Splendi come vita – Maria Grazia Calandrone

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In sintesi:

splendi come vita romanzo di maria grazia calandrone edito da ponte alle grazie

Nel Duemila c’è un Primario (paraponziponzipò) che mi vuole denunciare perché Madre, per sfuggirmi avanza brancolando nel bianco […].

Ieri Bazzi, oggi…

Che Premio Strega sarebbe senza una lacrimevole storia di vita vissuta? Sarebbe un premio ben organizzato, forse. In questo Paese le cose ben organizzate non interessano, perciò, se per il 2020 ci era toccato Bazzi, quest’anno c’è, udite udite… la poetessa Maria Grazia Calandrone. Ah. Chi è? Non lo so, ma ha scritto Splendi come vita.

La sua storia, presentata anche al talk di Serena Bortone, Oggi è un altro giorno, è tanto toccante da far sembrare Titanic un cinepanettone. L’autrice racconta di essere (probabilmente) frutto di una relazione adulterina: i suoi genitori naturali, temendo il “disonore”, decidono di suicidarsi e abbandonano la povera bambina a Villa Borghese. La piccola Maria Grazia è data in adozione: i suoi nuovi genitori sono Giacomo Calandrone, giornalista e comunista militante, e Consolazione, professoressa di Lettere.

Ecco, grazie all’amore di una famiglia del ceto medio siamo già al lieto fine? Be’ no, anzi, il rapporto che si instaura fra la nostra autrice e Consolazione si rivela complesso e ambiguo. Da un lato, la Calandrone ama incondizionatamente la sua nuova figura materna, dall’altro Consolazione teme di non poter essere amata come è amata una madre naturale. Progressivamente, dunque, la donna si distacca emotivamente da Maria Grazia. Quando poi Giacomo muore, Consolazione riversa le sue nevrosi sulla figlia adottiva, la quale per amore subisce in silenzio.

Spacciatrice di poesia

Questa è la toccante storia di Maria Grazia Calandrone e non si discute. Ciò che si può discutere è il racconto della storia, perché non è che il contenuto o le buone intenzioni rendano automaticamente sacra un’opera. Nel nostro caso, se la vita della Calandrone vi ha commosso, non sognatevi nemmeno di poterla approfondire leggendo Splendi come vita. Per il marketing è “una lettera d’amore alla madre adottiva”, ma in realtà il lettore si trova fra le mani un intruglio di frasi incomprensibili, incompiute, gettate su carta e spacciate per poesia.
“Romanzo”, “poesia”: le librerie farebbero bene a dire che tali epiteti “hanno il solo scopo di presentare il prodotto”, così come le immagini sulle scatole dei surgelati. Sì lettori, la prosa della Calandrone è stata definita “lirica”, ma in genere per “prosa lirica” si intende una prosa che conserva intatte molte caratteristiche della poesia: musicalità, raffinate figure retoriche e ricercatezza del linguaggio. Bene, io non ho visto il disclaimer sulla confezione del prodotto Splendi come vita, perciò sarei tentata di chiedere un rimborso:

Papà convince Mamma a mandarmi in colonia in Liguria. Il distacco da Mamma è una completa perdita d’orientamento. Il bambino col moccio si chiama Mario. Dice Mi dai un bacetto? Rispondo Prima asciugati.

I miei pantaloncini più belli sono blu scuro, pieni di tasche con le cerniere lampo e le impunture gialle. Hanno le tasche sempre gonfie di tesori: biglie, […] bottigline con soluzioni fetide che fabbrico io stessa. La migliore ha una base di pasta d’acciughe e collutorio. L’ho chiamata Angoscìn.

Dalla nostra alimentazione scompaiono giallastri parallelepipedi di fiordilatte e prosciutto verdognolo, benché dotato di pregevoli variegature bronzee. Hai la faccia di bronzo. Non senti niente.

