Punto pieno – Simonetta Agnello Hornby

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IL GIUDIZIO:

punto pieno romanzo di simonetta agnello hornby edito da feltrinelli editore

Voi sapete quante donne a Parigi dettano legge nella moda, ma a noi non interessano le mondanità e le pagine delle riviste, noi vogliamo continuare una delle più antiche tradizioni siciliane: il ricamo. Se sapremo insegnarlo bene come ci ripromettiamo, quello che per tante di noi è un semplice passatempo, per tante altre – giovani e meno giovani – potrà diventare un mestiere.

Simonetta Agnello Hornby, io…

Alle vostre gote capita mai di arrossire calorosamente? Figuriamoci se non succede. Incrociate per strada la vostra cotta? La squadra del cuore porta a casa tre punti? Non si sa come, nella vostra cucina si materializzano delle lasagne grasse e fumanti? Ecco, le vostre guance si fanno più rosse di quelle della tipica protagonista di certi manga. Vi dirò, alle mie gote è accaduto quando il mio sguardo ha incrociato, sulla copertina di Punto pieno, il nome di Simonetta Agnello Hornby. No, no eh! Non c’è qualcosa di fisico, dietro tutto questo: è che ho un legame particolare con quel nome, perché… be’, perché è lo stesso nome che compariva sulla copertina del primo romanzo che ho stroncato. Caffè amaro, ve lo ricordate? Sembrano passati secoli, ormai. Molti importanti e gravi avvenimenti si sono succeduti: Facebook è diventato “Meta”, Mr. Pringles ha perso i capelli, il vostro blog preferito ha cambiato nome e layout… ah, che tempi. Perciò, mi capirete se nutro per quel triplo nome un particolare affetto nostalgico.
Però, però, la nostalgia deve sempre fare i conti proprio con il passare degli anni. E allora mi domando: non è che è cambiata anche la Agnello Hornby? Ha messo in discussione la sua idea di scrittura? Stavolta ha composto un romanzo… uhm… decente? Ma che dico, siamo in Italia. Che cosa mai cambia, in Italia? Oh be’, sicuro, qualcosa cambia, ma solo per peggiorare. E… e avete già capito, è inutile che insista oltre. Trama, via, togliamoci il dente.

L’anno è il 1955. Interessante: nasce il Patto di Varsavia, gli Stati Uniti conducono gli esperimenti nucleari della serie “Teapot”, viene inaugurato Disneyland. Nah, al diavolo simili provincialismi, andiamo un po’ in Sicilia, a Palermo. Ah, qualche guaio con l’alleanza fra DC e PSI? Macché, noi dobbiamo seguire tre donne anziane, Sara, Rachele e Beatrice. Oh, non sono mica tre vecchie qualunque, queste qui sono della famiglia Sorci, sono delle nobili. E per noi sono interessanti perché… perché decidono di fondare un circolo di donne tutto dedicato al ricamo. Al ricamo, capito? Be’, l’intenzione è di tramandare l’arte, insegnando al contempo un mestiere alle donne in difficoltà. Le tre Sorci riescono nel loro progetto e riscuotono un certo successo, non solo in Sicilia, ma anche in Europa, facendo probabilmente dimenticare all’intero continente la paura di un’invasione sovietica. Poi… poi nel 1984 il Circolo subisce un atto vandalico e chiude.
Fine.
Ah no lettori, non provateci nemmeno. Non ho sintetizzato troppo, anzi non ho proprio sintetizzato nulla: la trama di Punto pieno è proprio così. Nessuna difficoltà, nessuna avventura, nessuna evoluzione. Le Sorci fanno quello che devono fare, e subito raccolgono i frutti del loro lavoro, lavoro sempre apprezzato e lodato:

Il Circolo funzionava ormai perfettamente, o quasi. […] Dopo sei settimane di intenso lavoro, tutto fu pronto per la prima esposizione, annunciata da un bell’articolo sul “Giornale di Sicilia”. […] Fu un successo. […] Oltre alle sorellanze vennero invitate altre confraternite, a cui si aggiunsero i cavalieri di Malta. Quando si sparse la voce, perfino le autorità cittadine vollero venire a vedere. Era una mostra, ma molti la chiamarono “fiera” e fiera fu per tutti: si decise che si sarebbe tenuta quattro volte l’anno, sempre prima dei Morti, prima di Natale e Pasqua, e all’inizio dell’estate.

L’unico, dico l’unico, scossone è l’atto vandalico di cui vi ho parlato, peccato che… be’ quando riusciamo a leggere di esso, siamo alla fine del romanzo. Va bene i preliminari, ma non bisogna esagerare, non trovate? Eppure, qualcuno non trova: la nostra autrice, appunto. Per lei, in un romanzo, i preliminari sono tutto, e devono dunque essere interminabili; però possiamo pure passarci sopra, perché l’azione, anche se in ritardo, arriva. Evviva, finalmente un po’ movimento sul nostro tracciato elettroencefalografico, reso piatto dalle inutili chiacchiere dei capitoli precedenti. Ecco, ecco… le sinapsi stanno preparando delle domande, le tipiche domande di chi è curioso… oh… ah! Chi è il mandante? Perché l’ha fatto? Come reagiranno le donne del circolo? Si batteranno per salvare il loro progetto?
Cioè, voi vi aspettate che Punto pieno risponda a queste domande, ovvio. State pensando che nel mio riassunto ho trascurato di raccontare quel che accade tra il fatto e la chiusura definitiva del Circolo. Sì, eh? Be’, invece sappiate che, dopo aver raggiunto l’acme dell’azione, il nostro romanzo entra in un periodo refrattario destinato a durare per l’eternità:

Sulla porta del salone era stata gettata una latta di vernice nera che era rotolata nel cortile lasciando una lunga scia di colore. […] [S]edie e tavoli erano rovesciati a terra, la boiserie era stata divelta, in mezzo al salone troneggiava una catasta annerita in cui si riconoscevano gambe di sedie, lembi di tessuto bruciato. […] Se l’erano presa anche con il Cristo ignudo, che giaceva a terra, lungo e disteso, morto due volte. […] Qualcuno si era anche liberato su un lenzuolo, il bordo decorato da un ingenuo motivo di nodi d’amore verde chiaro. Sulla parete di destra, la scritta in vernice nera: BUTTANE.

