Un, due, tre… Stellina!

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stellina soap opera argentina con protagonisti andrea del boca ricardo darin e marisel antonione

The virgin Netflix and the chad TV2000

Lettori, vi state preparando per Halloween, la notte delle streghe, l’anniversario della pubblicazione Bohemian Rhapsody… sì, insomma, per il 31 ottobre? Se siete ancora intenti a riempire di lassativo i dolcetti, allora date retta a me e prendevi una pausa, perché ho qui in serbo per voi un bell’articolo su una serie tv davvero da brivido. Che? Squid Game? Ma fatemi il piacere! Il pesciolino d’argento è un blog che sta dalla parte del proletariato, e non ama le cavolate a pagamento. No, la serie a cui mi riferisco è… è abbastanza facile da trovare su un noto sito che pubblica video (almeno, per il momento si trova ancora) e per quelli di voi non a proprio agio con l’internet, c’è sempre TV2000 che la replica con una certa frequenza. Eh, sì, è vecchiotta, quindi non c’è più molto da spremere, commercialmente parlando. È vecchiotta, ma porta bene i suoi anni, e a essere sincera è ben più spaventosa di una bambola gigante che spara ai coreani (di sicuro per i giapponesi non è divertente quanto Squid Game)…
Siete curiosi, non è vero? E va bene, non voglio tergiversare oltre. Ho già sdoganato le soap-opera, perciò tanto vale continuare il lavoro: la serie di cui vi parlerò in quest’articolo è proprio una telenovela. Il titolo? Stellina.

Avanti lettori, smettetela di guardarmi come se avessi detto che D’Avenia è uno scrittore… uno scrittore! Abbandonate i brutti pregiudizi.
Ve l’ho già spiegato nell’articolo dedicato a Perla nera: non dobbiamo cedere alla tentazione di giudicare un’opera in base alla categoria cui appartiene. Se Francesco Carofiglio ha dimostrato che un romanzo psicologico può difettare completamente di psicologia e di profondità, e se Veltroni è riuscito a scrivere dei thriller fantozziani, perché dovremmo credere che una telenovela, solo in quanto telenovela, sia priva di qualità? Insomma, so bene che voi non siete di quei lettori convinti che esistono rasoi “per donne” e “per uomini”, e nemmeno di quelli che giudicano Sembrava bellezza un romanzo “di madri e figlie”. Giusto?

Giusto, ma può darsi che non stia riuscendo a convincervi. C’è ancora qualcosa che non vi torna: anche ammettendo che sia una serie di qualità, che cosa può avere di spaventoso una telenovela intitolata Stellina?
Be’, non avete tutti i torti: a colpo d’occhio, in effetti, Stellina sembra proprio una telenovela tradizionale, uguale a tante altre. La protagonista (Stellina, per l’appunto) è un’ingenua e umile ragazza di campagna; dopo essersi trasferita a Buenos Aires, inizia a lavorare come cameriera presso la ricca famiglia Mendoza. Questa famigliola ha un padre, Daniele, una madre, Marcella, una nonna, Maria, e una figlia. Nella versione italiana, quest’ultima si chiama Alessandra (interpretata da Marisel Antonione: credetemi, vale la pena ricordare questo nome), ha circa una ventina d’anni ed è sposata con un agronomo (o uomo d’affari, non è molto chiaro), un certo Gianluca. Alessandra è molto gelosa del marito e, per tenerlo legato a sé, sfrutta un incidente d’auto in cui lei e Gianluca sono stati coinvolti, incidente avvenuto qualche tempo prima dei fatti che vediamo sullo schermo. Come lo sfrutta? Finge di non essere guarita dalla paralisi temporanea dovuta allo schianto: sì, impersona una paralitica completamente bisognosa di aiuto e di affetto. Quando Stellina entra nella vita dei Mendoza, Alessandra prevedibilmente la considera subito una rivale in amore, e inizia a darle il tormento, non riuscendo tuttavia a evitare che Gianluca… be’, che Gianluca conosca Stellina, se capite cosa intendo. Nel corso della trama, inoltre, Stellina scopre di essere la figlia illegittima di Daniele; in pieno stile soap-opera, si scopre che anche Alessandra è frutto di una relazione extraconiugale. È in realtà la figlia di Marcella e di Alvaro, avvocato di Daniele e da sempre caro amico di famiglia. Dopo molte peripezie, Gianluca trova il coraggio di divorziare da Alessandra e sposa Stellina, che così può finalmente avvicinarsi al suo amore e alla sua famiglia d’origine, mentre Alessandra perde il marito, la casa in cui è cresciuta e il prestigio sociale di cui ha sempre goduto. Questa, in verità, è la prima parte di Stellina: la telenovela continua, però devo essere sincera, la seconda parte non è all’altezza della prima, e noi non abbiamo granché motivo di tenerla in considerazione. Sapete che esiste, ma potete tranquillamente ignorarla.

