Studi sull’amore – Franco Arminio

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IL GIUDIZIO:

studi sull'amore silloge poetica di franco arminio edito da giulio einaudi editore

Ma io sono uno scoiattolo,
un’onda di mare.
[…]

Fraaaanco, oh Fraaaanco!

Qui viviamo in una società di leggi! I poeti recidivi non li sbattiamo in qualche cella buia e malsana, noi li riabilitiamo in modo che possano essere reinseriti nella comunità, diventando elementi produttivi! Perché cavolo credete che paghiamo la benzina quasi due euro, eh? Non crederete mica che prelevino ogni anno una bella piotta dai vostri conti per finanziare Il paradiso delle signore, vero? Quei dindini servono per i programmi di recupero dei poeti, perché noi non lasciamo indietro nessuno, e ci occupiamo della sicurezza di tutti. Per quanto riguarda Franco Arminio, il Governo dei migliori sta facendo (ovviamente, lo dice la parola) del suo meglio: il soggetto non sarà a piede libero ancora per molto, e sarà presto rieducato.
Uooooh! Un momento, un momento… chi è Franco Arminio?

Ecco, dunque… be’… diciamo che io… più o meno credo che… non lo so chi è Franco Arminio.
Proviamo a ripartire da zero, perché mi sa che la mia introduzione romanzata non è l’ideale per capire che diavolo sta succedendo.
Allora, mi sbaglierò, ma (ri)comincio confessandovi che con questo Franco Arminio mi sembra la stessa storia di D’Avenia, di Bazzi, di Zorzi: vivi la tua vita tranquillo, poi un giorno arriva l’editoria e ti dice che un certo tizio, sconosciuto a te, sconosciuto a me, sconosciuto a tutti, è un classico. Così, punto. Ora, i tre “tizi classici, punto” del mio esempio sono romanzieri, perché in effetti “romanziere” è un bel titolo oggigiorno (anche se “rapper” sembra farsi strada): fa subito cool, fa intellettuale. Però, dico io, volete mettere con la coolaggine e l’intellettualaggine che conferisce il titolo di “poeta”? Perché, vedete, mi sa tanto che tutti i “tizi classici, punto” sono ugualmente classici, però alcuni sono classici in un modo un po’ più figo degli altri. Franco Arminio potrebbe rientrare in quest’ultima categoria.
“Potrebbe”, perché in effetti non ne sono sicura. Che sia un poeta, e non un semplice romanziere o, peggio ancora, un “autore”, me lo dice la sezione Il libro, sezione che si trova in fondo all’ultimo… libro… di Arminio. Anzi, non me lo dice Il libro, me lo dicono alcuni pezzi grossi, le cui dichiarazioni sono riportate prima della spiegazione vera e propria:

«Uno dei poeti più importanti di questo Paese»
Roberto Saviano

«Gli basta una manciata di sillabe, connesse da un gioco sapiente di rime ed assonanze, e un intero destino si staglia nettamente sul bianco della pagina. Come accadeva in certi indimenticabili epigrammi composti in vecchiaia da Giorgio Caproni».
Emanuele Trevi

«Leggere Arminio è un’esperienza indimenticabile».
Marco Belpoliti

Ah, be’, se in mezzo ci sono Saviano e Trevi sto proprio tranquilla, mejo me sento, come si dice. A proposito dell’affermazione di Trevi… teniamola a mente, va’. Ora, a parte gli “endorsement”, vi ho detto che c’è anche una spiegazione sostanziosa: ecco, riporto qualche brano, così sarà più facile capire che opera stiamo affrontando (perché sì, questa è la recensione di un libro, non di uno scrittore, ops!, poeta)…

Con la sua lingua asciutta e lirica, sacrale e domestica, in cui c’è sempre uno scarto, uno slittamento inatteso, una sottile sensualità, Franco Arminio fotografa il corpo spaventato dalla morte e infiammato dall’amore. […] Nei suoi versi l’incontro erotico, sentimentale, è sempre un viatico verso Dio, raggira la morte e la corteggia, è miracolo ed epifania. […] Un libro intenso, pieno di luce, del più antico fra i poeti contemporanei italiani. […]

