Quello che ti nascondevo – Marina Di Guardo

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IL GIUDIZIO:

quello che ti nascondevo thriller di marina di guardo edito da mondadori

«[…] Come hai fatto ad avere la sua foto?»
«L’ho trovata su Facebook. […]

Allegra, ma non troppo

Hanno già finito con le stronzate sociologiche? Oh, no, non hanno finito. Eh, e io mo’ che faccio?
Ah, aspetta un momento. Di recente mi sono imbucata in un liceo e, non ci crederete!, lì tenevano un corso di educazione all’intellettualità: gli psicologi, gli avvocati e gli influencer che insegnavano hanno detto di leggere dei libri, perché è tipo fondamentale per pensare o qualcosa del genere. E vabbuò, ma che libri?! Non ce la faccio a decidere da sola, mi serve un influencer, di nuovo. Lettori, voi lo sapete, io mi sento stocazzo (perché sono stocazzo, detto fra noi… boom!, totally in your face!), perciò è il minimo che interroghi la regina degli influencer, la prima, la sola, la divina, l’unica ad aver davvero fatto di sé stessa un brand.

Oh, i legali di Cristiano Malgioglio mi hanno intimato di desistere dal cercare il loro cliente, e di provare a rivolgermi a Chiara Ferragni: e così [CENSURATO] l’ho fatto. Mi sono addormentata, perché è nel sogno che la nostra anima vaga libera di incontrare gli influencer, e Chiara Ferragni mi è apparsa. Era come vestita di luce e accanto a lei c’erano due creature: una era Valentina Ferragni, e stava sponsorizzando una lametta per l’inguine, l’altra era… boh, era un’ulteriore Ferragni che non conosce nessuno. E Chiara mi ha rivelato solenne che il Libro è custodito presso la Madre, e che la Madre ha la scienza del Libro.
Poi è apparsa la Madre, il cui nome era inciso nel Sole ed era Marina Di Guardo. E la Madre ha accolto le mie preghiere e mi ha dato da leggere il Libro. Così, ho letto dal Libro, ho letto le pagine del Libro.
E poi, porca puttana, mi sono svegliata tutta sudata e spaventata, perché quel libro… oh cacchio, quel libro… lettori, quel libro è troppo un libro.

Ora, siccome questa è una recensione perbene, che ha giusto qualche piccolo piccolo messaggino subliminale satanico (sapete, per le bande adolescenziali che vogliono aggredire i professori nelle nottate noiose), lasciate che vi prenda subito per mano e che vi conduca alla scoperta di Quello che ti nascondevo. Sì, è necessario che vi prenda per mano, perché nel commento incontrerete spoiler, spoiler, e poi ancora spoiler… un sacco di spoiler. Eh, lo so, è brutto, quando si tratta di gialli e thriller, ma checce volete fa’? Primo: non è colpa mia se Marina Di Guardo scrive solo thriller. Secondo: non è colpa mia se Marina Di Guardo scrive solo thriller demenziali. Va bene, dai, vai con la trama!

Giacomo. Ohi, marò… Giacomo. Giacomo, Giacomo, Giacomo. Ehm, sì: è un cinquantenne chad e con status. Ah, non ha status? No, dico, non ha status? E allora provate a esserci voi a capo dell’agenzia di un lussuoso brand di gioielli! Status supremo, senza dubbio. Però è un chad sensibile e tormentato. Di recente gli è andata un po’ male, infatti è ritornato a essere un pezzo di carne in esposizione: no, non s’è lasciato… è direttamente rimasto vedovo.
Durante una solitaria e allegra escursione in montagna, Allegra… uhm… Allegra, allegra nel giorno di un’allegra esc… no, aspè… allegramente Allegra in un’allegra… stooop! Calma. Mettiamola così: la moglie di Giacomo, un’italiana che risponde all’italoamericanissimo e altisonantissimo nome di “Allegra” (Allegra Collins, Allegra Versace… eh, capito?), va da sola per sentieri e crepacci, e mentre se ne sta tutta alleg… ehm gioiosa… precipita in un burrone. La posizione contorta del cadavere, il sangue raggrumato, parti delle interiora proiettate a distanza, addirittura il cervello spremuto fuori dalla frattura cranica… insomma, l’epilogo di una spensierata uscita all’aria aperta.
Dopo questo leggero inconveniente nella sfera affettiva, Giacomo resetta il software e passa le serate in modalità vedovo… allegro… ma neanche poi troppo: collega il cellulare alle sue “potenti casse acustiche” (forse una metafora per i pettorali? O per i testicoli?) e si spara a tutto volume i vocali che gli mandava su Whatsapp la povera Allegra. Nel frattempo, beve whiskey e sprofonda nella sua poltrona preferita. In tutta sincerità, credo che con la “mano sinistra” (© Guido Saraceni) si dedichi al whiskey, mentre con la “mano destra” (© Guido Saraceni)… eh… però è solo un’ipotesi, via, non voglio pensarci troppo.
Quel che importa è che, una sera, Giacomo è sufficientemente lucido e riesce a udire nel sottofondo di un vocale… una voce maschile… e sexy… uhhh… un Luca Ward. E questa voce dice… uh!… ah!… oh yeah!… dice: “Baby”. Uhm. E che cazzo, a Giacomo gli viene il sospetto che Allegra se la facesse con un tamarrone.
È quasi incredibile ciò che poi succede, davvero impensabile, una cosa impossibile da prevedere: ebbene, il nostro eroe indaga, e… e be’, scopre che Allegra si frequentava con un certo (LOL, qui siamo nel campo dei riferimenti dotti) Egidio, uno zarro incredibile che adora passare le sue serate in allegria. Scusate, che adorava passare le sue serate in Allegra. E per giunta nella romantica cornice di un “elegante” hotel “stile liberty” con “folto parco”, lercio e bisunto, di quelli per coppie clandestine affamate di sesso.
Eh, e quindi? E quindi… cose… e poi Giacomo scopre che Egidio è tipo il miglior cliente dell’hotel, avendoci portato una decina di amanti. Ah, e Allegra non è l’unica amante di Egidio deceduta in un incidente. Ah, ed Egidio in realtà si chiama Domenico Missara.
Insomma, per tutto questo, Giacomo si alza dalla poldronah, smette con le pippe e decide di fare giustizia. Sì, perché è convinto che Allegra non è morta per caso: è stata uccisa dal Missara, che è in realtà un serial killer. Un serial killer a giorni alterni, però: infatti, cinque amanti sono morte, cinque sono state scartate. Bella bega, prima di trasformarsi in Charles Bronson, il nostro eroe deve diventare un Poirot (un Poirot bello e sexy) e scoprire qual è il perverso motivo che ha segnato il destino di sua moglie…

A lot ano

Siete sempre i soliti, eh? Vi state guardando intorno, fate un po’ spalluce… ma sì, non è che sia tutta ’sta roba… tuttavia… non è mal… accio… la trama? Lettori… eddai. Vado dritta al punto: il romanzo è una stronzatona nonsense fenomenale, dall’inizio alla fine. Soprattutto alla fine… ma soprattutto all’inizio. Dai, approfondiamo.

L’effettivo incipit di Quello che ti nascondevo ci propone un individuo (di cui non ci viene detto nulla, neppure il sesso) che uccide l’ultima amante di Domenico, Giuditta. Regolare, a posto. Ma non ci vuole molto, ed ecco che il libro ci starnutisce in faccia: l’assassino, infatti…

Ripose in un sacco di plastica il fazzoletto imbevuto di alotano che poco prima aveva premuto sul naso della donna. […] Erano bastati pochi secondi per anestetizzare Giuditta, era caduta subito in uno stato di incoscienza profonda.

