Natale con i suoi – Valentina Vanzini

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IL GIUDIZIO:

natale con i suoi racconto di valentina vanzini edito da newton compton editori

Sarà un Natale stupend…
«Ahhh!».
Qualcosa di freddo e viscido mi è appena schizzato in faccia.

Vitellone al vapore

Ah, che bello! Uno splendido pomeriggio invernale, le babbucce ai piedi, puntate piratate di Stellina, gli occhi di Marisel Antonione. Oh, oh! Squilla il telefono. Un gruppo di vostri cari amici ha in progetto di fare una capatina da voi per una cenetta chic. Siete presi alla sprovvista. Nella dispensa c’è ben poco, e non potete proprio comprare del cibo già pronto per acconciarlo come se fosse cucinato da voi (non avete fatto per protesta la revisione dell’automobile e ve l’hanno sequestrata). Non vi resta che arrangiarvi con qualche ricettina veloce consultabile online. E qui fate un errore madornale. Eh sì, confondente la rapidità con la facilità, facendo così il passo più lungo della gamba. Insomma, siamo tutti capaci di fare una torta salata alle zucchine con un rotolo di pasta sfoglia già pronta (meh, forse), ma se volessimo cucinare un perfetto uovo in camicia… ah, ah, tanto varrebbe proporre ai nostri ospiti una suola di scarpa scaldata sul termosifone, chiamandola “vitellone al vapore” o qualcosa del genere. Eppure, l’uovo in camicia cuoce molto più velocemente di una qualunque torta salata, no?

No lettori, tranquilli, Il pesciolino d’argento non è stato acquisito da una potente e sicuramente malvagia multinazionale dell’internet. Niente logo di GialloZafferano, prendete pure fiato. Vi domandate però, e un po’ spazientiti, quale connessione ci sia fra le uova in camicia e la narrativa. Be’, pensateci un attimo e vi sembrerà palese: uno scrittore di successo si trova di frequente nella situazione che ho descritto. Proprio come un padrone di casa che ha degli ospiti a sorpresa, spesso l’autore è costretto a inventarsi qualcosa di appetibile, pur avendo pochissimo tempo a disposizione. Si avvicina San Valentino? Bisogna sfornare un romanzo con una trama romantica (ma non così patetica)! Una pandemia sconvolge il mondo? Ci vuole libro sul Covid. Novembre? È giunto il momento di pubblicare una storia di Natale.
Insomma lettori, la vita dello scrittore è costellata di editori e di scadenze da soddisfare; tuttavia, non sempre gli autori si comportano da bravi padroni di casa, e… e sì, confondono le cose facili con le cose veloci. E l’uovo in camicia della narrativa è, immancabilmente, il racconto.
Più breve del romanzo, il racconto sembra ai nostri amati autori mainstream una scorciatoia, ma in realtà in questa forma di prosa basta un piccolissimo errore per compromettere il risultato. Un personaggio caratterizzato in maniera appena appena approssimativa, un minuscolo buco nella trama, un ritmo narrativo più lento del dovuto… tutto questo risalta più in un racconto, che in un lungo romanzo: eh già, in un romanzo un personaggio non perfettamente caratterizzato può passare in secondo piano, e un brano poco convincente può essere facilmente dimenticato dal lettore, tutto concentrato sui capitoli più emozionanti. Un romanzo, insomma, è come una pietanza che richiede numerose preparazioni: qualcuna può riuscire… non perfettamente, ma facendo bene le altre si può presentare comunque una pietanza dignitosa. Un racconto, invece, come il nostro uovo in camicia (che ormai vi risulterà indigesto) non ammette sbavature.
Questa lunga (e un po’ pallosa) premessa, lettori, non è stata vana: dopo aver compreso il succo del mio discorso, sarà chiaro anche a voi che la valanga di errori commessi da Valentina Vanzini nel suo racconto comico Natale con i suoi sarebbe bastata per rendere illeggibile un romanzo di trecento pagine. Figuriamoci allora una “novella” che ne conta appena una sessantina!
Oh, certo, certo. Trama…