Accidenti, Jimmy… no, Franco… be’, come ti chiami, ma questa è roba da leccarsi i baffi! Ho la fortuna di poter finalmente leggere versi contemporanei composti con un lessico ricercato (addirittura “sacrale”), ho la fortuna di avere per le mani una silloge che affronta un tema importante e sempre caro (la ricerca di Dio), ho la fortuna di trovare le perpetue norme della letteratura aulica (eh, il nostro è “il più antico”, dopotutto). Ah, avevo ragione, Franco Arminio è un classico, non c’è dubbio. Ebbene, bisogna proprio tuffarsi nella sua raccolta di liriche, godendo di un’esperienza, appunto, “indimenticabile”. Perciò… come? Oh, sì, sì, che sbadata, il titolo! Il libro straordinario e intenso di cui tutti parlano si intitola Studi sull’amore. Bello impegnativo, eh?

Versi coi fiocchi!

Con queste premesse so che la mia introduzione simpaticona vi pare non più solo incomprensibile, ma anche truffaldina. Arminio sembra sapere il fatto suo, quindi è fuori luogo scherzare. Meno facezie e più belle poesie! Del resto, poco fa vi ho promesso di addentrarmi nell’analisi del testo, no? Ecco, prendete e deliziatevi tutti:

Mi dedico all’attesa di vederti. Non devi spogliarti, non c’è bisogno che ti fai trovare. Ora sei affrescata in tutto l’universo. Guardo la prima stella della sera come fosse la punta del tuo seno.

Uh? Perché fate tutto questo brusio? Perché avete spaccato quella bottiglia e state minacciando la mia famiglia? Ah, sì, capisco, non vedete la poesia. Mi dispiace, mi dispiace, colpa mia, ho riportato male le parole di Studi sull’amore. Rimedio subito:

Mi dedico all’attesa di vederti.
Non devi spogliarti,
non c’è bisogno
che ti fai trovare.
Ora sei affrescata
in tutto l’universo.
Guardo la prima stella della sera
come fosse la punta
del tuo seno.

Vi sentite meglio, lettori?
Ah, basta con le manfrine, cacchio! Ma è la solita vecchia storia “andiamo a capo e facciamo poesia”! Eh già, scherzi a parte, prima non vi ho giocato uno dei miei soliti tiri mancini, volevo notaste immediatamente che a rendere poesia questa “poesia” della raccolta è solo l’andare a capo seguendo un criterio diverso dal solito. Ammesso che scritto così com’è in Studi sull’amore generi un qualche tipo di timore reverenziale in coloro che lo leggono, se riproposto seguendo le usuali norme grammaticali il componimento perde qualsiasi appeal. Ma la poesia, non mi stancherò mai di ripeterlo, non è “andare a capo”. Petrarca “non andava a capo”, eppure leggendo un qualunque carme del Canzoniere è impossibile non giudicarlo “poesia”, quand’anche graficamente sia reso come una prosa. Perché? Perché se scrivo “tutte di seguito” le parole di Arminio sembra di star leggendo il pizzino di uno studente delle medie, mentre se faccio lo stesso con Petrarca non riesco a togliermi dalla testa che quella è “poesia”? Semplice, è una questione di suoni, di matematica, di biologia.
Uhm, semplice un cavolo, in effetti. Per farla il più breve possibile, noi, come la maggior parte degli altri mammiferi, reagiamo a certi suoni e non ad altri, reagiamo “positivamente” ad alcuni e “negativamente” ad altri; le lingue naturali che parliamo, ovviamente, sono insiemi di suoni, e di questi ultimi solo alcuni causano in noi effetti “positivi”, o gradevoli, che dir si voglia. Ebbene, possiamo pensare la poesia come la scienza “intuitiva” che si occupa di scoprire gli insiemi di suoni, delle lingue naturali, che risultano a noi molto gradevoli. Oppure, se preferite, la scienza che ci spiega come esprimere i significati nella forma più gradevole per noi. Trattandosi di suoni, parliamo di armonia, e parlando di armonia, parliamo di matematica; perciò, mi pare, non è mai fuori luogo definire la poesia una branca della matematica. Ma va bene, ho detto che non voglio farla lunga. Il punto è che per l’italiano, secoli di studi hanno stabilito (più o meno) delle norme naturali per “mettere insieme” in modo gradevole i suoni della lingua; eh, appunto, la regolarità dei versi non è un capriccio, o qualcosa di superfluo, è la base per distinguere espressioni caotiche (e per questo a noi indifferenti, quando non direttamente sgradevoli) da espressioni piacevoli, che ricerchiamo volentieri. Chi va a capo a caso e si dice poeta, insomma, è come se pretendesse di fare aritmetica associando casualmente questo o quel numero a una somma prestabilita.
Ma che sto dicendo?! Basta un minimo di attenzione e sono lì! La poesia di Arminio che ho riportato trabocca di versi regolari: eccolo, un endecasillabo! E pure canonico… e poi… un senario! Un quinario, un altro senario, ancora un senario, un settenario, un endecasillabo, un quadrisillabo… e se accoppiamo alcuni di questi, otteniamo degli endecasillabi (canonici o non canonici, dipende da come decidiamo di accoppiare), versi coi fiocchi!
State pensando proprio questo, vero? Uhm, prima di proporvi una replica il più possibile soddisfacente, vi invito a considerare queste mie parole:

