Premio (Mezza)Strega 2021

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L’orrida cinquina

Nel panorama letterario italiano, c’è un premio assegnato con onestà da una giuria sincera e disinteressata. Un premio che riconosce le capacità di uno scrittore, facendo entrare a buon diritto la sua opera fra quelle meritevoli di uno studio attento nei tempi a venire. È un premio associato a un liquore, caldo e pieno di spirito.
Questo sigillo di garanzia è il Premio (Mezza)Strega. Sì, il premio che Il pesciolino d’argento è orgoglioso di conferire all’autore del libro più brutto, più raffazzonato, più puzzone e peggio scritto che sia stato recensito nel corso dell’anno. Come dite? Il liquore? Be’, lettori, è ovvio che sia associato al premio: dopo aver letto tutte le porcherie in lizza, serve per digerire (o per dimenticare) le varie brutture.
Ma bando alle ciance! Nella seguente, orrida cinquina troverete di tutto: oscenità, dialoghi atroci, personaggi irrealistici, trame assurde e tanta, tanta, tanta ignoranza. Tanta.
Perciò cari lettori, indossate il vostro smoking migliore e godetevi la classifica ufficiale, definitiva e distruttiva del premio più dissacrante e controcorrente, il Premio (Mezza)Strega!

5 – Cara pace, di Lisa Ginzburg

Quinto posto… uhm… Lisa Ginzburg. Cara pace si è fermato alla dozzina del Premio Strega (quello tutto intero), ma qui gli rendiamo giustizia e lo inseriamo nella meritata cinquina. Calma, calma, lettori, lo so, vi stupisce che un romanzo concepito apposta per vincere uno dei premi più importanti dell’editoria italiana… non abbia vinto. Con quel cognome stampato sulla copertina, poi! Sapete che c’è? Sono perplessa anch’io, perché Cara pace non difetta proprio di nulla: trama abbozzata e inconcludente, personaggi realistici quando la dignità e abolizione di ogni loro sviluppo psicologico; il tutto raccontato con uno stile ingarbugliato, contorto… sbagliato. Insomma, non è assolutamente possibile nutrire dei dubbi sulla bruttezza di Cara pace, ma sappiamo bene che per entrare nella cinquina del (Mezza)Strega non è sufficiente essere brutti; ci vuole qualcosa di più: bisogna essere ridicoli e assurdi. E gli elementi ridicoli e assurdi di Cara pace sono tre. Tre, che valgono “solo” un cinque.

Innanzitutto, è ridicolo l’entusiasmo smodato dell’autrice per l’espressione “cara pace”. Ve ne sarete resi conto, si tratta di un gioco di parole che associa una sensazione di serenità a lungo anelata all’immagine di una corazza che consente di proteggersi e di isolarsi dalle avversità. In sintesi, il messaggio è questo: innalzare uno scudo fra sé e il mondo è l’unica maniera per poter essere sereni. Ora lettori, voglio tralasciare il fatto che un titolo del genere starebbe a pennello su un romanzo che parla di un’asceta, e non su uno in cui la protagonista (Maddalena) è sposata, ha figli, una migliore amica, una sorella, e alla fine si riconcilia del tutto con la figura materna. Ma va bene, soprassediamo. Il punto è che Lisa Ginzburg è davvero eccitatissima per il gioco di parole escogitato, le piace follemente, e ce lo ripropone in continuazione, forse terrorizzata all’idea che il suo raffinato ingegno linguistico non venga colto:

In questa mia vita solitaria della tenacia nel dinamismo fisico ho fatto il mio scudo. Il mio carapace – carapace, cara pace.

Il passato, i vuoti che erano stati, le tante ammaccature del mio carapace: piangevo quelle cose insieme. Ricominciavamo a fare l’amore, mi abbrancavo al corpo lungo e magro di Pierre, asciugavo le mie lacrime nelle sue carezze, Dopo i sussulti, molta pace. Cara pace.

Tenermelo per me, protetto dal mio carapace (dalla mia cara pace), non riesco.

Del resto non c’è nulla da commentare, o consigliare. Solo aspettare che passi. Cara pace, carapace. Alla fine della telefonata quel che stavo per chiedere a Nina è se le andrebbe di ospitarmi un po’.

Lettori, per carità, la ripetizione non è un problema di per sé, può avere anzi un significato simbolico. Sì, però… la Ginzburg ripete automaticamente, inserendo senza misura il suo gioco di parole fra trattini e parentesi. Addirittura, nella quarta citazione, la ripetizione non è in alcun modo legata al resto delle parole, è semplicemente sospesa in mezzo al discorso. Non saprei dirvi se si tratta di un qualche tipo di messaggio subliminale, fatto sta che, in quanto a giochi di parole mosci e cringe, la Ginzburg può tranquillamente confrontarsi con Chiara Gamberale.

