Per tutto il resto dei miei sbagli – Camilla Boniardi

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In sintesi:

per tutto il resto dei miei sbagli romanzo di camilla boniardi edito da mondadori

Invece, con tono convinto e fiducioso, mi disse una cosa che io non è che me la ricordi così bene, con le parole precise diciamo, ma sono sicura riguardasse le persone a cui ti sembra vedere attraverso.

L’avvocatessa single continua a sbobinar…

Un romanzo accattivante, con una trama verosimile eppure capace di farci sognare; un fortunatissimo “capolavoro al primo colpo”, frutto di un inaspettato talento letterario finalmente sbocciato.
Lo recensirò un’altra volta, oggi mi tocca parlarvi dell’evitabilissimo Per tutto il resto dei miei sbagli, opera prima di tale Camilla Boniardi, anche lei altrettanto evitabile.

Protagonista e voce narrante del nostro papocchio è Marta, la solita ventenne (venticinque, in questo caso) timida, introversa, insicura, insoddisfatta della vita. Che cosa non va? Marta è impegnata con un ragazzo che la trascura, inoltre (fatto ancor più drammatico) è iscritta a Giurisprudenza. Già, ha dei dubbi, comincia a sentire stretto il percorso di studi. Toh! Arriva Leandro, un cantante rock che si atteggia a poeta maledetto: costui fa un bel regalo a Marta, ossia un amore romantico e piuttosto appagante. L’avvocatessa “wannabe” scarica il tizio che la trascura e via, almeno un lato della vita è raddrizzato. Peccato che il destino sia irritato con Marta (vedremo che non gli si può dare torto): a un certo punto la ex di Leandro, Greta, torna a farsi viva. E fosse solo questo! Non molto tempo dopo, Greta è pure vittima di un incidente stradale.
Leandro è dunque colto dai sensi di colpa e corre al capezzale della ex, lasciando Marta sola e di nuovo avviluppata in una coltre di insicurezze. E negli esami di Giurisprudenza. Passano due anni, Marta soffre, si riprende in qualche modo, e inizia un flirt estivo con un surfista. Il flirt è più breve di un battito di ciglia, e… oh, ecco! Neanche a dirlo, torna a farsi vivo Leandro, il quale chiede a Marta di perdonarlo e di tornare con lui. Marta accetta senza troppi indugi.
Fine.

Lettori, io qui chiedo scusa ufficialmente: scusa Il buongiorno si vede dal vicino. Sei assurdo, ridicolo, inverosimile, illogico, maialone, ma almeno hai un intreccio. Un intreccio imbarazzante.
Per tutto il resto dei miei sbagli non ha nemmeno quello: salta davanti a noi, tranquillamente seduti al parco, apre l’impermeabile e… be’ tutto ciò che mostra è una trametta incredibilmente piatta, qualcosa che il miglior chirurgo estetico non riuscirebbe mai a gonfiare. È privo dei più elementari tratti somatici di un romanzo, è simile a un manichino minimalista, di quelli con la testa a palloncino, senza occhi, senza naso, senza bocca.

Ex personaggio

Per farvi capire meglio, voglio iniziare considerando il personaggio della ex. Ebbene, in molti rosa la ex è fondamentale. Nella maggior parte dei casi funge da antagonista, presentando caratteristiche marcatamente antitetiche a quelle della protagonista: se guardiamo al nostro testo accademico di riferimento, Il buongiorno si vede dal vicino, troviamo che la ex è una superficiale e perfida oca giuliva, il cui unico scopo è di rovinare l’esistenza di Zoe. Zoe che è descritta come introversa e intelligente (nonostante recenti studi abbiano scoperto in lei parolacce completamente nuove, prima sconosciute alla scienza).
In romanzi un poco sopra al livello stabilito da Federica Leone, il personaggio della ex è qualcosa di più interessante di un’antagonista smorfiosa: è il caso di Bertha Mason, non soltanto una pazza che ritorna nella vita di Mr Rochester, ma anche la doppelgänger di Jane Eyre.