Dopo quella spaventosa giornata di maggio […] ci guardammo intorno sgomente. […] Tutti sapevano che la distruzione del Circolo conteneva un’arrogante minaccia, ma nessuno vi faceva cenno: sarebbe stato troppo complesso e troppo coinvolgente. Discutemmo a lungo per decidere se valesse la pena continuare o, visto che oltretutto noi invecchiavamo e il gruppo di ricamatrici si stava progressivamente assottigliando, se non fosse il caso di rinunciare. Infine, il Circolo fu chiuso. […] Ci eravamo interrogate sulle ragioni di quell’oltraggio, ma dare una risposta non era facile, […] alla fine arrivavamo a un punto morto: avevamo dato fastidio a qualcuno? C’erano conti aperti della nostra famiglia di cui non sapevamo? Certo, la lunga familiarità con il mondo della prostituzione ci aveva attirato ostilità ingovernabili […].

Oh, caz… hanno dato fuoco al Circolo del ricamo! E hanno buttato a terra un crocifisso! Ma soprattutto, ed è questo che più fa male, si sono “liberati” su un lenzuolo! No, no, non va bene, le nostre eroine devono proprio mollare tutto, e subito. Capite? D’accordo, passi il rogo, e passi anche il crocifisso, ma quell’altra cosa… eh no, eh, le coperte raspose, no!
Be’, in fin dei conti, dobbiamo notare, le protagoniste sanno che si tratta di “un’arrogante minaccia” (nonostante non abbiano idea del perché siano state minacciate), perciò indagare un pelino più a fondo, dopo essersi fatte due domande, è un po’ una fatica inutile. Così come è una fatica inutile, a quanto pare, rimboccarsi le maniche e non cedere davanti a una… uh… provocazione mafiosa… bravata di qualche sfigato dell’ITIS… mah, non si sa, appunto.
Uhm, forse siete perplessi, ma vi invito a ricordare che, leggendo un romanzo, dovete accettare le “regole” implicite ed esplicite che esso vi impone; ecco, Punto pieno stabilisce una nuova regola: nella sua Palermo degli anni Ottanta, se ti va a fuoco il locale non vai nemmeno a vedere. E no, non perché hai paura che ci siano ancora dei mafiosi nei paraggi. Semplicemente, te ne fotti e torni a fare qualunque cosa stessi facendo. Ossia, niente.

Deve fà i romanzi coi personaggggi!

E va bene lettori, va bene, lasciamo perdere la storia del Circolo. Lo so, è un po’ strano risolversi a mollare praticamente subito, poiché il titolo stesso del libro fa un esplicito riferimento al ricamo, tuttavia è opportuno, se vogliamo provare a dire qualcosa di buono su Punto pieno. E poi, dovremmo aver già elaborato una certa domanda, che richiede al più presto una risposta: se il nostro romanzo conta quasi trecento pagine, e la storia del Circolo è più breve e più sconclusionata dell’atto amoroso di Corona, di che cosa sono piene quelle pagine? No, le parole non sono scomposte, una lettera per pagina. È che ci sono i personaggi.
Oh, oh, mi sembra di vedervi: la trama fa caca… ehm, è inesistente, perché in realtà Punto pieno è un puro romanzo introspettivo. Un bel romanzo introspettivo, un profondo romanzo introspettivo. Capisco il vostro buon cuore, però io non ho detto questo, non l’ho neanche lasciato intendere. Cerco di essere più chiara: ci sono molti personaggi. D’accordo? Moltissimi. Sul serio. Un’infinità. Una valanga di personaggi: Sara, Rachele, Beatrice, sì, e poi Ignazio, Marianna, Matilde, Rosaria… ehm, Loredana Costa, Amelia, Colapì, Filippo… Ema Babnič, Ciccio Cusimano, Angela e Carmela, padre Vincenzo Nasillo… oh, no, continua… Laura, Miss Deborah Taylor, Nora Contorno, Mimmo Inzinna… basta, mi sono scocciata. Ebbene, ci sono questi personaggi e… è tutto.
Ah, siete testardi eh? Mi fate notare che anche Cent’anni di solitudine è strapieno di personaggi: ed è un capolavoro. Sono d’accordo con voi, a patto che la diciate tutta fino in fondo: Cent’anni di solitudine non è eccelso perché ha tanti personaggi, bensì perché Màrquez ha saputo caratterizzarli al meglio, in una maniera unica. Certo, non è facile per un autore gestire i personaggi. E infatti la nostra autrice…
Che posso dirvi? Probabilmente presa da un’incontrollabile smania di dire tutto di tutti, Simonetta Agnello Hornby ha perso di vista i personaggi più interessanti. Immaginate un po’, i (vari) protagonisti parlano, parlano e… non ci raccontano mai nulla di loro. Non ci permettono neppure di dedurre qualcosa sul loro conto. Già, perché spesso si perdono a parlare… uhm, di altri personaggi. Vi faccio un esempio, così capite meglio. A sfiatare la bocca è lo stesso personaggio che ci ha raccontato la fine del circolo, Stellina (non quella Stellina…), figlia illegittima di Enrico Sorci, fratello di Sara e Rachele:

I posti a tavola sono stati decisi da lei e Amelia, alla quale sin da quand’era bambina è stato insegnato a essere un’attenta padrona di casa. Alla sua destra Rita vuole mio marito e a sinistra il cugino acquisito Leonardo, che ama come un fratello. Accanto a Leonardo c’è Matilde, la figlia di Andrea Sorci, una donna di poche parole, e poi Rosa Carte, nipote di Rita, ormai vicina ai sessanta e nubile. Quando entra Carlino è subito festa. Non è cambiato. Come non è cambiata la sua intesa con Mariolina […]. Colapì, il commensale più giovane, alto, ciglia lunghe, mi siede all’altro lato. Dopo di lui viene Sandrina, che è stata messa a capotavola in quanto cugina più anziana e ha alla sua sinistra il notaio Giuseppe Celato, che ha fatto fortuna. Con sua moglie Matilde i rapporti non sono buoni. C’è stato uno scandalo in famiglia, ben nascosto.