Passiamo al secondo elemento ridicolo di Cara pace: l’ossessione di Maddalena per sua madre. Oh lettori, se è vero che ogni scarrafone è bello a mamma sua, è anche vero che ogni mamma è bella per il suo scarrafone. Insomma, si spera. Com’è, come non è, l’amore di sicuro rende ciechi, e non è strano leggere di una figlia che prova ammirazione per sua madre. Bene, ma l’ammirazione di Maddalena e sua sorella Nina per la genitrice oltrepassa e sfonda il limite della decenza, sconfinando ampiamente nella morbosità. Ad esempio, ecco come la protagonista immagina e ci descrive il primo appuntamento fra la madre Gloria e il suo amante sudamericano, Marcos:

Quel giorno mia madre aveva accompagnato Marcos prima al Foro Romano, poi al Pincio. Una cicerone perfetta […]. Il suo spagnolo era scarso, dunque avevano comunicato poco, ma di trovarsi insieme erano contenti, l’impaccio dei loro scambi li divertiva. «Vedi, qui prima c’erano tanti gatti» […]. «Gatti… miao!» Gloria s’era sbracciata a spiegare, indice e medio delle due mani posizionate a «vu» sulla testa per imitare le orecchie feline. Aveva persino ondeggiato le anche nel gesto di muovere una coda immaginaria, e la grazia e la sensualità con cui muoveva il sedere avevano fatto girare molti passanti – il fondoschiena di mia madre, come quello di Nina: sensazionali.

Lettori, questo brano è… cioè, è perverso, dai. Tanto per dirne una, è davvero molto strano che un figlio romanticizzi così tanto l’incontro fra uno dei suoi genitori e il rispettivo amante, soprattutto quando l’incontro è, come nel nostro romanzo, la causa della rottura del nucleo familiare. Inoltre… caspita lettori, soltanto a me pare che la Ginzburg stia raccontando una scena degna di un hentai furry? Insomma, una donna dal sostanzioso fondoschiena che sculetta mimando di essere un gatto è tanto osé, e di un osé strano, un po’ nipponico, ecco.

Ma forse il reale motivo per cui vale la pena inserire Cara pace nella nostra classifica è lo stile della Ginzburg, al cui confronto quello di Luca Giurato pare classico. Sì lettori, è il terzo elemento demmer… ehm. Abbiamo letto insieme diversi libri sgrammaticati, ma lo stile della Ginzburg è diverso: è quasi creativo nel suo essere privo di senso. Insomma, l’autrice non si limita agli errori banali come quelli commessi dalla nostra amata Camilla Boniardi, ma si impegna per rendere complicati e incomprensibili dei concetti in realtà molto facili da esprimere. Eccovi una piccola chicca che non avete letto:

A farmi vincere la noia conta che mi muovo tanto. Cammino moltissimo. Ho scarpe adatte, di quelle che hai l’impressione ti mettano le ali ai piedi. Reebok, Nike, New Balance – nel corso degli anni ne ho sperimentati molti modelli e marche. L’insegnamento di Mylène [la tata] non si è sbiadito: l’attività fisica anche a Parigi ho fatto in modo di valorizzarla, renderla una presenza quotidiana costante.

Ah lettori, non c’è che dire: lo stile della Ginzburg è proprio un frankenstein di frasi costruite in maniera inutilmente lunga. “A farmi vincere la noia conta che mi muovo tanto”, che diavolo è? “Lo sport mi aiuta a vincere la noia” è troppo lineare per essere considerato, che so, degno di un testo letterario? E che dire dello sproloquio sulle marche di sneaker? Non c’entra nulla, non ci dà informazioni utili, sembra una pubblicità estemporanea. E ancora, “l’attività fisica anche a Parigi ho fatto in modo di valorizzarla”: perché inserire un’inutile particella pronominale, quando basterebbe scrivere “anche a Parigi ho fatto in modo di valorizzare l’attività fisica”? Mah!
Basta, questa bruttezza sta diventando fastidiosa. Sono contenta che Lisa Ginzburg sia finalmente entrata in una cinquina, ma sono anche contenta che non vada oltre il quinto posto. Celebrarla ulteriormente sarebbe stato, meh, eccessivo. Vai col prossimo!

4 – Buonvino e il caso del bambino scomparso, di Walter Veltroni

Walter Veltroni, lettori. Un posto in questo (Mezza)Strega 2021 se l’era assicurato, e afferra saldamente il quarto. Io vi avevo subito avvertiti, e infatti i gialli dell’ex sindaco sono diventati un caso editoriale, una trilogia che ha già fatto scuola (nel senso che, considerate le schifezze che propinano ai nostri alunni, saranno stati sicuramente proposti come letture delle vacanze). Bene, sono un caso editoriale, ma io direi che prima ancora sono un caso clinico, e vi ho spiegato i motivi sin dai tempi di Assassinio a Villa Borghese. Oh sì, immagino vi stiate domandando come mai il premio se l’è aggiudicato il sequel e non l’originale: vi confesso, Assassinio a Villa Borghese inizialmente mi stava piacendo. Niente di che, però aveva quel fascino unticcio e demenziale delle care vecchie commedie degli Anni di piombo; inoltre, mi faceva sorridere l’idea che un politico di primo piano coltivasse delle inclinazioni caciarone e “popolari”. Sì, figuriamoci. Le inclinazioni erano ben altre! Omicidi truculenti, dettagli morbosi e scemenze scabrose (e sottolineo “scemenze”), ecco di che cosa ho scoperto essere fatta l’anima di Assassinio a Villa Borghese: di quello ha voluto parlare Veltroni, e fin dall’inizio. La trama, meh, semplicemente una scusa per inserire infanti squartati e altri gioiellini; talmente una scusa, da essere piena di buchi e di trovate così ingenue che neppure un giallo per bambini (“per”, non “sui”) avrebbe osato proporsi con un simile canovaccio.

