Storie di fantasmi per il dopocena – Jerome K. Jerome

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In sintesi:

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Quando la vigilia di Natale, cinque o sei persone di lingua inglese s’incontrano attorno a un fuoco, cominciano a raccontarsi storie di fantasmi.
Niente è più soddisfacente per noi che ascoltare, la vigilia di Natale, aneddoti riguardanti gli spettri.

Fantasmi sotto l’albero

Era il 1889 quando Tre uomini in barca divenne un bestseller, facendo conoscere al mondo il nome di Jerome Klapka Jerome e il suo intrigante umorismo inglese.
Dallo stesso spiazzante umorismo è caratterizzato anche Storie di fantasmi per il dopocena, pubblicato due anni dopo il capolavoro dell’autore.

La trama è presto detta: sei gentiluomini, il curato locale, il dottor Scrubbles, Mr. Samuel Coombes, Teddy Biffles, il protagonista (che è anche il narratore) e suo zio John, trascorrono insieme la vigilia di Natale nella campagna inglese. Riuniti intorno al fuoco scoppiettante del camino, tra un bicchiere di punch e un mazzo di carte, s’intrattengono raccontandosi coinvolgenti storie. Storie che però non hanno nulla a che fare con i classici temi natalizi: nessuna famiglia riunita, nessun bambino nato in una stalla, nessun ricco e avaro uomo d’affari che si scopre altruista la mattina di Natale. I gentiluomini preferiscono raccontarsi storie di spettri, apparizioni e omicidi.
E il sarcasmo sornione di Jerome non manca di sottolineare la stranezza di questa fosca tradizione natalizia:

È un momento dell’anno amichevole e festivo e ci piace riflettere sulle tombe, sui corpi morti, gli assassini e il sangue.

Parodia gotica

Qualcuno di voi lettori si aspetta ora una carrellata racconti dell’orrore? Be’, vi ho detto che è l’umorismo a fondamento del libro: i fantasmi di cui si narra non farebbero paura nemmeno a un pupetto, sono inoffensivi, tutt’al più dei burloni, e talvolta tanto piagnucoloni da essere irritanti. È il caso del povero Johnson, il quale anche dopo la morte si rammarica di aver smarrito la donna amata, e si lamenta tanto da far impazzire i suoi coinquilini viventi:

Ma, con il passare del tempo, il fantasma cominciò a diventare una seccatura. Era sempre molto triste. […] E quando davamo una festa a casa, arrivava e si sedeva davanti alla porta del salotto e singhiozzava tutto il tempo. […]
«Oh, comincio a essere stufo di questo vecchio scemo!» disse mio padre una sera (papà sa essere molto brusco quando è arrabbiato, come sapete) dopo che Johnson era stato più seccante del solito e aveva rovinato una bella partita di “whist” standosene seduto sul camino a genere finché nessuno sapeva più quali fossero le briscole e neppure che seme fosse stato calato.

In effetti Storie di fantasmi per il dopocena è la parodia arguta e ben congegnata di un’opera di letteratura gotica. Oltre a mettere in scena spettri che non fanno paura, Jerome si diverte infatti a prendersi gioco di certi cliché molto ricorrenti nelle storie di fantasmi:

C’è sempre il giovane uomo che, una volta, ha trascorso il Natale in una casa di campagna e che, alla vigilia, è stato messo a dormire nella parte occidentale dell’abitazione. […]
Poi c’è l’ospite scettico: a proposito, è sempre “l’ospite” a finire coinvolto in simili avventure. Un fantasma non è mai molto entusiasta della sua famiglia: gli piace perseguitare quell’ospite che, la vigilia di Natale, dopo aver ascoltato la storia del fantasma dal padrone di casa, ci ride sopra e dice che non crede che gli spettri esistano […].

Comica compostezza

La satira di Jerome, però, non è mai sfacciata e aggressiva, è accennata e sottintesa in modo sornione, come ho detto. Ad esempio, certi abusati stereotipi nelle storie di spettri non sono apertamente attribuiti alla scarsa immaginazione di chi le scrive o le racconta, piuttosto sono ricondotti ai fantasmi stessi, i quali “non provano mai nuove esibizioni e ripropongono sempre lo stesso vecchio, sicuro canovaccio”. A buon intenditor, poche parole…

Lo stesso si può dire delle pure forme comiche adoperate da Jerome, mai grossolane, grottesche o volgari. L’effetto comico non è infatti ottenuto principalmente dalla narrazione di situazioni folli, bensì dal fatto che la voce narrante non sembra rendersi conto del ridicolo che sta raccontando, ostentando una compostezza innaturale, rispetto alla situazione che gli sta sfuggendo di mano.

Un buon esempio di questa comicità “involontaria” dei personaggi ci è offerto proprio dal protagonista: quest’ultimo, essendo l’ospite il giorno della Vigilia, ha un amichevole incontro con un fantasma. Tanto amichevole, che decidono di farsi in compagnia una breve passeggiata prima che spunti l’alba. Preso dalla fretta di non far aspettare il fantasma, il protagonista non si rende conto di non aver indossato i pantaloni prima di uscire, e quando Jones, il poliziotto locale, glielo fa notare…

« […] Forse non vi siete reso conto che state andando in giro con addosso soltanto una camicia da notte, un paio di stivali e un cilindro. Dove sono i vostri pantaloni?»
Non mi piacevano assolutamente i modi di quell’uomo. Dissi: «Jones! Non vorrei fare rapporto contro di voi ma sembra che abbiate bevuto. I miei pantaloni sono dove devono essere, alle mie gambe. Ricordo esattamente di averli messi.»

Come dicevo, ciò che diverte dell’incontro tra Jones e il protagonista non è (almeno, non soltanto) il fatto che quest’ultimo sia in strada seminudo, ma appunto è il suo sfoggio di buone maniere, di contegno e di sicurezza di sé, in contraddizione con la sua poco dignitosa mise.

Impara l’arte (del far ridere)

Jerome inoltre si serve di alcune particolari tecniche narrative, come la metalessi, utili per rendere la narrazione ancora più surreale. Il protagonista, ad esempio, si prende la libertà di non riferire al lettore tutte le storie di fantasmi raccontate dai gentiluomini, perché non le ha capite o non ha trovato loro un senso; inoltre avvisa il lettore che il motivo per cui riesce a ricordarsi le esatte parole proferite dai gentiluomini è un “segreto del mestiere”:

Non chiedetemi come mai ricordi le parole esatte: se le stenografai al tempo del racconto o se lui trascrisse la storia e mi passò il manoscritto in seguito perché lo pubblicassi in questo libro; non me lo chiedete perché anche se lo faceste non ve lo direi. È un segreto del mestiere.

Simili interventi della voce narrante spezzano l’illusione narrativa, facendo sì che l’ironia coinvolga anche il piano formale. Oggetto dell’umorismo non è più quindi il mero contenuto del racconto, ovvero le facezie dei personaggi, le storie di fantasmi e i loro cliché, bensì è il racconto stesso, il quale non può essere preso sul serio.

È evidente a questo punto che l’arte del far ridere è estremamente complessa, oltre che raffinata, e che Jerome K. Jerome la padroneggia pienamente. Storie di fantasmi per il dopocena è un libro divertente ma non per questo superficiale, e si rivela anzi assai stimolante. I suoi racconti surreali sono il diversivo adatto a una serata in compagnia, magari proprio quella della Vigilia.
Se siete gli ospiti, però, ricordatevi di non andare a dormire nella parte occidentale della casa. Se lo ricorderete, sono certa che la vostra sarà una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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