Milù la gallina blu – Ilaria Mainardi

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IL GIUDIZIO:

milù la gallina blu libro per bambini di ilaria mainardi edito da pubme

Se Milù non fosse stata proprio Milù, magari il suo comportamento stravagante avrebbe destato qualche sospetto. Poiché era solo Milù, nessuno ci badò.

Favole nuove non ce n’è più?

Li scrivono ancora i libri per bambini? Ehhh, sì… purtroppo. Come “purtroppo”?! Che c’è, gira già la voce che non mi piace nessun libro, e qui faccio coming out addirittura odiando un’intera categoria cartacea?
No, lettori, non è così. Innanzitutto, non è vero che non mi piace nessun libro, è che non mi piacciono i libri brutti e stupidi. Cioè, non mi piacciono alcuni libri brutti e stupidi. Secondariamente, i libri per l’infanzia sono tra i miei preferiti; proprio come categoria, altroché. Apprezzo la loro apparente semplicità, la loro dolcezza, l’ingenua fantasia che li pervade. Ma… ma! Proprio perché amo tali caratteristiche, sono costretta ad amareggiarmi, dopo aver notato la loro graduale e inesorabile scomparsa. Se anche voi, in un qualunque store, voleste soffermarvi sugli scaffali dedicati, scoprireste che i libri per l’infanzia sono sempre più… uh… dei libri per adulti con molte meno parole. Vorrei poter dire che sono libri per adulti scritti con uno stile molto più semplice, però no, neanche questo: di loro i testi “dei grandi” ci propongono un lessico poverissimo, e le controparti “dei piccoli” non hanno chissà quali differenze. Si ritrovano gli stessi errori grammaticali (e quindi chi può mai sospettare che nelle favolette siano “fatti apposta”?), gli stessi costrutti elementari, gli stessi anglicismi. Davvero, libri per adulti in versione ridotta. E, com’è prevedibile, a classificarli fra i “per adulti” non è tanto la forma, bensì è proprio il contenuto: sotto le copertine colorate si parla di società, di guerre, di tecnologia, di economia, e… di sesso! Ah!

Occhei, dobbiamo intenderci bene, perciò è opportuno espandere un tantino il discorso. Chiariamo subito un punto: scrivere un libro per bambini, di suo, non è un’impresa facile. Complici le mie stesse parole, che di sicuro vi hanno suggestionato, potreste pensare che siano sufficienti una trama dall’intreccio semplice, qualche simpatico animaletto parlante, e una prosa terra terra. Ma no, assolutamente no, serve ben altro. Scrivere un libro per i piccoli è in effetti una delicata operazione educativa, e l’autore deve muoversi con cognizione e con cautela, se non altro con l’obiettivo di non far danni.
Cosa più importante (e torniamo alle mie preoccupazioni), bisogna sceglier bene il tema da affrontare. Ad esempio, riguardo al sesso cui accennavo, ultimamente va di gran moda proporre storielle riguardanti l’omosessualità, l’identità genere e via dicendo, col chiaro intento di sradicare l’omofobia dagli adulti del domani: sì, nonostante l’idea sia condivisibile… meh… gli autori che l’abbracciano sembrano dimenticarsi che i bambini sono bambini! Ossia: hanno delle caratteristiche particolari e seguono un percorso di sviluppo “a tappe”. L’immagine del pargolo “cera da plasmare a piacimento”, o anche “spugna che assorbe tutto”, è l’ennesima stupidaggine che ci sentiamo ripetere (sigh!) sin dalla nostra giovinezza. No, non soltanto non ci si può aspettare che i bambini vedano certe realtà così come le vedono gli adulti, ma non ci si può neppure aspettare che i bambini possano vedere certe realtà! Vero, sempre in tema di “affettività”, nei nostri piccoli esiste una sessualità, ma essa è, appunto, acerba, in divenire, e ben lontana da quella di noi adulti: tant’è che, se riflettiamo anche distrattamente, i bambini non sono interessati al sesso, non capiscono cos’è, e le varie sensazioni (che hanno, lo ribadisco) sono sempre vaghe, confuse e presto dimenticate. Insomma, dai sei anni fino alla pubertà, i piccoli vivono una fase di latenza psicosessuale, pertanto è inutile proporre loro riferimenti (dai più vaghi ai più espliciti) diretti a temi riguardanti l’intimità erotica. Nel migliore dei casi, quando si trovano davanti trame a proposito di identità di genere, di rapporti coniugali, o addirittura di stalking e di abusi, i lettori bambini si annoiano e vagano per conto loro con la fantasia; nel peggiore dei casi, insorge in loro un senso di confusione che può sfociare in un profondo disagio.

Mamma o chioccia?

Che è, do segni di essere una bigottona mamma-chioccia (o “genitore elicottero” come da qualche tempo si usa dire, perché, ehi!, noi allo Zio Sam gli facciamo il servizio completo) che vota Lega? Ah, non so… se mi giudicate così fate pure, solo… solo tenete fuori la Lega, grazie, e poi riflettete un po’ su quel che ora vi propongo.
I bambini possono davvero essere traumatizzati, e addirittura da cose insospettabili, mica solo dalle allusioni sessuali. I disegni, ad esempio: oh, lettori, bisogna prestare un’attenzione particolare ai disegni associati alle storie rivolte ai bambini, bisogna che siano quanto più possibile rassicuranti. Vi sorprenderebbe sapere quante volte un disegno “storto” ha fatto danni. Conoscete lo scrittore e attore comico inglese Aaron Gillies? Io lo conosco perché ha scritto Tu non sei la tua ansia… eh, eh, eh… già. Ebbene, Gillies racconta di aver sviluppato una fobia per alcuni personaggi di un cartone animato dopo averne visto una scena particolarmente inquietante:

Nella lotteria dell’ansia, sono riuscito a portarmi a casa il disturbo d’ansia generalizzato, l’ansia sociale, l’ansia da separazione, l’insonnia, l’onicofagia […] e una fobia del tutto irrazionale per i Mumin. […]
Per chi non conoscesse i Mumin, sono i personaggi di una serie svedese di libri per bambini, diventati poi dei cartoni animati inventati da Satana per ferire psicologicamente gli esseri umani e punirli dei loro peccati. La mia fobia risale al giorno in cui, da bambino, vidi un episodio incentrato sul Groke, un essere terrificante che compariva all’orizzonte mentre i Mumin guardavano dalla finestra. Ogni volta che chiudevano le tende e le riaprivano il Groke era più vicino. Non mi sono mai più ripreso dal trauma.
(Tu non sei la tua ansia, capitolo 2)

Apperò… mi sembra superfluo ogni commento, anche perché, se dovessi per forza spendere due parole, finirei per rivolgere insulti a quei soliti maniaci scandinavi e a quei soliti babbalei nostrani che si ostinano a pensare “è un disegno, è un cartone animato, BROOO!, è ovviamente per bambini”. Aggiungo soltanto che, casomai steste pensando che il buon Gillies sia un tipo esageratamente impressionabile, e che il suo sia un caso isolato… be’, date un’occhiata ai commenti di questo video, va’. Oppure, anche meglio, ricordatemi un po’ com’è che faceva quella pubblicità della Tabù… “ne mangio mille al giorno”… eh, faceva così?

Occhio ai temi, occhio ai disegni, dunque. E poi… eh, e poi ritorniamo al lessico, vi pare? Certo che c’è uno stile particolare, quando ci si rivolge a un pubblico infantile: come è che una simile ovvietà si sta perdendo? Diamine, abbiamo preso a parlare ai nostri animali domestici col tono che si deve ai bambini, e ai bambini, lo ricordavo in precedenza, riserviamo discorsi dal tono similtecnico, di quelli che faremmo ai colleghi sul lavoro. Cioè, d’accordo, i bambini non sono idioti, e uno stile “semplice” non è uno stile “scemo”, nondimeno un bravo autore deve sapersi attenere agli stilemi e alle regole che del genere (e questo, in verità, vale per tutti i generi): fluidità nella scrittura, ma senza ricorrere a eccessivi artifici retorici, costrutti stimolanti, ma non iperbolici, prosa immaginifica, ma non astratta. E tutto questo po’ po’ di forma deve necessariamente essere al servizio della verità, ossia è nostro compito offrire ai bambini testi che divulghino informazioni corrette (per esempio, non possiamo regalare un libro in cui si afferma che i medievali credevano che la terra fosse piatta, o… o un qualunque Chiara Valerio). Il rischio, in questo caso, se non si sa come procedere? Be’, il rischio è, appunto, di annacquare un libro per adulti: già, anche ammettendo che il tema scelto sia accettabile (perché, ehi, a parte il sesso, la violenza e la politica, che sono i più “inadatti”, col resto si può… si può provare), un passo falso nello stile e il piccolo pubblico è perso. È in parte ciò che è successo a L’economia di Clara, il quale, pur ben fatto e “salvo” in sostanza, soffre di una freddezza di fondo che Pierangelo Dacrema (pur da encomiare per lo sforzo, comunque riuscito) non ha potuto evitare di trasmettere. Colpa della sua forma mentis da studioso, tanto utile nella saggistica pura, quanto d’intralcio nella composizione di una storiella: mannaggia, è proprio vero, non ci si improvvisa autori, a prescindere dal genere!

Supergallina blu

Insomma, lettori, tutto questo per dirvi che siamo messi maluccio anche nel campo della cultura per l’infanzia; capirai che novità la nostra cultura tutta è ormai messa maluccio. Già. Ma.
Ma! Ehi, “moribonda” non è “morta e sepolta”, e si può ancora trovare qualcuno che se la cava… non solo benino… anche bene, senz’altro. E un’autrice che se l’è cavata bene, ah-ah, è Ilaria Mainardi, che ha fatto un ottimo lavoro con Milù la gallina blu. Oh, che titolo, carino! Carino… uhm… l’ho sentito da qualche parte? Sì, se voi siete delle incorreggibili bestioline da biblioteca (come me) farà “pop!” nella vostra mente un libriccino intitolato La gallina blu e altri racconti, di Martine Brochard. Uhm, abbiamo un plagio? No. A essere onesta, non ho potuto leggere il testo della Brochard (che è anche attrice, cantante… ’mazza, ha una vena rinascimentale!), però da quel che ho capito propone una gallinona simpaticona che… che non credo si chiami Milù, e che si compiace di deporre uova quadrate e colorate. E questo canovaccio, vedrete, è ben diverso da quello pensato dalla Mainardi, quindi niente plagio, no. Tuttavia, la “gallina blu”… cioè… perché? Non ne ho idea, e per rispondere dovrei addentrarmi nella psicologia, nella sociologia e chissà in che altro. Ma posso offrirvi due ipotesi distinte, così tanto per: pensate a Newton e a Leibniz, oppure a Lupin III. Basta, di più non dico, siete intelligenti e capite da soli dove voglio andare a parare.