Ebbene, così Assassinio a Villa Borghese. Ora, considerate che Buonvino e il caso del bambino scomparso manca direttamente di quei piccoli sprazzi simpatici, e capirete perché merita di essere in classifica più del suo predecessore. Anzi, considerate che in questo secondo capitolo i buchi di trama diventano delle voragini, e che fanno la loro comparsa elementi ancora più inquietanti. E non inquietanti in senso positivo, fanno paura non al pensiero della storia, bensì al pensiero che qualcuno si diverta a costruire delle situazioni tanto contorte. Ma andiamo con ordine. Volete sapere dei buchi di trama? Be’, ce n’è uno bello grosso, cui ho accennato nella recensione. Sì, sto parlando del COVID-19: di punto in bianco, il romanzo comincia a parlare della pandemia… continua a parlarne per qualche capitolo… sì… e poi puff!, tutto è messo da parte. Da lettrice posso soltanto fare supposizioni, me ne rendo conto, però… oh, via, è naturale dedurre che le parole sul COVID-19 siano posticce, inserite giusto perché “è successo quello e bisogna parlarne”. Secondo me, Veltroni non s’è trattenuto, e immediatamente dopo la stesura di Assassinio a Villa Borghese, tutto eccitato, s’è buttato a capofitto nella melma del seguito; però, però, a guastare la festa è arrivata la pandemia, e avendo avuto il nostro la sfortunata idea di ambientare i suoi romanzi proprio nella contemporaneità, be’, non era proprio possibile far finta di niente. Soluzione, quando ci si trova in un guaio simile? Quella giusta è semplice: fermarsi e ripensare daccapo la trama. Quella sbagliata e più svelta è altrettanto semplice: appunto, inserire qualche riferimento e poi dimenticarsi dell’intoppo. Eh sì, la pandemia non ha nessun ruolo nella trama, dopo la fine della quarantena i personaggi sembrano essere colti da una sorta di amnesia collettiva, perché non si trovano più riferimenti al virus e ai danni che ha causato. Lasciate che ve lo dica, e proprio con queste parole: dopo che il COVID-19 allenta la sua stretta (fatto che Veltroni simboleggia con accoppiamenti a catena, sia animali sia umani), Buonvino e tutti gli altri abitanti del suo mondo se ne fottono della pandemia. Fate un po’ voi, a questo punto; almeno, devo riconoscerlo, la scusa della pandemia consente al nostro autore qualche imbarazzante considerazione a proposito dei nostri amici orientali:

Un virus – perché qualche scemo aveva mangiato un pipistrello, così dicevano – aveva precipitato milioni di persone in una condizione di integrale precarietà.

Notevole: con una sola mossa, Veltroni dà la colpa della pandemia alla Cina (anzi, a un singolo cinese, pare), offende un poveraccio qualunque, riferisce una sciocca tesi complottistica e ridicolizza delle abitudini culturali millenarie. E il bello è che il romanzo ha pure una parte “didattica”, con l’obiettivo di renderci dei cittadini modello. Già, vi ho parlato della campagna “antirazzista” e contro i pregiudizi, ricordate? Ecco, la teoria è un conto, la pratica è quella che ho riportato (una volta di più).
Oh sì, gli elementi inquietanti e morbosi. Li conoscete, ne ho parlato molto a lungo, perciò non è il caso di ricapitolare nel dettaglio. Nondimeno, lasciatemi ribadire che, più delle teste maciullate e dei membri di grosso calibro, a lasciarmi perplessa è stata la caratterizzazione di Buonvino. Eh sì, per qualche ignoto motivo, il nostro eroe pasticcione è stato trasformato in una specie di Charles Manson, con la sua “family” adorante; e considerando la nonchalance con cui (non) si occupa di delitti che farebbero impallidire i veterani della polizia di Los Angeles, e l’interesse che invece prova nel combinare incontri amorosi fra i suoi sottoposti… ehm, fa un po’ paura, vi dirò. Fa paura quanto può far paura un Lino Banfi psicopatico. Parecchia paura.
E per tutto questo, capite da voi, decisamente Buonvino e il caso del bambino scomparso merita il suo posto nella classifica. Solo, a questo punto, siete un po’ perplessi: se un abominio simile è al quarto posto, che diavolo può esserci di peggio? Be’, sappiate che peggio del giallo veltroniano ci sono solo quei libri che… eh, si danno un tono “culturale”, ecco. Qualcosa di più delle citazioni dantesche che il nostro ex sindaco semina qua e là, fra vecchie senza intimo e vedovi dediti alla masturbazione compulsiva…