Ehi, ehi, lettori, destatevi, o sarò costretta a schiaffeggiarvi per riportarvi alla realtà! Sul serio, che cos’è? Un infodump da manuale, ecco cos’è. Di sicuro a voi piacerebbe scoprire le informazioni a poco a poco, godendovi la narrazione, e vi piacerebbe che tali informazioni fossero utili: be’, invece da altre parte non la pensano così, e trovano che affibbiare a uno dei personaggi principali una logorrea senile zeppa di dettagli superflui sia un’ideona. Gnam!
E se pensate di esservi beccati la cartuccia più dolorosa che Punto pieno aveva nella sua bandoliera, stupitevi, perché vi metterò alla prova con un brano ancor più tosto. Questa volta a riempirci la testa di chiacchiere è Peppe Vallo, ennesimo protagonista ed ennesimo figlio illegittimo di Enrico Sorci. Ebbene, questo Peppe è un tipo interessante: a differenza della sorellastra Stellina, il nostro non si limita a parlare di altri personaggi, bensì ci racconta… dei personaggi raccontati da un altro personaggio, tale Filippo. Accidenti, lettori, un metainfodump! Non credevo potesse esistere una bruttura simile, eppure… vi dirò, Punto pieno comincia davvero ad affascinarmi:

Da Filippo si mangia bene e il vino è ottimo. Niente si fa mancare. Non è il solo dei fratelli Sorci ad amare il lusso e l’ospitalità, ma è il solo a poterseli permettere […]. Filippo è ambizioso; cerca potere e denari attraverso i miei contatti politici e professionali. E io lo assecondo […] in cambio, lui soddisfa la mia curiosità sulla famiglia Sorci […]. Nei riguardi di Andrea è impietoso […]. Dice che Andrea niente ha mai fatto di buono […], e che è incapace di tenere a bada il figlio maggiore, Antonio, noto farabutto e imbroglione. […] Non solo Antonio ha voluto amministrare i beni di famiglia e le terre ereditate dal padre, rivelandosi rapace e disonesto, ma ha circuito le vedove e le zitelle abbienti del parentado […] Della figlia femmina, Matilde, so solo che è sposata con un notaio, mentre Carlino, l’ultimo nato – che non è figlio di Andrea ma di Cola – convive con un suo coetaneo, Emilio Greco, che appartiene a una famiglia di imprenditori, molto benestanti.

Credo di aver capito qualcosa del nostro romanzo. Praticamente, succede questo: i personaggi di Punto pieno non si concentrano mai, ma proprio mai, su loro stessi, perché non ne hanno il tempo. Come è possibile, dite? Semplice: sono troppo occupati a comportarsi da narratori onniscienti, descrivendo… be’, sì, descrivendo la trama e tutti gli altri ninnoli che compongono (di solito) una storia. In sostanza, ci troviamo per le mani un romanzo il cui contenuto è una specie di lettura del romanzo stesso da parte dei personaggi. Nah, ma che dico, se fosse così sarebbe una sperimentazione interessante. Punto pieno è solo un parallelepipedo cartaceo (o un file) che si è dimenticato di fare lo screening periodico per la prevenzione dell’infodump. Ed è un peccato, concedetemelo, perché la nostra autrice ha in effetti (miracolosamente) concepito qualche personaggio che avrebbe meritato un’evoluzione più dettagliata e approfondita.

La scelta di Pepphie

Peppe Vallo, proprio lui. Sorpresi? Oh, lettori, ma Peppe non è soltanto un bastardo (nel senso etimologico) logorroico, è anche un avvoca… uhm… be’ è un bastardo logorroico, ma non vuol dire che non abbia una personalità interessante. Ad esempio, nutre sentimenti contraddittori nei confronti del padre: da un lato prova repulsione e senso di rivalsa, perché il genitore uno (o è il genitore due?) non l’ha mai accolto in famiglia, dall’altro lato, proprio da lui vorrebbe farsi amare. E non è tutto: proprio così, il nostro personaggio deve fronteggiare anche dei guai “esterni”, oltre a quelli interiori. Infatti, anni dopo la morte di Enrico Sorci, Peppe scopre che il fratellastro Andrea (sì, il vecchio Sorci è un satiro… ma almeno questo Andrea è un figlio legittimo) ha ucciso una domestica. Peppe deve dunque prendere un’importante decisione: dovrà decidere se il suo migliore amico, una crostata parlante, vivrà o… oh, scusate, errore mio, quella è un’altra storia. No, Peppe deve decidere se voltare le spalle per sempre a una famiglia di cui non ha mai fatto ufficialmente parte, oppure difendere il fratellastro assassino, incolpando degli innocenti. Uhm, capite da voi che il dilemma di Peppe è dilaniante, e in tutta sincerità credo che alcuni autori riuscirebbero perfino a scrivere un romanzo di trecento pagine concentrandosi unicamente su tale evento. Ma Simonetta Agnello Hornby non è alcuni autori, e ha un suo modo di fare le cose: incontriamo la voce spirituale amica del nostro Peppe…