E ora che ho menzionato il canovaccio, giustamente volete sapere com’è ’sto canovaccio.
Ebbene, la storia ha come protagonista ovviamente una gallina blu che si chiama Milù. Eh, eh, eh, non arrabbiatevi, dai, scherzavo. Uhm, uhm, uhm… Milù non è a suo agio con il colore delle sue piume, perché la rendono tanto diversa dalle altre galline. Che si fa? Si fa che Milù inizia a girovagare in cerca della sua… tribù! La nostra protagonista desidera stabilirsi là dove il suo colore è considerato normale. Oh be’, dopo aver provato a fingersi un pavone e a fare amicizia con un gruppo di mirtilli, Milù parla con Rigel. Ehi, quel Rigel, altra coincidenza strana? Nah, stavolta Rigel è… è proprio Rigel, la supergigante blu! E, pensate un po’, quell’immensa palla di plasma, tutta appoggiata sulla sua stessa pressione di radiazione, si scopre una palla di plasma molto saggia ed empatica: davvero, è proprio Rigel che finalmente riesce a far capire alla nostra gallina che l’unicità può essere qualcosa di molto bello e di molto prezioso.

Fine, è una trama piccola piccola, e… ed è un dieci e lode. Corretto: come dicevo sopra, non dobbiamo mica costringere i nostri pargoli a sorbirsi delle conferenze o dei simposi! Benissimo anche, o forse soprattutto, per il tema scelto: la diversità e le sue conseguenze. È roba da grandi, insomma… l’omofobia… il razzismo…? No, il razzismo è roba da grandi, la diversità è roba per bambini. Certo, vi ricordate della semplicità? Ecco, in questo caso la semplicità si ottiene mettendo sul tavolo la sorta più generale, appunto la diversità, di cui il razzismo è una specificazione: e le specificazioni sono più complicate da maneggiare, richiedono di saper fare sottili distinzioni… no, no, troppo difficile. Vogliamo in futuro uomini che non siano troppo mal disposti nei confronti dei loro simili… non così simili? E allora raccontiamo ai bambini di oggi che, in generale, le differenze che si trovano nelle cose (nelle cose che la loro fantasia concepisce volentieri) possono essere godibili e curiose! Oh sì, alla nostra autrice piace vincere facile, il tema della diversità è un grande classico della letteratura per l’infanzia, no? Guai a voi se non vi sovviene almeno Il brutto anatroccolo di Andersen (ehi, è da una vita che c’è un’associazione fra “discriminazioni” e volatili… un archetipo, un’influenza culturale radicata?), pretendete subito che qualcuno vi legga le favole della buonanotte, prima di dormire! Quindi, c’è poco da aggiungere, ottima scelta: è sempre una mossa intelligente percorrere strade sicure, e se si vuol raccogliere i bambini e raccontare loro una storia, meglio evitare i massimi sistemi e stare ben contenti con un argomento squisitamente pedagogico.

Oh, che mi dite, pensate che in ogni caso si debba optare per la massima originalità, lasciando da parte il vecchiume? Be’, lettori, ragioniamo insieme. Ci sarà un motivo per cui certe cose esistono, ed esistono in un certo modo, no? Quel che non funziona, alla lunga si estingue. A proposito del classicone sviluppato dalla Mainardi, c’è appunto da notare che è un classicone perché… eh, perché funziona! Le storie à la Milù la gallina blu sono uno strumento che non troverà facilmente delle alternative, al pari della ruota nel campo dei trasporti. Certo, ci sono degli aggiustamenti, si passa dal legno ai polimeri, se così vogliamo metterla, nondimeno il progetto di base è sempre lo stesso. Magari oggi possiamo permetterci di aggiungere, fra i personaggi, le supergiganti blu, mentre ieri ci si accontentava di re e regine. E però, ribadisco, la struttura profonda della storia è immutata: siamo sempre lì, un viaggio dell’eroe alla scoperta di sé stesso e della bellezza, della necessità, di un mondo vario e diverso. Non si scappa. Non si scappa, no, e in fondo per una ragione precisa, biologica: è proprio durante l’infanzia che iniziamo a socializzare con individui non appartenenti al nostro nucleo familiare, rendendoci presto conto che non tutti siamo fatti allo stesso modo, che non tutti abbiamo lo stesso corpo, gli stessi gusti e le stesse abitudini. Si tratta di un… ma sì, di uno shock che può indurre il bambino a confondersi e ad assumere atteggiamenti socialmente distruttivi. O anche autodistruttivi, una prospettiva, quest’ultima, addirittura peggiore dell’altra se possibile. Peggiore ed enormemente triste, perché se la discriminazione altrui può essere (più spesso di quanto si creda) fondamentalmente una manifestazione di sociopatia (e in tal caso, purtroppo, la prognosi è disperata), l’ansia, la tendenza all’isolamento, e in generale il disturbo evitante di personalità sono il più delle volte reazioni a traumi vissuti. Traumi, nella quasi totalità dei casi, riconducibili a forti episodi di vergogna, o di esclusione, i quali si potrebbero prevenire con una certa facilità, indovinate un po’?, per mezzo di una pedagogia che fortifichi l’autostima e inibisca gli istinti aggressivi (almeno, nei soggetti non sociopatici, in questi ultimi non si possono inibire con successo, ma questa è un’altra storia, eh, eh).
Va bene, basta con queste escursioni psicosociofilosofiche, altrimenti farò una figuraccia ancor più di quanto già stia facendo…

Empatia animale

Allora, abbiamo capito qual è lo scopo della trama di Milù la gallina blu. Sì, d’accordo… e la nostra autrice è all’altezza della situazione? Tranquilli, la Mainardi non deraglia, sviluppa la storia in maniera intelligente, quasi seguendo passo passo un manuale. Come? Uhm, vi sembrerà tanto banale quel che sto per dire, tanto da chiamarmi cretina, ma… be’, ad esempio è stata una buona decisione attribuire alla protagonista il ruolo della diversa: in questo modo, per i piccoli lettori non è difficile colmare eventuali “empathy gap”, oppure, a seconda del caso, è possibile che si sentano subito compresi e “meno soli”. Insomma, se un bambino si sentisse fuori posto, come Milù, avrebbe un immediato beneficio, dalla lettura di frasi che danno voce alle sue stesse paure:

[…] Milù non si dava pace: «Perché proprio a me?» si domandava.

