Premio (Mezza)Strega 2020

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L’orrida cinquina

Nel panorama letterario italiano, c’è un premio assegnato con onestà da una giuria sincera e disinteressata. Un premio che riconosce le capacità di uno scrittore, facendo entrare a buon diritto la sua opera fra quelle meritevoli di uno studio attento nei tempi a venire. È un premio associato a un liquore, caldo e pieno di spirito.
Questo sigillo di garanzia è il Premio (Mezza)Strega. Sì, il premio che Il pesciolino d’argento è orgoglioso di conferire all’autore del libro più brutto, più arraffazzonato, più puzzone e peggio scritto che sia stato recensito nel corso dell’anno. Come dite? Il liquore? Be’, lettori, è ovvio che sia associato al premio: dopo aver letto tutte le porcherie in lizza, serve per digerire (o per dimenticare) le varie brutture.
Ma bando alle ciance! Nella seguente, orrida cinquina troverete di tutto: oscenità, dialoghi atroci, personaggi irrealistici, trame assurde e tanta, tanta, tanta ignoranza. Tanta.
Perciò cari lettori, indossate il vostro smoking migliore e godetevi la classifica ufficiale, definitiva e distruttiva del premio più dissacrante e controcorrente, il Premio (Mezza)Strega!

5 – Il buongiorno si vede dal vicino, di Federica Leone

Il buongiorno si vede dal vicino ha una patetica trama che fa sbadigliare, un classico del genere chick-lit, ma non è certo questo a giustificare la sua presenza nella cinquina. Ciò che rende eccezionalmente brutto Il buongiorno si vede dal vicino è lo strano senso dell’umorismo di Federica Leone, umorismo che potrei definire del “ca… volo”. Per qualche motivo, l’autrice crea delle scenette bizzarre (non posso dire “divertenti” perché di per sé non fanno ridere) tutte centrate sul membro del protagonista… e il fallo è invariabilmente descritto con toni che trovo corretto definire “antropomorfi”:

Appena finii di sbraitare, i miei occhi si focalizzarono sulla persona che mi aveva aperto, più precisamente sul suo pene che svettava arrogantemente in alto […]

La foto era un autoscatto del suo pene in erezione e, sotto, con un pennarello indelebile, aveva scritto:
È un po’ che tu e lui non vi vedete, e ho pensato che ne sentissi la mancanza.
Al nostro prossimo piccante incontro, Bel Culo.

Un po’ come mostrava fierezza quel suo stupido pene che, nonostante cercassi di scacciare dalla mente, mi tormentava.

Arrogante, stupido e bellicoso, il pene del riccone Seth, il protagonista, è con ogni probabilità il personaggio meglio caratterizzato della storia. Anzi, direi che è il pene ad avere un Seth e non Seth ad avere un pene. Ma il quinto posto della cinquina è giustificato anche dall’ammirevole stile usato da Federica Leone. Non le ho contate, ma credo che il numero di pagine prive di profanità, parolacce, insulti e gratuite volgarità sessuali sia a due cifre, di cui la prima uno zero. A un certo punto si è talmente storditi da tutte le parolacce, che ci si commuove leggendo meraviglie come queste:

Quel messaggio mi strappò un sorriso e iniziai a ridere come una cogliona da sola […]

[…] e io non potevo controbattere un cazzo, perché quel merdoso impiego mi serviva e perché quando avevo firmato quel fottuto contratto, oltre che come sviluppatore, ero stata assunta come assistente personale […]. E il tutto per duecento cazzo di dollari in più al mese.

Desideravo uscire il prima possibile da quella cazzo di stanza di merda […]

Nel tentativo di fondere il genere erotico con quello umoristico, Federica Leone riesce a dar vita a un romanzo straordinariamente zozzone e volgare, cui potrebbero ispirarsi gli autori di South Park. Se volessero smettere di far ridere. Confidando che l’autrice faccia di peggio in futuro, per questo 2020 il fondo della classifica non glielo toglie nessuno.