L’angelo perverso

Avete ragione, è la solita storia ricalcata sulla fiaba di Cenerentola, con la protagonista umile e buona che conquista il principe e abbandona la perfida antagonista nella miseria. Però… però. Non fermiamoci alle apparenze! Se ci impegniamo in un’analisi più attenta, scopriamo che qualcosa non quadra. Guardando con attenzione le puntate, dopo un po’ ci renderemo conto di una cosa: Alessandra ha un trattamento speciale, rispetto agli altri personaggi. Sto parlando dal punto di vista narrativo, cinematografico, eh! Scopriamo infatti che i primi piani più intensi sono i suoi, che i monologhi più significativi sono i suoi, e che, in generale, la sua presenza offusca quella degli altri personaggi. Sì, compresi Stellina e Gianluca, che in teoria dovrebbero essere i protagonisti. Alessandra insomma occupa molto spazio all’interno della telenovela… fin troppo per una soap-opera che porta il nome di un’altra donna. Lo spettatore è continuamente messo al corrente dei pensieri e degli stati d’animo di Alessandra, quindi la conosce in modo sempre più approfondito; potrei quasi dire che… sì, in qualche modo ci “affezioniamo” a lei. Il dolore e la rabbia di Alessandra sono così frequentemente espressi, che noi spettatori ne siamo inevitabilmente turbati: non è automatico rallegrarsi per la buona sorte di Stellina. Ci fa piacere le vada bene, sì, ma un po’ sentiamo di dover compatire la sua antagonista. Insomma, il personaggio di Alessandra sembra gettare un’ombra sul lieto fine che attende Stellina.
E questo, lo ammetterete, è alquanto strano per una telenovela che vuole celebrare l’amore fra una contadina e… boh, un ricco, un borghese (cioè fra una Cenerentola e un principe, via).

Ah sì, avete ragione, anche in Perla nera il focus della storia si sposta talvolta sul dolore e sulla sofferenza di Miriam. Ma ci sono alcune differenze con Stellina. Innanzitutto, in Perla nera lo stato d’animo di Miriam non viene trascurato, eppure non è così preponderante; inoltre, gli sceneggiatori di Perla nera prendono delle “precauzioni” per far sì che il pubblico non entri troppo in empatia con Miriam. La ridicolizzano, la rendono sciocca, goffa,  incapace; gli altri personaggi sono sempre inclini a prenderla in giro. Così facendo, si crea una distanza fra lo spettatore e Miriam, e l’immedesimazione è bloccata. Dirò di più. Se ci pensiamo bene, lo stesso accade in tutte le trasposizioni cinematografiche della fiaba di Cenerentola: le sorellastre sono spesso bruttine e grossolane, sempre superficiali, con poco sale in zucca. Sono sì “cattive”, ma sono soprattutto comiche, sono ridicole. Così come sono ridicole anche le antagoniste dei chick-lit (almeno, dei chick-lit classici, nei chick-lit folli l’antagonista è una povera sfortunata).