Questa Greta di Per tutto il resto dei miei sbagli, invece, è… che diavolo è? Fa la sua comparsa proprio quando Marta raggiunge Leandro a Perugia, città natale del rocker: ecco, la svitata possessiva e territoriale, determinata a impedire che il suo ex possa amare un’altra donna. Ma neanche per sogno! Troviamo una Greta triste e impaurita, totalmente terrorizzata dalla solitudine: è tale deprimente angoscia a farla cadere in uno stato di confusione mentale, proprio mentre cerca Leandro per supplicarlo di tornare insieme…

«[…] mi hanno detto che l’hanno vista aggirarsi piuttosto turbata nel locale dove andiamo tutti di solito il sabato sera. Chiedeva di me, non trovandomi se n’è andata con la sua macchina. Nessuno ha saputo più nulla fino alla chiamata della sorella, che è stata allertata dal Pronto Soccorso […]

Oh, Greta non è affatto l’antagonista, è un soggetto tragico, tanto fragile da suscitare compassione e interesse nel lettore. E in men che non si dica, Marta comincia a sembrare una piagnucolona noiosa. Un rosa atipico, direte voi, perciò curioso e meritevole. Sì, se qualcun altro ci avesse messo mano forse avremmo potuto leggere un romanzo, direi, quasi unico nel suo genere. Ricordiamoci che l’autrice è Camilla Boniardi. Dobbiamo rassegnarci a non essere appagati, perché sì, Greta ci solletica il cuore, ma poi nel testo è trattata alla stregua di un pesante sacco di patate. Un fardello di cui è bene disfarsi il prima possibile. Già, lettori, dopo l’incidente non sapremo più nulla di lei: tutto ciò che il libro ci racconta è che la poveretta ha subito mesi di riabilitazione e che Leandro, con coraggio, l’ha lasciata perché stufo di tutta la sfiga della ragazza. Be’, pianto a dirotto, che cosa posso dirvi? Emozionarsi per la supposta “antagonista”, lasciata in un angolo a morire perfino dalla sua stessa autrice è… strano.

Fuchi d’artificio

Va bene, ma almeno c’è un qualche tipo di evento catartico? Insomma, non possiamo più credere di averci guadagnato leggendo Per tutto il resto dei miei sbagli, però non vorremmo dover constatare di averci perso. Lettori, non chiedetemi l’impossibile. Vi ho già descritto sommariamente il finale: se volete spendo due parole in più, però sappiate che non cambierà nulla.
Sono passati due anni dall’incidente capitato al sacco di patate Greta. Leandro se n’è sbarazzato ed è tornato da Marta: nel giro di una serata spiega alla nostra pallosa protagonista che è dispiaciuto, che non è stato poi così ganzo vivere senza di lei. Marta si mostra dapprima titubante, poi gli rinnova il suo amore. Ah.
Oh accidenti, dove cavolo sono i fuochi d’artificio? Dove sono i baci appassionati e disperati sotto la pioggia, le corse dell’ultimo minuto all’aeroporto, Richard Gere sulla scala antincendio? Certo certo, è una bella serie di cliché, ma si tratta di espedienti che funzionano sempre per tenere il fiato sospeso… Del resto, non è un caso che siano diventati dei cliché. Chi vuole scrivere un rosa può andare sul sicuro, poca fatica e risultato (magari non eccezionale) assicurato. Chi vuole scrivere un rosa originale dovrebbe sì evitare i cliché, però sostituendoli con qualcosa di nuovo e di accattivante! No, Camilla Boniardi ha le intenzioni di chi va per il rosa originale e la pigrizia di chi va per il rosa stereotipato. Che cosa ne esce? Be’, i cliché non ci sono e non c’è nient’altro: i suoi protagonisti si irrigidiscono e parlano a ruota libera dei loro sentimenti, finché lo spazio cartaceo che devono riempire (e con lui il lettore) non si esaurisce.
Capito? L’atteso (e scontato) ricongiungimento finale, la catarsi per eccellenza del un rosa, si risolve in un impolverato monologo di Leandro. Già, ho detto che i protagonisti parlano a ruota libera? Più che altro, parla Leandro.

Romanzo di sformazione

Volete essere gentili, lo so. Forse Per tutto il resto dei miei sbagli non è un rosa, è un romanzo di formazione, forse l’autrice si è concentrata di più sull’evoluzione psicologica dei protagonisti, trascurando eventi di contorno e personaggi minori. Siete di animo nobile, lettori.