Marina… che cazzo?! Lo sanno tutti: il fazzoletto imbevuto di anestetico che fa svenire in “pochi secondi” è una roba da film! Nella realtà, un anestetico ha bisogno di qualche minuto per far cadere in “uno stato di incoscienza profonda”… insomma, c’è tutto il tempo necessario alla vittima per provare a divincolarsi, per provare ad assestare un bel pugno al suo aggressore, per provare a… a fermarsi in un bar e prendere un caffè prima di chiamare la polizia.
Obiezione: ormai il fatalissimo fazzoletto imbevuto di anestetico è un cliché del giallo, e un cliché non si può più considerare un errore, deve anzi intendersi come una prova che l’autore conosce il genere con cui ha deciso di cimentarsi. Vaaaaaaaaa… bbene, mettiamola pure così, chiudiamo un occhio su… e no, cacchio, chiudiamo proprio niente: il cliché riguarda il fazzoletto imbevuto di cloroformio, mica di alotano! La mia è pignoleria, dite? Non proprio. Il fatto è che il cloroformio, seppur non facilmente reperibile per i privati, è di libera vendita perché talvolta utilizzato come colla per il plexiglass. Capite dunque che un aspirante killer, con un po’ di fatica, può procurarselo… senza essere un medico. Eggià. L’alotano, invece, è un anestetico, punto e basta: è a disposizione solo ed esclusivamente dei professionisti del settore sanitario. Pertanto, considerando che la nostra autrice si premura di specificare che il fazzoletto è zuppo proprio di alotano e non di cloroformio, o di altro… ehm… cioè, ci sarà un motivo, no? Dovremmo immediatamente sospettare che l’assassino sia appunto un medico, un infermiere, o che abbia amici medici. È una bella mossa, che ci coinvolge, che ci fa sentire dei detective, e… e sticazzi, ovviamente, Quello che ti nascondevo è ’na strunzada, e vi anticipo già che l’assassino non ha assolutamente nulla a che fare con la medicina, manco ’p ’a capa. È solo che Marina Di Guardo ha fatto le sue ricerche (gliene do atto) e ha trovato l’alotano molto più sciccheeee di un proletarissimo cloroformio. Basta, tutto lì.

Tutto lì, proseguiamo. Proseguiamo ed ecco che…

[L’assassino] Aveva indugiato troppo a lungo a osservare la sua vittima, a fantasticare della sua agonia. Succedeva sempre così, l’attesa del piacere era più intensa del piacere stesso. Adesso doveva passare all’azione, non era più tempo di tergiversare.

Ah, c’è Lessing che fa discretamente capolino! Anche se ho il dubbio che la nostra autrice possa in realtà star citando il famoso spot della Campari, apprezzo il livello di citazionismo colto che permea l’opera. E mi piace pure che il misterioso omicida, guardando la vittima, si metta a “fantasticare della sua agonia”: dopotutto i serial killer sono, nella stragrande maggioranza dei casi, sadici deviati sessuali che raggiungono l’orgasmo attraverso la sofferenza altrui. Lo sapete, no? Jack lo Squartatore sgozzava le sue vittime e poi ne asportava gli organi interni, il Mostro di Firenze le accoltellava e affettava loro il pube, Jeffrey Dahmer… uhm, lasciamo stare, eh?
Ciò che intendo è che naturalmente ci aspettiamo che il killer del romanzo, dopo aver manifestato la sua eccitazione sadica, faccia qualcosa di… molto sadico… già. E il nostro omicida… ah, cazzarola:

Collegò il condotto dei gas di scarico alla canna di gomma e lo assicurò più volte per avere la certezza della tenuta. […] Tenendo il tubo sollevato, lo portò fino alla piccola apertura, di pochi centimetri, del finestrino del guidatore e lo infilò dentro l’abitacolo, dirigendolo sul viso di Giuditta. […] Uno sbuffo di fumo denso uscì dal tubo di gomma. Era ora di allontanarsi dall’auto. […] Andò di fianco alla portiera della donna per osservare da vicino la sua inconsapevole agonia.
L’abitacolo era ormai invaso dai gas di scappamento. Con gli occhi chiusi Giuditta tossiva, ma non si svegliava. La osservò mentre, respirando sempre più a fatica, lentamente soffocava.

Marina, bruttBIP! bacarosBIP! io ti shpacBIP! Ma dico io, la vittima muore per inalazione di monossido di carbonio… in uno stato di incoscienza… quindi senza rendersi conto di star per morire… e oltretutto non può nemmeno soffrire fisicamente, perché il nostro assassino cattivissimo l’ha ANESTETIZZATA con quel famoso alotano! Porca troia, ’sto mezza sega ha appena praticato un’eutanasia, come farà adesso a sporcarsi i pandallony dalla gioia?!
Davvero, Marina, tutta lì la sevizia, Giuditta tossisce? Che, se mai avesse sputacchiato addirittura un bambinello di catarro, il brano ti diventava troppo burino e troppo splatter?!

Mama mia, Luigi!

Basta, chiudo qui la recensione, cioè, sono quattro frasi in croce e già sento l’irrefrenabile bisogno di rivolgermi agli alcolisti anonimi per farmi disintossicare. Non posso chiudere, dite? No? Avete paura di rimanere soli con gli altri litblog scadenti? Uff… e va bene, vi amo troppo per non soddisfare le vostre richieste.
Dunque, l’incipit è quello che è, purtroppo. Però, stavolta la nostra autrice ha studiato davvero, e nonostante dei passi falsi anche evidenti, i quali vengono dai suoi radicati schemi mentali, il romanzo in generale rivela alfine un’apprezzabile coerenza di fondo e un sicuro impegno nella progettazione dei personaggi e delle principali sequenze narrative.
Occhei, a posto così?, si sentirà soddisfatta quella collega un po’ incazzosa e borbottona? Bene, adesso la verità. E dunque… niente, la Di Guardo continua a scrivere ’sti cazzo di gialli senza mai rispettare manco per sbaglio gli schemi narrativi propri del genere! C’avete presente il detective che interroga a destra e a manca, che spulcia gli archivi, che rovista fra la spazzatura per cercare indizi? Embè, dimenticatevelo immediatamente, quella è roba per pidocchiosi. Il detective di Marina Di Guardo non ha bisogno di faticare, ci pensano le coincidenze fortuite a dargli tutte le informazioni di cui ha bisogno. Così è molto più chic, è molto più Milano.
Prima di parlare delle coincidenze fortuite di Quello che ti nascondevo, tuttavia, voglio tenervi un po’ sulle spine e precisare che, nei gialli, le coincidenze e i deus ex machina non sono malvagi in assoluto. Anzi, in alcune circostanze sono espedienti necessari. Dopotutto, lo zigote del giallo è il mistero, l’enigma, la situazione impossibile da risolvere. Se è così, per raggiungere il termine della gestazione, il protagonista/risolutore ha bisogno di intelligenza… di perspicacia… di forza di volontà… e di una bottarella di culo. Certo, lettori, l’enigma del romanzo giallo non è quello che deve affrontare il carabiniere in carne ed ossa: può ispirarsi alla realtà, ma inevitabilmente la estremizza, la supera. Diventa un mistero “ideale”, appunto impossibile da risolvere. Impossibile per noi, poveri uomini veri. Non più impossibile per l’uomo d’inchiostro, per il superuomo.

Per l’uomo d’inchiostro, o di celluloide, come il dottor House. Appunto, nell’omonima serie, il marchio di fabbrica è un deus ex machina: House, parlando con l’amico Wilson, improvvisamente fa un’associazione di idee che gli permette di sbrogliare la matassa della puntata. È una coincidenza casuale, e il fatto che capiti puntualmente è realistico quanto una prugna che diventa… presidente… ehm… presidente del… del consigl… diciamo che è realistico quanto un gorilla che entra in un bar e al momento di pagare si risparmia la scusa che non ha il portafogli con sé perché gli mancano le tasche. Qualcosa di storto nella “fantasia ricorrente” di Dottor House? Ma no, gli sceneggiatori usano l’espediente in maniera corretta: primo, perché se esso è (alquanto) inverosimile, allora fa il paio con il mistero della settimana (anch’esso esagerato); secondo, perché esso aiuta il protagonista a superare soltanto l’ultimo scoglio che si frappone fra lui e la risoluzione del caso.
In poche parole, i deus ex machina possono essere una buona cosa, quando si associano a un protagonista operoso, che prima di incappare nella botta di culo si fa un mazzo tanto. Pur con tutta la fortuna dalla sua parte, il detective deve mantenere un ruolo attivo nella storia, ecco.