Va bene lettori, è chiaro il meccanismo: chi scrive la storia vuole che il pubblico “voglia bene” alla protagonista, non alla sua rivale, la quale viene quindi dotata di un’infinità di difetti, abbondantemente esagerati e in continua opposizione con le virtù dell’eroina.
Ora, parlando di difetti, Alessandra ne è davvero piena, e almeno per questo aspetto non ci sembra troppo strana, rispetto ai canoni. È superficiale, viziata, abituata ad atteggiarsi da regina, frivola; è molto diversa da Stellina, una ragazza semplice e avvezza alla fatica, al sacrificio. Ma, di nuovo, ecco la nota stonata: Alessandra non è mai oggetto di scherzi, di prese in giro. Non è mai “comica”.
Sì lettori, mi sembra di potervi sentire: e allora, che differenza fa? È solo un dettaglio! Avete ragione, ve lo concedo. Peccato che i piccoli dettagli facciano la differenza. Nel nostro caso, tutti i dettagli che abbiamo raccolto ci instillano un sospetto: benché la telenovela si intitoli Stellina, non sarà forse Alessandra la vera protagonista della storia? Ma va’, come può una cattiva essere la protagonista della serie?! Le telenovele sono prodotti prevedibili e standardizzati, devono proporre sempre una protagonista dal cuore gentile. È così che la pensate, ho indovinato? Ecco, parole simili furono rivolte a Delia Fiallo, quando sottopose ai produttori il testo della sua radionovela, che volle chiamare El ángel perverso (appunto, L’angelo perverso, o L’angelo malvagio). Nella storia di questa radionovela, la protagonista è una certa Angelina, una donna che si finge paralitica per far sì che il marito non la abbandoni…
Ah, ah, tombola! El ángel perverso è il canovaccio alla base di Stellina, e la storia è stata fondamentalmente pensata proprio per dare pieno risalto ad Alessandra; Stellina è un personaggio aggiunto in un secondo momento, e solo per non spaventare i telespettatori più abitudinari. Ah, ma certo, dimenticavo una cosa. Vi ho detto che Alessandra si chiama “Alessandra” nella versione italiana: nella versione originale argentina si chiama… be’, dai, avete capito. Si chiama “Angelina”.
Fatto, abbiamo risolto il mistero. Ora sappiamo perché Alessandra è un personaggio tanto approfondito, tanto serio… tanto tragico. Sì lettori, Alessandra è un personaggio tragico. Incatenarsi sulla sedia a rotelle pur di non perdere il marito è tragico. Scoprire di non essere una Mendoza è tragico. Vedersi portar via il marito, il denaro e la famiglia da Stellina, la nuova arrivata, è tragico. Ma… ma! Tutto questo è solo la punta dell’iceberg, perché la vera radice della tragedia di Alessandra è un’altra. È la radice di tutte le sue sfortune: la malattia. La paralisi momentanea, l’incidente? No, no, non sto parlando di questo. Alessandra finge una disabilità, eppure è davvero una disabile. Solo che la sua malattia è invisibile. E quando poi diviene palese, be’, nessuno comprende la nostra povera derelitta, nessuno la compatisce, perché la malattia di Alessandra è tuttora un grave stigma sociale. Alessandra è affetta da un disturbo antisociale di personalità. È una sociopatica, se preferite, una “psicopatica”.

Calma, calma, prima ci vuole il giusto disclaimer: le informazioni che discuterò con voi non sono consigli medici, e potrebbero non essere accurate, hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico. Bene, torniamo a noi. Lo so, lettori, la mia vi sembra una deduzione precipitosa e grossolana. Però lasciate che ve lo dica: la vostra impressione è condizionata da film come Psycho, Il silenzio degli innocenti e tutti gli altri thriller che vi hanno abituato a psicopatici (quasi esclusivamente uomini) machiavellici, geniali e dal sangue freddo, che scrupolosamente architettano piani complicati e riescono a compiere omicidi efferati e spettacolari. In verità, quello dei film americani è un tipo di psicopatico alquanto raro, ma utile per aggiungere suspense e colpi di scena alla trama. Gli psicopatici “della porta accanto” sono spesso di tutt’altro tipo, molto meno “cool”. E, non l’avreste mai detto (non l’avrei mai detto nemmeno io), ma Stellina offre un ritratto sorprendentemente realistico dello psicopatico. Il personaggio di Alessandra è stato curato nei minimi dettagli, e offre un ritratto direi molto fedele degli sfortunati (loro e noi con loro, eh!) che potremmo accogliere nella nostra casa, nel nostro letto, nella nostra cerchia di amici.