Dicevo, vi parrà ovvio, ma… ricordatevi ancora de L’economia di Clara: il principale difetto che avevo messo in luce era appunto la distanza fra la protagonista e il tema della storia. Clara era troppo serena, anzi imperturbabile, e molto spesso nel libro non era nemmeno chiamata col suo nome. Se non si fa attenzione, delle leggerezze altrimenti innocue possono rivelarsi una spina nel fianco: eggià, quand’anche all’apparenza sembri un compito da niente, non è così semplie mantenersi sui binari propri di un genere letterario, e ciò anche nel caso di un genere (ingiustamente) considerato facile da gestire, perché di quarta categoria…
Sempre tenendo a mente L’economia di Clara, considerate ora un’altra classicissima furbata della Mainardi: l’avventura di Milù si svolge nel mondo animale. Insomma, più o meno, infatti gli animali sono tali nell’aspetto, ma hanno lo spirito degli esseri umani. Trovata che nasce con la narrativa stessa, non c’è bisogno che ve lo spieghi.
Eppure… eppure va benissimo, ancora una volta funziona. Adottare degli animali come personaggi di un libro per bambini ha molti vantaggi, e per più di un motivo. Innanzitutto… be’, è divertente: gli animali incuriosiscono i bimbi, in particolar modo poi quelli del terzo millennio che crescono in città e lontani dalla natura. No, non è vero che i nostri figli si sono “evoluti” e trovano ormai noiose le bestioline: l’attenzione verso il mondo animale è connaturata alla nostra psiche, e se i più grandicelli prendono poi a interessarsi magari di macchine o di situazioni sociali (ehi, le bambole e le loro case!), ai più piccini non manca mai l’amore per il panda, per il leone o per l’asinello. E poi, pensateci, anche fra noi adulti si conserva tale amore, pure se, talvolta, in maniera astratta e simbolica. Tendiamo infatti a cercare forme animali anche nella città meccanica in un cui viviamo: un pensiero fulmineo, magari, ma l’escavatore… guarda un po’… uh, è una giraffa che beve!

Altro punto a favore dei personaggi animali: trasponendo un tema di rilevanza psicologica o sociale nel cortile, nella foresta, nell’oceano, nel… ehm, ci siamo capiti… si ottiene di renderlo il più universale possibile. Intendo dire che, nel senso di non appartenenza provato da una gallina col piumaggio blu, vi si può rispecchiare indifferentemente il bambino con la vitiligine, quello in sovrappeso o anche… ta-dah!… il bambino che preferisce giocare con le bambole anziché con le macchinine (e il discorso vale anche per le bambine, chiaramente). Milù parla di tutti e parla a tutti; cosa ancor più importante, introduce gradualmente e con delicatezza i piccoli lettori al concetto di diversità, senza ammorbarli con discorsi troppo specifici (ecco che ritorniamo su questo punto) sull’identità sessuale, sulle malattie genetiche o che so io. In sostanza, c’è da tracciare ancora un parallelo fra la Mainardi e il già menzionato Andersen, il quale scelse ai tempi di parlare in modo estremamente figurato e semplificato del disagio provocato dalla sua omosessualità (ho dichiarato che non si può fare? Oh no, ho detto ben altro…): ora servendosi di un brutto anatroccolo che si sente costantemente in difetto rispetto agli altri, ora grazie a un soldatino di stagno a cui manca una gamba. E, come dimenticarlo?, attraverso una sirenetta che è meta umana e metà pesce, e che perciò non riesce a farsi amare da un uomo. Ahi, serva Italia di dolore ostello!, se penso che oggi la medesima immagine della sirena è diventata una specie di topos mezzo porno e mezzo pervertito nelle mani dei Me Contro Te e dei loro cloni!
Va be’, chiudo queste mie osservazione assicurandovi che né le fiabe di Andersen né Milù la gallina blu scadono al livello di una propaganda qualunque: nient’affatto, rimangono storie in cui il dolore è sublimato, e il superamento del dolore è suggerito in una morale quanto più possibile archetipica. Non mi sento dunque di esagerare, se mi sbilancio a dire che si tratta, in entrambi i casi, di (piccole, ma pienamente degne) opere d’arte, di quelle che, accanto a tutto il resto, contribuiscono a costruire ciò che chiamiamo “il patrimonio comune della nostra civiltà”.

Meglio un uovo oggi che l’ansia domani

Però, però. In un punto la Mainardi prende le distanze dalle suggestioni della poetica di Andersen, e ci propone una visione del mondo d’altra caratura. Bene anche qui, è la personalità dell’autrice che emerge: d’altronde, l’ispirazione è un conto, la mera riproposizione è un altro. Anche se, uhm, coi tempi che corrono mi accontenterei eccome anche di una riproposizione pari pari.
Dicevo: la morale di Milù la gallina blu è molto più ottimista, rispetto a quella trasmessaci dalla Danimarca ottocentesca. Alla fine del nostro libro, infatti, si scopre che la fastidiosa Amanda, una mucca che nelle pagine precedenti tanto aveva preso in giro Milù per il suo colore, partorisce un vitello verde.
Ah, e quindi? E quindi, introducendo il vitello verde, l’autrice mette bene in chiaro che, nel privato, tutti in un modo o nell’altro celano una caratteristica che li rende dei diversi. In questo modo, si affievolisce il peso dello stigma personale (stigma che, al contrario, rimane tristemente greve in Andersen), e al bambino si suggerisce che… be’, che si può anche guardare alla propria “stranezza” senza troppa paura. A rinforzo di questo insegnamento, a un certo punto incontriamo una scolaresca che osserva con (benigna) ammirazione la “particolarità” e la “caratteristica” del vitello verde:

Così, Giorgio, che nel frattempo stava in piedi sulle proprie zampe, divenne l’unico vitello verde della fattoria. Cioè, non solo della fattoria, ma del mondo intero.
La sua particolarità lo rese molto amato, tanto che ogni giorno qualche classe elementare andava a visitare l’azienda agricola. I bambini erano entusiasti, anche se non volevano mai partecipare all’elezione del vitello più bello, perché tutti – chi per una caratteristica, chi per l’altra – apparivano stupendi ai loro occhi.

