “attualità”. Le informazioni, apparentemente fini a loro stesse, ci inducono proprio ad abbassare la soglia dell’attenzione, come se stessimo leggendo Helgoland. E Vanoli incoraggia la nostra noia, ritraendo Tullio (ossia il personaggio per il quale proviamo particolare empatia) quasi sul punto di dormire. Ai nostri occhi, l’unico elemento interessante del brano è il triste passato di Rinialdo, e solo perché stuzzica la nostra emotività. Ma badate bene, è un interesse molto, molto moderato, tant’è che, pure nella finzione, chi si interessa al racconto di Rinialdo? La spalla, Padre Seàn (“Il gesuita si voltò ammirato”). Ebbene, il nostro autore dispone ogni elemento del brano perché alla fine il pubblico sorvoli sulle informazioni storiche e rivolga la sua concentrazione sul tragico Rinialdo, senza però rimanerne eccessivamente scosso. Ovvero, Vanoli desidera che il lettore quasi si dimentichi del brano. Eh sì, ha questo strano obiettivo, perché se facessimo attenzione, allora scopriremmo nel brano un’informazione storica non proprio corretta, informazione che mostrerebbe l’intera scena sotto ben altra luce. Ed ecco perché il brano è geniale: la chiave del mistero è proprio lì, sotto i nostri occhi, però non riusciamo a vederla, perché l’autore ci manipola, proprio come fosse un prestigiatore. E quando poi il colpo di scena arriva, bè, la soddisfazione arriva con esso.

Infodump? Naaah!

Ah, quindi Vanoli riesce sia a raccontarci la storia senza scadere in logorroici e fastidiosi infodump, sia a piegare le informazioni per creare suspense. Ma non è tutto: l’autore sfrutta il contesto storico anche per esacerbare i conflitti interiori dei personaggi in scena, tutti a disagio (quando non apertamente in contrasto) con la società in cui vivono. Questo ci porta a un altro aspetto interessante di Una manciata di cenere, e cioè il meticoloso approfondimento psicologico dei personaggi. E badate, quando dico “meticoloso” so di cosa parlo: Vanoli non trascura, anzi cesella finemente, i vari personaggi secondari, specialmente i personaggi femminili. Marianna, una delle figlie di Attilio Tebaldi: be’, se ne sta sullo sfondo, eppure la notiamo, anche perché ci ricorda un po’ la monaca di Monza (eh, chi si può misurare col Seicento, senza misurarsi con Manzoni?). Questa Marianna, in effetti, è una ragazza bella e dalla sensualità prorompente, innamorata dell’amore, tuttavia costretta dalla famiglia ad andare contro la sua indole e a prendere i voti: e tanto basta per farci almeno immaginare una “storia nella storia”, fermandoci un poco sulla comparsa, invece di vederla confusa in mezzo alle altre, una semplice macchia di colore per riempire uno spazio altrimenti bianco.
Anche Andrea Tebaldi è un personaggio di secondo livello, a cui è stato riservato un destino. Un altro destino infelice, tanto per cambiare. In quanto primogenito di Attilio, Andrea eredita tutti gli affari di famiglia, economici e politici. Molti invidierebbero il ruolo di Andrea, fra cui lo stesso fratello, vescovo spregiudicato e assai ambizioso, ma Andrea vorrebbe tutt’altro: è un uomo semplice, amante della vita in campagna e della tranquillità, e a cui manca completamente il cinismo e l’egoismo per essere un bravo politico. Senza questo Andrea il romanzo sarebbe stato monco? Be’, no, non sarebbe come togliere Tullio, o Seàn; però Una manciata di cenere sarebbe stato più povero, questo sì. Saremmo andati dritti al punto e ci saremmo stufati, alla fin fine.
Ah, e pensate un po’? Andrea è sullo sfondo, si fa comunque notare e… ed è anche l’anello che lega la catena di eventi assegnati a un altro personaggio molto secondario. Si tratta di Elena, la moglie di Federico (proprio quello che annoia Tullio, esatto). Elena, pensate un po’, vorrebbe per sé un amore intenso e profondo come quello che c’è fra Andrea e la moglie Anna. Ma gli interessi politici l’hanno invece destinata a un infelice matrimonio combinato. Forse è un piccolo spoiler, ma ne vale la pena: be’, sappiate che la solitudine e il bisogno di congiungersi a un’anima a lei affine spingono Elena a intrattenere una segreta relazione omosessuale. Non male, per chi se ne sta relegato in un ruolo secondario, non trovate?