Vedete? La “prosa lirica” della Calandrone è lo stesso agente inquinante già sversato nella letteratura dalla Ciabatti e dalla Caminito: ritornano le frasi mozzate, i repentini e confusi cambi di argomento spacciati per flusso di coscienza, i numerosissimi indugiamenti su inutili dettagli. Insomma, il bambino col moccio al naso a che cosa serve? È solo una scusa per usare la parola “moccio”. E l’Angoscìn? È una stupidaggine e nulla più, ma il nome fa figo, sembra un personaggio di Dragon Ball. Al più, l’Angoscìn serve a farci capire che i Calandrone potevano permettersi di sprecare pasta d’acciughe e collutorio.

Oh Madreh!

Oltre a tutto ciò, la Calandrone mostra di avere un feticismo per le maiuscole. Ad esempio, la nostra autrice chiama continuamente Consolazione con gli appellativi di “Madre”, “Mamma” e con il superpoetico “Madremammavéra”. Lo concedo, questa scelta dell’autrice è opinabile, ma in parte è comprensibile, può aver deciso rendere la madre adottiva l’incarnazione per eccellenza della maternità. Sì, però la Calandrone perde il controllo e si fa totalmente sopraffare dalle sue pulsioni, perché a un certo punto trasforma qualunque nome comune le capiti sotto mano, senza alcun criterio e senza controllo:

Insomma, nonostante sia da tempo inoltrata nella vita e avrebbe pieno diritto al Grande Egoismo Finale del morire, Nonna si risolve a incarnare l’Archetipo dell’amore privo di condizioni, la purissima scienza dell’Attenzione […].

Nel Tempo Alieno della cacciata e dello scontento, la sua figura […] indossa la veste metafisica del Legame Primario […].

Com’è, come non è, persa nel piacere dato dalle maiuscole, la nostra autrice non si è accorta di aver messo nero su bianco un nuovo episodio di Sensualità a corte:

Madre non regge lo spettacolo del deterioramento della propria Madre, troppo contraddittoriamente amata, ma io rifiuto di internare Nonna […].

Ve lo giuro, lettori, fino all’ultima pagina ho aspettato che spuntassero dal nulla (scusate, “Nulla”) Jean-Claude e Batman. Cioè, Renato.

Prosa rasposa

Ma insomma, dov’è il lirismo che il marketing mi aveva promesso? Devo essere sincera, lettori, Splendi come vita ha i suoi momenti aulici. Non sono molte, questo sì, ma fra le sue pagine ci sono frasi davvero illuminanti, davvero toccanti, davvero poetiche, davvero profonde, davvero originali…

Immagino il bambino, sepolto dentro i suoi vestiti ai piedi dell’albero, dare vita con la sua vita piccola all’esecrabile albero dai frutti rossi. Penso ai piedi.

La vita prova un penoso amore per la vita.

Splende, la vita, splende come vita.

Va bene, va bene, è un tantino ripetitivo. Ma almeno un altro feticista, non delle maiuscole, sarà contento di leggere che non è l’unico a pensare ai piedi, no? Seriamente, la Calandrone ci regala delle autentiche perle. Sono seria eh! Ecco un esempio:

Ognuno gira nudo e solo sulla ruota siderale degli esposti, tanto più nudo e solo quanto più imbozzolato nella concrezione rasposa delle coperte.

Bella, vero lettori? Cioè, è bella perché ricorda qualcosa… qualcosa che riguarda il sopraggiungere repentino della sera
Però quell’altro, come si chiamava, quello de Il gobbo di Notre Dame… va bene, non importa, il fatto è che la Calandrone ci parla di “concrezione rasposa delle coperte” e finora nessuno aveva avuto il coraggio di metterci davanti a coperte trascurate, piene di sebo rancido: è chiaramente una metafora pregna di significato. Ci dice che ognuno di noi a questo mondo è solo e pronto a farsi buggerare dal marketing.

Va bene lettori, ci siamo divertiti abbastanza. No, scherzo. Ma voglio fare il punto: al di là di tediose ripetizioni e di ambigue citazioni, il “lirismo” della Calandrone si riduce a una banale ricerca spasmodica di similitudini e di sinestesie stravaganti. Come la Caminito, la Calandrone si sforza di accostare fra loro immagini e sensazioni che possano impressionare il lettore, senza badare all’armonia del testo:

E le parole vanno via da noi, semi sparsi come costellazioni nell’aria trasparente del mattino.