Per tutto il resto dei miei sbagli è un romanzo di formazione, lo concedo. Solo, stabilito ciò, siamo costretti a cambiare la definizione di “romanzo di formazione”: da questo momento, un romanzo di formazione è tale se nella sua trama non esiste formazione alcuna.
Facciamo un passo indietro e consideriamo le premesse del romanzo. Marta, come già detto, è sulla carta una ragazza insicura e timida, intrappolata in un percorso di studi che non ama. Leandro le offre una certa sicurezza sul suo aspetto fisico, garantendole di essere bella anche senza trucco. Marta sembra abbandonare alcune delle sue paturnie in compagnia del cantante, ma poi Leandro la lascia e bla bla. Ora, se Per tutto il resto dei miei sbagli fosse davvero un romanzo di formazione, la separazione da Leandro sarebbe l’evento decisivo per Marta: la costringerebbe ad ammettere che non è possibile delegare ad altre persone, spesso solo di passaggio, il compito di costruire la propria autostima. Marta imparerebbe così a trovare in sé la forza per piacersi e per dirigere il proprio destino.
Giochiamo ai controfattuali? La nostra protagonista, ad esempio, avrebbe potuto abbandonare Giurisprudenza, iscrivendosi a una scuola di recitazione. La mia non è una sparata fondata sulla sabbia, se teniamo in conto che Marta fino alla noia ci racconta delle recite di quand’era bambina e di quanto si dispiace di non aver intrapreso una carriera artistica:

Poche cose, infatti, riuscivano a gratificarmi come intrattenere quel mio sparuto pubblico facendolo sorridere con balli, canti e arti che nessuno mi negava di coltivare. […]
Crescendo, poi, ho iniziato ad avvertire il peso delle responsabilità: inseguire quei sogni fanciulleschi mi sembrava sottraesse tempo a un progetto di concretezza […].
Così, quando è arrivato il momento di dimostrare il mio coraggio, ho fallito scegliendo di non rischiare e ho intrapreso il sentiero della convenzione. […]
Io, invece, studiavo per inerzia, mi ero rassegnata a un destino di costrizioni e desideri castrati.
Ogni tanto, mentre ripetevo le lezioni per l’esame, capitava che mi perdessi in qualche fantasia […]; ripensavo a quella gioia lì, quella che mi possedeva mentre interpretavo la principessa guerriera nei miei spettacoli d’infanzia.
Non sapevo come ritrovarla […], mi disperavo cercando di capire se avrei trovato il mio palcoscenico felice anche in quell’ostile ginepraio di leggi.

Ma… ma! Sì, lettori, Camilla Boniardi deve essere stata punta dallo stesso insetto che ha punto Alessia Gazzola: indugia tanto su una passione viscerale della protagonista, per poi farla proseguire sul “sentiero della convenzione”. Appunto, Marta continua a sostenere gli esami di Giurisprudenza, fino a quando “per inerzia” riesce miracolosamente a raggiungere il traguardo della laurea: e che bel traguardo, la nostra protagonista dal primo esame alla tesi non smette mai di odiare il diritto. Però la Boniardi ci assicura che Marta è contenta. Perché, dite? Oh cavolo, chi l’ha mai fatta una domanda simile alla nostra autrice? Be’ pazienza, Marta è felice anche se odia la laurea che ha conseguito.

Peccato per la storia d’amore e per gli studi, erano dei terreni promettenti su cui edificare una trama “di formazione”. Ma, dopo la laurea, c’è ancora un altro tema adatto allo scopo: la ricerca del lavoro. In un romanzo di formazione, ecco un’altra occasione di crescita per la protagonista: la gavetta, le nuove responsabilità, gli stage non retribuiti, i rifiuti dei datori di lavoro… moderni riti di passaggio.
Comodi, lettori, comodi, anche in questo caso la Boniardi non si stacca dal modello “afide” cui si è ispirata per il personaggio di Marta: la nostra protagonista infatti non spende un solo minuto sugli annunci di lavoro, perché ha una formichina che la cura e che provvede ai suoi bisogni. Sì, il surfista con cui ha un flirt, vi ricordate? L’omuncolo non ha una personalità, non ha nemmeno un vero motivo per essere nel romanzo: procura a Marta, e di propria iniziativa, un posto da articolista nella redazione di un giornale. Tutto qui, non serve a nient’altro.
Visto? Marta, come una busta di plastica abbandonata nella corrente, lascia che siano le circostanze a mandarla avanti. Può permetterselo: non è colpita dalla sfiga, al contrario di Greta.