Lettori, ci sono molti altri personaggi di cui sarebbe interessante parlare, ma se lo facessi, vi toglierei davvero tutto il gusto della lettura, perciò è meglio che mi fermi qui. Quanto ho detto, del resto, è sufficiente per capire un altro punto che mi sta a cuore farvi notare. Eh sì, avete visto, molti personaggi del romanzo sono tragici, perché hanno aspirazioni e desideri fatalmente troncati sul nascere. Sono uomini a metà, insoddisfatti, disperati, repressi, frustrati. E la frustrazione alimenta in loro la nevrosi, portandoli a compiere azioni inaspettate e imprevedibili. Così succede al già citato Andrea, il quale, dopo aver scoperto la relazione saffica della cognata, sembra impazzire di rabbia, lasciando Tullio addirittura sconvolto:

D’un tratto la porta si spalancò: Andrea strattonava per un braccio Elena, completamente nuda. Poi la scaraventò a terra.
«Vi prego, ascoltatemi…», lo scongiurava tra le lacrime.
«Schifosa, puttana. Anche questa dovevo vedere. Questo obbrobrio contro natura. Come hai potuto? Come?»
L’afferrò con forza per le spalle e la scosse con violenza inaudita. non era più un uomo, era una bestia feroce. […]
Ma la furia del marchese non sembrava placarsi. «Tu sei una Tebaldi», urlò sferrandogli [sic] un calcio nel ventre. […] Il marchese piegò le ginocchia e si accasciò, scoppiando in pianto.

Che cosa ha portato Andrea a reagire in tale maniera esagerata? Se non fosse stato costantemente messo sotto pressione dall’incombenza di proteggere l’assetto famigliare e il suo onore, avrebbe manifestato una rabbia tanto selvaggia, che così poco ha a che fare con la sua personalità? A questa domanda è difficile dare risposta. Ma a volte il compito di un bravo scrittore non è di fornire risposte alle domande; al contrario, deve fornire delle domande a noi lettori, che abbiamo spesso fin troppe risposte. Ebbene, rivolgendoci ora al nostro romanzo nella sua totalità, c’è in effetti una domanda che siamo costretti a porci: se ciascun personaggio è messo talmente sotto pressione dalla società, al punto tale che perfino gli uomini migliori possono divenire violenti, non è che chiunque può essere il colpevole degli omicidi avvenuti a Monterotondo? Ah, ah, non una maledizione, bensì un pazzo nevrotico a piede libero? Capite dove voglio arrivare, no? Siamo quasi obbligati a guardare con sospetto e con diffidenza ciascuno dei personaggi, perfino quelli secondari, appunto, i quali hanno tutti un motivo per uccidere. E anche sotto questo aspetto, Vanoli si mostra un autore scaltro: in sé le sottotrame di Marianna e di Elena appassionano il pubblico, ma al contempo si intrecciano alla trama gialla principale, rendendo più fitto il mistero, mistero che diventa in definitiva psicologico ed esistenziale.