Perciò… ma ve pare che la nuova aristocrazia, di cui l’affascinante Marina è la punta di diamante, possa anche solo concepire un’espressione volgare e proletaria come “farsi il mazzo”?! Il nostro eroe Giacomo è il re dei pigri, è talmente pigro che ha richiesto di essere sostituito da una controfigura nella maggior parte delle scene del romanzo. E questo nonostante di suo sia letteralmente perseguitato dalle botte di culo e dai deus ex machina.
Per esempio, dopo aver sentito quella voce maschile nel vocale di sua moglie… toh!, guarda già qui che fortuna… il nostro protagonista si decide a cercare ulteriori prove nel personal computer di Allegra: mannaggia, non può accedere perché non conosce la password. Bella magagna, che in Quello che ti nascondevo viene risolta alla maniera dell’aristocrazia: Giacomone sbologna il compito a un inferiore, a un proletario, uno sfigato, uno di infimo status (perché ha “solo un negozio di elettronica”). Questo soggetto, di nome Luigi, neanche a dirlo sistema la faccenda:

Tentò di accedere al contenuto del computer, ma era richiesta una password che non conosceva. Tentò con alcune date, nomi che Allegra avrebbe potuto usare, ma dopo diversi tentativi infruttuosi desistette. Seduto alla scrivania, inebetito, si chiese cosa avrebbe potuto fare per aggirare l’ostacolo. Subito gli venne in mente Luigi. Di sicuro lui conosceva il modo per accedere.

La maledizione di Giacomo non si ferma ovviamente a tale episodio. Dopo che quel barbone di Luigi (ricordo che ha “solo un negozio di elettronica”, povero pezzente) ha fatto il proprio dovere, Giacomo può finalmente accedere indisturbato ai file privati della moglie.
Che pensate, lettori? Be’, che c’è un altro ostacolo, non è affatto facile smascherare un partner fedifrago. Di solito chi tradisce cerca di cancellare o di camuffare per bene gli indizi delle sue scappatelle; specie se si tratta una donna, che di sicuro è molto più intelligente del cavernicolo che si affida a “Jessico calcetto”… uh… ma no!, non Allegra! LOL, Allegra ha trovato fosse un ottimo piano dedicare un’intera cartella alle foto del suo amante, riempiendola perfino con le splendide foto (instagrammabili) dell’hotel in cui faceva zicchezacche:

Una cartella senza nome attirò la sua attenzione. La aprì e si ritrovò davanti alla foto di un uomo sulla quarantina, castano, abbronzato e di bell’aspetto. Indossava un paio di Ray-Ban dalla classica montatura a goccia e, sorridendo, indicava alle sue spalle un edificio liberty, elegante, dalle linee sinuose, circondato da un folto parco.

Cioè, lettori, pure gli undicenni conoscono il trucchetto di raggruppare i file porno in una cartella chiamata “giochi” o “ricerche”! Nah, niente da fare, la nostra autrice è troppo pura e troppo regale per poter anche solo immaginare di sporcarsi le meningi architettando uno stratagemma. E così si compiace di regalarci un’assolutamente insospettabile cartella “senza nome”, talmente insospettabile che all’inebetito Giacomo salta subito all’occhio (e sono straconvinta che il nostro personaggio se ne accorge per conto suo, senza che Marina Di Guardo l’abbia aiutato)!
Com’è giusto che sia, la cartella in sé è soltanto la punta dell’iceberg. Vogliamo parlare delle foto, eh? Non so che ne pensate voi, però secondo me gli amanti clandestini hanno di solito poco tempo per stare insieme: questo, oltre ad aumentare la paranoia e l’agitazione, aggiunge molta tensione erotica alla loro relazione, no? Pertanto, suppongo che lo scambiarsi e il conservare delle foto siano gesti da inquadrarsi in un contesto di sexting e di preliminari, che riempiono l’attesa del successivo incontro. Avete capito, immagino: sarebbe stato logico che Giacomo trovasse foto della melanzana e delle tre goccioline… uhhhhhh! Che pervertita che sono! Quella è roba per plebei, ma che scherziamo? Ci vuole qualcosa di chic lettori, cioè… “Allegra”, ve lo ricordo, “Allegra”, mica “Sara”! Con un nome tanto raffinato, da Ivy League, è il minimo che il sexting ruoti intorno allo stile Liberty.

Shadow(Ray-)Ban

Soprassediamo. Ebbene, Giacomo ha visto in faccia l’amante di Allegra (o il suo agente di viaggi, per quel che ne sa): il prossimo passo, molto, molto più arduo, è è dare un nome a quel volto. Ci riuscite, voi? Insomma, non è certamente facile, per noi cittadini comuni, scoprire chi è chi partendo esclusivamente da una foto.
Per noi cittadini comuni, per i nobili è diverso. Marina Di Guardo ci insegna infatti che, se conosci i tipi giusti, tutto diventa facile come ottenere una montagna di praline urlando “Ambrogio!” e nient’altro. Eccallà, il nostro eroe ha per amici… degli hacker… sì, degli hacker eccezionali, tipi che si servono dei professionisti informatici russi e israeliani giusto per farsi passare i fazzoletti quando guardano YouPorn. E proprio uno di questi superhacker, Gianni, ha insegnato a Giacomino una tecnica di spionaggio segreta e all’avanguardia: la ricerca per immagini su… Google…

All’improvviso si ricordò di un’indicazione che gli aveva fornito il suo amico Gianni quando aveva visto lo scatto di una spiaggia delle Cicladi che non era corredato dalla descrizione del luogo. Gianni aveva scaricato la foto sul portale di Google Immagini e in un attimo era comparso il nome dell’isola. Giacomo seguì la procedura, semplice e di facile utilizzo, e dopo pochi secondi comparve l’informazione che tanto gli premeva: l’edificio liberty immortalato nella foto era proprio un albergo a cinque stelle sito sul lago Maggiore, a circa un’ora da Milano. Il suo nome: Relais Villa Saurio.
Bingo!

Bongo! Et voilà, il nostro eroe ha trovato l’hotel. Ah, giusto, non è proprio l’edificio che se la faceva con Allegra. Uhm… uhm… e vabbè dai, forse recarsi presso l’hotel, e magari ci scappa anche un piccolo brunch, potrà rivelarsi utile per capire qualcosa in più sul figo coi Ray-Ban.
Non so, è un piano un po’ azzardato, la foto di per sé non dimostra proprio al cento per cento che lo zarro frequentasse l’hotel, tantomeno che lo frequentasse in compagnia di Allegra. E poi, cacchio, quei Ray-Ban… eh, sono un po’ come la mascherina della Banda Bassotti (no, non ridete, il nostro cervello fatica davvero a identificare qualcuno, se il suo volto presenta modifiche anche minime), siamo sicuri che il personale dell’albergo riuscirebbe a riconoscerlo? Eh, mi sa che manco Luigi e Gianni messi insieme potrebbero essere d’aiuto, stavolta.

Nah! Non occorre affatto la servitù: cioè, ma tu guarda a volte, eh, eh, eh… allora, l’uomo misterioso si presenta in hotel proprio mentre Giacomo è nella hall! E indossa pure lo stesso identico paio di Ray-Ban, che a questo punto devono essere una caratteristica organica del suo corpo…

Due nuovi clienti erano entrati in quel momento: sembravano degli habitué […]. L’uomo indossava un blouson di pelle e un paio di jeans sdruciti e portava un paio di Ray-Ban. Quando lo studiò con più attenzione, a Giacomo mancò il fiato: non ci poteva giurare, ma gli sembrava identico all’uomo della foto. […] Persino la montatura, il colore delle lenti degli occhiali da sole erano gli stessi.