3 – Splendi come vita, di Maria Grazia Calandrone

Splendi come vita, e il podio può accompagnare solo. Il fondo del podio. Il “bottom” del podio. Se ritraduciamo, il cu… ehm, ci siamo capiti. Facciamola breve: Splendi come vita è uno dei libri più stupidi che abbia mai recensito. In qualunque modo si provi a leggerlo, sopra, sotto, di lato, non si riesce a dargli un senso. Intendo dire che non si può neppure inventare un’interpretazione affibbiandogliela con la forza. Anzi, non si può neppure capire a quale genere appartenga un tale bolo di parole. Ad esempio, proviamo a considerarlo un romanzo. Di solito, un romanzo ha una trama, formata da una serie di eventi concatenati fra loro, principalmente grazie a relazioni causali. Eh. In Splendi come vita, tanti episodi non hanno alcun seguito, sono soltanto menzionati e non si capisce proprio perché. Dimostrazione, oltre a quelle che avete già scoperto nella recensione? Il brano in cui l’autrice parla della morte del padre. Lettori, credo che non ci sia bisogno di dirlo, ma lo sottolineo comunque: la morte di un genitore è un evento traumatico per un figlio, non soltanto è la scomparsa di un “oggetto d’amore”, è anche la perdita di un fondamentale punto di riferimento. Be’, la nostra poetessa Maria Grazia Calandrone ci trascina a forza in un furioso turbine di emozioni:

Andando in treno al funerale di Padre, sporgo il braccio destro dal finestrino per afferrare l’aria, invece prendo un palo della luce. Madre resta seduta, dice Ti sta bene.
Le ultime parole di Padre sono state Lasciatemi morire.
Morendo, Padre ha preteso ancora una volta libertà. […]
Al funerale di Padre, la mia mano destra ricorda, per forma e colore, una melanzana. […] Voglio raccontare barzellette a tutti. […]
Tra qualche giorno è il mio undicesimo compleanno. La sera in cucina dico Ha smesso di soffrire. Poi siedo alla scrivania di Padre e mi raso i capelli a zero con la lametta.

Lettori… uhm… eh? Forse qualche testa d’uovo riuscirà a scrivere un intero saggio esistenzialista su questo brano, ma noi che abbiamo un’intelligenza garbata cerchiamo di non prenderci in giro: che cosa abbiamo appena letto? La Calandrone (che è anche l’io narrante) sbatte la mano contro un palo della luce: embè? A chi dice che il padre ha smesso di soffrire? Perché si rade i capelli, quali conseguenze ha questo gesto? Che significa tutto ciò? Ve lo dico io: niente. E tutto. Sì, perché la Calandrone, non instaurando dei legami fra gli eventi narrati, lascia a noi lettori il compito di aggiungere i nessi mancanti. È il solito trucchetto che fa subito chic con zero impegno, e ne ho già parlato più volte, a proposito di altri “libroni” da intellettuali: in sostanza, testi costruiti in tal modo diventano interattivi, e ci spingono a provare un gioco di interpretazioni. Molto divertente, peccato però che si tratti di un gioco solitario e, quindi, molto poco letterario (se la letteratura è di per sé un gioco, è quantomeno un gioco di società). Sapete però che c’è? Mi va un po’ di giocare: sì, mi va di fare la testa d’uovo. Allora, vediamo… quando perde il padre, l’autrice è ancora una bambina, ha voglia di ridere, di cazzeggiare (cerca di afferrare l’aria), di scherzare (racconta barzellette alle persone presenti al funerale), e non capisce la gravità della situazione (nessuno ride alle sue barzellette). La morte del genitore la obbliga a crescere bruscamente, e ciò lo si capisce dall’ultima scena raccontata, quando l’autrice siede alla scrivania (un luogo adibito in genere al lavoro, e quindi un simbolo della vita adulta) e si rasa i capelli, quasi fosse un voto, oppure un modo di rimpiazzare il padre appena perduto, cercando di assumerne le fattezze. Che ne dite? Un’interpretazione che sta bella dritta, eh?

Oh, no, no, aspettate! Cancellate tutto. Io dico che la bambina del brano è un’anima pura: ha accolto l’insegnamento del padre, e ha preso a identificare la morte con la libertà. L’autrice dunque è in un certo senso felice della morte del genitore, perché capisce che è tornato libero; al contrario degli adulti presenti alla funzione, gioisce e si rallegra durante il funerale. Gli altri però non la capiscono, non ridono con lei, e benché la nostra autrice protagonista si sforzi tanto per far capire loro che il padre se la passa bene, è incompresa e ostracizzata. Ecco, in risposta a tutto questo, cerca infine di assumere le veci del padre, quasi in un tentativo disperato di riportarlo in vita. Bella anche questa, non trovate? Ma aspettate, perché in effetti la bambina rappresenta…
Insomma, lettori, capite? In una serie di eventi sconnessi, si può trovare quello che si vuole. E quando è così, vuol dire che l’autore (o l’autrice) non sta comunicando con noi. Perciò, lasciate che altri si dedichino a congetture campate in aria, voi affidatevi al vostro blog preferito: Splendi come vita non può essere considerato un romanzo, e non va letto aspettandosi quel che normalmente ci si aspetta da un romanzo. Uhm, le parole dopo “non va letto” sono ridondanti, mi sa.