Peppe, mi ascolti? Vuoi sapere di più su tuo padre? Non era cattivo…
[Parla Peppe] […] Subito ripenso a come trattò mia madre, e allora maledico lui e la voce. No, non voglio sapere nient’altro su mio padre, mi basta quello che so: non mi ha voluto, non mi ha amato.
La voce insiste: Peppe, ascolta, concentrati sulla tua felicità, quella che ti meriti […]. È facile dimenticare e poi perdonare, Peppe, se segui il metodo antico. Prendi un bicchierone d’acqua e siediti […]. Ricorda tutte le malefatte di tuo padre, una per una. Pensaci, soffri, maledici, e poi bevi un sorso d’acqua. L’acqua scende nella gola, tu inghiotti, e mentre inghiotti dimentichi. […]
Bevi ancora. Mentre dimentichi, inizia a perdonare, poco alla volta. […] Dimentica, Peppe, perdona… E in tono più leggero la voce aggiunge: Goditi la vita!
Ho capito, borbotto tra me, chiunque tu sia, voce della coscienza o voce dei Sorci. Adesso però lasciami in pace.
Ma non riesco a staccarmi dalla finestra, mentre il bicchiere d’acqua si svuota.
Adesso, dopo il perdono, devo inghiottire l’angoscia […].

Peppe è uno schizofrenico. Nah. Cioè, potrebbe esserlo, dopotutto non ci sono informazioni che neghino apertamente questa interpretazione; tuttavia, dobbiamo anche notare che Peppe è considerato da tutti i personaggi (e in tutto l’arco del romanzo) un grande uomo d’affari, un autentico vincente. Pertanto, uhm, l’idea che soffra in realtà di disturbi mentali è un po’ stiracchiata. Oltretutto, il nostro eroe parla con la voce soltanto nel brano che ho riportato; quando decide infine… attenti, c’è uno spoiler… sì, quando decide di far ricadere i sospetti su alcuni poveracci per salvare il nome dei Sorci, allora la voce della coscienza non si esprime. E dunque, che cosa ci conviene concludere, per rimanere in buoni rapporti con la logica e farci invitare a cena da lei? Questo: anziché impelagarsi in un complesso discorso etico e morale, la Agnello Hornby ha pensato bene di ricorrere a un semplice e comodo deus ex machina. Infodump, metainfodump, e deus ex machina. Non male, eh?

Sono fuori dal tunnel, ma poi ce n’è un altro

E il bello è che l’ormai amatissimo Peppe non è nemmeno l’unico personaggio il cui potenziale è stato miseramente sprecato. Altrettanto interessante è Harry (sì, proprio così, Harry, anche se si chiama Enrico). In poche parole, è il figlio che nasce dalla relazione fra il nostro eroe e la giovane Mariolina Sorci, figlia di Filippo, fratellastro di Peppe… ah, il mal di testa! Ora, a causa della differenza d’età che la separa dal marito (circa quarant’anni), Mariolina rimane vedova già all’età di trentacinque anni, ritrovandosi dunque a crescere Harry pressoché da sola. Ebbene, per gran parte del romanzo… oh, ma non si parla praticamente mai di Harry! Perlopiù è descritto come un ragazzino bello e allegro… già. Be’, fa lo stesso, perché a un certo punto ci ritroviamo nel 1988, e magia! Il ragazzino allegro è diventato un tossicodipendente. Vi dirò, scopriamo questa triste e del tutto gratuita notizia in un modo che definirei quasi surreale: alcuni amici aprono gli occhi a Mariolina rivelandole come stanno le cose e… oh, solo in quel momento la vigile madre si accorge che in effetti Harry non è proprio proprio bello e allegro. Eh, sapete, a quanto pare è molto magro e ha il volto scavato. Com’è, come non è, una sera Harry viene pedinato da sua madre, la quale riesce a trovare la conferma definitiva alla soffiata degli amici:

Harry sta con la testa rovesciata all’indietro, non mi vede. […] Poi Harry solleva il capo, apre gli occhi e, dopo quella che mi sembra un’infinità di tempo, mi riconosce. Sorride. […] e mi dice che lo sapeva che prima o poi sarebbe accaduto, e che è contento di vedermi lì. “Mamma, io sono un uomo infelice,” dice […].

Ah, be’, dici niente! Harry è un infelice. Ed è curioso che sia un infelice, perché apparentemente non ne ha motivo. Sì, Mariolina appartiene a una famiglia baronale, e in più ha sposato un avvocato: il nostro Harry, almeno dal punto di vista materiale, se l’è sempre passata bene. Certo, certo, i soldi non danno la felicità. E infatti… uhm, vi ho già detto che Harry è bello, ed effettivamente piace sempre a tutti, tanto che le ragazze gli si buttano ai piedi. D’accordo, anche se uno ha un sacco pieno di belle figliole non è detto che sia felice, e… oh andiamo, qualcosa ci vuole perché uno sia infelice, no? Appunto, se Harry ha tutto ciò che un uomo può desiderare dalla vita, la sua misteriosa infelicità è forse dovuta a una depressione mai curata. Oppure, le varie fortune gli hanno impedito di integrarsi del tutto fra i suoi coetanei. Oppure, ancora, il nostro ex bambino felice ha forse subito l’assenza di una vera figura paterna. Insomma, l’infelicità di Harry ci incuriosisce, non trovate? Ed è quindi naturale che ci interroghiamo sulla sua origine. Bene, indovinate un po’? Di nuovo, tutte le nostre domande sono destinate ad andare in bianco, al contrario di Harry. Il brano che ho sopra riportato è parso alla nostra autrice più che sufficiente, perciò l’animo dello sfortunato personaggio non sarà indagato oltre. L’intera vicenda si conclude frettolosamente, in un paio di pagine: Harry è ricoverato nella comunità Saman, dove sembra migliorare sotto la guida di Mauro Rostagno (che per l’occasione diventa un personaggio letterario, perché… boh). Ma noi sappiamo che Rostagno viene assassinato da Cosa Nostra proprio nel 1988: quando il fattaccio accade anche in Punto pieno, ecco che Harry sembra animato da uno spirito di giustizia e di rivalsa, e dichiara di voler dedicare la propria vita ad aiutare i tossicodipendenti, seguendo le orme del suo salvatore. Ma subito ricade nel tunnel della droga e muore. Cosa? Mi accusate nuovamente di aver esagerato con la sintesi? E allora leggete:

La notizia della morte di Rostagno mi giunge direttamente da Harry: è in lagrime, articola le parole a fatica, l’hanno aspettato, gli hanno sparato a pochi metri da Saman. Dice “La mafia”, e mafia è. C’è chi parla di un regolamento di conti interno, ma è fango, puro fango. Che cosa ne sarà di Harry, a questo punto? Mi dice che resta, che vuole restare. Forse il suo destino, una volta disintossicato, è occuparsi di “tossici”. Perché no? Ma l’illusione non dura.
A novembre mi informano che ha lasciato Saman. Per qualche giorno non si sa nulla. […] Si è rifugiato in una villa a San Martino delle Scale […]. Quando Stellina arriva, la mattina del 24 dicembre, è troppo tardi. […] Harry è perfettamente seduto su un divano del salotto, il capo appena recline, senza vita.

Occhei! Abbiamo tutti gli elementi utili per costruire un viaggio dell’eroe più che dignitoso: un ragazzo straricco eppure insoddisfatto, un guru, un evento drammatico, la necessità di andare avanti anche senza il maestro. Oh, e non ve l’ho detto, c’è anche il solito dilemma morale: il carissimo Peppe (che, vi ricordo, è sempre il padre di Harry) ha fatto la sua fortuna anche grazie ad alcuni accordi con Cosa Nostra, perciò il nostro giovanotto tormentato ha l’occasione di diventare finalmente un uomo, ripudiando suo padre e le sue scelte per aderire con piena consapevolezza a un diverso modello etico. Be’, ma uno non è obbligato a sfruttare le occasioni, giusto? E infatti Simonetta Agnello Hornby prende la bella occasione e la getta nel gabinetto, facendoci leggere una specie di verbale compilato da qualche ufficio territoriale del nostro burocraticissimo Paese: siamo aggiornati sulle nascite, sui matrimoni, sulle morti, sul porro di questo, sulle emorroidi di quello, e… basta.

Perdente, però magnifica

Lasciamo i personaggi, via. Ma state tranquilli, ritroviamo implacabile la stessa narrazione superficiale. La Agnello Hornby, benché all’inizio della recensione vi abbia fatto intendere il contrario, tratta anche degli eventi storici che scuotono la Sicilia nel secondo dopoguerra. “Anche”, mi raccomando. Ecco, che mi raccomando a fare? Voi già vi aspettate che i personaggi del romanzo siano perfettamente ritratti in armonia con l’atmosfera di quegli anni, atmosfera animata ora dalla sorpresa per il coraggio di Franca Viola, ora dallo sgomento per l’assassinio di Falcone. No, no, no! Mettetevelo in testa! Nel migliore dei casi, i personaggi ci riservano una formalissima lezioncina di storia

Lina Merlin è entrata nella nostra vita nel 1958, quando è stata promulgata la legge che porta il suo nome e che dal 20 febbraio di quell’anno ha chiuso le case di tolleranza. Era da tempo che se ne parlava, e le opinioni erano discordanti. Infine, l’approvazione. […] Ora questa legge, mettendo fine alla prostituzione legale, ha provocato il paradossale effetto di introdurre dei reati – sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione da parte di gente senza scrupoli – e ha privato le donne del diritto all’assistenza sanitaria da parte dello Stato.

Nel migliore dei casi, ma ci sono anche i casi peggiori. Ebbene, in questi ultimi, oltre alla lezioncina di storia, siamo costretti a sorbirci tremendi sermoni sulla moralità:

“Quella giovane Montesi,” disse una volta Sara, […] “se avesse passato più tempo a ricamare non sarebbe finita dentro i torbidi maneggi della società corrotta che l’ha uccisa.” Alludeva a un fatto di cronaca che da anni occupava le pagine dei giornali: la ventenne Wilma Montesi era stata trovata morta sulla spiaggia di Torvaianica e, nel corso del tempo, erano uscite storie di festini in cui erano coinvolti politici e personaggi in vista della capitale.

Uff… e questo mi pare l’unico commento possibile, davanti a esempi del genere.