Non male, che ne pensate? Volevamo “plasmare” gli adulti del domani? Abbiamo trovato uno strumento. E uno che funziona, ve lo certifico io. Ma, ehi, se vi fidate di più della Disney, perché una multinazionale non potrebbe mai propinarvi roba nociva, fate pure. Insomma, Miley Cyrus sta alla grande, e il conto in banca di Bob Iger sta anche meglio.

Ah, ma voi volete di più. Educare alla diversità, bello, solo che… tutto lì? Lettori, il libro è comprensibilmente breve, pertanto… pertanto no, wow, c’è dell’altro. Milù la gallina blu affronta anche il tema dell’ansia da prestazione. Capperi e cavoli, questo è complicato: andiamo nello specifico, quando ho definitivamente stabilito che non si fa? Un piccolo passo falso?
No. Di ansia, in realtà, non si parla mai apertamente. Meno male! Appunto, si tratta di un concetto molto astratto, di sicuro complesso e impossibile da “visualizzare”, per i piccoli. Non la possono comprendere, tuttavia possono viverla. Anzi, i bambini si trovano spesso catapultati in uno stato d’ansia, soprattutto in contesti scolastici, anche nei primissimi anni.
Per aiutare il suo pubblico, la Mainardi decide di far vivere a Milù una situazione puramente ansiogena: la nostra protagonista si sente infatti a disagio non solo per il colore delle sue piume, ma anche perché non riesce a deporre uova. Si impegna, prepara perfino il nido, ma i suoi sforzi non sono mai ripagati…

Quella gallina era diventata una mascotte: le volevano bene, nonostante si fossero rassegnati a non vederla mai deporre un uovo.
Nel letto giallo paglia di Milù, infatti, non si vedeva nulla. Giorno dopo giorno, e il giorno dopo ancora, il suo giaciglio si riempiva solo di steli rinsecchiti e pezzi di legno ammucchiati a formare la sagoma di un minuscolo uovo.

Proseguendo, scopriamo inoltre che questo ulteriore guaio per Milù è strettamente correlato al senso di emarginazione che sente la nostra protagonista. Oh, mi piace molto trovare questa spiegazione, sia perché è vera, sia perché la conosco fin troppo bene. Il corpo non collabora, se si trova in uno stato di profondo stress, e anche le operazioni più semplici (deporre un uovo… scrivere una recensione…) si rivelano impossibili da portare a termine.
Non temete, comunque: sempre in linea con la positività che ho già messo in luce, alla fine Milù riesce a superare il blocco. Non prima, però, di aver fatto pace con la propria immagine. Il messaggio pedagogico, ancora rassicurante, è chiaro anche per un piccolo lettore: è più facile raggiungere un obiettivo, se non ci mortifichiamo e ci trattiamo con indulgenza. Quindi, le linee guida sono rispettate anche stavolta: semplificazione, moderazione, spiegazione edificante.

Macchiette (ma non blu)

Quel che ho appena analizzato mi dà inoltre modo di fare la seguente annotazione: la nostra autrice è davvero attenta a impostare l’intera trama con lo scopo di indurre un generale rilassamento nel pubblico. Particolarmente utili per il raggiungimento dello scopo sono due personaggi che incontriamo qui per la prima volta: Gino, Luana, e Cunegonda. Chi sono? I primi due sono i fattori, l’altra, come potete intuire dall’insolito nome, è la mamma di Milù. Si tratta di personaggi decisamente secondari, che agiscono poco e sono pressoché costantemente relegati sullo sfondo. Vero, ma non sono secondari per importanza: hanno un ruolo di peso nella trama, perché si dimostrano sempre benevoli e supportivi nei confronti della nostra protagonista. Così, ad esempio, la sconsolata Milù riceve le coccole della mamma:

Intenerita dagli sforzi della figlia, Cunegonda la rassicurava sempre: «Sarà per un’altra volta, Milù. Noi galline abbiamo tante qualità, deporre le uova è solo una di queste, ma non l’unica. Tu, per esempio, sei bravissima nel rotolamento. Quello che voglio dire è che non fare le uova non ti rende meno gallina delle altre. Non devi mai farti guardare dall’alto in basso!»

Ah, figure genitoriali! Bene, la loro presenza in un libro per l’infanzia è fondamentale. Anche quando non hanno un ruolo attivo nello svolgimento degli eventi, la loro comparsa conferisce alla storia un’atmosfera di serenità, giacché il bambino istintivamente riconosce in quel tipo di personaggi i suoi stessi genitori, e ha modo di sentirsi “accompagnato” nel mondo narrativo. Accompagnato e, va da sé, protetto. Ogni eventuale tinta drammatica è stemperata, e si evita così di esporre il piccolo lettore a emozioni eccessivamente forti ed eccitanti. D’altronde, non è certo un caso che Masha e Orso, un cartone in cui la bambina protagonista vive strambe (e a volte pericolose) avventure, sempre guardata a vista da un orso responsabile e protettivo, abbia conosciuto tanto successo, no?
E non ho finito. In realtà, nelle storie per bambini, la figura genitoriale ha anche un altro compito, oltre a quello di confortare: fa scaffolding. Che? Eh, lo so, l’anglicismo è orribile, ma che posso farci, se noi non ci impegniamo nemmeno più a fare ricerche originali? In breve, fare scaffolding è insegnare al protagonista come risolvere un problema. Nel caso di Milù, il compito non è affidato né a Cunegonda né alla dolce coppia di fattori: tocca a Rigel. Vi ricordate? È proprio la supergigante che fa da mentore a Milù:

[Parla Milù] «Non ti imbarazza mai essere blu?»
«Certo che no, questa è la mia natura. Io sono la settima stella più luminosa del cielo, per la precisione. […] Non devi concentrarti solo sull’aspetto esteriore: se riuscirai a guardare dentro, ti accorgerai che essere unici significa essere esattamente ciò che si è. […]»

Ehi, sono tutti buoni eh? Ma non è un po’ noioso, e un po’ artificioso?! Calma, calma. Abbiamo già incontrato una… una cattivella, Amanda. Gli antagonisti ci sono, ci sono, ma devono attenersi al piano della Mainardi: sensazioni positive, alla fin fine. Ecco allora che la nostra autrice si premura di caratterizzare i cattivi in maniera particolare: anziché farne, quand’anche involontariamente, dei personaggi spaventosi e inquietanti (come quel Groke), li ritrae come macchiette un po’ sciocche, talvolta apertamente esilaranti. Un esempio è il pavone Jean-Luc, a cui Milù chiede di essere riconosciuta come “pavallina”, ossia un incrocio fra pavone e gallina. Jean-Luc non accetta la richiesta di Milù, definendola “piccola, tozza”, addirittura rinfacciandole di non essere in grado di deporre uova. Il pavone, in linea con la sua simbologia, è un personaggio superbo e arrogante, si mostra ostile e finisce per rafforzare le insicurezze della protagonista. Ecco, per sdrammatizzare, è proprio il caso di dirlo, la Mainardi si sforza di ridicolizzarlo, presentandocelo nelle vesti di un francese snob, il quale non s’è reso conto che da un pezzo il mondo ride alle spalle della Tour Eiffel:

«[…] Sei piccola, tozza e hai un aspetto increspato e rigido, nulla a che vedere con quello flessuoso delle pavonesse. E men che meno con il nostro splendido piumaggio. I pavoni, devi sapere, sono gli equivalenti uccelleschi dei leoni. Per questo i nostri nomi fanno rima: leone-pavone. La riconosci la rima, tu? Come hai detto che ti chiami?»
«Mi chiamo Milù» disse, con un inchino.
«Non, non s’il vous plaît, per carità, che nome sciocco. Mais oui, ti chiamerò Geneviève. Ebbene, Geneviève, il leone è il re della savana e il pavone è il re di tutto il resto. […]»

Notate inoltre un efficace capovolgimento dei ruoli. All’inizio, Milù (e il piccolo lettore che in lei si identifica) si trova in una condizione di inferiorità rispetto al pavone, perché chiede la sua approvazione, riconoscendone l’autorità; quando Jean-Luc si rivela un fanfarone, ecco che è Milù a sembrare ragionevole e “giusta”. Il bambino, insomma, impara ad assumere il controllo di una situazione potenzialmente spiacevole, giudicando che non tutto ciò che sembra autorevole è, in effetti, un’autorità da temere. Pertanto, anche quando Jean-Luc caccia Milù, il rifiuto non si concepisce scottante: le emozioni negative, se non direttamente traumatiche, sono neutralizzate.

Pollastico!

E va bene, secondo me l’analisi della trama e dei personaggi è sufficiente, avete capito cosa dovete aspettarvi dal libro. Adesso, senza sorpresa, porto la recensione sullo stile. Vi confesso, è il vero cavallo di battaglia della nostra autrice. Milù la gallina blu è davvero alla portata di tutti, anche degli autentici poppanti potrebbero apprezzarlo. E tuttavia non voglio che fraintendiate: la scrittura della Mainardi non risulta né ipersemplificata né piatta. Per due ragioni.
Prima ragione: la nostra autrice non rinuncia alla divulgazione. Ancora: si può fare, non è un tabù, tutt’altro. Solo, va fatta come si deve. Oh-oh, cosa vedo! Il libro mi spiega che cosa significa una parola difficile, “polidattile”; e poi mi racconta cosa succede all’interno di un’arnia, come si fa il miele, e mi dà perfino qualche nozione di astronomia e di mitologia

[…] quella di essere polidattile, cioè aveva più dita del previsto. Insomma, Snowball, o per meglio dire Billy, aveva venti dita invece di diciotto come la maggior parte dei gatti.

Le api, che avevano ispirato il nome della fattoria, si recavano dagli amici fiori per deliziarsi con un manicaretto davvero succoso: il nettare.
Mentre tornavano all’arnia per trasformare il nettare in prelibato miele, nel prato nascevano nuovi fiorellini […].

«Ciao! Mi chiamo Rigel e sono una stella. Anzi, a essere precisi, sono una supergigante blu […] e sono la stella più luminosa della costellazione di Orione, l’arciere cacciatore figlio del dio del mare, Poseidone. […] Guarda, Milù, il Sole, che dalla Terra ti appare enorme, è venti volte più piccolo di me ed è molto, molto, molto meno splendente.»

In breve, la Mainardi, che è da encomiare già solamente per aver condotto le sue ricerche (vero, Chiara Valerio?), prende per mano il suo pubblico e indica una per una meraviglie “blow minding” del mondo, dalle più quotidiane, alle più esotiche. E fa piacere che non ci sia nessun accenno a fini precisazioni (ad esempio, Rigel è talvolta superata in luminosità da Betelgeuse, “più piccolo” deve riferirsi alla massa…) perché non stiamo leggendo un trattato, nemmeno uno rivolto ai ragazzini delle medie: le emozioni positive suscitate dalla storia non devono essere smorzate. Casomai, è meglio aggiungere a esse anche lo stupore di scoprire che una stella può essere più grande del Sole, no?