Qui, ad esempio, la nostra autrice ci mitraglia: le parole sono dapprima semi sparsi, poi i semi sparsi sono stelle. Avete ragione, la Calandrone usa perlopiù immagini poetiche blande e abusate: niente paura, per conferir loro un poco di forza basta appunto usarne almeno due di seguito, perché in questo modo il lettore non può riprendersi e rendersi conto di star leggendo… qualcosa che non vorrebbe leggere.

Metonimie coi fiocchi

Prendiamo ora in considerazione un altro stralcio:

Quasi tutte [le suore] finiscono, piuttosto, per presentare occhi duri, vendicativi e secchi come spade. Da essi, soffia l’ossido, il verderame di un ossimorico rancore bovino.

Accidenti, questo brano bovino deve aver sviluppato un’encefalopatia spongiforme! Proviamo ad analizzarlo. “Occhi duri”: dunque… è una doppia metonimia, gli occhi per lo sguardo e lo sguardo per l’atteggiamento severo di cui è effetto, ma “duri” è pure una metafora, perché l’atteggiamento severo è detto “duro” a paragone di una cosa che non si lascia scalfire. “Occhi vendicativi”: di nuovo la doppia metonimia, anche se stavolta non c’è una metafora a monte. “Occhi secchi come spade”: questa è davvero difficile… ancora la doppia metonimia, però c’è quel “come”, quindi abbiamo contemporaneamente una similitudine il cui primo termine è l’atteggiamento severo (sempre significato in senso figurato dagli occhi). “Secchi”… “secchi”: partiamo dall’immagine di una spada affilata. Qual è un sinonimo di “affilato”? “Tagliente”? No, prendiamola più alla lontana: “magro”! E qual è un sinonimo di “magro”? Indovinato: “secco”. Evviva, abbiamo ricostruito la genealogia della nostra immagine! Sì, le “spade secche” non hanno senso, al massimo ci sono spade asciutte, ma almeno sappiamo perché proprio “secche”.

Io mi fermerei qui, lettori, anche se “l’ossido verderame di un ossimorico rancore bovino” che soffia dagli occhi meriterebbe un trattato a parte. Perché un simile accumulo di figure retoriche? Cioè, è bello, è poetico, è necessario, non ne basta una? Insomma, se il marketing non riesce a istupidire il lettore, forse possono riuscirci questi sproloqui. E un lettore istupidito è un lettore felice (che compra e non si lamenta).

Bum! Scientology!

Almeno Splendi come vita ha una bella trama. È ciò che direi se Splendi come vita avesse una bella trama: no, anche per la trama il libro è da buttare. Vi sento, lettori, vi state chiedendo come sia possibile, considerando che l’autrice si è limitata a raccontare i fatti della sua vita. Be’, vale la pena ripeterlo: non basta avere in mano una buona storia per scrivere un buon racconto. La vita è essenzialmente governata dal caso (o dal caos), la letteratura dall’ordine (o dalla semplificazione). In un romanzo, anche (o forse soprattutto) se è “poetico”, ogni cosa deve essere inserita con cognizione di causa, con consapevolezza e padronanza.
Ecco, la Calandrone ci racconta di episodi vissuti che esulano dal rapporto con sua madre, scritti giusto per ingrassare il romanzo.

Un esempio: come fosse un pettegolezzo, la Calandrone scrive di un suo viaggio a Milano, fatto quando era una ventenne. Motivo del viaggio? Vuole portare alcuni suoi disegni a Ornella Muti. La Calandrone ci racconta di non aver mai visto l’attrice al cinema e di essere entrata in possesso di un televisore solo una settimana prima del viaggio. Quando accende per la prima volta “il sospirato apparecchio”, subito si rende conto di sognare e di ritrarre da anni una donna che è uguale a Ornella Muti. Non avendo mai sentito parlare di “memoria iconica” (forse aveva già distrattamente visto Ornella Muti su qualche locandina), la nostra poetessa parte per Milano, dove è adescata da Raffaella, la segretaria di produzione di Canale 5: quest’ultima intontisce ulteriormente la Calandrone con storie di reincarnazione e la introduce a Scientology. Niente male, eh? Sì, ma da che cosa eravamo partiti?