Ora, lettori, vi chiedo di seguirmi ancora un po’, perché credo sia doveroso fare un confronto fra Punto pieno e un altro romanzo, di cui vi ho già parlato in passato. Eh, anche quello, forse ve lo ricordate, narrava di una famiglia siciliana che affronta il Novecento e le sue asperità. Sto parlando di Elda: vite di magnifici perdenti, di Maria Adele Cipolla. Quando l’ho recensito sono stata severa, perché in effetti il romanzo ha più di un difetto, soprattutto per ciò che riguarda la forma: difetti tipici di chi ancora non è del tutto esperto dell’arte, nulla di troppo grave. Tuttavia, anche se il mio giudizio rimane, non ho dubbi: Elda: vite di magnifici perdenti è molto, molto, molto… ma molto meglio di Punto pieno.
Innanzitutto, la trama pensata da Maria Adele Cipolla è chiara e coesa. Il tema principale è l’evoluzione di una famiglia prima totalmente devota al comunismo e poi delusa dal compromesso storico. La famiglia è numerosa, però, e dunque la trama non si concentra soltanto sul canovaccio “politico”, bensì indugia pure sulle vite strettamente private dei personaggi: gravidanze, divorzi, aborti, matrimoni, figli in crisi adolescenziale, insomma, chi più ne ha, più ne metta. Proprio come in Punto pieno, eh? Uhm, c’è una sostanziale differenza. In Elda: vite di magnifici perdenti è evidente che si tratta di cosiddette side stories. In Punto pieno, e l’abbiamo visto insieme, la storia del circolo di ricamo è troppo blanda per considerarsi il nucleo del romanzo; soprattutto, non è il centro cui convergono tutti i personaggi (al contrario di ciò che accade con la trama principale scelta da Maria Adele Cipolla). Ad esempio, che c’entra il solito Peppe Vallo con il circolo? Non partecipa mai, non se ne interessa mai, non ci passa nemmeno vicino!
Non è tutto. Maria Adele Cipolla fonde a dovere la finzione narrativa con la realtà storica, tanto che gli avvenimenti fantasiosi vissuti dai personaggi difficilmente si potrebbero credere, appunto, finti, se fossero esposti con un tono serio insieme a fatti veramente accaduti. Per dirne una, l’ostracismo che negli anni Cinquanta la comunità siciliana riservava ai comunisti è ben descritto, e i protagonisti di Elda: vite di magnifici perdenti si muovono verosimilmente in tale contesto. Per farla breve, Maria Adele Cipolla parla sì dei classici temi universali, ma li modella quanto basta perché si inseriscano pienamente nella Storia che pure intende riportare nelle sue pagine; in tal senso, nessuna parte prevale sull’altra, non la realtà sulla finzione, non la finzione sulla realtà, e dunque la narrazione è facilmente intesa nella sua unità e coerenza. Invece, se a Punto pieno togliessimo le sparute lezioncine di storia, che rimarrebbe? Ve lo dico io: rimarrebbero i soliti abusatissimi intrecci a proposito di relazioni clandestine ed extraconiugali, ecco che rimarrebbe.

Corri, info(rrest)dump!

Considerando dunque le due trame, be’, Elda: vite di magnifici perdenti vince a mani basse. Ma lo so lettori, forse immaginate che la pubblicazione di alto livello se la sia aggiudicata Punto pieno perché, a differenza di Maria Adele Cipolla, Simonetta Agnello Hornby ha uno stile invidiabile, da manuale. Ah, ah, ah, no. Lo stile adottato dalla nostra autrice è l’apoteosi del disastro.
Innanzitutto, ho constatato con soddisfazione che la Agnello Hornby non ha corretto nemmeno per caso nessuno dei suoi difetti di scrittura. Gli infodump, ad esempio. Come, dite voi, ancora di quelli dobbiamo parlare? Eh sì, gli infodump sono difetti di trama e anche di stile. L’avete già capito dai brani che ho riportato in precedenza, tuttavia è necessario che voi abbiate davvero chiara l’estensione del problema. La Agnello Hornby non evita mai, e dico mai, di intontirci con informazioni ridondanti e irrimediabilmente inutili. Settimo capitolo, una lettera che Mariolina invia al cugino Carlino…

Caro Carlino,
ti scrivo dalla nave Ausonia. Sono passati due giorni dalle mie nozze con Alfio, che come sappiamo vere nozze non sono, perché non saremo mai marito e moglie in senso biblico.

Oh, no, che palle! Mariolina e Carlino (eh…) evidentemente hanno già parlato del fatto che il matrimonio non sarà consumato (“come sappiamo”): che Mariolina lo ribadisca, e per di più in una lettera, rende l’esperienza di lettura decisamente pallosa. E un tantino cringe. Anche perché questa missiva infodump ripete la faccenda a Carlino e… e anche noi, perché spunta dopo che nel capitolo precedente, il sesto, abbiamo scoperto che Alfio è un omosessuale, un “garruso”, a cui serve una moglie di copertura. Oh sì, ecco quel che ci racconta la madre di Mariolina:

[…] piansi fino alla mattina, svegliando Filippo [il marito]. Lui si arrabbiò […].
“Questo Alfio Buscemi è garruso, perfino tu dovresti essertene accorta! Ma lui e Mariolina hanno gli stessi gusti, si divertono a tirare fuori da terra pietre antiche. E anche se dovesse essere un matrimonio bianco, l’importante è che siano d’accordo su quello che l’uno e l’altra fanno, da soli o in compagnia”.

Per quale motivo ribadire il concetto, allora?! E con una caz… di lettera? Simonetta Agnello Hornby crede che il suo pubblico sia interamente concentrato in un enorme reparto ospedaliero riservato al trattamento della corea di Huntington?
Mah, andiamo avanti, perché c’è con un altro bell’infodumpone infilato a forza in un dialogo. Nel seguente brano, alcune donne del circolo di ricamo discutono del duca di Verdura, icona di stile celebre per i suoi gioielli…

Rita non si era resa conto dell’aumento del lavoro commissionato a Parigi: tante erano le ordinazioni, e se ne chiedeva il perché. Stellina le aveva ricordato che a Parigi le manifatture siciliane erano note fin da prima della guerra grazie ai fantasiosi gioielli barocchi di Fulco Santostefano, duca di Verdura, sgargianti trionfi di pietre preziose, pietre dure, diamanti e perle scaramazze. Il duca di Verdura aveva collaborato con Coco Chanel, e quando si era trasferito negli Stati Uniti aveva lavorato nel cinema e nella moda. […]
“Guadagnò assai, ma, come i suoi antenati, poi scialacquò…” commentò Rita, amaramente. E aggiunse: “Qui a Palermo non è famoso come creatore di gioielli. L’anno scorso ho letto le sue memorie, è un libro molto interessante… Si intitola Estati felici”.
“Certo che Villa Niscemi, la casa di villeggiatura della famiglia di sua madre, è unica, con quella facciata barocca, immersa nel verde della Favorita… Il Comune se l’è comprata e adesso la usa per rappresentanza: per fortuna è stata salvata. Palazzo Verdura, invece, in via Montevergini, porta ancora i segni delle bombe alleate e nessuno se n’è occupato.” E ripensando al duca, Stellina all’improvviso si entusiasmò: “A proposito di Stati Uniti: non potremmo provare a chiedere a vostro cugino Carlino di procurarci qualche contatto?”