Segreti e bugie

Ebbene, vediamo che cosa ci fa dire che Alessandra è malata. Il primo tratto tipico del disturbo antisociale che salta immediatamente all’occhio di noi spettatori è la predisposizione di Alessandra a mentire. Ora, l’abito non fa il monaco e la bugia non fa lo psicopatico, è chiaro. Tutti diciamo bugie: mentiamo sul voto ricevuto al compito in classe, mentiamo sul curriculum per ricevere il lavoro, mentiamo alla persona che amiamo per apparire più interessanti. Mentiamo, cioè, per migliorare la nostra immagine, per evitare rifiuti e giudizi negativi, e per ricevere più affetto. Ma per lo psicopatico è diverso. Mente sistematicamente e senza freni, al fine di manipolare chi ha intorno, per riuscire a sopraffarlo. Infatti, Alessandra non si finge paralitica solo per evitare che Gianluca la lasci, bensì approfitta della commiserazione altrui per esercitare un ruolo dispotico. Chiede, chiede, chiede sempre di più: e ottiene, perché gli altri personaggi si sentono avviliti per la sua malattia (quella fasulla). Tale comportamento le è assolutamente congeniale, perché altri due tratti tipici della psicopatia sono proprio l’egocentrismo e il vittimismo. Alessandra, come ogni psicopatico, desidera e pretende la completa devozione altrui, e non teme di mettere in scena una pantomima pur di essere coccolata e riverita. D’altra parte, gli psicopatici hanno un’alta percezione di loro stessi, e dunque, dal loro punto di vista, è assolutamente naturale ricevere attenzioni, cure, regali, manifestazioni d’affetto. Non è qualcosa di cui essere grati, è un loro pieno diritto. Se non ricevono attenzioni, o se smettono di riceverle, ecco che gli psicopatici sprofondano in un illogico vittimismo. Ovviamente, Alessandra non fa eccezione: più volte si lamenta che non è giusto che Stellina le usurpi il marito, l’affetto dei famigliari, il patrimonio. Si compiange, si sente vittima di un destino malevolo, e non si rende conto di non poter avanzare pretese né sull’amore di Gianluca, né sull’eredità paterna, giacché non è davvero figlia di Daniele. Vale la pena confrontare il suo atteggiamento con un’altra “cattiva” di Stellina, Marcella.
Marcella ricopre a lungo nella telenovela il ruolo di “matrigna”: sa che Stellina è figlia di Daniele, e, furente di gelosia, la tratta con particolare severità e acrimonia. Tuttavia, Marcella non è una cattiva netta e piatta: odia Stellina, frutto di un tradimento di Daniele, ma al contempo prova vergogna e senso di colpa per la relazione intrattenuta con Alvaro, ed è terrorizzata all’idea che prima o poi emerga la verità. Marcella, cioè, cerca di fare i suoi interessi e quelli di sua figlia Alessandra, tuttavia sa bene di essere nel torto. E ciò le crea un costante, sottile tormento.
Alessandra, invece, non mette mai in dubbio il suo diritto all’amore e alla ricchezza; nemmeno dopo aver saputo la sua vera storia rinuncia alle sue pretese. Dal primo incontro all’ultima puntata, la nostra cattivona rimane arciconvinta che Stellina (e chiunque altro) è “ben poca cosa rispetto [a lei]”, e perciò non le viene mai meno lo stimolo a prendersi tutto ciò che il mondo può offrirle. In un modo o nell’altro, ciò che vuole deve averlo.
Ben diverso, invece, è l’atteggiamento di Miriam. Ricordate? Di sicuro l’antagonista di Perla non è un personaggio positivo, e nelle ultime puntate tenta perfino di compiere un infanticidio. Tuttavia, nel corso di Perla nera, Miriam mostra uno spiccato senso di inferiorità nei confronti della protagonista, e medita perfino di cambiare acconciatura per assomigliarle. Miriam è complessata, sopraffatta, abbattuta e disperata, tutto il contrario della furiosa e megalomane Alessandra. La quale, tra l’altro, un infanticidio l’ha commesso davvero. O meglio, ha abortito intenzionalmente. E se guardiamo alle intenzioni, be’…

Chi, io?

Alessandra, dunque non è mai toccata dalla vergogna, né da qualunque altro sentimento negativo che possa scalfire il suo ego. E, indovinate un po’? L’assenza di autocritica è un’altra peculiarità degli psicopatici. In Alessandra, tale assenza si fa tangibile nella sessantacinquesima puntata di Stellina, quando i Mendoza scoprono che può camminare e che… e che ha intenzione di assassinare Stellina. Già, ditemi se in qualche versione di Cenerentola una delle sorellastre si lancia all’arma bianca contro la protagonista.
Ora lettori, facciamo un po’ il punto. E in questo senso vi esorto a ricordare qualche episodio del nostro passato: non vi è mai capitato che qualcuno abbia scoperto le vostre bugie? Non siate timidi, so che ne avete dette, come ne ho dette io. Come vi siete sentiti? Forse avrete provato imbarazzo, forse paura e poi tristezza, per aver perso la fiducia della persona a cui avete mentito. Insomma, avrete provato qualcosa, delle emozioni che chiameremmo “negative”. E questo perché siete “sani”. Gli psicopatici hanno tutt’altro tipo di reazione: quando vengono smascherati, non provano emozioni negative, solitamente si lasciano andare a una rabbia incontrollabile. E la reazione di Alessandra è proprio da manuale: quando sua madre e Maria la vedono camminare, Alessandra le sfida con un atteggiamento provocatorio, e domanda loro perché siano così sorprese e scioccate. In fin dei conti, desideravano tanto che fosse sana…
In seguito a ciò, Marcella e Maria tentano di suscitare in Alessandra un qualche tipo di reazione, spiegandole che hanno molto sofferto all’idea che fosse paralitica, e che la sua messinscena è stata crudele ed egoista. Niente da fare. Alessandra non può provare né pentimento né empatia: ha una reazione, sì, ma è una furia omicida. Ribadendo il suo odio per Stellina, una “contadina stupida” che le sta rubando ciò che è suo, dice quasi con orgoglio di volerla scannare. Ringhiante, sudata e in preda all’adrenalina, si dirige verso la porta, insulta e malmena prima Maria e poi Marcella, che cercano invano di fermarla. Si divincola anche dalla presa di Gianluca, nel frattempo giunto a dar man forte ai Mendoza, e fugge cercando Stellina, decisa a farle la pelle.
In una sola scena, breve eppure intensa, sono messi in luce (senza nemmeno troppo esagerare) ulteriori tratti del disturbo antisociale di personalità che affligge Alessandra: l’impulsività e l’irresponsabilità. Il piano originale, ossia uccidere Stellina e far sembrare l’omicidio un incidente è fallito, tuttavia la nostra cattivona non desiste dal suo obiettivo. È tanto furiosa da non considerare minimamente le conseguenze delle sue azioni.

