L’ultimo rintocco – Diego Pitea

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In sintesi:

l'ultimo rintocco romanzo thriller di diego pitea

Quando l’uomo arriva a un livello di presunzione tale da pensare di aver compreso appieno tutti i meccanismi che regolano i processi logici messi in atto dalla mente umana, questa ci sorprende sempre creandone di nuovi.

Richard Dale, nato Asperger

L’ultimo rintocco è un thriller di Diego Pitea, con protagonista lo psicologo e criminologo Richard Dale. Questi mette la propria intelligenza al servizio dell’Unità Analisi Crimini violenti per risolvere un caso tanto orribile quanto curioso: un serial killer si aggira per Roma, uccide donne incinte e si diverte a lasciare indizi rompicapo sulle scene dei delitti.
Richard riesce a scoprire il colpevole e a ucciderlo. Il caso sembra essere chiuso, tuttavia è da quel momento che per lo psicologo inizia l’incubo: sua moglie sparisce nel nulla e nel frattempo nuovi corpi di donne incinte vengono ritrovate… forse qualcuno sta emulando il serial killer defunto? O c’è dell’altro?

Conosciamo meglio Richard Dale: è affetto da sindrome di Asperger. Questa particolare forma d’autismo, l’abbiamo già visto con L’arrivo di una strana primavera, sta spopolando fra gli autori di oggi e il motivo è presto detto: il pubblico è affascinato dal genio disadattato sociale, specialmente se si costruisce una trama in cui tale personaggio deve risolvere intricati e pericolosi indovinelli e decifrare crittografie. C’è ormai una credenza popolare, alimentata da sitcom e serie tv, che vuole gli affetti da sindrome di Asperger tutti dotati di straordinaria intelligenza, con al più qualche piccola difficoltà nelle interazioni sociali: ma sono semplicemente degli adorabili cinici.

Approfondimento psicologico, non psichiatrico

Ora, se tale ritratto può funzionare in una sitcom, non si può proporre altrettanta superficialità in un’opera narrativa che intende presentarsi con una certa serietà e un certo realismo.
Parlo di superficialità perché nel romanzo si insiste molto sul fatto che Richard abbia la sindrome di Asperger, lasciando con ciò intendere che non si tratti di una forma lieve: ma il nostro protagonista non ha affatto importanti limitazioni nella sua vita, come ragionevolmente ci si aspetterebbe.
Richard esercita una professione, quella dello psicologo, che prevede un’intensa interazione emotiva con il paziente e ciò implica che non abbia nessun problema a parlare e a confrontarsi con gli estranei; del resto, Richard è anche capace di sfoderare un po’ di sarcasmo esattamente quando l’occasione lo richiede:

Lui rise divertito. «Mi scusi, altezza» disse sarcastico. «Non sapevo tenesse così tanto all’etichetta.»

L’autore dimentica o ignora che il requisito principe per la diagnosi della sindrome di Asperger è la difficoltà nell’intrattenere relazioni sociali, con l’annessa incapacità di cogliere le sfumature di un discorso, soprattutto quelle figurate e sarcastiche. L’impressione è che si sia voluto affibbiare una malattia al personaggio principale per giustificare il suo cinismo e la sua intelligenza matematica, rendendolo così ancor più interessante. Ma non è il caso di scomodare l’Asperger, l’autismo o altre malattie per dare un perché al protagonista: l’approfondimento psicologico, non psichiatrico, è di per sé ciò che rende un personaggio interessante e indimenticabile.

Stile asettico

Al di là dell’impreciso profilo del protagonista, il romanzo presenta un altro importante difetto: lo stile asettico, glaciale, perfino meccanico.
Lo scopo di un thriller è far vivere al lettore stati di tensione e momenti adrenalinici, tenendolo con il fiato sospeso mentre assiste a una serie di colpi di scena.

L’ultimo rintocco non raggiunge mai apici di tensione. O meglio, la trama di per sé molto sensazionalistica offre diversi momenti elettrizzanti, ma lo stile non riesce ad adattarsi al climax di angoscia che la storia prova a seguire. Il risultato è paragonabile a quella di una barzelletta divertentissima raccontata dalla voce di Maria De Filippi: magari si ride lo stesso, ma la godibilità della storia è compromessa.

Una delle caratteristiche di questo stile monocorde è la tendenza dell’autore a soffermarsi spesso sulla descrizione minuziosa di movenze e gesti, elencandoli in una serie di periodi brevi e sconnessi l’uno dall’altro (come accade pure in Fedeltà o in Viento ‘e terra):

Si avvicinò a grandi falcate verso la pensilina, stringendo il coltello all’interno della tasca. Un lampione illuminava quella zona. Si calò il cappello dei Los Angeles sugli occhi. Arrivò a pochi passi dal barbone. Tirò fuori il coltello. Il cane alzò la testa, incontrò gli occhi dell’uomo e guaì sommessamente.

Sebbene queste descrizioni non siano sempre da demonizzare, come ho già spiegato nell’articolo sul tempo narrativo, è in ogni caso inappropriato farne uso per l’intero romanzo.
Questa, ad esempio, la descrizione di un’ambientazione, anch’essa caratterizzata da un periodare breve e frammentato:

L’uomo scese una rampa di scale e si ritrovò sul pianerottolo del primo piano. Una lampadina pendeva dal tetto, retta da due fili elettrici. Nell’aria ristagnava puzza di urina.

E ancora:

Una grande luna piena assomigliava al faro di una discoteca con intorno piccole luci fosforescenti. La via era deserta. Un barbone dormiva all’interno della pensilina […]

Il narratore è ridotto a una macchina da presa, che registra meccanicamente singoli elementi senza elaborarli e senza offrire una scena di ampio respiro. Il risultato è un linguaggio che non riesce nemmeno per sbaglio a far presa sul lettore e a coinvolgerlo.

Bene la trama, il resto…

Altra condotta dell’autore che disfa il ritmo è l’omissione dei momenti clou della storia: nei thriller, fra un capitolo e l’altro, accade spesso che alcuni eventi emotivamente forti siano interrotti, proprio per stuzzicare la curiosità del lettore; del resto, nella narrativa in generale è prassi comune ricorrere alle ellissi temporali. L’ultimo rintocco tuttavia salta scene chiave e ad alta tensione: omessi sono ad esempio il momento in cui Richard spara al serial killer e quello in cui scopre che sua moglie è scomparsa. Tale taglio alla struttura narrativa impedisce l’evoluzione della tensione: il risultato, come già detto, è una lettura piatta.

In conclusione, a convincere il lettore a sfogliare tutte le pagine è principalmente la trama, che punta su dettagli inquietanti ed enigmi che stuzzicano la curiosità: lodevoli e affascinanti sono i numerosi riferimenti all’arte surrealista e metafisica, che danno un tocco di classe alla storia truculenta. Ma la storia è l’unico bue a trainare il pesante aratro narrativo: stile, ritmo, e anche i personaggi, che non convincono fino in fondo, sono solo degli scansafatiche che lo appesantiscono.

Ma se siete dei fattori benevoli e volete premiare il bue per il suo lavoro… leggetelo!
E se lo farete, buona lettura.

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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Una risposta

  1. flavia ha detto:

    di solito i triller mi piacciono molto ma devo dire che al serial killer che uccide donne incinte ho avuto un sussulto.