Non è colpita dalla sfiga, eppure dobbiamo considerarla una “sfigata”. In che senso, dite? Torniamo ancora una volta al finale, che scopriamo essere veramente il momento culminante. Già, il culmine della monnezza. A seguito della logorrea di Leandro, Marta accetta di riprendere il rapporto. Ah, sì, fosse così semplice: Marta accetta dopo aver ottenuto il beneplacito di mamma e papà. Avete capito bene. A venticinque anni suonati.
Fermi, fermi, non provate a cercare giustificazioni. Non crediate che si tratti di una specie di scenetta umoristica con una coppietta di innamorati e un papà brontolone. La nostra cazzutissima Marta ci dice a chiare lettere che il giudizio dei suoi genitori è importantissimo, che non farebbe mai un passo senza il loro consenso:

«Allora ci ritorni con me a Perugia?»
Sollevai il mento dalla sua spalla per poterlo guardare negli occhi e confessargli un timore che […] nella determinazione delle mie scelte aveva sempre avuto un peso specifico considerevole: il parere di mia madre. […]
Il vero problema, dunque, non sarebbe stato tanto quello di convincere me a partire, quanto piuttosto ottenere il beneplacito di mia mamma, l’unico essere umano, insieme a papà, in grado di influenzare irrimediabilmente ogni mia decisione.

Che cosa ne pensate, creiamo un nuovo genere letterario? Per tutto il resto dei miei sbagli è il primo romanzo di sformazione: da ragazza timida e introversa, Marta diventa una pappamolla budinosa. Be’, vi stupite? Sapete che l’evoluzione è un processo, non un progresso, vero?

Essere o non essere (a una festa)?

Non c’è verso, con questo libro è impossibile essere garantisti: più si cerca un senso, più si scoprono dettagli stupidi, digressioni che non portano da nessuna parte, sproloqui inutili ed elementi narrativi abbandonati in autostrada alla prima occasione.
In effetti Per tutto il resto dei miei sbagli non è un romanzo con una struttura e una trama ragionata, è il prodotto ultimo di un pensiero amatoriale completamente fuori controllo.
Intendiamoci, la digressione e l’indugiare su dettagli insignificanti non sono da condannare senza appello, a volte possono rivelarsi davvero utili. Manzoni, ad esempio, ne I promessi sposi dava ampio spazio al contesto storico del Seicento non solo per informare il lettore, ma anche per aumentare la suspense in certe scene. Appunto, “utilizzava”, cioè sfruttava una tecnica in modo consapevole e con un fine ben preciso. Camilla Boniardi, invece, non ragiona, scrive e basta, con effetti che sfociano nel ridicolo.
A questo proposito, voglio discutere con maggiore precisione il già citato monologo di Leandro. Scoperchiamo il bidone pieno di staticità, prolissità, banalità e… poesia:

«[…] Sul fondo dei miei silenzi sedeva la vergogna di aver desiderato di non curarmi affatto di quanto era accaduto, continuando ad abbracciarti fino al sorgere del sole. […]
Capii presto che eravamo [Leandro e Greta] intossicati dall’interno, intrappolati sotto macerie che credevamo castelli. […]
Ho vissuto così questi ultimi due anni, tormentato nel presente dalle ombre del passato.
Poi non ce l’ho fatta più, quando ho finalmente capito che quello a cui avevo rinunciato mi sarebbe mancato in eterno, ho deciso che avrei almeno dovuto provare a riconquistarlo. […]
Non ho mai smesso di chiedere a chiunque ti conoscesse informazioni sul tuo conto, […] ma le risposte, come chiodi arrugginiti, si conficcavano nei miei fianchi.
Ti cercavo in rete per risentire la tua voce, ti ho osservata in silenzio gettando sale su una ferita che non aveva mai smesso di bruciare. […]
Vorrei solo capire se io, in qualche modo, ho abitato i tuoi giorni con la stessa disperata nostalgia con cui tu hai abitato i miei. […]
Non c’è niente che io non sia disposto a fare per averti di nuovo nella mia vita […] il rimorso di non averci mai provato, infatti, mi divorerebbe più della disperazione di non esserci riuscito. […]»

Basta, mi scatena il mal di testa! Macerie di castelli, chiodi arrugginiti nei fianchi, ferite che bruciano… dico io, cercando sull’internet non si trovano metafore leggermente meno abusate? Avete ragione, per trovarle bisogna andare oltre la seconda pagina di Google. E la nostra autrice è priva della voglia necessaria per compiere tale grande balzo. È chiaro il motivo per cui ci tocca leggere un pippone recitato in uno spoglio e triste stanzino.
No, aspettate un attimo: quale triste stanzino? Non ve l’ho detto: Leandro tiene il suo sermone durante una festa. E non una di quelle feste garbate e chic che aiutano Carofiglio a socializzare con altri esseri umani. No, la festa in questione è uno di quegli pseudorave in cui il volume della musica è altissimo e la birra scorre a fiumi.
Avete già capito. Le gozzoviglie coprono gran parte delle parole, e per comunicare si è costretti a formulare frasi brevi, sopprimendo i dettagli irrilevanti, sovvertendo le normali regole grammaticali. Per intenderci, se fossimo immersi nella baraonda non diremmo: “Mi sto annoiando, vado al banco del bar, tu vuoi qualcosa, magari un drink?”, bensì: “Birra, vuoi? Io vado!”.