4 – Pensare altrimenti, di Diego Fusaro

Pensare altrimenti è il quarto della cinquina, ma dei saggi è certamente il primo. È il più disgustoso che abbia recensito nel 2020.
Ora, può capitare che qualcuno sostenga delle tesi controverse o apertamente sconvolgenti, le quali possono essere argomentate bene oppure male. Meno naturale è il fatto che qualcuno sostenga una tesi senza argomentarla. Apertamente innaturale è il fatto che qualcuno sostenga una tesi senza che si possa capire qual è. Roba da trip di acidi è che sia un filosofo e professore universitario a non argomentare una non tesi. Ma purtroppo Fusaro non è un’allucinazione, dunque siamo costretti a sorbirci insegnamenti come questi:

il proliferare di un pensiero unico omologato che, falsamente pluralistico, promuove sempre e solo l’ordine simbolico legittimante i reali rapporti di forza centrati su quell’astrazione concretissima che siamo soliti chiamare capitalismo.

Dalla pratica maieutica socratica fino all’atteggiamento parresiastico di Diogene il cinico, la filosofia viene strutturandosi […] come radicale interrogazione sulle forme collaudate dei saperi e sulle verità intorno alle quali la polis come comunità vivente ha prodotto un consenso che dispensa dalla fatica del concetto […]

Seriamente, che cosa vuol dire tutto questo? Usando le tecniche della Temurah, mi pare che Fusaro critichi il capitalismo: ma non parla mai di nessuna formula matematica, non riporta grafici, statistiche, non usa nemmeno un lessico da economista! Ve lo giuro, lettori, tutto ciò che dice sull’economia sono delle acide sfuriate da vecchia perpetua complottista contro le perversioni moderne. E il “capitale” per lui è una specie di Thanos degli Avengers:

La scena mondiale schiusasi con il 1989 […] ha segnato la ripresa della marcia del capitale […]

Hanno venduto testa e cuore al capitale, ricevendone in cambio sfruttamento e reificazione.

Il capitale aspira a vedere ovunque se stesso e, per questo motivo, mira a diventare absolutus […]

[…] sua maestà le Capital […]

In effetti, tutto ciò che fa il nostro autore è rubacchiare citazioni a destra e a manca (perfino il titolo non è un’espressione sua, ma di Ricoeur, mai menzionato nel libro), dare addosso (però velatamente eh) agli omosessuali, lamentarsi che i nostri giorni non sono “piú in grado di avvertire come mancanza la morte di Dio e dell’Ideale”.
E, Temurah o no, credetemi non riesco ancora a comprendere come le farneticazioni sulla mancanza di Dio e sul pericolo del Gender che “aspira a creare un nuovo modello umano unisex” possano essere riconducibili al pensiero economico di Marx, l’eroe (insieme a Gesù, don Milani, Lenin, Sankara, Tabucchi… ) del nostro caro Fusaro: cioè, e “l’oppio dei popoli”? Non so, le parole di Fusaro le capirei se dette da un ex studente o da un ex professore di un’importante università privata cattolica, ma da un allievo indipendente di Marx, come Fusaro ama definirsi, uhm… ma forse per lui “indipendente” sta per “ripetente”, non si sa.

Ad ogni modo, il libro è letteralmente stupefacente e si è assicurato il suo posto nell’orrida cinquina, se non altro perché grazie a dichiarazioni come questa:

[…] chi dissente con l’intensità minima, magari disapprovando un unico aspetto o una sola norma della società, può, poi, tradurre il proprio sentire divergente nelle azioni più radicali ed efficaci […]

abbiamo la conferma che nel mondo c’è qualche “dotto” che “non crede in nulla e parla di tutto”, cioè qualche filosofo che in realtà è un parafilosofo, un paraintellettuale, un paradissidente e soprattutto un grandissimo para…

3 – Siate ribelli, praticate gentilezza, di Saverio Tommasi

Il marketing definisce Siate ribelli, praticate gentilezza la lettera di un padre che si racconta senza filtri alle proprie figlie, alle quali spiega in maniera semplice temi sensibili come il bullismo e il razzismo. L’autore, non capendo che cos’è il marketing, dice invece nelle pagine della “lettera”:

Questo libro non l’ho scritto e proposto, non l’ho inviato a centocinque case editrici, non ho telefonato per sapere se «il manoscritto è arrivato» […]. L’ho scritto perché qualcuno, che poi è qualcuna, aveva letto qualcosa sulla mia pagina Facebook e mi ha contattato. Tutto qui.