Oh, come no?, il duca di Verdura è un personaggio storico interessantissimo, e la nostra autrice è davvero contenta di parlarne, però… deve farlo proprio davanti a noi? Insomma, nessuno menzionerà più Fulco Santostefano in tutto il romanzo, che motivo c’è di riportare così tante e così dettagliate informazioni su di lui? Chi se ne frega! Anche perché notate quanto i dialoghi risultano innaturali, volendo a tutti i costi inserire in essi una specie di biografia…
Sul serio, non sembra nemmeno che i personaggi stiano parlando tra loro: Rita racconta di un libro scritto dal duca e tutti la ignorano, poi, subito dopo, un’altra comare parla della casa di villeggiatura della madre del duca ed è ugualmente ignorata, infine Stellina tronca del tutto la conversazione e riprende il discorso da dove era stato lasciato, dicendo che gli Stati Uniti… ehi, aspettate un momento… lettori, ve ne siete accorti? Nessuna delle donne ha fatto il minimo accenno agli Stati Uniti; casomai, Rita ha menzionato Parigi. Chi ha parlato degli Stati Uniti è il narratore onnisciente in terza persona, e il narratore onnisciente in terza persona non è un personaggio e non interagisce con i personaggi. Cioè, cioè, Simonetta Agnello Hornby delega così tanto ai suoi personaggi il compito di spiegare e di informare il lettore (compito che dovrebbe essere al più… del narratore?), che a un certo punto dà una martellata in testa al suo narratore e lo declassa al rango di un Peppe o di un Carlino. Oppure la nostra autrice vuole in qualche modo indurci a credere che anche Stellina, come Peppe, sente delle voci, chissà…

The show tell must go on

Va bene, respiriamo. Fatto? Riprendiamo. Strettamente correlato all’abbondanza di spiegoni è un altro difetto stilistico di Punto pieno, ossia lo squilibrio fra mimesi e diegesi. Ah, giusto, bisogna parlare bene, come insegnano ai nuovi corsi di scrittura creativa: in Punto pieno c’è una marcata disarmonia fra “showing” e “telling”. Abbiamo già discusso di show don’t tell, e abbiamo portato a casa questa conclusione: talvolta far “vedere” una scena è utile, tuttavia in certi casi è del tutto superfluo, e allora è meglio “riassumere”. Ecco, potete intuirlo da voi, la Agnello Hornby va sempre per il telling. Telling a tutto spiano? Telling, o non telling? Telling, telling, telling! Consideriamo qualche esempio, va’…

La quarta protagonista di questo quadrato, sbilenco ma solido, è stata mia [di Cola, ulteriore figlio illegittimo del satiro Enrico Sorci] moglie Margherita: una donna possessiva e scortese, che quando Laura è entrata nella mia vita ha dominato la scena con la sua sventata prepotenza. Dopo l’accordo con le Tre Sagge [Sara, Rachele e Beatrice], sono stato costretto a sopportare il suo sarcasmo e la spietata crudeltà nei riguardi di Carlino [figlio di Cola e di Laura, moglie del fratello Andrea]. È stata lei, la sua madrina di battesimo, a incoraggiarlo quand’era bambino a vestirsi da femmina e lo invitava nella sua camera da letto per farlo sedere davanti alla toilette e imbellettarlo: una farsa maligna alla quale sia Laura sia io abbiamo dovuto piegarci, per timore di guai peggiori.

Una moglie tradita e umiliata si vendica umiliando a sua volta un bambino privo di colpe. Il tema è bello tosto, un innocente “torturato”. Ecco, proprio perché si tratta di un tema di grande impatto emotivo, l’autrice avrebbe dovuto optare per uno showing, scendendo nei dettagli e dando così il giusto rilievo a una scena che ha causato grande dolore nel personaggio narrante. Cola, invece, ne parla frettolosamente e in maniera superficiale, sminuendo di fatto la tragicità degli abusi. Alla fine, abbiamo l’impressione che Cola sia più che altro infastidito dall’atteggiamento di sua moglie, e che dopotutto non ne abbia fatto una tragedia. Già, peccato che il pressapochismo con cui Cola racconta la scena strida fortemente con il turbamento provocato in noi che leggiamo.

Passiamo a un altro brano, in cui, di nuovo, la Agnello Hornby liquida con un po’ di telling una scena emozionante:

Rico mi [Rita] guarda: “Hai mai sentito parlare del panno umido?”.
“Non capisco, che vuoi dire?”
Toglie la mano dalla mia, si alza. Con frasi smozzicate, Rico mi racconta dell’antica usanza siciliana, diffusa tra i ricchi come tra i poveri, di uccidere alla nascita le figlie femmine non volute.
“Quelle bambine nella cappella? È di questo che mi stai parlando?”
Fa sì con la testa.

Lettori, qui lo squilibro fra showing e telling è ancor più grave rispetto al brano precedente. La scena comincia con un dialogo (puro showing, giacché non c’è nessun narratore a mediare fra noi e i personaggi), ma poi, proprio quando la tensione inizia ad aumentare e aspettiamo trepidanti la risposta di Rico alla domanda… il narratore (Rita, stavolta) si intromette e riassume in quattro parole ciò che Rico intendeva. E quando ormai tutta la tensione è andata a farsi benedire, allora il dialogo ricomincia. Ma andiamo, lettori, il brano è talmente male eseguito, che mi viene quasi il dubbio: Simonetta Agnello Hornby sta cercando deliberatamente di autosabotarsi? Forse non ne può più di scrivere di baroni siciliani?