Ora, anche Aracoeli di Elsa Morante non si limita a indagare le sfumature del rapporto morboso tra Emanuele e sua madre: segue il ragazzo nelle sue personali e frustranti vicissitudini adolescenziali. Queste, però, non sono divagazioni, perché la Morante le sfrutta per mostrare che un bambino traumatizzato e affettivamente trascurato deve nel tempo diventare un uomo insicuro e incapace di entrare in sintonia con gli altri. In Splendi come vita, l’episodio di Scientology avrebbe avuto senso, se solo la Calandrone ci avesse spiegato dettagliatamente di aver trovato nella setta un calore di cui non poteva godere a casa, oppure di essersi aggrappata alla teoria delle vite precedenti per coltivare la speranza di rimettersi in contatto con la madre biologica. Ma niente da fare! Si tratta solo di un espediente che la nostra autrice usa per parlare un po’ di sé. E infatti l’episodio si conclude con una lagnanza della Calandrone, che abbandona Scientology perché…

[La setta mi ha imposto un linguaggio] in totale contrasto con la mia posizione nel mondo, che ho sempre sentito privo di confini. E il sentire, si sa, non lo cambi nemmeno con le minacce.
Mai più, mi riprometto, apparterrò ad alcuna setta, religione o credo che pretenda di cambiare il modo in cui liberamente chiamo le cose e voglia aggiudicare alla mia persona una speciale scienza.

Be’, almeno capiamo che le parole di Splendi come vita non sono necessariamente quelle della lingua italiana, quindi non dobbiamo lamentarci troppo se ci sembrano senza significato.

Dov’è il sudiciume?

Lettori, a questo punto non trovate che a Splendi come vita manchi qualcosa? Passino gli orrori stilistici e le divagazioni stile Nonno Simpson, ma è davvero difficile farsi andar bene l’assenza di una certa voce, quella autenticamente interiore dell’autrice. La Calandrone, se vogliamo credere a tutto ciò che ha confessato, ha subito numerose violenze psicologiche dalla madre defunta. Consolazione ha accusato la nostra autrice di aver rapinato una banca e di essersi prostituita, l’ha perfino denunciata “per percosse”. Per quanto una figlia possa amare una madre, è strano che accetti di subire tante mortificazioni e offese senza provare mai, neppure per un momento, un moto di collera, di insofferenza, di rabbia feroce, di disprezzo, di vendetta. No: Splendi come vita ammette unicamente un incondizionato e immutabile amore filiale.
Così com’è, il libro pare simile più a un’agiografia che a un’autobiografia: manca di quel “sudiciume sentimentale” che rende un profilo psicologico realistico e… credibile. Sicuramente Splendi come vita narra una storia che farà singhiozzare molti ipersensibili, ma dal punto di vista artistico è (anche per quest’ultimo motivo) completamente monco, e rimane la sensazione che l’autrice non si sia davvero esposta nel raccontarsi, mostrando invece di sé solamente una minuscola parte, quella più stupida e noiosa, per giunta.

In conclusione, Splendi come vita delude. Perfino la finta commozione di Serena Bortone è stata più convincente di questo strano gadget candidato al Premio Strega. Ma siamo alle solite: voi siete di quei lettori irresistibilmente attratti da ninnoli inutili e stranezze da wunderkammer? Maria Grazia Calandrone ha ciò che fa per voi. Se metterete Splendi come vita in bella mostra accanto a serpenti con due teste e minerali rari, io vi consiglio di leggerlo, di tanto in tanto: non voglio giocarvi un tiro mancino, voglio soltanto invitarvi a riflettere, augurandovi anche una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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