Nella sessantacinquesima puntata, l’irresponsabilità di Alessandra emerge con evidenza, ma a dire il vero è possibile intuirla anche prima di arrivare a quel punto della storia. Ad esempio, ve l’ho accennato, Alessandra non vuole per nessuna ragione diventare madre, al contrario di Gianluca che desidera ardentemente mettere su famiglia. Ma anche al contrario di Stellina, disposta a lavorare giorno e notte per provvedere al bambino concepito dopo una notte d’amore con Gianluca. Certo lettori, non scaldatevi, non ho affatto detto che le donne che non contemplano la maternità fra i loro obiettivi sono delle irresponsabili e delle psicopatiche. Sostengo invece che il rifiuto della maternità è coerente coi tratti attribuiti al personaggio di Alessandra, perché avere un figlio implica gravi responsabilità, una pianificazione della propria vita, e anche una certa quantità di “sacrifici”…
Una situazione, abbiamo visto, del tutto incompatibile con l’egocentrismo, la megalomania e l’impulsività tipici del disturbo antisociale di personalità. E, come vi ho detto, Alessandra sceglie di abortire immediatamente (e segretamente) dopo aver saputo di essere incinta, usando tra l’altro un espediente brutale. Non vuole diventare madre, ma non vuole nemmeno contraddire troppo i desideri di Gianluca; e poiché non ha alcun senso morale, trova la soluzione per lei più efficiente: rimanere incinta, mentire dicendo di aver perso il bambino, diventare (o fingere di essere diventata) sterile.
Un altro segno dell’irresponsabilità di Alessandra: non considera mai l’idea di lavorare, nemmeno quando è ormai evidente che non può più contare sul patrimonio dei Mendoza (sì, dopo essere scoperta perde davvero tutta la sua ricchezza). Ovviamente, lettori, anche il lavoro, come la maternità, prevede impegni, scadenze e responsabilità da assumersi. Benché Alessandra sia istruita e molto più colta di Stellina, non desidera inserirsi nel mondo del lavoro, al contrario della rivale, più volte mostrata mentre si impegna lavorando e studiando contemporaneamente.
Infine, c’è un ulteriore dettaglio, che magari voi lettori troverete irrilevante, ma che io ho trovato assai curioso. In una puntata (non vi dico quale, già ci sono troppi spoiler), Alessandra torna a casa dopo essere stata in campagna. È accolta con affetto e tenerezze dai suoi familiari, i quali, per coccolarla ulteriormente, le mettono in braccio un gatto, mai comparso in precedenza, e… che non comparirà mai più. Ora, forse è solo un blooper, non ci metto la mano sul fuoco. Però, può anche essere un altro indizio dell’irresponsabilità di Alessandra: non occorre che vi dica, lettori, che bisogna prendersi molta cura di un animale domestico, e il fatto che il gatto compaia solo in quell’occasione, e solo per essere accarezzato distrattamente, è in linea con la superficialità e il totale disinteresse per il benessere altrui, che caratterizzano Alessandra e chi, come lei, soffre di un disturbo antisociale di personalità.