Matilda, protagonista e voce narrante della vicenda, ha ricevuto una proposta di matrimonio da Federico Muzio, il fidanzato sassofonista, ed è al settimo cielo. Fin qui tutto regolare, non è vero? Ma la regolarità dura poco: a quanto pare, Matilda e Federico si conoscono da appena cinque mesi, mesi trascorsi di certo non a parlare, giacché la nostra eroina non sa praticamente nulla del suo futuro marito. Non solo Matilda non ha mai conosciuto i suoceri, ma ignora del tutto che tipo di rapporto abbia Federico con i propri genitori: non sa nemmeno che ha due fratellini, e che non torna a casa da due anni.
Be’, poco male, tanto quando Matilda viene a sapere che tra il fidanzato e la famiglia c’è probabilmente maretta, se ne frega; anzi, convince Federico a tornare a casa per le feste, in Abruzzo. Ovviamente non da solo, si autoinvita. Ebbene, in Abruzzo la protagonista finalmente fa conoscenza della stramba famiglia del suo fidanzato, famiglia composta dalla suocera Agnese, dalla zia Anselma, dai gemellini Jacopo e Ginevra, dalla nonna Beatrice e dal capofamiglia, un uomo di nome Rocco. Matilda ben presto comprende che il motivo per cui Federico si è tenuto a distanza dai suoi parenti è proprio Rocco (ehi, dove ho già letto di un Rocco che rompe i cogl… ?), il quale non vede di buon occhio la carriera da musicista del figlio. Federico, in verità, è disposto a tutto pur di riconciliarsi con suo padre: non riuscendo a elaborare un piano migliore, il nostro fricchettone racconta a Rocco una bugia e gli promette di abbandonare il sassofono, per stabilirsi poi definitivamente in Abruzzo. Neanche a dirlo, Matilda è spaesata dalle menzogne del fidanzato, e inizia automaticamente a dubitare della sincerità del loro amore. Dopo una meravigliosa scenata davanti ai suoceri e agli altri della famiglia, la nostra protagonista scappa in un bosco, dove si perde. Nah, non si indebolisce per l’ipotermia e non viene divorata viva da animaletti affamati. È invece prontamente soccorsa da Rocco, che ha ormai capito di non poter obbligare la prole a seguire vie diverse da quelle dettate dal cuore. Matilda si riconcilia infine con Federico e c’è lo scontato lieto fine.

Tanta carne e niente arrosto

E va bene lettori, mi perdonerete se mi sono lasciata sfuggire qualche piccolo spoiler, ma era proprio necessario che non vi omettessi nulla e che vi rendeste conto voi stessi di un evidente difetto della trama del racconto. L’avete notato? Il difetto è… be’, ma è la trama stessa! In effetti, non è adatta a un racconto, è la trama di un romanzo. L’autrice mette tanta carne al fuoco: abbiamo la protagonista che si sforza di piacere alla famiglia del fidanzato nella trama principale; abbiamo una sottotrama tragica, con Rocco e Federico che non riescono a comprendersi; e poi abbiamo una caterva di personaggi. Gli elementi da gestire, sia tragici, sia comici, sono dunque numerosi e complessi, e solo uno scrittore esperto può riuscire a integrarli in maniera coerente e accattivante in una breve novella, senza risultare superficiale o sconclusionato. Inutile precisare che non è la Vanzini quello scrittore.