E quell’innovazione che…

E va bene lettori, finora vi ho dimostrato (almeno spero) che Una manciata di cenere personalizza il classico canovaccio del giallo deduttivo. Adesso andiamo oltre. Oh sì, Vanoli non si limita a personalizzare, si diverte anche a farsi un po’ beffa degli stereotipi. Ad esempio, circa a metà del romanzo, il mistero sembra risolversi con l’arresto del… eh, del maggiordomo. Già, il maggiordomo dei Tebaldi. Per fortuna, e qui lo spoiler è talmente ovvio che posso riportarlo senza problemi, le morti continuano anche dopo l’arresto del sospettato. Capite senza troppe spiegazioni: cliché e presa in giro del cliché, semplice e anche efficace.
A parte questi innocenti (e un tantino puerili, bisogna ammetterlo) scherzetti, voglio però confessarvi che l’elemento narrativo maggiormente in contrasto con gli stereotipi del giallo è… il protagonista. Uhm, immagino che siate perplessi. Dopotutto, vi avevo assicurato che Tullio era il tipico detective geniale alla Sherlock Holmes. Be’, mi perdonerete, il fatto è che non vi ho raccontato proprio tutta la verità. Tullio è in effetti un personaggio dall’intelligenza analitica e brillante, e dalla straordinaria capacità deduttiva. È inoltre molto sicuro di sé, un po’ cinico, e dal passato complesso. Sherlock Holmes, sì, e anche un po’ di Guido Guerrieri e Penelope. Se vogliamo dirla tutta, ha perfino un che di Gregory House (a sua volta l’ennesima variazione sul tema inventato da Conan Doyle). Eppure, Tullio è al contempo distante da tutti i nomi che vi ho menzionato. Tanto per dirne una Tullio è poco più di un ragazzino: eh sì, fa strano, però è così. È un avvocato ed è giovanissimo. Uhm, su quale parola dobbiamo concentrarci? Su “giovanissimo”: il nostro eroe, infatti, è spesso borioso e spavaldo, anzi è un’autentica testa calda, come solo i ragazzi ormonati sanno essere. E non sono dettagli da poco, credetemi. Tullio sa il fatto suo, come abbiamo visto, però… però non è tutto, perché il suo carattere ha delle inevitabili conseguenze. Tanti casi risolve e tanto sbaglia. Osserva metodicamente, tuttavia sa agire d’impulso, senza riflettere minimamente. Di ben altra tempra è Padre Seàn, e il contrasto fra le due differenti personalità è lampante già in una scena a inizio romanzo, scena che delinea il primo incontro:

Corbet si voltò verso il vecchio, ne studiò ancora le rughe del volto, ma soprattutto l’espressione arcigna con cui l’uomo lo stava scrutando a sua volta: senza dubbio, era un pedante piantagrane; non solo era un gesuita, […] ma veniva persino dalle barbariche, incolte isole britanniche […]. Aggrottando le sopracciglia, si affrettò quindi a declinare la proposta: «Non credo sarà necessario. Indagare è un’attività poco adatta ad anziani malfermi. Non avrò tempo per badare a lui, ma vi ringrazio del pensiero».
In un lampo, la mano del ‘malfermo’ gesuita strinse come un artiglio la scapola di Corbet, che si sottrasse alla presa dolorosa con un urlo molto poco virile. «A buachaill [in irlandese, “giovane e inesperto”], non era una richiesta, ma un comando. […]»

È evidente, Vanoli sdrammatizza e rinnova la coppia composta dal detective e dalla spalla. Tullio non è infallibile, sin dalle prime battute tende a peccare di superbia e di superficialità, giudicando “malfermo” un uomo in effetti più forte di lui. Non solo: attribuisce a Seàn generiche origini britanniche, poiché non riconosce il gaelico parlato dal gesuita. Siamo quindi lontani dalle tante copie di Sherlock Holmes, cloni che riescono a destreggiarsi in ogni situazione, e spesso in maniera inverosimile (andiamo, in un episodio il dottor House parla fluentemente il cinese mandarino… un americano, per giunta, ma quando mai!). Inoltre, considerando il modo in cui è caratterizzato Padre Seàn, è evidente che siamo distanti anche dal solito “tontolone di supporto”, magari acuto, ma comunque tardo e un po’ mollaccione. Padre Seàn, infatti, non teme minimamente di esercitare la propria forza e la propria autorità su Tullio: in non poche occasioni, il gesuita è attivo nel riportare il nostro protagonista sui binari giusti. A differenza di altre coppie da giallo (e il paragone più naturale è proprio con Guglielmo da Baskerville e Adso), la gerarchia fra i due si inverte continuamente nel corso del romanzo.
Non fraintendetemi, Padre Seàn non è granché utile ai fini dell’investigazione: da solo non riuscirebbe a sbrogliare la matassa, e non avrebbe le intuizioni giuste. Tuttavia, la sua presenza è fondamentale per la formazione del protagonista. E con “formazione” intendo non solo l’evoluzione limitata agli eventi del romanzo, e alla soluzione del caso, bensì anche la maturazione più generale di Tullio. Sì, in Una manciata di cenere vediamo il nostro eroe diventare un uomo compiuto, lasciandosi alle spalle il giovanotto geniale, eppure ancora ribelle e indisciplinato. Alla fine, apprezziamo un Tullio consapevole del mondo in cui vive, e capace di sottomettersi ai suoi meccanismi, per quanto questi si rivelino imperfetti e crudeli…