Va bene. So che avete questa obiezione da sottopormi: e se volessimo considerarlo una specie di zibaldone, una raccolta disordinata di pensieri e riflessioni dell’autrice sul proprio passato? Ehm, ma perché dovremmo impegnarci in questa acrobazia funambolica? In una raccolta di pensieri, questi non devono necessariamente essere legati fra loro, d’accordo, tuttavia dovrebbero essere… almeno un po’ comprensibili? Ecco, in Splendi come vita i presunti pensieri non sono comprensibili, a parte forse quelli che riguardano i piedi (frequentissimi, chissà poi perché). Qualche esempio:

Una mattina Nonna suona in testa a Padre il bastone della scopa. Padre se ne va urlando Ho combattuto per la Libertà, non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno! Non erano piedi, Padre.

Detesto una per una le studentesse che Mamma porta in casa. Mamma è impegnata, Mamma mi porta sempre con sé: alle assemblee Cgil Scuola in via della Ferratella, ai Consigli di classe, alle gite scolastiche coi suoi alunni, in barca nelle Grotte di Frasassi, al Campidoglio.
Mamma dice che, per passare il tempo, pulisco i portacenere coi volant in tulle delle gonnelline.
Ai Musei Vaticani, corro avanti. L’incontro con la mummia origina in me una lunga diffidenza per l’Egitto.
A volte Mamma mi mette seduta sulla cattedra mentre fa lezione. Sono il gioiello esposto nella teca.

Ah, sì, sì, Ulisse, Finnegans Wake, Tristram Shandy. Be’, innanzitutto tali opere non sono proprio composte “a caso”, e inoltre… oh, ma insomma, sono testi sperimentali: anche se possiamo considerarli dei classici, sono necessariamente belli, profondi, meritevoli? Ci sono anche le sperimentazioni infruttuose, ve lo ricordo. E vi ricordo, inoltre, che Finnegans Wake e Tristram Shandy sono sostanzialmente metafisici e, soprattutto, comici. Eh già, il genere non è mica secondario, e non c’è mica una tecnica per tutte le stagioni! Nel caso, il flusso (estremo) di coscienza non si concilia granché bene con significati tragici, seri. Chi se ne importa, giusto? Almeno, alla Calandrone non importa. La nostra autrice si limita a riferire in ordine sparso sprazzi di ricordi (o addirittura fantasie?) e basta, fine: non ritiene affatto di doverli raffinare, evidentemente crede che sia sufficiente esibirli perché il pubblico capisca e si prostri.
Ma riflettete su questo: anche se ci fosse davvero qualcuno che apprezza Splendi come vita, questo ipotetico adoratore non starebbe semplicemente apprezzando una serie di parole, o l’idea che certe sciocchezze siano accadute alla nostra autrice? Ossia, starebbe forse apprezzando l’arte di Splendi come vita? Be’, se l’arte non è stata minimamente considerata, se il lavoro (ehi, “arte” è lavoro!) è stato scansato preferendo la comodità del motto “se il testo è oscuro, vuol dire che è profondo!”…
Chiudo con un’ultima domanda: se l’autrice avesse voluto raccontarci in simile modo una trama dichiaratamente fantasiosa, invece della sua (se vogliamo crederle) personale storia di bambina abbandonata e poi adottata, sarebbe ugualmente stata candidata a un premio letterario prestigioso? Ah, rispondo, via: sì, l’avrei comunque candidata, anche se forse non si sarebbe conquistata il terzo posto. Per quanto riguarda il Premio Strega, sempre quello tutto intero, non saprei: ho parlato di premio “prestigioso”…

2 – L’oceano in una goccia, di Guido Saraceni

Oh lettori, lui! L’inimitabile. Il “divino”, a questo punto. Guido Saraceni, l’unico essere umano che (finora) abbia conquistato per due edizioni consecutive il… eh, il secondo posto del (Mezza)Strega. Già, perché il secondo posto? Volete saperlo, vero? In effetti, L’oceano in una goccia non è più assurdo di Splendi come vita, e lo stile delle sue pagine non è più folle di quello della Ginzburg. Ma c’è una cosa che rende il romanzo di Saraceni speciale: la pretenziosità. Sì lettori, sì! Pensateci un momento. In fin dei conti, la Ginzburg ha soltanto confezionato il classico romanzo che piace alla critica. Nei suoi gialli, Veltroni ha semplicemente voluto coniugare (scusate, “far copulare”, se vogliamo essere fedeli alla lettera del nostro) le sue passioni per le commedie sexy anni Settanta e lo splatter (presumo, via). E la Calandrone, be’, desiderava solo imbrattare della cellulosa. Ma Saraceni… ah Saraceni… è l’unico grande autore che sembra riuscire a curvare la dimensione letteraria quanto basta per creare al suo interno un mondo a misura del proprio ego. Ecco, è questo che rende davvero ridicolo L’oceano in una goccia: l’incuria con cui è sviluppata la trama e con cui è tratteggiato il disagio psicologico della protagonista (la gnocchissima Clizia) è soltanto un effetto collaterale del desiderio saraceniano di trasfigurare sé stesso in un’immortale opera narrativa.