Un esempio lampante della (s)bravura con cui la nostra autrice tesse la trama si trova circa a metà del racconto, quando Matilda è già arrivata a casa dei suoi suoceri. I membri della famiglia di Federico sono un po’ strambi, sì, però dopotutto sono cordiali. L’unico a comportarsi in maniera apertamente ostile è Rocco, come vi ho già accennato: sapendo dell’arrivo del figlio, si è barricato all’interno della propria stanza, rifiutandosi di uscire e di rivolgere la parola ai suoi cari. Ecco, Federico e gli altri ripongono l’ultima speranza in Matilda, che viene mandata di fronte alla porta chiusa della stanza di Rocco. La protagonista dapprima supplica il suocero, dopodiché decide di improvvisare una canzoncina e un balletto sulle note di All I Want for Christmas Is You.
Va bene lettori, è chiaro che si tratta di una scena volta a strappare una risata: come è ridicolo che un uomo adulto si barrichi nella sua stanza come un adolescente capriccioso, così è ridicola la soluzione che escogita la protagonista per sbrogliare la matassa. Non c’è nulla di sbagliato in tutto questo, se devo essere sincera. Il vero problema arriva successivamente, quando Rocco decide di uscire dalla sua stanza: eh sì, non sappiamo perché si addolcisce…

« […] Dai! Signor Rocco!», canticchio, improvvisando. «Fa’ che il mio desiderio si avveri. All I Want for Christmas Is Youuu!».
Concludo la mia performance con un salto, poi un inchino. Infine, il silenzio assoluto.
«Mati… ma…», il mio fidanzato è sbucato da in fondo al corridoio e ha un’espressione sconvolta. «Cosa… che stavi facendo?».
Guardo Federico […]. Poi lo sguardo si posa sulla porta, ancora ostinatamente sbarrata.
[…] Busso un’ultima volta. «Non sa che si perde, signor Muzio. Federico è un uomo fantastico. […]» […].
Ed è proprio quando sto per voltarmi e andare via, che succede l’incredibile. L’uscio si apre e una barba scura, con due occhi ancora più scuri, si fanno [sic] spazio.

A questo punto il capitolo si chiude con un cliffhanger. Il successivo si apre così:

Sono un’eroina […]. Ho compiuto una specie di miracolo. Rocco Muzio è uscito dalla sua stanza. O, per meglio dire, ha aperto la porta e ha lasciato entrare Federico. […] Ora saranno due ore o forse tre che se ne stanno rinchiusi nella camera.

Lettori, già a proposito di Oliva Denaro vi avevo parlato dell’efficacia del cliffhanger: forse la Vanzini ha voluto ottenere lo stesso effetto raggiunto dalla Ardone? Mah! In Natale con i suoi, il cliffhanger è più che mai inadatto, perché taglia un passo importante della trama, deturpandola. Insomma, perché Rocco alla fine esce dalla sua stanza? E, soprattutto, con quale stato d’animo apre la porta? L’autrice si limita a raccontarci degli eventi (Matilda canta e Rocco apre la porta), ma non ci mostra la relazione di causa ed effetto che c’è fra loro: non ci spiega, cioè, che cosa è cambiato nella psiche di Rocco. No lettori, non consideratelo un dettaglio da poco. Omettendo tale nesso causale, l’autrice ha perso una grande occasione per scatenare una reazione nel pubblico. Ecco, proviamo a fare qualche esempio, immaginando di entrare nel dettaglio della scena. Un’ipotesi è questa: Matilda riesce a toccare delle corde segrete in Rocco, che si commuove nel sentire la canzone cantata dalla ragazza. Perché la reazione di Rocco abbia senso, però, bisognerebbe spiegare il motivo per cui All I Want for Christmas Is You riesce a smuovere un uomo abruzzese, ruvido, austero e all’antica. Se volessimo dare un tocco tragico alla scena, potremmo immaginare che la canzone rievochi in Rocco dei ricordi felici legati alla famiglia, a Federico in particolare. Se invece mirassimo a mantenere il tono comico, allora il tosto Rocco potrebbe rivelarsi un fan sfegatato di Mariah Carey: una scenetta che farebbe ridere per via del contrasto fra il barbuto suocero e il genere musicale da lui amato. Un po’ come accade nel film White Chicks, in cui il virile donnaiolo Latrell Spencer canta con passione la romantica A Thousand Miles di Vanessa Carlton.
Ma consideriamo adesso un altro scenario. Matilda non ha affatto commosso Rocco, bensì lo ha infastidito. Anche in questo caso si ottiene un effetto comico per via di un contrasto: Matilda canta accoratamente, ma anziché commuovere il suo spettatore, lo irrita. In questa nostra fantasia, Rocco potrebbe essere uscito dalla stanzetta non perché ha compreso improvvisamente il significato del Natale, ma perché vuole intimare a Matilda di porre fine al baccano. Uscendo, però, Rocco si ritrova inaspettatamente davanti Federico, e non può più continuare a ignorarlo.