La gallina ha covato un uovo piccolo.
Si è avvicinato un gatto;
ho dovuto scacciarlo.
Poi da quell’uovo è nato un bel pulcino.

Due endecasillabi canonici e due settenari: è una poesia? Bella domanda! Indubbiamente ho scritto dei versi regolari, ma… be’, pare proprio che vi abbia fatto una moscia cronaca della mia vita campestre. Rispettare la regolarità dei versi è un primo, spesso imprescindibile passo, però non è l’ultimo. Scrivere endecasillabi, ternari, quinari, e chi più ne ha più ne metta, non fa di noi dei poeti, ci vuole dell’altro. Scommetto che, se prendeste un qualunque articolo di un qualunque giornale, riuscireste a trovare dei versi regolari; forse riuscireste a trovare perfino delle sequenze ordinate di versi regolari. Già, ma con ciò non direste di aver trovato delle poesie! Come ho spiegato, la regolarità dei versi è una faccenda naturale, ed è naturale che ci piacciano: di conseguenza, è naturale che si ritrovino anche in discorsi che di poetico non hanno nulla. Certo, se ci piacciono, siamo “inconsciamente” disposti a preferire una formulazione contenente un paio di endecasillabi, piuttosto che due righe contenenti, che so, quattordici sillabe o venti, con gli accenti disposti quasi a caso. Quando è possibile, preferiamo i versi! Bene, però… se ci vuole dell’altro, che cos’è quest’altro?

Vocabolario clochard

Tutto il classico armamentario dei poeti, mi viene da rispondere. Figure retoriche, in primo luogo: di suono, di significato. E poi, un lessico (un tantino) speciale. Ottimi strumenti, che però sono inutili se manca il poeta. Eh sì, il fatto che uno seghi un tronco per farci legna da ardere, non fa di lui un carpentiere: come minimo, ci vogliono anche l’esperienza, la giusta manualità, “il tocco”. Non trovate? Ecco, per il poeta ci vuole non “il tocco”, bensì l’orecchio. Sapere che un endecasillabo canonico ha accenti secondari sulla quarta (con parola non sdrucciola) o sulla sesta è alquanto inutile, se manca la sensibilità che suggerisce quando è meglio usare una forma e quando l’altra; sapere che cos’è un iperbato è inutile, se non si coglie il momento giusto per servirsene; sapere che “uccello” ha “augello” per sinonimo è inutile, se si pensa che l’uno e l’altro siano intercambiabili in qualunque poesia, “tanto l’accento è sempre sulla stessa sillaba”. Uhm, per capire meglio cosa intendo, che ne dite di applicare un po’ di makeup alla mia “poesia” sulla gallina? Ispirata da Clio (Zammatteo, ovviamente), vi faccio una magia…

Piccolo un uovo la chioccia ha covato.
S’è un gatto appropinquato;
con forza l’ho respinto!
E poi, dall’uovo un pulcino dipinto.