Il secondo motivo per cui lo stile del libro è all’altezza, sta nella presenza di tanti e buffi giochi di parole. Ehi, no, no, niente sulla scia della Ginzburg o della Gamberale. La nostra autrice semplicemente si diverte a coniare simpatici neologismi per creare una sorta di vocabolario “segreto” interno al mondo di Milù: ad esempio, una “bambina di gallina” è una “ballina”, la medaglia olimpica che si dà ai polli è una medaglia “pollimpica”, e uno sport apprezzato da Milù è il “pollates”…

Cunegonda [la mamma di Milù] era sempre felice e aveva avuto una splendida ballina – una bambina di gallina.

[…] Milù divenne un asso nell’arte del rotolamento. […] si esibiva in numeri ginnici degni di una medaglia olimpica. O forse pollimpica, nel caso in cui la disciplina del rotolamento fosse stata regolamentata nel circuito sportivo dei pollai.

Tu andrai solo il martedì, perché ho la lezione di pollates.

Simili giochi di parole hanno un duplice scopo.
Innanzitutto, stimolano la creatività. Infatti, dopo aver proposto le sue crasi, la Maniardi alla fine del libro lascia delle pagine bianche, invitando i bambini a continuare il gioco per conto loro, inventando nuove parole prima sulla base di alcuni suggerimenti, e poi a ruota libera. Capito?! È un gioco! Una cosina stupidina (seee, come no… altro che stupidina…) e coinvolgente! Non è roba che si proporrebbe allo Strega, o su cui ci si inventerebbe un dibattito universitario… e questo, direi, è garanzia che si ha per le mani qualcosa di intelligente, per tipi svegli.
Ah, un momento, avete un dubbio: ma invogliare il bambino a inventare parole non è che gli causerà un ritardo nell’apprendimento della (vera) lingua?
D’accordo, io non sono una pedagogista, perché mi preoccupo solo di studi(cchi)are e mai di fare concorsi pubblici, però… mah, secondo me un simile gioco giova alla plasticità neuronale dei bimbi. Inventare parole, in sostanza, non è altro che effettuare delle associazioni inaspettate fra i vocaboli esistenti, e sappiamo bene quanto imparare a effettuare associazioni inaspettate alleni a trovare soluzioni in generale. Ehm, è un modo per incrementare la capacità di problem solving, che dite? Un bambino che oggi si impegna per dare un nome originale a una vongola che suona il flauto (un… una… fl… flongola? Ah, è difficile!), domani sarà un adulto che si impegna per correggere un errore nel codice genetico, o per costruire un razzo ecologico, o per elaborare un sistema sociale più giusto ed efficiente…

Ehhh, che è, andiamo sul serio? Ma no, va bene che i giochi di parole aiutino l’intelligenza dei bambini, però… via… ho parlato di un duplice scopo, no? Ebbene, servono anche a far divertire! E non sto parlando di un divertimento fuori moda: provate a pensare quante volte vi capita di storpiare una parola, spesso un nome, senza neanche esitare. Perché lo fate? Perché è un atto divertente e liberatorio, è un uso cretino (e perciò è liberatorio) della nostra più antica e più importante tecnologia, il linguaggio.

La prole (dei proletari) se vole divertì!

Uhm, giacché siamo andati a parare sul divertimento puro, vi assicuro che la nostra autrice non si ferma alle crasi puerili: anzi, cerca costantemente di calarsi nei panni del pubblico, indovinando gli argomenti che potrebbero scatenare reazioni di ilarità. Fate voi se è un ulteriore certificato di qualità, ma io, che ho lo stesso senso dell’umorismo di Tony Soprano (cioè rido per “cacca”, “scorregge”…), posso assicurarvi che Milù la gallina blu è riuscita a strapparmi delle sincere risate. In questo caso, ad esempio:

La gallina più premurosa, vera e propria mamma chioccia, si chiamava Nenè. La signora Luana, che dava il nome alle galline, aveva deciso per Elena, abbreviato poi in Nenè. Nenè aveva avuto due pulcine, entrambe di colore arancione bruno: Fifì, diminutivo di Filotea, e Cunegonda.

Sul serio, il fatto che Filotea abbia un diminutivo, e che ce l’abbia pure Elena, nonostante entrambi i nomi siano brevi, e che invece Cunegonda non ne abbia nessuno m’ha fatto schiattare. E a dirla tutta mi ha fatto ridere anche il semplice suono del nome “Cunegonda”: lungo, sgraziato, gutturale (germanico, che volete, è il minimo per quei neanderthal… dai, scherzo)… dopo suoni brevi e acuti (Nenè e Fifì), spiazza e inevitabilmente causa il solito meccanismo “attesa/sorpresa”. Niente di complicato eh, sia chiaro, in questo caso il meccanismo di attesa e sorpresa è molto elementare, si fonda sulla fonetica trascurando del tutto la semantica. Quindi, è l’ennesima trovata adatta al contesto della narrativa infantile.
Così come adatta è quest’altra trovata. Ora, c’è una cosa per cui i bambini normalmente lolleggiano (LOL): le caccole. Non so spiegarvi il perché, ma è così, (e lo conferma anche Bart Simpson, in svariati episodi). Credo di essere nel giusto a pensare che il seguente brano farà sorridere i piccoli così come ha fatto sorridere me…

[Milù] Pensò che, mettendo tutte le scale a pioli che la signora Luana teneva accatastate in giro per la fattoria, avrebbe potuto raggiungere almeno la luna. […] Non si trattava di un compito facile, però, perché se il cielo fosse stato un poco nuvoloso, rischiava di ritrovarsi un pezzo di nuvola nel naso. Mica se lo poteva permettere! Chi lo avrebbe sentito il signor Gino se Milù avesse cosparso l’amato rosaio di fiocchi di nuvole starnutiti?