Invece, lettori, la dura realtà è che non abbiamo informazioni sufficienti per capire se il cambiamento di Rocco significhi qualcosa di positivo o di negativo; l’intero evento è così, puff!, una bollicina di sapone. E poi, lasciatemelo dire, la nostra autrice non sa intrattenere. Per essere un racconto comico, la Vanzini non riesce a creare una “gag” che faccia ridere: confida nel fatto che a noi lettori basti immaginare la protagonista saltellare e fare piroette, per scompisciarci. Pertanto, siamo proprio costretti a leggere un lungo brano in cui Matilda canta e balla, e quando finalmente si apre la porta… tac! Si cambia argomento.

Entrano ed escono

Va bene lettori, va bene, lasciamo perdere Matilda che fa il cosplay di Mariah Carey e passiamo al secondo esempio. Siamo verso la fine del racconto, e la protagonista scopre che l’anello di fidanzamento regalatole da Federico non è composto da diamanti, bensì è una patacca di vetro. Matilda perde la fiducia nel fidanzato e la pazienza nei confronti dei suoceri, fa la scenata che vi ho raccontato, fugge in lacrime, si perde nel bosco, viene salvata dal suocero. Bene. Che cos’ha questo intreccio che non va? È uno sviluppo decisamente classico, e che in genere funziona molto bene, poiché si tratta di un viaggio dell’eroe “in miniatura”: dopo la lite, la protagonista agisce in maniera avventata e si infila in una situazione pericolosa, che le fa capire di aver commesso degli errori e di essersi comportata da sciocca. Esatto, capisce i suoi sbagli anche perché la tolgono dai guai le stesse persone da cui si è allontanata, le quali dimostrano di tenere realmente a lei. Oh lettori, è un barbatrucco alquanto abusato, ma fa sempre scena… sì, se lo usa un autore capace. Nel caso della Vanzini, be’… sapete che c’è? La nostra autrice ha sbagliato completamente i tempi. Tanto per cominciare, Matilda non capisce i suoi errori mentre è sperduta nel bosco, no, no. Fa un mea culpa ancor prima di fuggire. Quando accusa Federico di averla presa in giro con un anello di bassa lega, il nostro macho le spiega che il gioiello in realtà ha un grande valore affettivo; ed è l’imbarazzo per la figura barbina appena fatta, a spingere Matilda alla fuga:

[Parla Federico] «Ho conservato questo anello per anni, ripromettendomi che l’avrei regalato alla donna che sarebbe stata per sempre al mio fianco. Mio padre lo regalò a mia madre, il primo giorno che si innamorò di lei. […]» […].
«Federico, io…», mormoro. […] apro la bocca, decisa a parlare, ma ne esce solo un suono strozzato.
Non ce la faccio. Non ora. […]
«Forse dovrei andarmene».

Insomma lettori, la protagonista capisce immediatamente di essere nel torto, e le buone intenzioni del fidanzato le sono chiarissime. Pertanto, il piccolo viaggio dell’eroe nel bosco non si compie affatto! Non assistiamo a nessuna evoluzione psicologica, non c’è nessun esame di coscienza catartico. Eh, sì… ma allora, se Matilda non deve trarre nessuna conclusione perché sa già tutto, che cosa succede mentre è nel bosco? Lettori, in effetti non succede nulla. Il tutto si risolve in un paio di pagine, durante le quali Matilda si sporca il maglione, piange lacrime che “sanno di pentimento, di rabbia e di frustrazione”, e infine cerca di accendere un fuoco con un rametto. Insomma, la nostra autrice tenta di sfruttare la situazione per far ridere il lettore… ancora senza successo.
Uhm, vi state sicuramente ricordando di un dettaglio: a un certo punto interviene Rocco, del quale non abbiamo saputo più niente… be’, come avrà reagito l’austero genitore? Forse il viaggio dell’eroe che deve compiersi nel bosco non è quello di Matilda, bensì il suo? A questa domanda, lettori, rispondo per voi, se permettete. E rispondo citando il brano che segue al momento del salvataggio:

Chi l’avrebbe mai immaginato? Il signor Muzio […] è un gran simpaticone! […] Nonostante fosse ormai buio non abbiamo avuto difficoltà a tornare indietro e abbiamo passato tutto il tempo a parlare.
Mi ha raccontato delle liti con Federico e di quanto la sua partenza l’avesse ferito. Ha ammesso che è stata una stupidaggine rifiutarsi di parlargli per tutto questo tempo. E ha capito di aver creato così tante aspettative e sensi di colpa in suo figlio da spingerlo a mentire per difendersi.

Capito lettori? Come Matilda, anche Rocco ha già capito tutto e non ha bisogno di intraprendere alcun viaggio dell’eroe. E quindi… oh, ma a che caz… serve l’intera scena del bosco? Come entrano, i personaggi escono! Eppure lettori vi garantisco che sarebbe bastato davvero poco per dare un senso alle pagine prese in esame… sarebbe bastato posporre i giusti elementi. Ad esempio, Matilda non avrebbe dovuto apprendere il valore sentimentale che Federico attribuisce all’anello prima di fuggire nel bosco. Avrebbe dovuto invece essere Rocco a rivelarglielo, in modo che il loro incontro aiutasse la protagonista a vedere i fatti da un’altra prospettiva, senza pregiudizi. Così come è stato scritto, invece, non ha senso che Rocco giunga nel bosco con tutti i conflitti interiori già risolti: questi avrebbero potuto sciogliersi in una chiacchierata amichevole con la nuora a proposito dei successi musicali di Federico. In soldoni, la nostra autrice ci racconta di un fuga nel bosco, fuga che non porta a nulla, bosco in cui non succede niente, e… e via, se ne sono andate delle pagine. Però sono pagine sprecate! La Vanzini, devo proprio dirlo a gran voce, non riesce a sfruttare lo spazio che ha avuto a disposizione: nel tentativo di cucinare l’uovo in camicia, sbaglia la dose di sale, sbaglia la velocità con cui creare il vortice, sbaglia perfino il momento in cui buttare l’uovo nell’acqua e quello in cui tirarlo fuori. Il risultato, lo vedete da voi: una pappa raggrumata e annacquata, altro che manicaretto!

The virgin Vanzini and the chad Vanzina

Non c’è dubbio, Natale con i suoi è una sciocchezza, con una trama che non ha né capo né coda. Oh, certo, volete obiettare che anche le trame dei cinepanettoni non hanno alcun senso, eppure dei cinepanettoni ho parlato bene. E siccome anche la Vanzini, come gli autori dei cinepanettoni (Vanzini… Vanzina… eh? Eh?), si è data l’obiettivo di far ridere il suo pubblico, non dovrei lamentarmi troppo: sì, potrei godermi qualche gag scoreggiona che riguarda Matilda & Co., giusto? Macché! Mi avete proposto un’obiezione traballante. Ed è traballante, principalmente per due motivi. Innanzitutto, c’è un’abissale differenza fra una trama senza senso e una trama surreale, folle e grottesca. Mettiamo per un momento da parte i cinepanettoni; non è forse vero che anche Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, Flatlandia, Doppio sogno e Cappuccetto Rosso raccontano eventi assurdi e irreali? Ciò nondimeno, è difficile sostenere che non abbiano senso, intendendo con ciò che non comunicano nulla e che deludono ogni aspettativa. Dal punto di vista narrativo, tutto nelle loro trame ha una precisa ragion d’essere. La trama di Natale con i suoi, invece, è costruita senza un piano; gli eventi pensati dalla Vanzini sono sì credibili, ma non sono “accorpati”, sono accostati e basta. Formano al più una lista, non un intero, non un progetto.