Eh sì. Se in Fuoco è tutto ciò che siamo Saraceni si autocelebra attraverso il personaggio di Giulio Lisi, ne L’oceano in una goccia il suo alter ego letterario si moltiplica, e il nostro autore si incarna ora nella già citata Clizia, ora in Giorgio, psicologo e “piccolo infallibile genio”, nonché terapeuta della femme fatale. Lettori, ho già ampiamente spiegato nella recensione perché Giorgio e Clizia possono indubbiamente considerarsi cloni dell’autore, e ci siamo già divertiti abbastanza nel vedere quanto spazio Saraceni lascia ai monologhi delle sue creature, dimenticandosi di sviluppare la trama. Ma ecco, c’è una cosina che nella recensione ho omesso: il modo preciso in cui Giorgio e Clizia figurano a fianco delle comparse. Ebbene, i protagonisti sono gli unici due personaggi istruiti, gli unici capaci di vedere la realtà delle cose, gli unici che riescono a… ehm, a coniugare correttamente i verbi. Talvolta si degnano di illuminare con la loro saggezza la vita dei subumani che li circondano, venendo ovviamente ripagati con ammirazione e con totale devozione. Ah, credete forse che stia esagerando? Bene, allora interroghiamo direttamente il testo. Questo, ad esempio, è uno dei primi brani in cui compare Giorgio: il nostro eroe si sta recando da un paziente…

[…] quattro passi, e Giorgio è già davanti al portone del suo cliente.
«Buongiorno, sono Giorgio Di Segni, mi apre?»
«Ma certo, dotto’, Luigino mio t’aspetta da ieri pomeriggio! Salghi, dotto’, salghi pure.» […]
Un’ora più tardi Giorgio è seduto al tavolo del soggiorno assieme a Luigino e alla sora Felicia. Sta inzuppando con estrema soddisfazione una fetta di torta alle mele in una grossa tazza colma di tè bollente.
«Signora Felicia, mi consenta di dirle che la sua torta alle mele è una delle cose in assoluto più deliziose che abbia mai mangiato in tutta la mia vita!»
«Grazie, dotto’!» Felicia abbozza una risata imbarazzata. «La preparavo sempre al poro Everardo, se sedeva esattamente lì, dove state seduto voi ora…»
Giorgio pensa che la storia del «poro» Everardo l’avrà sentita narrare almeno una decina di volte con le stesse identiche parole, virgole e punti, dall’inizio alla fine.

Ah, ah, ah, appena compare, Giorgio ci sembra un essere superiore, che non si confonde in mezzo alla marmaglia. E per porre meglio l’accento sul baratro che separa lo psicologo dalla “massa”, quest’ultima è caratterizzata in maniera ridicola, preda di un’ignoranza esasperata, macchiettistica.
Oh lettori, lo so, alcuni di voi non ci vedono niente di male in una simile caratterizzazione: Saraceni si sta avvalendo semplicemente dello stereotipo dell’uomo semplice, non istruito e riverente nei confronti del medico. E abbiamo già visto nell’articolo sui cinepanettoni che lo stereotipo non è affatto un male. D’accordo, ma in questo caso la domanda che dobbiamo porci non è se Saraceni sbaglia a proporci uno stereotipo, bensì per quale scopo ce lo propone. E lo scopo, in questo brano, è evidente: esaltare le qualità di Giorgio. Per capirci, pensate al film Benvenuti al sud: Claudio Bisio, nei panni di Aberto Colombo, ha diversi faccia a faccia con gli abitanti del paesino campano di Castellabate. Ecco, gli abitanti sono dei meridionali stereotipatissimi, degli autentici “terroni”. Ma lo stereotipo, nel film, ha la funzione di mettere in difficoltà Alberto, il quale si ritrova inevitabilmente costretto ad accettare i “costumi” del Sud, adeguandosi ad essi e mettendo in discussione le proprie idiosincrasie. Bene, adesso considerate Giorgio: lo vedete in difficoltà? Macché! È lì che si gode le attenzioni di “sora Felicia”, mentre fra sé e sé la deride per non essersi ricordata di aver già raccontato la storia del defunto Everardo.

Andiamo, lettori, più Saraceni magnifica il suo Giorgio, più ce lo rende indigesto. E nulla di diverso succede con Clizia. Anzi, se possibile, Clizia è anche più irritante. Giorgio è esaltato tramite l’accostamento con i suoi pazienti, invece Clizia brilla grazie al vuoto che regna nella testa della sua amica Lucrezia, la quale nella trama ricopre il ruolo di alunna cretina e facile allo stupore:

[Parla Clizia] «Allora io ti faccio questa domanda: tu come chiami il contrario di fragile?»
«Il contrario di fragile?»
«Esattamente.»
Lucrezia aggrotta per un secondo la fronte, nulla più che un breve attimo di perplessità […].
Clizia continua a fare cenno di no con un sorrisetto furbo stampato sul viso.
«Niet, Nada, zero. Lo chiami antifragile.»
[…]
«Vabbè, ma io sta parola non l’ho mai sentita prima, voglio dire.»
Clizia prende un sorso dalla sua tazza, non solo perché ne ha voglia, ma anche per il piacere di creare la giusta suspense. Con gli occhi sorride a Lucrezia che la osserva con aria interrogativa socchiude le palpebre, ingoia con estrema soddisfazione, inspira e poi, enfaticamente, scandisce le parole: «Non l’hai mai sentito dire perché si tratta di un fenomeno apofatico».
«Apocosa?»