Toh!, quando ci si mette il caso, guarda… e… e che ci vuoi fare? Insomma, alla nostra autrice è capitata la fortuna di trovare nel suo romanzo proprio l’uomo che Giacomo stava cercando, che doveva fare? Cancellare la scena e riscriverla? Ma dai, voi per primi avreste approfittato di una botta di culo simile.
Uhm, so cosa state pensando. Deus ex machina, chiaro, però Giacomo deve comunque metterci del suo per scoprire le generalità dell’amante di sua moglie. Mica può strattonare il tipo e fargli il terzo grado! E, d’altra parte, gli impiegati dell’hotel, per legge, non possono dare informazioni sui loro clienti a chicchessia: lo mette bene in chiaro Elena, la receptionist che Giacomo cerca di intortarsi per ricavare informazioni…

«Come ha già detto anche lei, sono tenuta a rispettare la privacy riguardo i clienti dell’hotel, è una regola cui non posso sottrarmi.»
[…]
[Giacomo] Le prese le mani, gliele strinse forte tra le sue.
«La prego…»
«Non posso. È contro il regolamento.»
Lui abbassò il capo, le lasciò le mani. Rimase curvo sulla sedia, raggomitolato su se stesso.

Ehi, finalmente! Finalmente Giacomo incontra un ostacolo, un ostacolo vero! Adesso, se vuole continuare l’indagine, è obbligato a ingegnarsi concependo un piano astuto, sottil… ahahahahah! Ma pijatevelo ’nder goolo, lettori! Vi pare?! Ovviamente, quando Elena vede Giacomo allontanarsi con l’espressione da cucciolo, rivela tutto ciò che sa sul tamarrone, no? Guardate:

Rimase curvo sulla sedia, raggomitolato su se stesso. La donna non smetteva di guardarlo. Giacomo poteva percepire chiaramente il suo dilemma. Fece per alzarsi, andare a pagare il conto e congedarsi, quando lei gli prese il braccio.
«Un momento, si sieda. Non dica a nessuno che le ho dato queste informazioni. […]

Una volta in auto, [Giacomo] diede subito un’occhiata al foglio di carta che Elena gli aveva dato insieme al conto.
Era annotato un nome, corredato di indirizzo: quello di un certo Egidio Donati, che risultava abitare in una piccola frazione non lontana da San Giuliano Milanese.

Mmmh, sì, occhei, ma tutto qui? Che, la receptionist è una marxista, in realtà? Vuol costringere il nostro eroe a faticare come la classe operaia? Ah, ecco, così va meglio…

Lui la [Elena] fissò con un’espressione di attesa.
«Come ti avevo già detto, Missara, o come si chiama, frequenta Villa Saurio da circa sei anni. In questo periodo ha portato al relais dieci donne. Di queste, contando ormai anche Giuditta, ben cinque sono scomparse in circostanze tragiche. […] Ho saputo della prima tragedia meno di sei anni fa, leggendo un quotidiano […]

Grazie al cielo, Elena ha il buon senso di evitare a Giacomo la pena di trovare ulteriori informazioni, e di supporre sulla base di esse che forse la morte di Allegra non è stata un incidente. Brava, così si fa, sguattera.

Quattro (minimo) Ristoranti

Immagino non vi venga di definire Quello che ti nascondevo un’indagine, ma se vi viene prendo atto che avete un coraggio da leoni. Eddai, Giacomo non investiga mai, si limita a ricevere informazioni, è un pullo nel nido rimpinzato continuamente. Eh, e quindi… cioè le pagine… dico, il libro ha la consistenza di un thriller, è zeppo di parole. Se non c’è l’arco narrativo proprio di un detective, qual è l’agente lievitante del romanzo?
Be’, se avete letto la recensione dell’altro grande capolavoro della Di Guardo, Dress code rosso sangue, sapete già la risposta: la storia è solamente un gigantesco resoconto di chiacchierate in “localini trendy”. È un Sex and the City, con pochissimo “sex” e con un’altra “city”; è un The O.C. (“Oh Cazzuola!”); è un 2 Broke Girls (“girls” si pronuncia come “balls”); è… è questa roba qua:

[…] i clienti americani insistettero per provare insieme un locale della storica cucina milanese e lui, di buon grado, dovette accettare.

[…] si recò al luogo dell’appuntamento con Elena, un ristorante piccolo, intimo, in un vicolo nei dintorni di via Tortona.

[…] lui fu libero di defilarsi e andare direttamente all’appuntamento con Sofia, senza neanche passare da casa.
Il ristorante, un locale alla moda nella parte più trendy di Brera […].

Seduto al tavolo della trattoria, rifletté che la sua vita aveva subito un’impennata inaspettata […].

Si misero d’accordo per incontrarsi a un ristorante in cui era già stata Elena poco tempo prima.

Un’ora dopo, al ristorante sotto casa dove era abituato a cenare in assoluta solitudine […].

«[…] Che dici se andiamo a mangiare qualcosa? Quest’aria frizzante mi ha messo appetito.»
Scelsero insieme un ristorante con vista sul lago, un locale che Elena conosceva bene.

In auto avviò il navigatore e dopo nemmeno un quarto d’ora parcheggiò davanti a un locale elegante di cui aveva sentito parlare ma dove non era mai stato. Era in anticipo, decise di aspettare Elena all’entrata.

Quando [Giacomo] arrivò al ristorante, aveva già venti minuti di ritardo.

Ehi, avete visto? Giacomo è uno di noi, è uno del popolo: una volta va addirittura in una “trattoria”!
Dai, faccio la seria per un momento: ancora, non è un errore tagliare le scene d’azione e prediligere quelle dialogate in un ambiente chiuso. Può essere una buona scelta, se si vuol scrivere un giallo elegante e… “aristocratico”, diciamo. E non c’è niente di male nel voler scrivere qualcosa di chic, non lasciate che le mie prese in giro vi ingannino. Si può fare, ed è stato fatto: Hercule Poirot, che ho già menzionato, è l’archetipo del detective raffinato, snob. E, appunto, Poirot lavora prevalentemente in luoghi chiusi, parla con molti personaggi… accidenti, il dialogo, inserito in un ambiente curato e formale, è l’essenza delle storie di Poirot, e ciò che le rende affascinanti. Sì, ma dietro a quelle storie c’è Agatha Christie, dietro a Quello che ti nascondevo… eh.
Lettori, anche se mi fa strano doverlo precisare, lo faccio lo stesso: andiamo, è una sciocchezza far parlare i personaggi sempre e comunque in un ristorante! Capisco che ogni autore, per quanto si sforzi, finisce per scrivere di ciò che conosce, e non mi aspetto (per fortuna sua, le vada sempre così!) che Marina Di Guardo parli di pasta col tonno e pizze congelate, nondimeno il ristorante è un luogo terribilmente impersonale, perché privo dei cosiddetti “residui comportamentali”. Ehi, e questi che diavolo sono? Be’, sono quelle tracce che si lasciano nell’ambiente in cui si vive, e che possono suggerire a chi le nota degli elementi fondamentali, e che di norma, specie se non si è troppo con la coscienza pulita, si cerca di tenere nascosti (e infatti, nell’ultimo capitolo, Giacomo scopre che un certo personaggio è l’assassino proprio andando per la prima volta a casa sua… LOL). Avendo deciso nove volte su dieci di collocare Giacomino all’interno di un ristorante… uff… la nostra autrice si sega da sole le gambe, perché, come ho spiegato, si preclude la possibilità di inserire indizi cruciali, sottili e stravaganti. Indizi sui cui, ahimè, è fondata un’indagine interessante. Di conseguenza, l’intera trama ne soffre, e diventa per noi… non interessante, ecco.