Secondariamente, c’è un’ulteriore differenza che sancisce l’inferiorità di Natale con i suoi rispetto ai cinepanettoni: eh già, le gag di Natale con i suoi non fanno ridere. Neanche per sbaglio, intendo.
Sono certa che per voi non è davvero una rivelazione; d’altra parte, abbiamo avuto un assaggio delle scarse abilità umoristiche della Vanzini esaminando il brano in cui Matilda canta All I Want for Christmas Is You. Ecco, tenete a mente quella scena: l’autrice sembra proprio non comprendere che i principali elementi di una gag sono l’incongruenza e la sorpresa. Come vi ho anticipato, se Rocco si fosse rivelato un fan accanito di Mariah Carey, la scena sarebbe stata divertente, perché… be’, dai, certi gusti musicali da parte di Rocco, chi se li aspetterebbe? Avremmo avuto, in poche parole, un’incongruenza fra la descrizione stereotipata del personaggio e le sue preferenze musicali; di conseguenza, ecco la sorpresa, e via, la risata parte in automatico. Se volete che mi esprima come se stessi scrivendo un tutorial, vi dico che un metodo sicuro per far ridere è così riassumibile: creare alla perfezione un contesto che induca lo spettatore ad aspettarsi qualcosa, e poi disattendere di colpo tali aspettative. Non so, forse la Vanzini ha giudicato questo trucco da prestigiatori troppo complicato o troppo faticoso; fatto sta che la nostra autrice ha adottato un altro metodo: esagerare.

Certo lettori, anche le esagerazioni sono un ingrediente classico delle ricette umoristiche: sono spesso inaspettate, strane, fuori luogo. Però, vi rendete conto da voi che non è possibile costruire una trama comica interamente sull’esagerazione, è un po’ come se volessimo girare un film inquadrando per due ore una persona che fa incessantemente le puzzette. Va bene, per i primi cinque minuti può anche risultare divertente, ma poi…
Ora, la Vanzini punta costantemente all’esagerazione, e… be’, c’è anche il problema che le sue esagerazioni non sono divertenti nemmeno la metà di una puzzetta. Qualche esempio? Eccovi accontentati, con un passo tratto dalla prima pagina del racconto:

Dopo che Federico me l’ha chiesto, ho gridatocosì forte da spolmonarmi […].

Oh sì, oh sì, la nostra autrice ci aggredisce fin dall’inizio con un’infantile esagerazione: Matilda ha urlato così forte per l’eccitazione da rischiare di farsi scoppiare i polmoni. Ah, ah! Cioè capito, lei è emozionata e quindi urla a tutto volume, incredibile. E simili genialate ci accompagneranno per tutto Natale con i suoi, genialate sempre completamente prive di un contesto che possa creare un contrasto netto e… divertente.

Be’ lettori, in teoria potrei terminare la recensione qui, ma… devo essere sincera, le goffe “gag forse” della Vanzini sono a modo loro troppo buffe per non parlarne ancora un po’. Pertanto, saltiamo a pie’ pari al momento in cui Matilda conosce sua suocera Agnese. La donna sta cucinando un goulash. Ah, ah, cucina il goulash, che ridere! Sì, si deve ridere? Mah, forse, se pensiamo che Agnese stia cucinando un gioco con le carte (nel racconto è scritto proprio all’inglese, “goulash”, e non “gulasch”: mistero). Lettori, concedetemi di aprire una parentesi. Sapete bene che molte commedie abbondano di scenette che avvengono di fronte a una tavola imbandita. Il motivo è semplice: in genere a tavola, specialmente se si è ospiti, sono richieste educazione e buone maniere. Le gag a tavola sono dunque particolarmente esilaranti, perché si crea un forte contrasto fra la creanza degli altri commensali e il protagonista della scena comica, spesso in difficoltà di fronte alle portate servite. Ecco, tenendo a mente quanto ho appena detto, la “stranezza ” di una pietanza etnica è un altro elemento ricorrente nelle commedie: il cibo è infatti un aspetto del nostro stile di vita fortemente condizionato dalla cultura con cui siamo cresciuti. Per questo, quando sconosciuti con differenti abitudini alimentari si incontrano, non è raro che si creino degli spassosi equivoci…