Il cardinal Gualterio si intromise. «La decisione è presa.»
«Ma è sbagliata», obiettò Corbet.
Nessuno però sembrava intenzionato a rispondergli.
Era deluso […].
Il Pontefice allungò la mano e afferrò un campanello: l’udienza era terminata.
«Avvocato Corbet, dobbiamo ringraziarvi nuovamente per la vostra preziosa collaborazione. Vi preghiamo di non andare troppo lontano dalla nostra bella Roma. La Chiesa potrebbe avere ancora bisogno di voi, prima di quanto possiate pensare.»
«Vostra Santità, farò come comandate», rispose lui freddamente.
«Perinde ac cadaver», commentò il cardinale Gualterio. «Dopo mesi in compagnia di un gesuita, anche voi ne siete stato influenzato.»
Padre Seàn lo fissava orgoglioso. Poi entrambi si chinarono di fronte al Papa che diede loro la sua benedizione finale.

Capisco, non è proprio il tipo di evoluzione che vi aspettereste di trovare in una storia al passo coi tempi: l’estetica contemporanea predilige di gran lunga gli eroi ribelli che rifiutano di conformarsi a una società ingiusta, pertanto è insolito leggere un tale epilogo di subordinazione. Eppure, la scelta dell’autore è perfettamente in linea con il percorso di formazione del protagonista: si passa dall’eroico idealismo e dal desiderio tipicamente giovanile di cambiare il mondo, al fatalismo della vita adulta. E poi, Tullio continua a non condividere le scelte dei potenti, la sua sete di giustizia non si è estinta (“«Ma è sbagliata», obiettò”): semplicemente il nostro eroe comprende che non è suo il potere di rivoluzionare le cose, e che le sue doti, seppur eccezionali, non sono sufficienti a forgiare la realtà.

Ciò detto, mi pare opportuno saltare alle conclusioni. Una manciata di cenere è un romanzo completo. Sa darvi tutto, in fin dei conti: un mistero intricato quanto basta, una buona dose di dramma, una psicologia approfondita, molti conflitti interiori, un percorso di formazione, un’ambientazione interessante e originale, perfino un po’ di umorismo. E sa come darvi tutto questo, l’abbiamo visto insieme. Il nostro autore alterna scene distese a scene adrenaliniche, la commedia alla tragedia, l’introspezione all’azione; è perfetto dunque, è un libro che riempie la vita? Non esageriamo, adesso: no, non è perfetto, anche perché è un esordio, e gli esordi hanno sempre qualcosa che ancora deve essere ben limato. Starete bene lo stesso, se la vostra libreria privata non l’accogliesse mai, questo è sicuro. Tuttavia, be’, averlo fra le mani non vi farà certo venire l’orticaria, e, opera prima o no, mi sentirei molto in difetto a definirlo “dozzinale” (intendo “facente parte della dozzina di un certo premio”). D’altronde, sebbene si tratti di un romanzo alquanto lungo, è difficile che a un certo punto faccia capolino nel vostro animo una certa riluttanza a continuare il cammino lungo le sue pagine. E se ve lo assicura il vostro blog preferito, che cosa potete chiedere di più? Ah, certo, il mio solito augurio di una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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