Pirla nobilis

Vabbè, quando le cose stanno così, può capitare che in soccorso del romanzo arrivino i personaggi. Intendo: la storia è povera, però i personaggi sono ben tratteggiati, e quindi si può almeno godere delle loro molteplici sfaccettature. Confesso che, sotto questo aspetto, Marina Di Guardo se l’è cavata… oh, crap!… se l’è cavata come prima, ha fatto un altro casino.
Poirot, e al pari suo qualunque altro investigatore che rispettiamo, interagisce principalmente con i soggetti che ritiene essere coinvolti nel delitto. Ci mancherebbe, tutto regolare. Indovinate un po’? Giacomo fa l’esatto opposto: evita a tutti i costi di parlare direttamente con sospettati e sodali, e gongola nel cazzeggiare con gli amici di una vita. Lettori, anche voi, ma vi pare?! Cioè, adesso uno della nobiltà deve abbassarsi a regalare il suo tempo e le sue sublimi parole ai villici? Nemmeno per sogno, un uomo di rango ha il diritto e il dovere di accompagnarsi ai suoi simili, a quelli della sua specie.
Esempio concreto: dopo aver saputo da Elena che solo alcune delle amanti di Domenico sono state uccise, Giacomo dovrebbe prima domandarsi (autonomamente) perché alcune sono state risparmiate, e, in seguito, dovrebbe contattare le amanti ancora vive per capire che cosa hanno in comune fra loro. Se ci scappa, sarebbe anche gradito metterle in guardia. Il nostro eroe, meh, prova a vivere da lavoratore, però dopo poco gli viene l’orticaria e lascia perdere. Imbeccato, si pone il problema, sì… e anche parecchie volte… ma poi basta, eh! Parlare con gente che non si conosce è faticoso, ed ecco quindi che Quello che ti nascondevo ci racconta di Giacomo che risponde a un sms (uè, quanti anni ha ’sta roba?), di Giacomo che si preoccupa se la sua commensale non ha appetito, di Giacomo che va al lavoro (vi rammento che è il supermegacapo di qualcosa che riguarda i gioielli, a scanso di equivoci):

Perché delle dieci donne che l’uomo aveva frequentato in sei anni, ne erano morte la metà? Qual era il discrimine che aveva risparmiato una parte di loro e ne aveva condannato la restante? […] All’improvviso, si sentì spossato, privo di forze.
Impotente.
Rispose a Elena, ringraziandola e chiedendole quando fosse libera.

Qual era la discriminante che condannava alcune donne e salvava altre? Giacomo provò a fare una riflessione: forse determinate caratteristiche fisiche? […]
«Certo, queste sono solo ipotesi. Magari i motivi che hanno spinto Missara a uccidere quelle donne sono ben altri» ammise Giacomo.
Si zittì all’improvviso, il cameriere stava arrivando con i piatti che avevano ordinato. Vide Elena mangiare con svogliatezza, come se non avesse fame.
«Non ti piace quello che hai ordinato?»

Qual era stata la malefica discriminante per cui l’amica era stata risparmiata e sua moglie no?
Sofia [amica di Allegra e di Giacomo], rendendosi conto della sua reazione, assunse un’aria contrita.
«Scusa, […] devo scappare, ho un appuntamento in ufficio alle nove e mezzo, spero di vederti presto.»
Giacomo non rispose, ma dentro di sé aveva già deciso da tempo. Non desiderava più incontrarla, a meno che la donna non gli potesse svelare altri dettagli importanti. Si salutarono con un abbraccio amichevole e si avviarono verso le rispettive sedi di lavoro.

Delle cinque sopravvissute, in verità, ce n’è una cui il nostro eroe concede un incontro. La donna si chiama Sofia, e Giacomo decide di incontrarla… be’, sì, decide di incontrarla… perché ci si stava strusciando già da qualche tempo, prima di scoprire che pure lei è stata amante di Domenico! Capite, lettori? Tutte le altre, siccome non gli sono mai state presentate, sono fuori portata. Ohi, e se fossero sporche?! O qualcuno garantisce per loro, o non se ne fa niente.

E questa specie di sociofobia di Giacomo si rivela anche in un altro momento della storia. A un certo punto, l’eroe decide che è il caso di sapere qualcosa in più sul conto di Luisa, la moglie di Domenico (sì, lo zarro è sposato). Voi cosa fareste? A mio parere, la mossa più logica sarebbe di attaccare bottone con una scusa qualsiasi, cercando di fare amicizia. Poi, sarebbe il caso di farsi invitare a casa di Domenico, tenendo gli occhi aperti per cogliere ogni dettaglio sospetto, ogni residuo comportamentale.
Nah. Giacomo, che non conosce il modo di avvicinare correttamente i plebei, si fa aiutare dalla sua amica Virginia. Ah, ovviamente, c’è un deus ex machina che facilita il compito: Virginia frequenta la stessa palestra di Luisa…

Sul finire della cena, Giacomo pensò di chiedere a Virginia se avesse visto ancora Luisa, la moglie di Missara. […]
«Sì, l’ho vista proprio ieri in palestra. Era molto giù, e non mi ha raccontato niente. Ho cercato di farla parlare, ma non ci sono riuscita. […]

Sicuro, la spalla va benissimo. In The Mentalist, spesso Patrick Jane usa l’avvenenza di Grace Van Pelt per far abbassare la guardia ai sospettati di sesso maschile. Tuttavia, nel caso di The Mentalist, Van Pelt è sempre e comunque una pedina: è Jane a dirle cosa fare, come comportarsi, e a studiare in tempo reale le reazioni del sospettato. Jane usa: ma Jane è un mezzo zingaro, è un popolano. Giacomo invece è un nobile del Duca(zz)o di Milano: lui non usa, lui delega. Perciò, non ci stupiamo proprio per nulla quando scopriamo che tocca a Virginia fare tutte le domande, notare le stranezze, provare a incastrare Luisa e il marito…

Echo chamber

E se quanto abbiamo appena visto è un male, è ancor più male il fatto che non possiamo mai, mai, mai e ancora mai goderci le interazioni fra Giacomo e gli altri personaggi: manca il beat, manca quella lotta dialogata di cui abbiamo già discusso a proposito di Erri De Luca.
Giacomo, vi ho spiegato, parla con Elena, con Sofia, con Virginia, con Luigi: ecco, questi, da fedeli servitori quali sono, non osano nemmeno per sbaglio contrapporre il proprio pensiero a quello dell’eroe. È lo stile Milano, è lo stile nobiltà italiana: quegli sfigati devono leccare il culo del protagonista, perché il protagonista è lui, e quelli che non sono il protagonista non sono nessuno. Sul serio, i sottoposti del chaddone si limitano a prender per buona ogni parola che egli dice, al punto che finiscono per abbracciare delle stronzate imbarazzanti.
Un bell’esempio è questo dialogo fra Giacomo e Nadia, sua dipendente, dialogo in cui l’eroe espone i suoi sospetti su Domenico:

Nadia lo ascoltava con attenzione, ma aveva cambiato completamente colore, era impallidita, il respiro accelerato, l’incredulità ben chiara negli occhi.
«Non può essere…»
«Anch’io ho pensato la stessa cosa, ma a quanto pare è successo davvero. Tutte le donne di cui ti ho parlato frequentavano Missara e sono morte in una successione incredibile. La prima per una fuga di gas, la seconda per un incidente stradale, la terza per un inspiegabile shock anafilattico, Allegra per una caduta durante una passeggiata, come ben sai, e l’ultima per un suicidio. Cinque donne scomparse in sei anni.»
«Sembra il piano diabolico di un serial killer!» esclamò Nadia, sempre più cerea.

Uooooooh, ingredibbbile gabo, guando zei indelligggiende! E su, dico, ma come cazzo si fa a prendere sul serio un tizio che vagheggia di un “inspiegabile shock anafilattico”? Lo shock anafilattico è uno shock anafilattico, che c’ha di inspiegabile?! Capita che soggetti allergici muoiano per aver mangiato un alimento anche solo contaminato da allergeni, non è una cosa fuori dal mondo, non è in sé un evento sospetto! Casomai, sarebbe strano se l’allergico avesse uno shock anafilattico dopo aver mangiato qualcosa preparato con le sue stesse mani, e perciò qualcosa che per lui avrebbe dovuto essere sicuro… ma Quello che ti nascondevo non offre in nessun punto una simile precisazione! Sappiamo solo che la vittima ha mangiato un dolce con le mandorle, nient’altro:

Circa sette mesi dopo, ho letto su un giornale del Varesotto della terza persona deceduta, questa volta per uno shock anafilattico. Aveva ingerito un dolce in cui erano contenute delle mandorle, un frutto cui era allergica.