Eh, questa è la teoria. Suppongo che la Vanzini abbia preso degli appunti, peccato che poi non abbia saputo metterli in pratica. Tanto per dirne una, sappiamo che la storia è ambientata in Abruzzo, ma… la “location” non è affatto sfruttata per farci ridere. Dico io, Matilda avrebbe potuto essere vegetariana, o una ragazza chic (se solo Natale con i suoi l’avesse scritto Marina Di Guardo…) abituata a mangiare sushi o a ordinare poke bowl, che si ritrova improvvisamente a una tavolata piena di grassi arrosticini abruzzesi. Oppure, Matilda avrebbe potuto desiderare di abbuffarsi di piatti tradizionali abruzzesi, per poi trovarsi una suocera innamorata di cucina etnica. Ehi, un momento, Agnese effettivamente ama la cucina “etnica”. Il goulash, esatto. Il problema, però, è che Matilda già conosce i gusti “particolari” della suocera: ne è al corrente ancor prima di mettere piede in Abruzzo, perciò… non è affatto sorpresa quando non trova in tavola gli arrosticini. Inoltre, il piatto etnico cucinato da Agnese è… sì, insomma… oh, andiamo, il goulash non è così strano! È abbastanza simile agli spezzatini della nostra tradizione; e infatti, Matilda non è affatto spaventata all’idea di assaggiarlo:

«Per fortuna non si è bruciato!», esclama. «Ci dovremmo essere». Il mestolo riemerge, grondante di brodo e pezzi di carne, finendo su un piatto fondo.
Il mio stomaco gorgoglia appena a quella vista. […] A vederlo così sembra delizioso.

Oh lettori, lo so, state scalpitando: se l’agreste contesto abruzzese non fa ridere, se il goulash non fa ridere… insomma, quando si dovrebbe ridere? Secondo la Vanzini, quando Matilda capisce che la suocera non sa cucinare:

«Allora, com’è? Buonissimo, non è vero?!».
[Agnese] [m]i fissa esaltata, e io annuisco a fatica, mentre il sapore di marcio mi invade la gola e il naso. Reprimo il conato di vomito e strizzo gli occhi, sforzandomi di masticare […].
«B-buono», balbetto […].

Avete presente la scena di Natale a Miami, in cui de Sica e Boldi mangiano testicoli umani cucinati da un serial killer? Ecco, che cosa fa ridere (se un po’ vi fa ridere)? Mettiamola così: se Boldi, mentre mangia, dicesse che quelli sono dei testicoli deliziosi, vi farebbe ridere? Credo di no, perché ciò che fa evolvere la scena da stupida a divertente è il contesto: De Sica e Boldi che mangiano con gusto i testicoli, non sapendo che sono testicoli. Insomma, a divertirci è il contrasto fra la reazione di due commensali inconsapevoli e la reazione che avrebbero, se solo sapessero. In Natale con i suoi, be’, al solito non c’è nessun contrasto, nessun fraintendimento: la protagonista mangia una cosa, la trova schifosa, vomita. È divertente? Perché mai dovrebbe esserlo? Di nuovo, la Vanzini ci sta raccontando un fatto, nulla di più.