D’accordo, magia o non magia, fa ancora pena e mi vergognerei se la pubblicassero, però… suvvia, notate la differenza, no? Il tema è stupido, sì, eppure non è così male all’orecchio. Di sicuro è difficile pensare che si tratti di un senile resoconto della giornata, sembra un… un’opera artistica di qualche tipo. Un’opera brutta, ma pur sempre artistica. Un semplice schema di rime AABB, un’anastrofe, un iperbato, endecasillabi di quarta e di settima, settenari gemelli con accento sulla seconda (soprattutto, avendo atona la terza sillaba, sono in qualche modo più musicali, credo)… insomma, non ci vuole molto perché sia tutta un’altra storia. Il componimento di Arminio, invece, è… uhm. Tanto per dire, l’endecasillabo a maiore che apre la poesia è seguito da un senario anfibrachico, a sua volta seguito da un quinario: ecco… come mai? Cioè, il senario anfibrachico non è proprio proprio maestoso e grave come l’endecasillabo che lo precede, soprattutto, che mi ricordi, è usato in componimenti molto ritmici, e dunque è più adatto a toni comici, “popolari”: “Il re travicello”… nessuno? Il quinario, poi, be’, è uno dei versi “nobili” della tradizione, quindi ci può stare, solo… solo potrebbe star meglio con endecasillabi e settenari, magari? E non con endecasillabi qualunque, con endecasillabi a minore, con accento sulla quarta sillaba: eh già, il quinario stesso può intendersi come il primo emistichio di un endecasillabo a minore, perciò l’accoppiata sembra proprio naturale. Riuscite a dare una giustificazione ritmica della sua posizione, nella poesia che ho riportato? Perché è in mezzo a due senari, per fare con l’uno o con l’altro, rispettivamente, un endecasillabo non canonico con accento di quinta, e uno canonico a minore? Mah! Vedete, non mi è chiaro quale ritmo il nostro autore abbia voluto conferire al componimento, né mi è chiara la sua idea di musicalità: mi sento costretta a “contare”, per poter in qualche modo approvare il componimento. E, alla fine della fiera, l’approvazione non riesce comunque a coincidere con un “sentimento del bello”, sentimento che non mi pervade.

E questo, a proposito dei puri “numeri”. Per ciò che riguarda il “makeup” in senso stretto, be’, vedete da voi: abbiamo una moscia, facile (perché riguarda le desinenze) assonanza fra i primi due versi, una metafora, una similitudine, e basta. La sintassi è in sostanza quella quotidiana, niente anastrofi, niente iperbati, niente anafore, niente chiasmi (tanto per fare degli esempi). No, soggetto, verbo, complemento, fine. Anche il vocabolario è molto povero, talmente povero che mi aspetto di trovarlo in fila alla Caritas, un giorno o l’altro. A parte un po’ di tono conferito da quel verbo, “affrescata”, troviamo “vederti”, “bisogno”, “spogliarti”, “guardo”… mah, usiamo tutti queste parole, giusto? E va bene che non bisogna fare i Fusaro per il gusto di sembrare acculturati, però è pur vero che una poesia “sacrale”, come dice la presentazione del libro, potrebbe anche esplorare suoni un po’ più ricercati, sempre con un occhio al ritmo e all’armonia formale dell’intero componimento. Sì, un occhio al ritmo, e uno alla capacità evocativa che una parola può avere sul pubblico: se vogliamo trattare di un tema potente, o in ogni caso se vogliamo trasmettere una sensazione di importanza, di mistica ineffabilità, non è proprio il caso di far del motto “parla come mangi” una regola della nostra poetica. “Cosmo” (è la prima idea che mi viene in mente) sembra proprio più delicato, e al contempo più misterioso di “universo”, una parola che ormai siamo troppo abituati ad associare a spedizioni scientifiche o ad alieni che vogliono fare la pelle a Will Smith. E poi, lasciatemelo dire, quell’espressione, “la punta del tuo seno”, è alquanto cringe: “punta” si addice forse a qualcosa di naturalmente delicato, e che il poeta vuole addirittura rendere sublime? Ma andiamo, sembra che a ispirare la poesia di Arminio sia stato Barbascura X! Che so, “principio”, “sommità”, “culmine”; mi viene in mente persino una metafora, “il piccolo loto del tuo seno”. Ma “punta” no, cavolo!

Se togliamo gli scarti…

A questo punto, credo che la presentazione di Studi sull’amore intendesse che nelle poesie di Arminio c’è sempre qualcosa da buttare, quando ci assicurava che nella lingua del nostro autore “c’è sempre uno scarto”. Però, però, io so che voi siete i lettori più generosi del mondo, ed è per questo che mi fate notare garbatamente che ho fatto tutta questa filippica prendendo in considerazione solo uno dei componimenti di Studi sull’amore. Giusto. E allora sezioniamo un altro carme, va’.
Ecco un’ulteriore bella prova del nostro Arminio, versi che parlano di…

Tu sei sostegno e brivido
oceano e focolare.
L’umanità ha nuovi maestri
ma non li riconosce,
l’umanità dovrebbe fare la fila
per vederti mentre cammini,
mentre ti lavi i denti.