Ah, capito? Non è un libro, è un gadget da vendere ai fan di Tommasi.
E la nostra star, appunto, scrive in questo gadget ciò che scrive sulla sua pagina Facebook, cioè cose che fanno sembrare Forrest Gump un bambino prodigio:

Il bene somiglia più a una patatina fritta, che mangiata la prima hai subito voglia della seconda.

Vi sento, lettori, tutto ciò rende Siate ribelli, praticate gentilezza mediocre, inutile, ma nulla di che. Più che la sua insulsaggine, appunto, a dargli il terzo posto in classifica sono le battute simpaticone del buon Tommasi, certamente molto adatte al pubblico di famiglie a cui il marketing ha destinato l’opera:

Era una pancia voluminosa, enorme. Triplicava la distanza fra l’ombelico e le tette, che erano comunque due belle tette, uno dei lati positivi della maternità.

Sarebbe come se un pastello di cera guardasse Giotto e gli dicesse: «Bravo, hai capito come muovermi sul foglio». […]
Una volta ho raccontato questo paragone a Iacopo Melio. Lui ci ha pensato un po’ e mi ha mandato un messaggio: «Huè, Save, ho un’idea. Io nel libro scriverei anche: ‘Come se un preservativo ti guardasse e ti dicesse: “Come mi calzi bene tu, Saverio…”».

Intendiamoci: a me le modelle perfettine ogni giorno dal parrucchiere, quelle che il reggiseno è sempre in tinta con le mutandine, arrapano quanto un cinghiale alla vista di un pesce rosso.

Come ho accennato, qualcuno non ha dubbi che un libro contenente perlopiù i vagheggiamenti sessuali di Tommasi sia educativo, un “gesto d’amore” (parole del marketing) verso i bambini, ma l’opera è valida anche per un altro motivo. Considerando la particolare attenzione che l’autore dedica alla cacca, possiamo dire che Siate ribelli, praticate gentilezza è un gesto d’amore soprattutto verso i coprofili, anzi è il primo vero breviario delle deiezioni, pensato per le loro esigenze:

Tu che ogni bagno in mare vuoi assaggiare l’acqua e poi caghi sciolta.

[…] per sgretolare il muro dell’indicibile […] è necessario che io racconti tutto. La cacca della moglie e il mio video BDSM.

Un bambino che parla non è un angelo che apre bocca, e io vi ho scoperto. L’aria innocente è la vostra maschera, oppure avete appena fatto cacca [sic] e siete rilassati.

Siate ribelli, praticate gentilezza non poteva mancare nella cinquina. E se voi lettori l’avete nella vostra libreria, magari perché qualcuno ve l’ha regalato dopo aver creduto al marketing, mi permetto di darvi un ultimo consiglio: se deciderete di leggerlo al parco, portate con voi paletta e sacchetto, altrimenti, quando lo appoggerete da qualche parte, un vigile urbano vi farà la multa…

2 – Fuoco è tutto ciò che siamo, di Guido Saraceni

Giulio Lisi è un insegnante di filosofia, è intelligente, empatico, giovanile e cambia la vita dei suoi alunni. Fico, no? Cioè, l’abbiamo già visto e sentito mille volte, ma è comunque una bella storia quella del professore che aiuta davvero i suoi alunni a diventare grandi.
Sì, però secondo Saraceni la parte in cui l’insegnante dà una svolta alla vita dei suoi alunni è una pizza, quindi ha costruito il suo romanzo interamente sull’altra parte, cioè su Giulio Lisi. Ma non vi sentite elettrizzati da questa “trama”? Cioè raghi, lui è così giovane dentro da essere informatissimo sull’indie rock. Troppo giusto, sentite un po’ cosa fa:

Sorrido, strizzando l’occhio sinistro, e chioso lapidario: «Io ti amavo ma poi hai usato Shazam per riconoscere un brano degli Arctic Monkeys».
Scoppiano a ridere. Faccio finta di sparare con le dita, mi volto, e torno a camminare verso l’aula.

