Ore d’ozio – Kenkō

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In sintesi:

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Anche se eccelle in mille cose, colui che non è incline all’amore è un essere imperfetto, simile a una tazza preziosa cui manchi il fondo.

Giappone al quadrato

Le Ore d’ozio di Kenkō sono un classico della letteratura giapponese, e pertanto una lettura imprescindibile per ogni nippofilo che si rispetti. Si tratta di una raccolta di pensieri acuti e originali sulla natura, sulla bellezza, sulla vita, sulla morte e sulla vita dopo la morte, sulla religione, sulle donne, sulle buone maniere, sul sakè e altro ancora: una raccolta che cattura su carta lo spirito giapponese per eccellenza, dalla poetica estremamente raffinata.

Kenkō, bonzo buddhista dalla sofisticata formazione aristocratica, è un autore assolutamente non catalogabile in nessun movimento estetico, le cui opere ci raccontano molto dell’epoca in cui visse. Si suppone che sia nato nel 1283, circa un secolo dopo la fine, bagnata di sangue, dell’epoca Heian, conosciuta come l’età dell’oro giapponese.

Una consolazione

Nel 1186 il clan famigliare dei Minamoto sconfigge quello dei Taira, sancendo così il passaggio del potere effettivo della corte imperiale di Kyoto, infrollita dagli agi e dal lusso, alla nobiltà guerriera del nord-est, dando origine alle instabili epoche Kamakura e Nanboku-chō (quest’ultima conosciuta anche come “epoca delle due corti”, per via della scissione dinastica che la caratterizzò).

In quegli anni violenti il Buddhismo funse da religione consolatoria per i cortigiani, la cui sensibilità, affinata dall’agiata vita a corte, li predispose a un’acuta sofferenza che rischiò di schiacciarli.

Si assistette dunque a un cambio repentino dell’estetica letteraria: il mono no aware, l’ideale estetico di commossa partecipazione alla bellezza tragica del mondo, venne scalzato a favore di una letteratura più “vigorosa” e dal sapore militare, e da opere mistiche.

Doppio

Kenkō si colloca temporalmente proprio nel mezzo di questa svolta: egli nacque “al di fuori” dell’epoca Heian, sufficientemente tardi perché si rendesse conto della propria lontananza da quegli anni d’oro, ma non abbastanza per non subirne ancora gli influssi e tutto l’incanto.
Questa duplicità, che si rivela a tratti contraddittoria, caratterizza tutta l’opera, e la rende straordinariamente interessante per il profilo psicologico dell’autore che ne emerge.

Kenkō, come detto, è ancora molto legato ai secoli d’oro: ciò si evince dal suo l’amore per l’eleganza, per le buone maniere, per la classe innata, con le quali i cortigiani si distinguono dalle persone volgari e di misero intelletto. In Ore d’ozio ricorrono spesso consigli su come ben comportarsi e aneddoti di illustri personaggi dai quali prendere esempio.

L’ammirazione per le buone maniere è, d’altra parte, una manifestazione dell’amore per l’armonia e la bellezza in generale, che caratterizzano il mono no aware e l’estetica classica: numerose sono le parole di apprezzamento sulla luna, sulla neve, sui fiori, sulla primavera, e sull’alternarsi delle stagioni, che rivelano l’animo estremamente sensibile dell’autore, e gli ammoniti a diffidare di chi non si ferma a contemplare la natura nel suo sfaccettato splendore. Infine, il linguaggio si rifà al capolavoro dell’epoca Heian, il Genji Monogatari, e ciò svela come per Kenkō l’ideale estetico da seguire sia ancora senza dubbio quello dell’età classica.

Ubriaconi che bevono una delizia

Ma, come si è detto, Kenkō percepisce la distanza fra sé e l’epoca Heian, e di questa vede la bellezza, quanto tutti i limiti e la futilità.
Non c’è pertanto da stupirsi, se prima leggiamo un suo elogio alla bellezza femminile, e poi la condanna dell’amor carnale, prima un rimprovero a coloro che bevono sakè, e poi apprezzamenti su questo alcolico tipico giapponese. Kenkō offre infatti diversi punti di vista, tutti ugualmente appartenenti alla sua personalità: quello del raffinato aristocratico formatosi a corte, e quello del bonzo che guarda con distacco e velato disprezzo al fugace mondo della mondanità.

Ore d’ozio è il frutto di una mente acuta e sagace, che fa comprendere ai suoi lettori il senso di nostalgia dell’intellettuale che assiste impotente al crollo dell’età d’oro della sua nazione, pronta a sprofondare da lì a poco nel Medioevo.

Buona lettura.

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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