Uhm, occhei, di spazzolini, forse. Quattro settenari, un decasillabo (o forse un novenario, dipende se “umanità” e “ha” formano una sinalefe), un coso con accento sull’undicesima sillaba (non un dodecasillabo, perché mi pare proprio che non sia un senario doppio, al massimo è un settenario unito a un quinario), un novenario. Sono versi difficili, specialmente il (supposto) decasillabo e il novenario. Già fanno penare se usati da soli, nei componimenti per essi più indicati, e in forma normale; se sono usati così allegramente, e in forme non proprio consuete, be’, il risultato è… inzomma! L’unica osservazione positiva che mi sembra di poter fare riguarda il chiasmo nei primi due versi (le coppie “sostegno” e “focolare”, “brivido” e “oceano”), ma capirai, non è chissà quale mirabolante virtuosismo. Quello, ovviamente la metafora, e la “minianafora” che unisce il terzo e il quinto verso. Per il resto, non vedo nessuna particolare figura retorica: ancora nessun iperbato, nessuna ipallage, niente. Come prima, inoltre, non ci sono rime, anzi, addirittura stavolta non ci sono assonanze (“umanità” e “umanità” non conta, mi spiace). E il vocabolario, ahi, è ancora una nota dolente. Temo a questo punto che si potrebbe replicare Studi sull’amore servendosi unicamente del bagaglio lessicale di un bambino in procinto di affrontare il passaggio dalle elementari alle medie. “Fare la fila”, “vederti”, “cammini”… e su, è roba che sentiamo ogni giorno! Tanto vale chiedere al salumiere di scrivere quattro frasi in croce sull’incarto della mortadella…

E poi c’è quella chiusa, sorprendente come nella poesia che abbiamo esaminato in precedenza. Ma non è una brutta immagine? E non perché un poeta debba astenersi dal cantare la quotidianità, o perfino le bassezze della vita, ma perché è una chiusa così sciatta, così inutilmente volgare, che è impossibile considerarla arte. Insomma, un artista di qualunque specie può davvero fare un’opera su qualcuno che si lava i denti (può pure essere un’opera iperrealista), tuttavia quest’ultima non può ridursi a una semplice esibizione del soggetto nella sua naturalità. Posso scolpire la statuetta di un rospo che addirittura trasuda dei fluidi velenosi, e quella è arte; non posso prendere un rospo, presentarlo al circolo dei critici e aspettarmi una patente di artista. Al più posso tentare con gli Amici della domenica, magari loro un premio me lo darebbero, in tal caso. Ebbene, Arminio ci propone un rospo, catturato di fresco: “ti lavi i denti” è un’espressione incapace di suscitare in noi una qualsivoglia reazione, perché fa parte della nostra ritualità domestica, e dalla nostra quotidianità è stata presa di peso. In soldoni, è un’espressione talmente abusata, ed è così spesso associata a situazioni di nessuna importanza, da passare del tutto inosservata, perfino in una composizione che sin dal principio si presenta a noi come “importante”. Può darsi che il nostro autore volesse dirci che in una piccola cosa si celano meraviglie e misteri più grandi di quelli ostentati dalla tipica retorica del potere; d’accordo, ma allora avrebbe dovuto scegliere “grandi parole” per significare la “piccola cosa”. Usando termini ricercati, sinonimi dai fonemi particolarmente incisivi, o chissà quali artifici retorici, Arminio avrebbe catturato la nostra attenzione, facendoci pensare (magari) che la vita, la sacralità della vita, si esprime anche nei minimi gesti di igiene, i quali non sono affatto da disprezzare perché ridicoli o vergognosi. Come si presenta la poesia, invece, leggiamo di una che si lava i denti e… e chi se ne frega.

Trevi se la sta svignando!