Camilla Boniardi ha studiato attentamente le cose del mondo. Ecco perché infarcisce il monologo di Leandro di subordinate, di incisi e di figure retoriche da poetastro sifilitico. Vi invito a immaginare la scena: Black Eyed Peas a tutto volume, risate a go go, qualcuno che vomita in un vaso, e… un Leandro da operetta che rimane composto a parlare dei suoi sentimenti, ricordando la vergogna, dicendo che quel teschio, sì, lui lo conosceva, era il povero Yorick…
Qui da noi, dove valgono le leggi della fisica, tutto ciò si chiama comicità involontaria. Dove vive Camilla Boniardi, è l’apice del romanticismo. E in quel luogo suppongo valgano altre leggi.

La tortora della nonna

Almeno, Marta è davvero l’anima gemella di Leandro. Anche lei ha una malattia che le fa provare piacere erotico nelle digressioni: ve lo giuro, ne fa continuamente, anche in momenti estremamente inopportuni. Un esempio? La nostra eroina si trova a Perugia, il risveglio dopo la prima notte di passione con Leandro. Più emozioni di così! Estasi, appagamento, piacevole confusione… come raccontereste tutto ciò? Camilla Boniardi vi dà un suggerimento: tortore e nonne

Quando aprii gli occhi, la mattina seguente […] regnava il silenzio chiassoso delle case immerse nella natura, dove fuori dalla finestra si svolge sempre qualche feroce duello amoroso fra gli esemplari di uccelli maschi più vanitosi della zona.
A me, se c’è un canto fra tutti che proprio mette di buon umore, è quello della tortora dal collare o tortora orientale. […]
Il canto della tortora dal collare, infatti, è stata la sveglia di ogni estate passata con nonna nella sua casa al mare, al Lido degli Scacchi.
Mamma e babbo, infatti, consumati i loro giorni di ferie, ci salvavano dall’arsura cittadina d’agosto spedendoci dalle nonne: i miei fratelli in montagna con quella paterna, io al mare con quella materna.

Dopo averci narrato a lungo (molto a lungo) delle tortore, dei pomeriggi con la nonna, delle scarpe della nonna, della bici della nonna, del letto matrimoniale della nonna, del pane burro e zucchero della nonna… finalmente arriviamo al racconto della notte d’amore. Ma è una “sveltina”, perché Marta si distrae ricordandosi di come si corteggiano i cavallucci marini. Estremamente eccitata, non si trattiene e ce lo spiega:

Il cuscino di leandro era caduto ai piedi del letto e lui, con la guancia appoggiata al materasso, dormiva indisturbato. […]
Continuai a guardarlo dormire, scoprendo ciò che del suo viso il buio dei nostri ultimi incontri mi aveva impedito di notare.
Mi venne in mente una cosa che a me ha sempre affascinato molto: come si dichiarano il loro amore i cavallucci marini. […]
Il corteggiamento ha inizio con una parata nuziale: la femmina che si avvicina al maschio, io mi immagino in un modo un po’ sexy […].

Basta, lettori, l’Aria sulla quarta corda è finita, riprendetevi. Marta ha la soglia d’attenzione di un criceto usato per esperimenti sulla caffeina: la sua narrazione non è lineare, salta irritantemente da un argomento all’altro senza un motivo ragionevole. Questa mancanza di linearità, del resto, sembra essere propria della sintassi di Camilla Boniardi, sintassi continuamente spezzata da incisi che nulla aggiungono all’informazione principale. Alcuni esempi:

Io, negli anni e quasi senza accorgermene, mi ci ero affezionata a quel cassetto […].

Io e Olivia, di Dario, non parlavamo molto […].

Il motivo, a noi che aspettammo il verdetto della contrattazione fuori dalla porta, ci fu piuttosto chiaro […].

Il bagno, neanche a dirlo, era unico e comune […].