Il tuo romanzo è in paradiso. Ceci, lenticchie e riso.

Mah, quel che è certo, è che Punto pieno è veramente confusionario. Ma per la nostra autrice non è sufficiente. Lo scompiglio non le è sembrato adeguato al suo genio artistico, perciò ha deciso di aumentarlo con una raffinata tecnica: il cambio di argomento. Uhm, non mi sembrate spaventati, eppure dovreste. Cerco di spiegarmi meglio. I cambi di argomento non sono di per sé il problema, è che sono… sono bruschi. Bruschissimi. Delle bruschettone, praticamente. E sono anche senza senso:

Sara e Rachele ricordavano un pomeriggio di settant’anni prima, in campagna, in cui erano sedute a ricamare in silenzio insieme alla giovane cognata Rosaria e si erano accorte che sulla tovaglia di bisso di lino che aveva tra le mani piovevano lagrime: l’istinto sarebbe stato quello di deporre l’ago, ma avevano continuato a lavorare come se niente fosse. Finché, consolata da quel silenzio operoso, poco dopo Rosaria aveva trovato la forza di sussurrare: “L’ho mandata io in cielo, Marianna”. Non c’era stato bisogno di aggiungere altro. Rachele si era protesa a carezzarle la mano: “Dio ti perdona. Tua figlia è in paradiso”.

Eh? Avete letto questo brano, immagino. E allora vi sentite come me quando l’ho incontrato per la prima volta: commossi, pieni di pena per Rosaria, la quale è stata costretta a uccidere una sua figliola, ancora in fasce, e solo per salvaguardare il patrimonio di famiglia. Certo concorderete con me, si tratta di una scena drammatica, in cui emerge il dolore di una madre che ha dovuto sopprimere il naturale istinto materno. D’accordo, parliamo di artrosi:

Rachele si era protesa a carezzarle la mano: “Dio ti perdona. Tua figlia è in paradiso”.
Sara riferiva orgogliosa che persino il medico le aveva raccomandato di ricamare il più possibile per mantenere le dita agili.

Ma che cazz… o?! È l’esclamazione che avete pensato, lo so. Quel che non so è il processo creativo (o cretino) alla base di una simile scelta narrativa. Insomma, posso supporre che l’autrice non riesca a sviluppare bene la trama perché non percepisce l’ideale ritmo di una storia, e posso anche supporre che dietro agli infodump nei dialoghi si celi il bisogno di spiegare al lettore senza scomodare troppo il narratore… oh, via, per certi errori riesco a immaginare una causa plausibile e a indovinare il probabile obiettivo dello scrittore. Ma per il caso esemplare che vi ho appena proposto getto la spugna, non ho proprio idea di che cosa passasse per la testa della Agnello Hornby quando ha introdotto un episodio così tragico e lacrimevole, solo per attirare l’attenzione sulle agili dita di un’anziana. Il prossimo passo quale sarà, raccontare di un uomo sciancato, morto per salvare da un’auto pirata un bambino cieco e il suo vecchio, fedele cane, concentrandosi poi sul fatto che il cadavere scoreggia per i gas formatisi al suo interno?
Oh non c’è tempo per le congetture, c’è un altro spassosissimo cambio di argomento…

[Parla Mariolina] Ci sono sere in cui lascio Harry a mia madre e vado al cinema. Ho visto 2001: Odissea nello spazio, ho visto Funny Girl e mi sono innamorata di Omar Sharif, che poi Peppe da giovane doveva essere davvero un po’ come lui, anche con l’occhio melanconico e il baffo curato. L’ultima volta, entrando in sala, mi è tornato in mente all’improvviso che proprio in un cinema Peppe mi diede il primo bacio e io mi sentii sciogliere.

Ah, ah, indovino di nuovo il vostro stato d’animo: siete pervasi da un senso di nostalgica dolcezza, come solo il ricordo del primo intenso amore sa dare. E vi aspettate che il brano prosegua su questo tono, magari allontanandosi dalla tenerezza per sprofondare nella più cupa nostalgia. Non è forse questo ciò che accade quando ci viene in mente un ricordo felice, e ci rendiamo poi conto che appartiene a un passato ormai perso e irripetibile? No…

[…] proprio in un cinema Peppe mi diede il primo bacio e io mi sentii sciogliere.
Mio padre sta morendo, ha perso nozione di sé, ma comanda come ha sempre comandato.

… ti voglio bene

Bene lettori, è arrivato il momento di salutarci, e di salutare per la seconda volta Simonetta Agnello Hornby. Facciamo il punto su Punto pieno (perdonatemi)? È un… un coso estremamente goffo, dall’inizio alla fine. La trama è confusa, i personaggi sono invadenti e sono appena abbozzati, il contesto storico è nebuloso, il pathos è assente, forse perché rapito e rinchiuso dall’autrice in un cassonetto dell’immondizia. Ma, ehi, guardiamo il lato positivo: Simonetta Agnello Hornby, come Francesco Carofiglio, è un’autrice senza particolari pretese, che vuole soltanto raccontare una storia. Lo fa male, sì, tuttavia lo fa con una certa ingenuità e con un certo genuino candore, e forse è per questo che non riesco a essere arrabbiata con lei. Leggere i suoi libri è a tutti gli effetti come ascoltare una storia raccontata dalla dolce, cara nonnina: perde il filo del discorso, indugia su dettagli inutili a proposito del parentado, e non arriva mai al punto. Ed è anche per questo che non si può fare a meno di volerle bene. Dai, su, volemose bene! E se anche voi vi volete bene, volete bene a Il pesciolino d’argento, e volete bene a Simonetta Agnello Hornby, Punto pieno vi aspetta. In qualche modo, sono sicura che riuscirete a fare con esso una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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