Lettori, la raccolta è così, se volessi esaminare altri componimenti finirei per ripetere le medesime osservazioni. Pertanto, suggerisco di concentrarci ora su… ehi, un momento! Non sentite anche voi dei passi furtivi, come se qualcuno se la stesse svignando? Emanuele Trevi… viè ’n bò qui! Dove stiamo andando, eh? Ma insomma, io davvero mi domando quale libro abbia letto “il maestro” Trevi. Cioè, capisco che il marketing è il marketing, però… non bisognerebbe evitare di spararla troppo grossa? Su due poesie che abbiamo visto insieme (due per tutte eh!), non mi pare proprio di aver trovato né “una manciata di sillabe” né “un gioco sapiente di rime ed assonanze”. Insomma, almeno il buon Saviano, che mi pare un dritto, ha rilasciato una dichiarazione che sostanzialmente se ne frega dell’opera e ci intima questo: “Arminio potrà pure scrivere delle cacchiate, ma d’ora in poi lui per voi pidocchiosi è importante, punto e basta”; che cosa è passato nella mente di Trevi, quando ha paragonato le collezioni di versi arminiane agli “epigrammi” di Caproni? Volete fare un confronto, tanto per il gusto di grattarvi ancor più la testa davanti alle parole di Trevi? Ecco, considerate Apostrofe a tutti i cacciatori:

Fermi! Tanto
non farete mai centro.
La Bestia che cercate voi,
voi l’avete dentro.
(G. Caproni, Il conte di Kevenhüller)

Mi sembra: quadrisillabo, settenario, novenario, senario (e va bene anche in questo caso non c’è regolarità e i versi sono difficili); un’enjambement significativo (trasmette un qualche tipo di rassegnazione, come fosse “state fermi, tanto…” e basta) una rima cara (“centro” e “dentro”), un epanodo; poche sillabe davvero. Be’, a parte la scelta del metro, si nota una certa differenza con le poesie di Arminio: l’Apostrofe di Caproni è in qualche modo musicale (e senza usare un lessico ricercato: quindi è possibile!), sfrutta pochi artifici retorici, e con questi pochi riesce a esprimere più di una sfumatura di senso. Ecco, mi dite come può confrontarsi con un mezzo guazzabuglio di versi, in cui al più compare una scialba assonanza? Su, anche se Caproni non vi piace (perché non è il non plus ultra e non è che deve piacere per forza, eh!), mettete l’Apostrofe a fianco di quest’altra bellezza arminiana, poi traete le vostre conclusioni:

Il sesso ti leva la faccia
che ti ha dato il mondo
e ti rimette la faccia
con cui ti ha fatto Dio.

Oh lettori, confesso che vorrei provare la roba che si cala Trevi, benché immagini che, per produrre simili effetti psicotropi, sia parecchio tossica.
Ah, lasciamo perdere, discutiamo un po’ dei temi di Studi sull’amore, va’.

Capezzolini piccini picciò

Be’, più o meno un’idea di ciò che l’io lirico di Arminio vuole comunicarci ce la siamo fatta: Studi sull’amore… “un viatico verso Dio”… parla di seni e di capezzoli. Sì, sì, proprio così. Via, bando agli scherzi, parla anche di seni e di capezzoli, in generale vuole parlare d’Amore, quello con la maiuscola. C’è qualcosa di male in tutto ciò? Uhm, sì e no. Non credo abbia molto senso censurare questo o quel tema; solo perché praticamente tutti i poeti di tutte le epoche hanno parlato d’amore, di donne, di divinità e dei piaceri della carne, non è che si debba mettere un timbro di disapprovazione sull’ennesima silloge che “ci vuole provare”. Giusto per farlo presente, Antonino Impellizzeri pure ha voluto avvicinarsi al divino, e ha fatto un lavoro gradevole. Però, se non è di per sé da biasimare la scelta di cantare l’amore e compagnia bella, bisogna anche rendersi conto che il fatto di essere abusato rende il tema un tantino scivoloso. In altre parole, è necessario comporre poesie con estrema attenzione, perché il rischio di dire delle banalità, dicendole pure male, è dietro l’angolo. E non c’è solo quel rischio: da un momento all’altro, può capitare che un componimento cominci a ripetere quel che già s’è detto altrove, sicché la silloge risulta alla fine un tantino… come posso dirlo senza essere brusca… uhm… pallosa.
Indovinate? Studi sull’amore propone più o meno le stesse cose, e più o meno con le stesse parole. Tentativi di sublimazione della donna, “Dio è nelle piccole cose”, la donna che passa per la strada, l’universo, la stella, il grano, gatti, e via di seguito. Non voglio essere prevenuta, dico soltanto che dopo qualche carme non fa proprio un bell’effetto rileggere pressappoco gli stessi contenuti, per giunta espressi senza chissà quali virtuosismi formali, come appunto abbiamo visto. Eh, ma posso in un certo senso consolarmi, perché forse Arminio per primo si è reso conto che in alcuni punti Studi sull’amore risulta un tantino trito: ecco perché i seni, per portare brio e svago!
Lettori, per amore di completezza, prima di addentrarmi nei lussuriosi meandri della silloge, devo farvi presente che l’idea di parlare un po’ zozzo (ma no, “zozzo” è esagerato) non è l’unica venuta in mente al nostro autore: sempre per rendere vario Studi sull’amore, Arminio ha deciso di inserire anche delle sezioni in prosa. Ah, capirai, un prosimetro! Sì, solo che… cioè, queste parti perlopiù raccontano in maniera scolastica gli amori e le sfortune di qualche nome famoso della letteratura, e quando non lo fanno… be’… sentenziano qualche perla di saggezza, come questa:

Il sesso per ottenere il suo massimo effetto deve essere estremo. Attenzione, non pensate alla violenza, deve essere estremo nella tenerezza […].

Ah, e dai! Comincio a sospettare che non sia un semplice escamotage per tenere viva l’attenzione, mi sa che è un chiodo fisso! Ora, già non è proprio il massimo leggere cose simili con la solita sequenza di parole del discorso comune, non sorvegliato, immaginate come ci si può sentire leggendo la stessa roba in versi (oh scusate, non vi ho avvertiti… capita che Arminio riprenda il discorso, rielaborando in versi la prosa, cioè riproponendola andando a capo in punti diversi). Anzi, non immaginatelo, provatelo:

Portate sempre un po’ di batticuore
quando incontrate qualcuno.
L’anima è un museo del primo sguardo.
Ecco l’inattesa confidenza tra la tua bocca
e i suoi capezzoli,
ecco la mano che precipita in basso
dalle rupi della schiena.

Coricato sulla lana a riccioli
nella cella della casa alveare
la testa sopra il pube
la neve alta del riposo.

Kafka faceva ginnastica
e andava a puttane,
ma nessuno sa cosa accadeva
nelle stanze in cui si rinchiudeva.
[…]

Una cosa è fare l’amore,
più o meno in qualche modo lo fanno tutti,
e un’altra è avere un senso acuto
del corpo maschile o femminile.
[…]
Direi che tutta la poesia
a ben vedere sa un po’ di sesso.

[…]
Fare l’amore da fermi
come fanno le tegole.

Il sesso e l’amore
hanno bisogno di un’aria sacra per prosperare,
[…]

Badate, questi sono solo alcuni esempi. In tutta onestà non voglio dire che queste poesie sono volgari, cretine, o sopra le righe, a parer mio sono… sì, sono… sono solo molto cringe. Non riesco a lasciarmi trascinare nello spazio metafisico creato dai versi senza figurarmi di stare entrando nella metafisica di un desiderio erotico da crisi di mezza età. Sapete, mi sembrano proprio quei piccoli “deliri” che a volte capitano a certi uomini quando gli anni cominciano ad accumularsi sulle loro spalle: la donna che “ci sta”, com’è bello fare all’ammore, “non avrò più il vigore di un giovane, ma almeno sono diventato esperto e saggio, e ci so fare”. Tutta natura, per carità, e ribadisco che pure questo potrebbe essere un tema esplorabile da un poeta; però, perché diventi oggetto di versi, c’è bisogno… di un poeta. Eh sì, gira che ti rigira il problema è sempre quello. Le poesie di Arminio che ho riportato mi danno quella non lusinghiera impressione perché non sono fatte “a regola d’arte”: manca quella cura formale, derivante dalla particolare sensibilità del poeta, capace di separare il carme (e dunque l’arte) dal semplice discorso occasionale.
Andiamo, le scelte lessicali del nostro autore sono ancora sballate! “Capezzoli”, “pube”, “sesso”, “corpo maschile o femminile”… sono termini sia comuni, sia “tecnici”, e di conseguenza siamo portati ad associarli a imprevedibili bassezze di ogni sorta. A me, ad esempio, “capezzoli” fa ridere, in questo contesto lirico, mi viene in mente quella scena di Una settimana da Dio (ricordate? “I miei capezzolini piccini picciò sono volati in Francia”)! “Pube” mi ricorda i pidocchi, i fossili di dinosauro (perché penso al processo prepubico) e così via, avete capito. Oltretutto, vi faccio notare che si tratta di parole “soft”, le quali… ah… contrastano poi con le sparute occorrenze di termini “strong”, come quel “puttane” appioppato al resocon… scusate, alla poesia dedicata al povero Kafka. Neanche a dirlo, il risultato di questa commistione è alquanto straniante, se non addirittura comico. E sì, comicità e poesia sono un bel duo, peccato che Studi sull’amore si presenti come una silloge seria, un “libro intenso”, un “viatico verso Dio”, non una minchioneria. Come dite? Gli ultimi versi che vi ho proposto? Be’ non basta tirare in ballo qualche vocabolo appartenente all’area semantica della spiritualità! La consueta mancanza di arguzia nella disposizione di sillabe e accenti, la consueta mancanza di creatività per quel che riguarda l’aspetto retorico, la consueta mancanza di orecchio a proposito dell’armonia generale, rendono l’attacco di quel componimento niente più che l’inizio del discorso di un vecchione, un po’ saggio e un po’ arrapato, seduto al tavolino di un bar e intento a rimestare le carte per una nuova partita. Naturalmente, mi sembra giusto soprassedere su quelle tegole che ci danno dentro, in tal caso c’è troppa creatività. E poi Studi sull’amore non è comico, ricordiamocelo.