La terza scomparsa riguardava Dania Rapetti, anche qui poche righe per raccontare una fine davvero assurda. La donna aveva fatto colazione con una fetta di torta che conteneva mandorle nell’impasto, un frutto cui era altamente allergica e che aveva causato la sua morte per shock anafilattico. Il marito e i figli si chiedevano come fosse potuto succedere e soprattutto per quale motivo non avesse chiamato i soccorsi, ma gli inquirenti avevano comunque chiuso il caso.

Essendo io stessa (tra le altre cose) gravemente allergica, con disperazione voglio sorvolare sullo stupore dei parenti che non sanno spiegarsi perché una persona in procinto di soffocare per l’edema della glottide non prenda il telefono e comunichi il suo problema e il suo indirizzo al 118. Diamine, signora plebea, faccia qualcosa, si salvi la vita, suvvia! Ah, tutti uguali questi proletari, non hanno mai voglia di fare un tubo…

Certo, lettori, quello che state immaginando è giustissimo. Anche le altre morti non hanno niente che possa far pensare a un omicidio: sono tutti incidenti plausibili. Quindi… ehhhh… perché Nadia crede alle parole di Giacomo? Non sarebbe più verosimile (e più emozionante, narrativamente parlando) se la donna facesse presente al nostro eroe che l’ossessione per la moglie defunta lo sta portando alla paranoia? In questo modo la trama otterebbe un bel boost, giacché il protagonista sarebbe costretto a trovare prove che convalidino la sua tesi, per convincere Nadia, noi e pure sé stesso che le sue non sono affatto fantasie malate. Introdurre degli amici scettici serve a costruire un’indagine dinamica, tesa e coinvolgente, no?
Sticazzi, ma siete fuori di testa? Che volete, mo’ dobbiamo pure avere la servitù che risponde male?! Questo è lo stile Milano, questa è Marina Di Guardo che scrive di quel che conosce! Pertanto, siamo costretti a bearci di Giacomo immerso in una fantastica e sexy echo chamber, nella quale tutti i suoi conoscenti fanno a gara per accarezzarlo:

Le raccontò della catena inspiegabile di scomparse che aveva caratterizzato la lunga lista di donne che aveva frequentato Missara, spiegando con dovizia di particolari le modalità, all’apparenza accidentali, delle morti.
«Non è possibile… Tu credi sia stato lui? Corro dei rischi, secondo te?»

Le [a Virginia] riferì di come fosse riuscito a scovare la persona che sua moglie aveva frequentato, le sue incursioni all’hotel dove gli amanti si incontravano, e la scoperta della catena incredibile di morti, rivelata da Elena.
[Parla Virginia] «Ma questo è un incubo! Tu credi che il responsabile sia quell’uomo?»
«Non ne sono sicuro, ma credo proprio di sì.»
«Cosa pensi di fare? Hai parlato con la polizia?»

Giacomo iniziò col raccontare quello che aveva scoperto dal computer di sua moglie. Mentre illustrava i fatti di quell’incredibile vicenda, gli tornarono in mente la sensazione dilaniante di scoprire che Allegra aveva un amante, le incursioni a Villa Saurio, l’incontro con Elena e lo straniamento con cui aveva appreso delle morti misteriose.
Luigi era incredulo.
«Mamma mia, ho l’impressione di assistere a un film dell’orrore. Quindi tu credi che Allegra sia stata uccisa dal suo amante, come le altre donne?» riuscì appena a mormorare.

Pagine, pagine, pagine e pagine tutte dello stesso tenore. Quello che ti nascondevo non ha davvero nulla di più da offrire: Giacomo va al ristorante e spiega di volta in volta a i suoi amici quello che gli ha riferito Elena. Elena che, dal canto suo, sembra essere l’unica ad averci messo un minimo d’impegno, con le ricerche. Non posso però lodarla, perché, ehi!, è una receptionist, farsi il mazzo è il minimo, per una del suo rango.
E così, per ben trentatré capitoli, la trama non avanza di un millimetro. Giunta al trentaquattresimo, il penultimo, non riuscivo quindi proprio a immaginare come potesse concludersi la storia: in effetti, Giacomo non aveva raccolto alcuna prova contro Domenico.
Ah, lettori, c’è un motivo per cui io sono povera e Marina Di Guardo non lo è: a me neanche in un milione di anni sarebbe venuto in mente di sbloccare la storia usando un deus ex machina. È vero, le persone facoltose hanno una marcia in più: work smart, not hard!
E la Di Guardo non è solo smart, è smarter, avendo saggiamente optato non per un deus ex machina nuovo, bensì un deus ex machina già supercollaudato. Mi domandate quale? Ma come, è lui, l’unico, il famosissimo, il deus ex machina di Dress code rosso sangue: il cazzo di passaggio segreto!
Oh, LOL e straLOL, che cringe! Ma vi prego, non smaniate, prima facciamo un passo indietro. E se non vi garbano gli spoiler pesantissimi, rimanete fermi, dopo aver fatto il passo.

Il movente immobile

Come forse avrete intuito, nel corso della trama fra Giacomo ed Elena si instaura una relazione amorosa. No, niente di strano, seminare figli illegittimi, dopotutto, è uno dei doveri dell’aristocrazia. Comunque, esausti dopo aver battuto tutti i ristorantini del capoluogo meneghino, alla fine i due decidono di scambiarsi fluidi corporei a casa di lei.
Avendo assaggiato un salame della Milano che conta, giustamente Elena sente il bisogno di prendere dei sedativi. Dunque, la sgobbona receptionist si mette da sola fuori gioco, e il nostro eroe, troppo eccitato dal fresco ricordo della sua esaltante performance, si ritrova solo e insonne. Da vero gentleman, comincia a gironzolare per la casa della strappona, finché, “scostando una tenda a tutta parete”, si trova “davanti a una porta di legno”. Di norma non varcheremmo la soglia di una stanza a casa di qualcun altro, senza motivo e senza permesso, ma, ehi!, noi siamo plebei, per un nobile queste regole non valgono.
Giacomo si ritrova così di punto in bianco in uno scantinato, dove scopre…

[s]istemato su un leggio da chiesa, quasi fosse un Vangelo da sfogliare durante le funzioni religiose, un grande album fotografico dalla copertina bordeaux decorata con fregi dorati […].

E quel “Vangelo” è… oh, merda… è pieno di foto che ritraggono le amanti di Domenico, quelle morte e sepolte!
Brividi, lettori, brividi, adesso sì che lo sento il thriller! E… oh… oh no… Elena si accorge del trambusto e si dimentica di essere sedata! Furiosa, spaventata, tradita, e messa all’angolo, fa l’unica cosa che chiunque farebbe in una situazione del genere: attacca con lo spiegone

[Giacomo] Voltò il capo, vide Elena scendere i gradini che conducevano allo scantinato. […] Lo sguardo era duro, spietato, e stava impugnando una pistola. […]
Tremando vistosamente, Giacomo trovò solo il coraggio di rivolgerle una domanda.
«Perché lo hai fatto? Hai visto tutte queste donne dietro il banco della reception solo per pochi secondi, non le conoscevi per niente. Che motivo avevi per ucciderle?»
Elena lo guardò sprezzante, gli occhi spietati.
«Non puoi nemmeno immaginare quello che ho vissuto per colpa di una troia come quelle. Mia madre mi ha abbandonato all’improvviso per seguire il suo ultimo amante. Mio padre non è riuscito a farsene una ragione e se n’è andato dopo nemmeno un anno, impiccandosi al gancio del lampadario nel soggiorno di casa nostra. […] Per colpa di mia madre, la mia vita è stata rovinata per sempre, nessuno si è più preso cura di me. […] Anni dopo, quando ho iniziato il mio lavoro all’hotel, mi era sembrato che la mia esistenza avesse assunto una piega diversa. Finalmente mi sentivo tranquilla, appagata, ma è durato poco. Non riuscivo a placare la rabbia. Osservavo tutte quelle donne che venivano a Villa Saurio per farsi sbattere da quella merda schifosa di Missara, incuranti di avere un marito, dei figli, una famiglia bellissima. […] Dovevo punirle. Non ero riuscita a farlo con mia madre, lei non mi ha più cercata, ma loro erano a portata di mano. Sapevo tutto, ogni dettaglio, ogni bugia. […] Sai, non volevo eliminare anche la tua cara mogliettina. Avevo cercato di diventare sua amica, era simpatica. A differenza delle altre, non aveva figli. Le ho dato una possibilità, ho cercato di parlarle, ma lei si è arrabbiata […]. Ha persino minacciato di fare reclamo al direttore di Villa Saurio. Non ho avuto altra scelta se non quella di spingerla nel burrone.»