Usa, ma soprattutto getta

Non resisto, vi propongo ancora un paio di esempi del “metodo Vanzina”. Vi ho detto che Federico ha due fratellini, i due gemelli Jacopo e Ginevra. Ecco lettori, di nuovo vediamo che la Vanzini adotta un elemento assai ricorrente nelle commedie, e cioè lo stereotipo dei bambini pestiferi. Ma vediamo che anche questa volta manca una “situazione” a sostenere l’elemento comico. La “piccola peste”, infatti, è tale non solo perché fa i dispetti al protagonista, ma anche perché riesce a camuffare la propria natura di fronte ai genitori e ai familiari, sicuri del suo buon cuore. Si crea così il contrasto che tanto cerchiamo: nel caso, tra la vittima delle cattiverie e i genitori della birba, che non capiscono lo strano atteggiamento dello sfortunato. Insomma, la struttura è la stessa delle gag che ambientate a tavola: il malcapitato deve cercare di mantenersi calmo e posato, mentre mille fattori lo mettono alla prova.
Ecco, ancora una volta, la Vanzini tenta di copiare il compito, senza successo. Infatti Jacopo e Ginevra si comportano da pesti sotto gli occhi di tutti, anche sotto quelli della loro madre:

La lucertola scivola giù nella scollatura, strappandomi un altro urlo. Afferro il kimono, alzandolo e sbattendolo come un’invasata, mentre saltello. […]
Sento le dita di Federico che mi sfiorano la spalla, stringendola appena.
«Mi dispiace», sussurra. Poi la voce si alza, vibrante di rabbia, in direzione dei bambini che stanno ancora ridacchiando divertiti. «Cattivi! Pestiferi che non siete altro!».
Fa un passo avanti, con le braccia tese, e loro fuggono via come furetti, evitandolo per un pelo. Corrono giù per le scale, inseguiti dal mio fidanzato […] mi volto verso mia suocera, sforzandomi di sorridere.
Si è accesa un’altra sigaretta e se ne sta seduta su una sedia, facendo dondolare un piede con uno sguardo insofferente.

Oh, è l’ennesima volta che faccio questa domanda: è divertente questa roba? I bambini sono irritanti, sono fastidiosi, e il fatto che la madre assista passivamente alle loro malefatte ha quasi un sapore tragico, perché ci dà l’idea di una genitrice sottomessa e rassegnata, troppo debole e demotivata per tentare di impartire un’educazione alla prole.

Come ultimo esempio, vi invito a considerare la zia di Federico, Anselma. Anzi, suor Anselma. Anche in questo caso, la nostra autrice prova a farci ridere esagerando, esagerando e ancora esagerando. Scopriamo dunque che la zia Anselma… udite, udite… è davvero molto religiosa, tanto da mettere in guardia Matilda sulle pene dell’inferno:

Questa notte avrò dormito due ore scarse, dopo aver ascoltato suor Anselma prospettarmi inferno, dolori eterni e punizioni per aver ceduto al peccato della lussuria [Anselma ha visto Matilda e Federico baciarsi].

Incredibile lettori, una suora che parla dell’inferno… cioè, una suora che fa la suora. Non è divertente (e daje)? Sì? No, ma quando mai. Forse, se Matilda avesse scoperto che suor Anselma dorme con una foto di Brad Pitt sotto il cuscino, be’ in tal caso…

E va bene lettori, ne ho abbastanza di cose non divertenti, concludiamo questa breve analisi di un racconto breve. Se devo esprimere un giudizio sintetico, Natale con i suoi è un grosso “no”. Benché il titolo stesso richiami commedie di successo (Ti presento i miei e i vari sequel, per chi avesse difficoltà a cogliere il riferimento) l’autrice non ha saputo nemmeno copiare quel tanto che bastava a confezionare un libraccio trito e ritrito, ma almeno mediocre. Invece, ciccia! Natale con i suoi è il tipico prodotto di consumo per le festività di fine anno: da usare e da gettare. Anzi, la prima azione è superflua. Se può consolarvi in qualche modo, il nostro raccontino si è rivelato dopotutto uno spunto di riflessione: dopo aver considerato l’origine dei mille difetti di Natale con i suoi, ogni volta che vi verrà in mente di fare una torta Kek Lapis Sarawak solo perché avete visto un tutorial… dormiteci su e prendetevi una giornata intera. E poi magari lasciate perdere, dedicandovi a un libro sano (e intelligente). Se lo farete, ormai lo sapete, io vi auguro una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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