Poi c’è Giulio Lisi che incontra sua cugina a cena. Cioè grande, così lui ha la possibilità di parlare ancora di sé stesso. Lui è un gangsta, raghi, ogni giorno rischia la vita esponendosi sui social, però rimorchia di brutto: e sua cugina la fa troppo stare in pena…

«Ecco, bravo, evita di farti massacrare da orde di analfarazzisti, perché questa è gente che non sta bene. Non vorrei mai che un bel giorno, al posto della cameriera con i capelli rossi – che peraltro ogni volta che veniamo qui ti fa gli occhi dolci – ti riconoscesse anche uno di quei pazzi che ti insultano su Facebook e ti facesse pagare le tue posizioni da professorone di sinistra, piddino, buonista e radical chic.»

Lui allora la prende e le fa tipo come Terminator, vieni con me se vuoi vivere:

«[…] se avessi seguito queste regole elementari non avrei mai ottenuto il seguito che ho. Figlia mia, io rispetto un’unica regola: sono vero. […]»

Lui è davvero vero, veramente, raghi. Cioè Giulio Lisi non è un personaggio, è IL personaggio, tutti l’hanno copiato, anche quelli che sono venuti prima di lui, anche quelli tipo Indiana Jones e poi raghi Giulio Lisi è anche troppo sexy, cioè lui ha due tette celestiali, raghi:

«[…] Questo è il Sacro Graal della comunicazione.»
«E ne sei soddisfatto?»
«La verità? Molto. Considera che non ho ancora iniziato a mostrare le tette!»

Superbo, assolutamente superbo. Scusate, prima mi ero immedesimata nello spirito giovanile di Lisi. Fuoco è tutto ciò che siamo mi ha indubbiamente colpita, è un romanzo ma può essere una biografia, forse anche un’autobiografia: e fa pena in qualunque categoria si voglia piazzarlo. Guido Saraceni ha scritto un capolavoro, mi ha costretta a ripensare tutto ciò che credevo di sapere di narratologia, perché è riuscito a unificare i concetti di “protagonista” e di “trama”. E il protagonista non è nient’altro che una collezione di fantasie superomistiche, modellate su quello che, almeno agli occhi di qualcuno, è un modello di eroe dei nostri tempi, di uomo di successo.
Considerando poi tutte le idiozie pseudofilosofiche e moraleggianti del libro, l’idea suggerita che un accento meridionale caratterizzi di per sé un personaggio stupido e arrogante, e il confronto finale che invece di essere una catarsi è emozionante quanto il segnale orario, vi confesso che ho creduto fino al 28 novembre di assegnare a Saraceni il Premio (Mezza)Strega. Fino al 28 novembre, appunto…
Perciò, che volete che vi dica? Fuoco è tutto ciò che siamo è talmente brutto che non merita nemmeno di essere il più brutto libro recensito nel 2020 da Il pesciolino d’argento.
E l’onore va a…

1 – L’appello, di Alessandro D’Avenia

L’appello. Di D’Avenia è il magnum opus. Dei libri del 2020 è il grande capolavoro trash che l’editoria ci ha generosamente regalato. È stato del tutto inaspettato, poiché come vi ho detto non credevo che Saraceni potesse essere battuto.
In effetti, i due romanzi si assomigliano sotto molti aspetti: entrambi sono teratomi originatisi dal cliché del professore maestro di vita, entrambi hanno un protagonista dalle cui labbra pendono tutti, entrambi parlano di un uomo le cui idee sono le gemelle siamesi di quelle proprie dell’autore.
Però, se Giulio Lisi è troppo cool, Omero Romeo, il professore creato da D’Avenia, è invece più ieratico. Ah, ma voi lettori pensate che per questo L’appello sia più profondo di Fuoco è tutto ciò che siamo: sì, è più profondo, se si sta misurando la profondità della vergogna.
Omero è laureato in chimica e insegna scienze: bene, nel corso del romanzo, D’Avenia gli fa dire una serie di castronerie sulla fisica, la matematica… le scienze in generale, insomma. Non sto scherzando, sono dichiarazioni mostruose, che si possono spiegare soltanto supponendo o che D’Avenia creda che le scienze siano varietà di patate, o che il nostro autore non sia proprio del tutto onesto con il lettore…
Infatti, le affermazioni scientifiche sono brutalizzate e distorte in un modo osceno, ma che non sembra essere casuale, dato che ciascuna fa poi da fondamento a certe altre affermazioni, stavolta di tipo morale, etico e religioso.
Volete qualche perla? Eccovi accontentati:

Le galassie spasimano, di dolore o di amore, non lo sappiamo. Ma corrono perché mancano di qualcosa che non è il nulla, perché il nulla non può attrarre, solo una forza può farlo, un eros che tende le braccia alle cose che corrono verso quelle mani cosmiche […] è unico il movimento che espande le galassie e la vita di chi appartiene a questo universo. […] Di che materiale è ciò verso cui tutte le cose corrono? La sua stoffa è energia? È materia? È altro? È la morte? O la vita? […] Noi ci muoviamo perché abbiamo bisogno della vita. Ci manca la vita. Vogliamo che esca da noi e non si fermi nella morte…

«Lei è la grande evidenza della fisica dei quanti.»
«Cioè?»
«Non si danno stati di materia e di energia stabili, ma solo occasioni di relazioni tra le cose e quelle occasioni rendono le cose come sono. E lei ne fa accadere moltissime.»
«Come?»
«Come ha detto: creando le condizioni per l’incontro. Dio ricrea continuamente il mondo attraverso di noi: si fida della nostra dedizione alla bellezza per farla accadere. I quanti non sono altro che la fisica più coerente con la libertà…»

La realtà non è fatta di atomi ma di storie.

La vita è governata da questo principio di indeterminazione, che ci impedisce di riconoscere il posto che occupiamo nel mondo e il movimento dei nostri desideri, e più cerchiamo di capire una delle due cose, più perdiamo l’altra […]. Forse perché anche noi, come la materia, siamo fatti di onde e particelle, materia ed energia, e determinarci in una delle due è impossibile […].

Quello che la fisica dei quanti ci ha svelato vale anche per le persone. Esistono solo nella misura in cui le relazioni le attivano, si esiste sempre almeno in due.

Basta basta, ma siete tantissime!
Io in ogni caso non capisco. Ma ho forse letto una nuova forma di apologetica? Omero Romeo si propone come nuova guida spirituale dell’umanità?
Oltre a contenere le schifezze suddette, in effetti non è immediatamente chiaro il fine de L’appello: l’autore lo chiama addirittura “romanzo politico”. Io tremo se la nuova politica è questa. Già oggi le scienze sono ignorate, quando non apertamente bistrattate, dalla politica, ma D’Avenia nel suo libro vuole che si indica una crociata! Un’alunna, ad esempio, non si accorge delle scemenze dette da Omero e, ignorando che in una scuola (formalmente) laica già esiste l’ora di religione, chiede che in classe si parli di più di Dio:

Perché voi non ci parlate mai di Dio? Pensate veramente che sia un argomento superato? […] perché non ci raccontate mai di Dio?

Va bene, va bene madre Teresa, calmati, basta solo che non sia Omero a far lezione sul Signore, perché mi sa che se lo spiega come spiega la fisica, imparerai più cose sul diavolo che su Dio.

Ignorante, incoerente, ignorante, inconsistente, irrealistico, ignorante, ambiguo, mal sviluppato, mal caratterizzato e ignorante: grazie a queste sue perfette qualità, L’appello è il libro più brutto. Il Premio (Mezza)Strega 2020 è suo di diritto e nessuno potrà portarglielo via.

L’anno che verrà…

Così si chiude un anno di recensioni. Ma non disperate, per un anno che va, un altro viene e sicuramente porterà con sé tanti bei libri e tanti bei libri… trash! State con Il pesciolino d’argento e farete sempre delle buone letture (ed eviterete quelle brutte)!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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