Santo cielo, ma chi me l’ha fatto fare? C’era già quel blog controcorrente, quello geniale, quello che fa frega frega dagli altri… e vabbè, ormai sono in ballo. Occhei, proviamo a costruire una critica seria.
Subito dobbiamo notare che c’è una completa incompatibilità fra la lunghezza dello spiegone e la situazione adrenalinica (Elena è stata smascherata e ora deve uccidere il suo amante). Uno spiegone così lungo sarebbe stato ammissibile soltanto se Elena avesse teso una trappola a Giacomo (come John Doe al detective David in Seven), cioè se si fosse trovata in una situazione in cui deteneva il pieno controllo: in quel caso, Elena avrebbe potuto essere sufficientemente rilassata da impugnare una pistola, divertendosi a raccontare tutta la storia della sua vita.
Invece? Invece ha preso dei calmanti, si premura di specificare la Di Guardo: probabilmente la nostra autrice non ci ha pensato, ma tale dettaglio suggerisce che Elena non aveva affatto previsto di essere scoperta proprio quella sera. Perciò, ammesso che effettivamente si svegli (ma perché poi Giacomo fa casino, non sarebbe più naturale per lui muoversi con cautela?), dovrebbe almeno rivelarsi agitata, disperata e rallentata dai farmaci. Balle!, meglio renderla cinica e lucida.

E queste che ho messo in luce, badate bene, sono le minuzie. Il problema vero è un altro: l’epilogo di Quello che ti nascondevo non ha un cazzo di senso.
Perché, perché?! Perché Elena prende di mira proprio le amanti di Domenico?!
Il tamarro coi Ray-Ban non è certo l’unico fedifrago che frequenta Villa Saurio. E non sto immaginando per conto mio, ancora una volta Marina Di Guardo si premura di informarci fin dall’inizio sulla fama dell’albergo:

Molti uomini di mezz’età, dal piglio sfrontato e rampante, arrivavano con ragazze giovanissime, di sicuro escort, ma una buona fetta di clientela era costituita da coppie di età non troppo dissimile, ma dalla dichiarata clandestinità.

Il momento Tripadvisor è emozionante, sicuro, però non mi avrebbe fatto schifo avere qualche delucidazione sul movente di Elena. Domenico le ricordava tanto quell’amante per cui sua madre l’aveva abbandonata? Boh! Sotto sotto voleva essere lei a fornicare con lo zarro? Boh! Ha tirato a sorte il nome dell’avventore a cui distruggere la vita sentimentale? Boh!
Non dimentichiamoci poi di questo lieve dettaglio: è stata proprio Elena a mettere la pulce nell’orecchio di Giacomo!
Ora, riesco a concepire che le uniche prove note a Marina Di Guardo siano quelle che si fanno nei camerini delle boutique, e che pertanto Giacomo non avrebbe mai potuto immaginare che quello di Allegra era un omicidio, se Elena non glielo avesse detto a chiare lettere… ma almeno gliela vogliamo dare a Elena una buona ragione per spiattellare i suoi crimini? Per esempio, la Di Guardo avrebbe potuto ricamare sul seguente scenario (del cavolo). Domenico capisce che dietro la morte delle sue amanti c’è qualcosa di strano e inizia a sospettare di Elena; Elena, per timore di essere scoperta, aizza Giacomo contro Domenico; gli equivoci e i depistaggi portano a un confronto all’ultimo sangue; un deus ex machina ferma Domenico e Giacomo e li mette gradualmente sulla pista giusta.
Ah, con un simile canovaccio, le mosse che Elena effettivamente compie in Quello che ti nascondevo avrebbero fatto parte di un piano complesso e coerente, rivolto a un obiettivo ben definito e credibile. Ciccia! La nostra cattivona si comporta come si comporta per… motivi.
Se vi serve disperatamente un esempio concreto che suggelli la mia analisi, presto accontentati, ne ho uno proprio adatto allo scopo. Elena e Giacomo, come al solito, sono in un ristorante, e parlano dei sospettati. A un certo punto, Giacomo confessa ad Elena di avere dei sospetti nei confronti di Luisa, la moglie di Domenico, poiché le vittime non sono state uccise in maniera violenta, e perciò l’assassino potrebbe benissimo essere una donna. La conversazione prosegue così…

[Parla Elena] «Io rimango dell’idea che sia lui il colpevole. Quando Luisa è venuta a Villa Saurio mi è sembrata timida, esitante, timorosa. Non ce la vedo proprio nei panni dell’assassina. Piuttosto, se dobbiamo considerare una possibile alternativa, perché non hai mai riflettuto sull’amica di tua moglie, quella che frequentava Missara prima di Allegra?»

Lettori, vedete che la risposta di Elena non ha alcun senso? Inizialmente nega che Luisa possa essere coinvolta negli omicidi, e questo è logico, perché non è desiderabile che Giacomo si metta in testa che l’artefice di tutto possa essere una donna… ma subito dopo, anziché riportare l’attenzione su Domenico, menziona un’altra donna! Che cazzo, tanto vale ammanettarsi da sola!

Ouch!fit

La nostra autrice s’è trovata in seria difficoltà con la pianificazione della trama. Lo concedo, non è un compito per principianti, e anche autori famosi hanno commesso talvolta qualche passo falso: il giallo è un genere minore, ma non per questo va affrontato con faciloneria.
Però, però, però, almeno lo stile si poteva agghindare un po’, eh? Avrebbe alzato un tantino il giudizio finale. No, no, mi sa che io e Marina abbiamo avuto un fraintendimento: l’avevo in parte elogiata per lo stile di Dress code rosse sangue, onestamente non così brutto, tuttavia le avevo suggerito di curarlo di più. Ecco, deve aver pensato che mi riferissi al guardaroba dei personaggi. No, perché non saprei altrimenti come spiegarmi l’esistenza di questo passo:

Lei gli rispose dopo qualche squillo, Giacomo riconobbe subito l’inconfondibile tono squillante.

D’altronde, se le chiamano “squillo” un motivo ci sarà, vero Giacomino? Almeno il guardaroba è stato davvero migliorato, guardate qui che outfit! Tutta roba di livello eh, mica quella merda che indossate voialtri barboni…

[…] Allegra aveva indossato un completo sportivo, gli scarponi da montagna preferiti […].

Indossava una camicia di seta con una scollatura profonda e un paio di jeans neri attillati.

Quel giorno lei indossava una camicia azzurra che metteva ancora più in evidenza il colore acceso degli occhi.

L’uomo indossava un blouson di pelle e un paio di jeans sdruciti e portava un paio di Ray-Ban.

Aveva raccolto i capelli in uno chignon basso e indossava un abito color crema con intarsi di pizzo.

[…] alta, procace, indossava un impermeabile di vernice nera aperto su un abito dello stesso colore, attillato, con uno spacco deciso, una scollatura da cardiopalma, e un paio di décolleté dal tacco dodici.

Indossava una camicia bianca di seta, abbottonata quanto bastava per non fare intravedere l’incrocio dei seni, ma leggermente trasparente. Un reggiseno di virginale pizzo chantilly occhieggiava da sotto il tessuto.