Eddai, le caccoline di nuvola? Carino e sciocchino allo stesso tempo, me gusta!

milù la gallina blu libro per bambini di ilaria mainardi edito da pubme

Ecco una delle illustrazioni in bianco e nero. Ditemi se non vi sembra una gallina boteriana in un mandala

Ultima nota a proposito del divertimento: c’è anche la possibilità di un divertimento interattivo, e non solo alla fine della storia, quando incontriamo il già citato “inventa la tua crasi” e perfino un cruciverba, ovviamente riferito a quel che abbiamo appreso durante la lettura.
Uhm, no, non è proprio un libro pop-up, non esageriamo, è che ci sono i disegni. Ah, sì, i disegni… sono importanti, e importante è che siano rassicuranti, devono trasmettere sensazioni positive, possibilmente senza scadere in una estrema banalità. Indovinate? Nel nostro libriccino i disegni rispecchiano proprio tali desiderabili caratteristiche. Perfetto! E così, Milù la gallina blu è indiscutibilmente “per l’infanzia”: sicuro, perché se da un lato ci si aspetta che siano soprattutto la mamma o il papà a leggere (coi figli si interagisce, e il tempo lo si trova, punto e basta), è bene che i bimbi possano partecipare direttamente (e in ogni momento) all’esperienza, secondo le loro capacità. E, siccome le lettere sono complicate e poco attraenti, spesso anche per noi adulti, che c’è di meglio di un bel disegno da ammirare, da colorare o da scarabocchiare? Eh, eh, sì, si possono colorare: che è, non ve l’aspettavate?
Tutto molto bello, ma come sono questi disegni? Accidenti lettori, mi volete esperta di ogni cosa, pretendete troppo da me! Ho commentato più volte illustrazioni e simili, però, ribadisco, non ho le competenze per offrirvi un giudizio tecnico e analitico all’altezza. Ad ogni modo, mi concedo di affermare, senza tema di pronte smentite, che i disegni proposti dalla Mainardi (e realizzati dalla mano di Federica Dotto) sono originali e particolari. Almeno per quel che viene in mente a me, in alcuni si ritrovano suggestioni che rimandano ai mandala tibetani, o addirittura a Escher e a Botero. Oh, non fraintendete, non si tratta di virtuosismi fini a sé stessi, di capricci della Dotto, tanto per far vedere quanto ne sa in materia d’arte: ci mancherebbe, è solo che, non so, noi grandi possiamo vederci qualcosa di più, se ci posiamo l’occhio con attenzione. E devo dire che, accoppiate a essenziali scenette dal tratto indiscutibilmente infantile, prive di chissà quali segreti rimandi, le illustrazioni più arzigogolate fanno un certo effetto, quasi onirico. Ma, badate bene, onirico in senso buono: appunto, uno strano sogno da bambini, non un sogno che farebbe Shaggy di Scooby-Doo. Tanto meglio, in fin dei conti si sogna a colori, perciò la tentazione di prendere pastelli e pennarelli è davvero irresistibile.

milù la gallina blu libro per bambini di ilaria mainardi edito da pubme

Guardate, lettori, sto colorando!

L’albero dell’eccellenza

E con queste osservazioni a proposito degli altri colori, oltre al blu, che bramano le pagine percorse da Milù, siamo arrivati alle conclusioni di questa recensione.
Uhm… allora… com’è che avevo detto all’inizio? Purtroppo scrivono ancora libri per bambini? Diamine, no, che “purtroppo”?! “Per fortuna”, altroché! Per fortuna scrivono ancora libri per bambini! Cioè, per fortuna ci sono ancora autori che sanno fare il loro mestiere. Ilaria Mainardi s’è inventata proprio una bella storia, e la sua opera è tanto riuscita perché, a un’idea spontanea (e certamente sentita), la nostra autrice ha saputo accoppiare una notevole disciplina, seguendo diligentemente le norme che regolano la buona scrittura di un libro per l’infanzia.
C’è speranza, quindi, continuiamo a essere un Paese di eccellenze! Sì, è vero, siamo ancora un Paese di eccellenze, non ci piove. Ma dobbiamo forse darlo per scontato? Le eccellenze non crescono sugli alberi, e anche se fosse ci vorrebbe comunque qualcuno che li pianta e li cura quegli alberi! Insomma, se amiamo le eccellenze e le buone cose (e che, c’è da dubitare? Il cervello ci funziona!), dobbiamo ricordare che abbiamo il dovere di cercarle e di proteggerle, una volta trovate.

E se è vero che i gusti e la sensibilità si affinano sin dagli anni della giovinezza, è proprio il caso di non ignorare quel che offriamo ai nostri piccoli, quasi fosse roba da niente, “una cosa vale l’altra”. Non permettiamo che l’intelligenza dei bambini sia offesa dal crescente numero di… di schifezze che furbescamente vengono spacciate come “for kids”: diamoci da fare, perché Milù, là fuori, non è sola, ha tanti amici, più di quanti immaginiate. Aspettano soltanto di ricevere anche la vostra, di amicizia, lettori.
Ahimè, lo so, fare nuove conoscenze è difficile e mette un po’ di paura! Be’, tranquilli, ci sono qui io! In fondo, sono un po’ un’agenzia di cuori solitari, no? Vi aiuto a incontrare i libri con cui poi passerete il resto della vostra vita (come? Volete un harem? Tranquilli, i libri non sono mai gelosi gli uni degli altri…): e certamente è fortunata la vita che può godere di una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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