Bene, secondo me solo una persona in malafede potrebbe sostenere che si tratta di un brano in cui due amiche discutono di filosofia. Evidentemente, non ci sono due personaggi alla pari, bensì un essere divino che istruisce spocchiosamente e con autocompiacimento un subalterno tonto e spaesato. Certo, nella letteratura e nel cinema non mancano coppie di personaggi composte dal “genio” e dalla spalla: Sherlock Holmes e Watson, classico esempio, oppure Gregory House e James Wilson, palesemente ispirati ai primi due. Ma ecco, Watson e Wilson non sono proprio due fessacchiotti a cui l’amico geniale deve insegnare tutto; sono istruiti e intelligenti, solo meno intuitivi. Invece, nel mondo di Saraceni…

E questo è il motivo per cui Saraceni si merita il suo secondo (al quadrato) posto. Spero vivamente che il nostro autore non smetta di scrivere, perché mette un po’ di tristezza l’idea di un (Mezza)Strega senza di lui. Come dite? Do per scontato che scriva male? Ah, no, no, potrebbe anche scrivere bene, per una volta! E che volta sarebbe! Finalmente potrebbe agguantare il primo posto, che è proprio lì, lo aspetta, lo chiama e… e invece niente. Mancato anche quest’anno. State già tremando eh? E fate bene, perché il primo posto se lo merita…

1 – Sembrava Bellezza, di Teresa Ciabatti

Sembrava bellezza. Mi sembrava degno di vincere sin da quando l’ho letto, a inizio anno. Mi sono proprio convinta che non avrei potuto leggere nulla di peggio del romanzo (romanzo?) partorito da Teresa Ciabatti. Camilla Boniardi, Levante, Massimo Recalcati, perfino quel cavolo di Barbascura X: niente da fare, la schifezza di Sembrava bellezza ha fissato un nuovo standard del trash, e nessun’altra mostruosità letteraria è finora riuscita a dimostrarsi all’altezza. Sì, perché oltre agli ossessivi e immotivati riferimenti a Le vergini suicide di Eugenides, oltre al flusso di coscienza eseguito come una scimmia esegue il lancio delle proprie feci, oltre alla trama interamente centrata sulle brame falliche della protagonista… uh… oltre a tutto questo, ciò che davvero sconcerta di Sembrava bellezza è lo stile. Lasciatemelo dire: volgare, ma volgare, volgare, volgare. E a me le parolacce piacciono, eh, lo sapete, ogni tanto ne scrivo qualcuna! Eppure, Sembrava bellezza è davvero volgare, perché la sua è una volgarità senza scopo. Non è la volgarità di un cinepanettone, desiderosa di far ridere; non è la volgarità di un noir o di un hard boiled, che intende raccontare una realtà cruda e spietata; non è nemmeno la volgarità di un erotico, che prova a eccitare il pubblico. No, la volgarità della Ciabatti sembra quella di un ragazzino (e sottolineo “ragazzino”) delle medie che per cinque minuti non ha tra i piedi i genitori bacchettoni. Sapete cosa fa un ragazzino in tali condizioni, vero? Ripete tutte le parole zozze imparate dai compagni più fichi:

Ho il culone? chiede lei col camice aperto dietro.
Prendiamo quel culo, analizziamo quel culo, lettori. Alto, sodo. Senza traccia di cellulite.

Si cala i pantaloni, mi viene in bocca, ti volevo tanto, dice. Chissà quando ci rivedremo, la prossima volta ti voglio dentro […].

Sicura che sei vergine, domanda. Io rispondo: sì, incerta, ripensando al dito, decine di dita – possibile essere sverginate da un dito?
Per scoprire a quello seguente, con cui il sangue esce, se esce, che era un problema di dimensioni.
Inorridisco al pensiero del pisello sottodimensionato. Non vi vergognate ad avercelo piccolo?

Che è? Un video porno di Brazzers? No, magari: è un trailer di Brazzers (trailer, eh, mica si arriva al sodo in Sembrava bellezza) costruito intorno a un articolo di Cioè. La nostra autrice fa la voce grossa, fa finta di offrire al lettore qualcosa di duro e tosto, ma è tutto fumo e niente arrosto. La Ciabatti fa cilecca, mi duole dirlo. Eh sì, perché quando nel testo ci vorrebbe davvero un po’ di sana crudezza… niente, Teresa Ciabatti si tira indietro arrossendo. Volete una prova chiara? Riflettete di nuovo sull’ormai celeberrimo passo in cui si racconta di… uhm, feti:

Spesso le pizze dimenticate nel forno prendono le sembianze di esseri viventi (non dirò feti, rifiuto di dire feti), o forse li vedo io negli ammassi informi. L’impulso di aprire lo sportello e stringerli al cuore.