Sofia si presentò con una mise più moderata di quella che aveva indossato la sera in cui si erano incontrati: un rigoroso tailleur gessato, scarpe basse, la camicia bianca abbottonata al punto giusto per evidenziare il seno prosperoso.

Nadia si affacciò, sfoderando un largo, luminoso sorriso. Indossava un paio di jeans azzurri e una T-shirt in tinta.

[…] [Giacomo] scelse di indossare un completo di fresco lana […].

[…] la vide arrivare vestita con un paio di microscopici shorts di jeans e una maglietta attillata. […] Ai piedi però indossava un paio sneakers comode, anche se griffatissime.

Indossava una camicia bianca e un paio di jeans, un abbinamento semplice, ma che su di lei risultava raffinato.

Indossava un completo intimo dal sapore castigato, verginale: un reggiseno bianco in pizzo e un paio di culotte abbinate.

[…] Nadia aveva indossato un elegante tubino nero […].

Indossava un vestito bianco, aderente, di una semplicità monacale. I capelli erano pettinati in morbidi boccoli e il trucco appena accennato.

Vi ho proposto una carrellata infinita, ma… LOL non ho saputo trattenermi! Un… un blouson? Ma che cacchio è un blouson? Chi è un blouson? Sono… sono io un blouson? Oh be’, anche se fosse un insulto, non mi va di pestare Quello che ti nascondevo. Sì, perché, lo ripeto per l’ennesima volta, in un romanzo le descrizioni hanno sempre uno scopo. Nel caso degli outfit, lo scopo è di inculcarci una certa immagine del personaggio. Benché, tra le altre cavolate pericolose, ci insegnino fin da bambini che l’abito non fa il monaco, biologicamente (è per la nostra sopravvivenza) saremo sempre inclini ad associare la personalità di un individuo al suo guardaroba. Quello col borsello e il cappellino Gucci è un maranza, quello con la maglietta di Harry Potter sporca di sugo è un nerd sfigato; e poi ci sono il puttanone, l’arricchito, il gay e via dicendo…
Va bene dunque descrivere gli outfit. Va bene, se essi veicolano un messaggio. Per questo, potrei indulgere sulla camicia bianca di seta, abbottonata fino al collo ma leggermente trasparente di Elena, la quale potrebbe suggerirci l’idea di una donna che seduce simulando innocenza… una donna infida… ah! Ma mi spiegate voi che ce ne fotte dell’abito in fresco lana di Giacomo? Del completo sportivo di Allegra? Dei jeans azzurri di Nadia? Del blouson barbòn di Domenico? È tutta roba da shopaholic, funziona in un chick-lit sullo stile di I love shopping, non in un thrillerazzo psicologico dove si parla di, cito testualmente, “tracce di materia cerebrale che fuoriuscivano da uno squarcio laterale della testa”.

Casinone

A proposito di “inutili”, devo assolutamente spendere le ultime parole della mia analisi parlandovi delle spiegazioni. La nostra autrice, che è certamente di buon cuore, si preoccupa per l’istruzione di noi proletari, e sente perciò forte il bisogno di spiegarci cose che noi non potremmo altrimenti comprendere, cose fuori dalla nostra portata, cose da laureati magna cum laude. Cose come questa:

[…] un cornetto rosso che probabilmente la donna aveva collocato in un angolo della borsa con la funzione di scaccia guai.

Marò!, e io che quegli affari li ho sempre usati per togliermi le caccole e per sturarmi le orecchie! Grazie Marina, grazie, mi hai reso una persona meno disgustosa, agli occhi dei nobili.
E non finisce qui, ho imparato molto di più, ad esempio che “le mandorle” sono…

[…] un frutto […].

Ah, mecojoni! Già che siamo in tema frutta, chiudo con una chicca bellissima che mi è piaciuta tantissimo:

Quando i due entrarono nel ristorante, Giacomo si avvicinò a piedi al locale, nascondendosi dietro un albero di nespole.

Ma a che cazzo ci serve sapere che l’albero dietro cui si nasconde Giacomo è un nespolo?! Di nespole non se ne parlerà mai più in tutto il romanzo! Al massimo, ma proprio a voler essere buoni, una tale precisazione poteva andar bene se Giacomo fosse stato poi beccato a nascondersi, dato che il nespolo ha un fusto esile. Ma no, manco quello! Marina riesce a innestare sulla sua precisazione pleonastica un ulteriore casino, che rende il tutto un… un casinone! Dietro al nespolo, infatti, Giacomo è… “ben nascosto”:

Nadia diede un’occhiata in giro, quasi cercasse in qualche modo un contatto con Giacomo, anche se non poteva vederlo perché ben nascosto dietro l’albero.

Abbiate pietà, io finisco qui con questa recensione. Allora, che vogliamo dire, in ultima battuta? Quello che ti nascondevo è un romanzo altolocato, chic, è un divo. Ma non è snob. Non lo è?!
Uhm, no. Il fatto è che Marina Di Guardo, ribadisco, parla di ciò che conosce, ed evidentemente conosce solo la Milano che conta: però questo non è uno stigma! È colpa sua se s’è trovata in una buona posizione, se lo chic è (o meglio, sembra essere) la cifra della sua vita? Assolutamente no, ben per lei, e che le vada sempre alla grande! Nei suoi romanzi, almeno quelli che ho letto, in verità non m’è sembrato che ci fosse qualcosa di irritante o di… “maligno”, in senso ampio. Secondo me la nostra autrice si diverte un mondo a scrivere questi thriller. Non vedo la volontà di autocelebrarsi, non mi sento intrappolata in squallidi tentativi di imporsi nel panorama culturale: intuisco il piacere di una signora che inventa delle storie. Le storie che la soddisfano.
Sono fatte bene, queste storie? No, non lo sono, ma se da un lato possiamo criticarle per la forma, e anche prenderle in giro, dall’altro non credo sia corretto trascendere e spalare merda anche sulla loro sostanza. Sono solo dei thriller sghembi, di cui è strapiena la letteratura, da decenni, se non da secoli. E un posto ce l’hanno di diritto, nella letteratura. Se mai, posso prendermela con quelli che, negli ultimi tempi, hanno deciso che queste opere (perché vergate da mani che hanno status?) rappresentano la grande cultura, le nuove imprescindibili aggiunte al bagaglio intellettuale di ciascuno di noi. No, no, cari, stronzate: la cultura si costruisce con mattoni di ben altra pasta.

Tuttavia, quando uno ha appreso i rudimenti della logica, delle scienze, della filosofia in generale, e dei classici della narrativa… che male fa a leggersi un Di Guardo? Che male fa ad apprezzarlo, quand’anche in maniera diversa da quel che si aspettava l’autrice? E allora io dico, e m’è già successo con altri titoli: mi sono divertita. Quello che ti nascondevo mi ha fatto scompisciare, e mi ha anche fatto rilassare, è una storia senza pretese che mi ha fatto partecipe della soddisfazione con cui è stata scritta. Più che mai, se è soddisfatta Marina, sono soddisfatta io. Certo, resta quanto ho stabilito: se la nostra autrice volesse superarsi, e produrre qualcosa di “serio”, punto e basta, la invito a rivedere dalle fondamenta il suo concetto di “scrittura del thriller”. Se invece la serietà dura e pura non le interessa, tanto meglio, continui a imbastire queste trame, che a me va benissimo!
E immagino, lettori, che voi siate del mio stesso avviso, perché siete lettori intelligenti, esigenti… e anche lettori buoni e spiritosi. Pertanto, so di non farla fuori dal vaso, invitandovi a sfogliare i romanzi della mamma più famosa d’Italia (ma sarà lei, davvero?): di sicuro, guardate, farete una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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Una risposta

  1. Sergio ha detto:

    Curiosa, analitica, sfottente, sarcastica, tremenda e… come sempre intelligente, sagace e irresistibile!
    È un vero piacere leggere le tue analisi (forse un tantino prolisse), ma colgono nel segno e frantumano e divorano il libro com’è giusto che faccia un’affascinante lepisma saccharina..