Incontri ravvicinati del quinto tipo

C’è infine un ulteriore caratteristica che prova la mia tesi: Alessandra ha una forte inclinazione a imitare gli altri. Gli psicopatici, sostanzialmente mancando di empatia, non riescano a comprendere molte reazioni emotive di chi li circonda. Faticano a capire la commozione, il pentimento o perfino la tenerezza. Poiché non riescono a provarle spontaneamente, gli psicopatici osservano e studiano tali reazioni, per poi imitarle quando si trovano in un contesto sociale. Non perché le ammirino e vogliano farle proprie, sia chiaro, ma solo per mantenere la devozione e il rispetto di chi li circonda: altrimenti, potrebbero nascere dei sospetti…
In particolare, due scene rivelano che Alessandra cerca di simulare gli atteggiamenti e le emozioni che gli altri personaggi si aspettano da lei. La più esplicita si trova nella sessantunesima puntata. Daniele, ormai consapevole di non essere il vero padre di Alessandra, intima a lei e a Marcella di andarsene dalla sua casa. Alessandra lo supplica di non mandarla via, e si mostra pentita per i soprusi inflitti a Stellina: addirittura la loda, dicendo che è tanto buona, sostenendo che Dio è dalla sua parte. Dio premia Stellina e punisce lei, questo sostiene Alessandra. Evidentemente la nostra sociopatica sta fingendo, ha capito (o si ricorda) che cosa conviene dire e fare in una simile circostanza; l’intera scena è una splendida dimostrazione delle capacità manipolatorie di uno psicopatico. Vi ho riportato l’esempio più evidente, tuttavia quello più raffinato è tratto dalla trentaduesima puntata. Alessandra e Gianluca si trovano insieme in campagna, nella tenuta dei Mendoza. Lino, un povero bambino figlio di contadini, passa a salutare Gianluca, del quale è molto amico. Gianluca subito interrompe il discorso con Alessandra e ricambia calorosamente il saluto di Lino. Alessandra, invece, ha una reazione interessante: mentre Gianluca si protende verso il bambino, lei sembra ritrarsi, appiattendosi allo schienale della sedia a rotelle. Poi cerca lo sguardo di Gianluca, che sta sorridendo al bambino; solo dopo si sporge per unirsi ai saluti. Non è tutto: mentre Gianluca è amichevole, ma “composto”, Alessandra esagera con le effusioni. Allunga una mano per accarezzare il viso di Lino, lo chiama “piccolo”, e dispensa parole stucchevoli. Lettori, non ve lo nascondo: sono dettagli sottili, che a un primo sguardo passano inosservati. Ho dovuto riguardare la puntata per notarli (come è giusto che sia, è molto difficile che uno psicopatico si comporti in maniera evidentemente strana). Ma una volta individuati, si capisce la cura che si cela dietro una “banale” scena di una “banale” telenovela: all’arrivo di Lino, Gianluca e Alessandra si muovono in due direzioni opposte, uno è attratto dal bambino, l’altra prova repulsione. E sappiamo che cosa fa Alessandra ai bambini…
Si potrebbe quasi dire che in quella scena è rappresentata l’essenza del disturbo antisociale di personalità, una condizione che impedisce a chi ne è affetto di muoversi in coordinazione con i suoi simili, destinandolo inevitabilmente a procedere in direzione ostinata e contraria. E verso il baratro.

In effetti, è questa la reale tragedia di Alessandra: la sua “disabilità” (so di aver già usato questo termine, passatemelo, non ha intenti offensivi) è una malattia che la aliena dai suoi simili, una malattia che… che quasi mai è considerata tale. Pensiamoci. Gli esseri umani, a differenza di altri animali, non abbandonano i loro simili in difficoltà. Nel corso della Storia abbiamo anzi messo a punto pratiche per “recuperare” gli infermi, e pensato ad associazioni e strutture per assistere gli incurabili. L’essere umano, insomma, si sforza di non lasciare indietro nessuno. Ma, ancora oggi, ciò non è sempre valido. Non abbiamo difficoltà a farci in quattro per un paralitico, ma con malattie “invisibili”, che non lasciano direttamente segni sul corpo, la faccenda cambia. Siamo meno portati ad aiutare, ci va di rimproverare: rimproveriamo una mancanza di volontà o di avere un’anima corrotta, malvagia, posseduta da un demone. Solo di recente abbiamo imparato a considerare i depressi dei malati e non dei deboli, e dobbiamo ancora percorrere molta strada prima di comprendere che un sociopatico non è un “peccatore”, ossia un’anima che decide liberamente di fare del male. Dobbiamo ancora accettare che si tratta di un disabile che non può correggere i suoi errori, e che è costretto dalla sua condizione a comportarsi in un certo modo. E poi, dobbiamo fare ancora più strada per capire che un disabile non è uno “sfigato” o uno “scherzo della natura”.
Anche questo nostro (e parlo in senso generico) atteggiamento nei confronti dei disturbi psichiatrici è ben rappresentato in Stellina. Alessandra è oggetto di amorevoli cure e attenzioni, ma solo quando finge una paralisi, ovvero una malattia evidente, che la rende innocua, e (soprattutto) che è già stata “accettata” come una condizione socialmente non (troppo) penalizzante. Ma quando invece emerge la sua reale malattia, pericolosa e di natura “psichica”, intorno a lei si crea il vuoto. Perché tanta differenza, mi chiedete? Non so, non ho le competenze per rispondere decisamente. Tuttavia, posso azzardare un’ipotesi. Forse gli psicopatici risvegliano in noi un’istintiva automatonofobia, giacché hanno un aspetto “umanoide” eppure mancano di empatia, e dunque di ciò che rende qualcosa un essere “umano”.
O forse, tutto sta nel fatto che non siamo ancora abituati a considerare le emozioni (anche) come il frutto di un equilibrio ormonale. Ad ogni modo, abbiamo almeno portato a casa questa conclusione: Stellina, più che una storia l’amore, più che una bella fiaba in cui la contadina ha la sua rivalsa, è il racconto della malattia congenita di una donna, che vede portarsi via tutto da una rivale non particolarmente bella e intelligente, ma dotata dell’enorme vantaggio di essere “sana”.