Possiamo asciugarci un po’ le lacrime

Allora! Che famo? Tutto da buttare, e aspettiamo che la polizia segreta del dipartimento per la rieducazione dei poeti catturi il nostro uomo? Uhm… no. È un mio capriccio, se trovo anche una sola poesia capace di strapparmi un sorriso, o comunque un sentimento positivo, non mi va di bocciare completamente la raccolta. Ebbene, non so voi, ma io ho trovato carucci questi due carmi:

Eravamo sul punto di aprire
un granello di sabbia
per starci dentro in due.

Si è vicini
quando il dolore
è unanime.
Bello vedere
che ti asciughi le mie lacrime.

Dai, l’immagine della prima è divertente e in un certo senso tenera; il registro è basso, tuttavia è azzeccato stavolta, perché il significato è esso stesso semplice. E la seconda poesia, con quella trovata finale, uno slittamento sintattico e semantico raro per la raccolta, fa il suo dovere: lascia il segno, spinge quasi a segnarsi i versi per poterli poi tirar fuori al momento giusto, proprio quando la nostra dolce metà deve essere impressionata da qualcosa di “forte”, ma non troppo impegnativo. D’accordo, a dirla tutta avrei eliminato i primi tre versi, che formano al solito un discorso da bar, però non è il caso di fare troppo la fiscale.
Vi dirò, per concludere… siamo all’incirca ai livelli di Poesie del tempo stretto. Niente di memorabile, niente di ricercato, qualche buona idea, tanti scivoloni e tante cringiate. Arminio si è beccato delle prese in giro, nondimeno sarebbe scorretto dargli addosso senza tregua: il nostro autore, evidentemente, non è a digiuno di poesia (e in generale di letteratura), quindi non si può certo sostenere che Studi sull’amore sia indiscutibilmente agli antipodi di una silloge come si deve. In definitiva, nella raccolta, ci sono (anche) versi regolari e (anche) alcuni componimenti cui si può affibbiare il nome di “poesie” senza temere troppo di averla fatta fuori dal vaso, come si dice. E questo basta per rendere il lavoro di Arminio una specie di gramellinata, ossia un’opera non bella, non essenziale, non classica (mi spiace per il marketing, dopotutto la vera, grande, pecca di Studi sull’amore), ma in ogni caso fruibile da qualche tipo di consumatore veramente appassionato (alle “poesie quasi” o alle cringiate, non so).
Chiudiamo qui, che ne dite? Può ben darsi che nel vostro animo, sotto sotto, si celi almeno un poco di curiosità proprio per le gramellinate: benissimo! Che ci sto a fare io, allora, se non per consigliarvi di perdervi fra le sghembe perle di saggezza arminiane? Ah, un’ultima cosa: poiché il libro è “pieno di luce”, come afferma la presentazione, indossate gli occhiali da sole, prima di avvicinarvi alle sue pagine. Solo così potrete fare una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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