Lettori, l’idea di un feto fuori dal suo ambiente naturale, cioè il grembo materno, è un’immagine drammatica: rappresenta tutte le potenzialità inespresse, che potevano essere e invece non sono state, rappresenta le occasioni perdute, rappresenta la fatalità, il destino, il potere divino. Ecco, tenendo conto di questo, vi pare che all’immagine di un feto “dimenticato” possa essere affiancata quella di una pizza? Cioè, poniamo pure che effettivamente una crosta di pizza assomigli in maniera impressionante a un feto… ma se la usassimo come similitudine in un’opera letteraria (e dunque artistica), non sarebbe un po’ come dire al vostro compagno (o alla vostra compagna) che il cane ha fatto una cacca a forma di cuore, pretendendo con ciò di aver detto qualcosa di romantico? Il punto è che, volenti o nolenti, a cose precise associamo emozioni precise: la cacca ci induce a provare repulsione (be’, tranne a Saverio Tommasi), e per questo non riusciamo proprio a farne un artificio retorico per significare un’idea positiva. La pizza informe… be’, ditemi voi, non fa un po’ ridere? Un single trasandato che voleva scongelarsi una pizza per cena e poi se la dimentica nel forno è ridicolo, e pertanto crea una situazione comica e buffa. E può una situazione buffa prestarsi a significare le immagini potenti e tragiche ricordate sopra?

Lettori, so perfettamente che qualche blog ha fatto i salti mortali per parlar bene di Sembrava bellezza. “Teresa Ciabatti nasce unicamente da sé stessa”, in Sembrava bellezzac’è tutto il peso dell’Io non visto, male accudito, ignorato e mai tornato”, la Ciabatti “non ha bisogno di trasformare la realtà in letteratura perché la sua realtà è già letteratura”, bla, bla, e altre simili str… rispettabili opinioni. Il pesciolino d’argento, invece, vi invita a riflettere con attenzione: rivolgetevi ora a un altro libro, uno di quei “libri di tutti i libri”, in cui pure si parla di feti. Vi sorprenderò, forse, ma sappiate che mi sto riferendo al Corano. Ebbene, il Corano utilizza un termine assai particolare per indicare il feto umano: “mudghah”. Come può parafrasarsi (non vogliano ricordarmi gli amici musulmani che il Corano non si traduce)? Pressappoco con “pezzo di carne di piccole dimensioni, masticato o che può essere masticato”. La forza espressiva è notevole, non trovate anche voi? Il feto è carne, non è qualcosa di speciale, è una creatura come le altre. Tant’è che… appunto! Si può certamente masticare. E l’idea di affondare i denti in un feto, in un bambino in potenza, è un’immagine cruda, terribile, che però ci costringe a ritornare sull’insegnamento fondamentale del testo: chi o cosa mai può paragonarsi ad Allah? Se l’uomo pensa di essere il vertice del creato, il fine di ogni cosa, il padrone del mondo, si ricordi che è stato al principio nulla più di un pezzetto di carne coi segni di un morso.
Capite che cosa intendo? Teresa Ciabatti non è da biasimare per il turpiloquio, né per aver paragonato un feto a qualcosa di commestibile. La nostra autrice si aggiudica la seconda edizione del Premio (Mezza)Strega perché difetta di sensibilità artistica, non sa padroneggiare la tecnica adatta a esprimere nel miglior modo il messaggio che vuole comunicare. Già, quale messaggio? Se il Corano è chiarissimo, Sembrava bellezza apparentemente vorrebbe farsi portavoce di un disagio sessuale e generazionale, ma… oh, il libro è scritto talmente male che è davvero un azzardo farsi partigiani di questa o di quella interpretazione. E, stando a quanto ho detto, ridetto, e ripetuto ancora a proposito della Calandrone, forse il senso di Sembrava bellezza sta veramente nel credersi l’ennesima furbata che grazie a un paio di nonsensi riesce a proporsi come “profonda opera intellettuale” nascondendo al contempo il vuoto pneumatico che la pervade.
Pertanto, sì, lo confermo a gran voce: Sembrava bellezza è il libro più scemo del 2021, perché è come se Teresa Ciabatti avesse emesso un potente rutto tentando di cantare un’aria dell’Aida. È ridicolo, eh? Ed è proprio ciò che serve per meritarsi la vittoria del più importante premio letterario italiano.

L’anno che verrà…

Siete insoddisfatti, pensate che manchi qualcuno? Il grembo paterno, magari? Be’, sappiate che sono stata tentata di assegnare il premio a Chiara Gamberale, ma dopo un’attenta considerazione ho deciso di bocciare completamente il suo romanzo. Bocciarlo al punto da non inserirlo neppure nella cinquina; sì, perché Il grembo paterno non è solo brutto, fa anche arrabbiare. E noi non vogliamo arrabbiarci, come ho detto, vogliamo ridere, vogliamo lasciarci alle spalle il 2021 con un bel sorriso. Pertanto, a meno che non vogliate redigere voi stessi una classifica, ridacchiate con i cinque testi farlocchi che vi ho proposto, facendo con essi, in qualche modo, una buona lettura.
Così, ormai sapete, si chiude un anno di recensioni. Ma non disperate, per un anno che va, un altro viene e sicuramente porterà con sé tanti bei libri e tanti bei libri… trash! State con Il pesciolino d’argento e farete sempre delle buone letture (ed eviterete quelle brutte)!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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