Degna di Hollywood

Va bene lettori, finora vi ho parlato a grandi linee della narrazione di Stellina e della complessa personalità di Alessandra. Adesso, vale di certo la pena considerare il modo con cui la regia ha evidenziato gli accessi di rabbia e follia del personaggio. Un bel lavoro, devo dire! Preparatevi, perché alcune scene sono degne di Kubrick.
Innanzitutto facciamo attenzione alla presentazione di Alessandra. Lettori, vi dirò: mentre guardavo le prime puntate, non immaginavo nemmeno lontanamente che quel personaggio fosse afflitto da una malattia mentale. Nelle prime scene in cui compare, infatti, è assolutamente adorabile: è affettuosa, gentile, sorridente, avvolta da un’aura di tristezza e di dolce rassegnazione: viene voglia di avvicinarsi a lei per confortarla! E questa, lettori, è proprio una finezza. Non solo perché nelle puntate successive, quando emerge la vera personalità di Alessandra, siamo molto sorpresi, ma anche perché è aderente alla realtà: i sociopatici sono ben attenti a non tradirsi, e spesso si ammantano di un fascino magnetico, che li rende irresistibili. Non è solo questo. In effetti, molto spesso gli psicopatici ritratti nelle opere cinematografiche sono assai affascinanti e carismatici: Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti, Max Cady in Cape Fear. Il loro, tuttavia, è un fascino conturbante, che fin dall’inizio sa di pericoloso. È il fascino di un leone, insomma. Al contrario, Alessandra appare candida e tenera, angelica (eh già, ricordate?), innocente. Il modo in cui è caratterizzato il suo personaggio la separa nettamente dai famosi psicopatici dei vari blockbuster, e la avvicina invece a un altro tipo di psicopatico, insospettabile e per questo più inquietante. Sto parlando di Hans Beckert, il pedofilo assassino interpretato da Peter Lorre ne Il mostro di Düsseldorf. Peter Lorre, come Marisel Antonione, non ha affatto i classici lineamenti del cattivo, ha anzi le guance tonde e paffute, gli occhi grandi e languidi. Il suo aspetto tenero e rassicurante sembra deformarsi soltanto quando Hans è sopraffatto dalla pazzia: i grandi occhi, che prima gli addolcivano il viso, lo rendono mostruoso e anormale, quando li sgrana in preda alla psicosi. Lo stesso avviene con Marisel Antonione, i cui enormi occhi ambrati prima ci incantano, poi ci terrorizzano. Questo tipo di trasfigurazione rende la psicopatia di Hans e di Alessandra ancora più suggestiva e inquietante, perché appare come una forza irresistibile che si impossessa di una creatura apparentemente innocua, corrodendola dall’interno. Se siete del partito de L’esorcista, be’… immaginate che si possono ottenere gli stessi effetti anche senza la zuppa di piselli!