Io, che settembre è il mese perfetto per passeggiare fra le vie di Milano, lo decisi quell’esatto pomeriggio […].

Veramente, veramente pesante. Per innamorarsi di una ragazza simile, tanto valeva che il buon Leandro avesse dato appuntamento a un qualsiasi giornalista di un TG 24.

Sezione aura

Con la forma non ho finito. A questo punto lo ripeto, anche se so di averlo già detto, credo che la nostra autrice abbia scritto di getto, senza riflettere. O meglio, mi auguro che non abbia riflettuto. Altrimenti, ai piani alti come giustificano un “miracoletto” della letteratura che confonde l’aggettivo “aurea” e il sostantivo “aura”? Guardate:

[…] invidiavo l’ostentata sicurezza con cui erano riusciti a crearsi un’aurea di esclusività da cui […] ero intimamente sedotta.

Perché Camilla Boniardi si avventura in zone oscure della grammatica, quando si muove con passo incerto anche in piena luce? Me lo domando perché nel romanzo ho notato spesso le orme traballanti della nostra autrice. Ma ho forse equivocato, giudicando cadute di stile alcuni semplici esercizi sui pronomi dimostrativi:

«[…] In bocca al lupo, Marta cara.»
Questo è quello che mi disse Gloria […].

E va bene, la grammatica conta relativamente, importa il messaggio. Non avete trovato imbarazzanti tutte le mancanze sul tema portante del libro, l’amore? Quelle quattro nozioni “scientifiche” sulle tortore e sui cavallucci marini vi hanno mossi a simpatia? Siete davvero giusti sulla Terra, lettori. Io invece sono di quel partito che mette in guardia: in questo caso vi metto in guardia anche sulla “scienza” di Per tutto il resto dei miei sbagli. Insomma, o la Boniardi è andata a prendere la metafora nell’emisfero australe, oppure è stata messa a parte di scienze naturali finora ignote ai più:

Avevo bisogno di quella pioggia di parole, le assorbivo tutte come un terreno arido e spaccato dopo un lungo inverno […].

Non so da voi, ma dalle mie parti un lungo inverno non è necessariamente privo di precipitazioni e di umidità. La primavera non avvolge un suolo polveroso e pieno di crepe. Certo, ho visto molti campi spogli, con grosse zolle spaccate: sono terreni agricoli lavorati dai trattori, che cosa c’entra l’inverno in sé? Mah!

Dal produttore alla discarica

Per tutto il resto dei miei sbagli è l’ennesimo prodotto “dal produttore alla discarica” che non dovrebbe passare per il consumatore. Eppure, vi assicuro che il modo di far funzionare un libro scritto dalla nostra influencer c’era. Un’autobiografia, invece di un romanzo.
Camilla Boniardi, del resto, ha inserito nel libro molti elementi della sua vita: la timidezza, la laurea in Giurisprudenza, la mancanza di obiettivi, il fidanzato musicista perugino. Perché allora non ha fatto trentuno e non ha… parlato della sua carriera da influencer?!
Pensiamoci: se Marta fosse diventata un’influencer, in effetti il viaggio dell’eroe sarebbe stato portato a termine. D’accordo, un viaggio un po’ moscio, ma almeno Per tutto il resto dei miei sbagli avrebbe avuto un minimo senso. Marta abbandona la strada della convenzione per fare un lavoro non comune, in linea con la sua passione per lo spettacolo. Affronta e vince la propria timidezza, smettendo i panni della ragazza insicura: diventa una donna che non ha paura di approcciarsi al prossimo, che sa “vendere” e che sa il fatto suo. Et voilà, che cosa ci voleva? Un canovaccio bello e pronto, una morale trita ma accettabile, una storia che inizia in un modo e finisce bene.
No!

Concludo, lettori, mi è impossibile analizzare quel “no!”. Ignoro il processo creativo di Camilla Boniardi, ignoro i motivi che l’hanno spinta a scrivere e soprattutto ignoro i motivi che hanno portato alla pubblicazione di questa cosa. Io adesso non ho più spiegazioni: credo solo questo, che ci sia una élite segreta di massoni sauropsidi intenzionati a distruggere le foreste. Un libro di cacca alla volta.
Se però questa élite, in fin dei conti, la trovate simpatica e vi piacerebbe vederla al potere, aiutate il suo piano malvagio procurandovi Per tutto il resto dei miei sbagli. E se vorrete anche leggerlo, io vi auguro buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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