Lettori, ho insistito in particolar modo sull’importanza dello sguardo. Certo, comunica il “male” di Alessandra meglio di qualsiasi altro espediente. Di certo non sarete sorpresi, sapete bene che tutti i registi di film horror insistono molto sullo sguardo del folle: ricordiamo tutti l’ultima scena di Psycho, o l’iconica occhiata di Alex, con cui si apre Arancia meccanica. Già, Alex.
Alex e Alessandra sono due personaggi che hanno molto in comune, e non parlo solo del nome (anche perché Alessandra è “Alessandra” solo per noi, ve lo ricordo). Entrambi vivono con genitori accondiscendenti, che loro credono di poter manipolare, ma da cui in realtà… sono manipolati. Be’, sì, fateci caso: entrambi sono trattati alla stregua di bambini…
Ma torniamo alle somiglianze. Alex e Alessandra sono derubati dell’amore incondizionato della loro famiglia da parte di un coetaneo, “sano”, disciplinato, altruista: in breve, il figlio che ogni genitore desidererebbe. Entrambi, nei momenti più drammatici, vengono abbandonati da tutti. Infine, una nota di stile: entrambi sono colti, di classe, e amanti della musica classica. Già, contrariamente allo stereotipo “sesso, droga e rock’n roll”, Alex e Alessandra hanno gusti molto elevati; il primo ha una devozione per Beethoven, l’altra per Chopin. In particolare, Alessandra suona spesso nei momenti di rabbia e sconforto il drammatico brano La caduta di Varsavia. È facile comprendere che la causa di questo interesse è da ricercarsi nella capacità esaltante ed euforizzante della musica (sì, l’ha già detto Žižek, ma non importa). Non è infatti un caso che sia Alessandra sia Alex ascoltino brani potenti, perfino “violenti”: attraverso la musica, danno sfogo alla loro rabbia repressa, e al contempo la alimentano. C’è anche un altro dettaglio interessante: Alessandra e Alex suonano e ascoltano la loro musica sempre da soli. Benché La caduta di Varsavia sia un brano molto complesso da eseguire, i Mendoza si mostrano prima fintamente interessati quando Alessandra lo esegue al piano, in seguito (dopo aver scoperto i primi segnali del disturbo antisociale) non esitano a definirlo una musica “infernale” (e Alessandra una “sciagurata”). Lo stesso copione, con qualche variazione, è seguito dalla madre di Alex: facciamo attenzione alla scena in cui tenta di convincere il figlio ad andare a scuola, mentre questi è chiuso nella sua stanza con la Nona di Beethoven a tutto volume. Insomma, è come se gli altri personaggi percepissero (senza però capire fino in fondo) la negatività che i brani evocano in Alex e Alessandra, e cercassero di tenersene lontani, come animali che fiutano un pericolo.

Psicopatica credibile, attrice incredibile

Lettori, siamo ormai alle conclusioni. Sapete bene che se cercate qualcosa che vada controcorrente, dovete rivolgervi a Il pesciolino d’argento, nonostante sia… un insettino e non un pesce… be’, fa lo stesso. Il punto è che non ho alcun timore di dirvi che Marisel Antonione, considerata la sua performance in Stellina, avrebbe davvero meritato di recitare in un film di Kubrick: non vedevo da molto tempo una resa così accurata e realistica della malattia mentale in un’opera audiovisiva…
Ma che dico? Pure nella narrativa si vedono ben pochi psicopatici credibili. Sapete cos’è? È che sempre più scrittori e sceneggiatori si lasciano affascinare dalle scienze psicologiche (ehi, Francesco Carofiglio… non scivolare sotto il banco), pur non possedendo alcuna capacità analitica e di osservazione. Giusto per fare un esempio diverso da quelli che ho già proposto, come possiamo trovare credibile la psicopatica descritta da Veltroni in Buonvino e il caso del bambino scomparso? È uno stereotipo grossolano ed esagerato, è la gattara de I Simpson, non una persona con un disturbo psichiatrico! E come possiamo credere alla fobia sociale della protagonista de L’oceano in una goccia, se il personaggio si comporta come fosse una manager cazzuta? Ah tranquilli lettori, ho pietà di voi e voglio risparmiarvi mille altri nomi, tanto ormai il concetto vi è chiaro: la psicologia, come il riso, abbonda sulla bocca degli sciocchini. Almeno, di certi sciocchini che sperano di conferire spessore alle loro trame riciclando quattro trovate viste e riviste. Ma ecco, Stellina è la dimostrazione che la via per realizzare un buon prodotto è lunga, faticosa, e tutta in salita: è infatti sempre necessario curare ogni singolo dettaglio, pensare a ogni sfumatura, non lasciare nulla al caso. E non fa differenza se si sta lavorando a un thriller o a una telenovela. Perciò, lettori, a voi la scelta. Come passerete questa notte di fantasmi? Comprerete l’ennesimo blasonato thriller pubblicizzato dalle grandi case editrici? Guarderete “Squiddi Game” o come cavolo si chiama? Oppure darete un’opportunità a Stellina, perdendovi negli occhi umidi e sbarrati di Marisel Antonione? Oh, non ci saranno né esplosioni né bambole giganti (e la cinepresa, dall’obiettivo non sempre cristallino, a volte balla un po’) ma vi assicuro che per lettori (e spettatori) esigenti come voi, sarà un’esperienza che non vi deluderà!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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