L’ultimo di sette – Nina Zilli

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IL GIUDIZIO:

l'ultimo di sette romanzo di nina zilli edito da rizzoli

[…] ma è un’artista, ha i minipony che le volano in testa.

Romanzo strepitoso, praticamente una mer… a

Ehi lettori, il vostro vocabolario funziona? No, perché il mio… cioè, alla voce “strepitoso”, leggo questa definizione: “che solleva grande rumore e interesse, che ha grande risonanza […]; straordinario, brillantissimo”. Andiamo, io so bene che “strepitoso” significa “orribile, privo di gusto, una mer… a”. Certo che è così, infatti il marketing ha dichiarato L’ultimo di sette, il romanzo d’esordio di Nina Zilli, “[lo] strepitoso romanzo di una delle più amate cantautrici italiane”. Dai, il settore marketing di una potente casa editrice non potrebbe mai insegnarci qualcosa di sbagliato, e che scherziamo? Allora, facciamo così, perché mi sa tanto che anche i vostri vocabolari hanno un bug: mettetevi comodi, adesso vi spiego io com’è questa faccenda strepitosa. Fatto? Siete in canottiera e pantofole? Ottimo. Vai con la trama!

Ci stanno questa Anna e questo Raffaello, praticamente due artisti dalla vita sentimentale incasinata. Anna è pittrice e scultrice, ed è fidanzata con Marco. Purtroppo, quando Anna passa del tempo insieme a Marco, nel suo stomaco sente un rimescolamento borbottante, e non le farfalle dei primi tempi, quando ancora frequentava l’università. Raffaello, dal canto suo, è un trombettista. No, non solo perché suona lo strumento: pur essendo impegnato da molto tempo con Sandra, che ha sacrificato una carriera da soprano per dedicarsi al suo uomo, Raffaello colleziona amanti su amanti.
D’accordo! Allora, Anna e Raffaello si incontrano per caso su una nave: lei è lì per un’asta di beneficenza, lui per una premiazione; si innamorano durante una notte di passione, ma il giorno dopo ciascuno riprende la propria strada; poi si ritrovano per caso poco tempo dopo in un incrocio a Milano, qualche attimo prima che Anna sia coinvolta in un incidente stradale e venga ricoverata d’urgenza…

Va bene lettori, per il momento ci fermiamo. So già cosa state pensando. Oh, ma questo è un chick-lit in stile Il buongiorno si vede dal vicino: banale, pieno di cliché, con personaggi e situazioni esagerati. Ah, ah, ah, no, no. La verità è un’altra, ed è spaventosa. Per intenderci, vi propongo una similitudine: Federica Leone è come una studentessa che non ha studiato per il compito in classe, ed è convinta di cavarsela sedendosi vicino al secchione, seguendo poi pedissequamente un canovaccio abusato, a cui non aggiunge nulla di interessante (a parte le parolacce). Risultato? Be’… in qualche modo riesce a ingannare l’insegnante distratto. Ora, Anche Nina Zilli è simile a una studentessa che non ha studiato. Al contrario della studentessa Leone, però, la studentessa Zilli si dimentica completamente dell’esistenza del compito, presentandosi in ritardo e con un bong fumante nello zaino. E a fine mattinata, la Zilli si rende conto che l’aula in cui è entrata non è quella della sua classe.
Eh sì, se Il buongiorno si vede dal vicino è un romanzo brutto, ma con una certa ragion d’essere, L’ultimo di sette è… è grave che esista, ecco.

Serve un antiacido

Uhm, siete già stanchi di sentirmi magnificare la bruttezza del romanzo di Nina Zilli? E allora entriamo nel vivo. Anna e Raffaello: ebbene, sono quanto di più insopportabile possiate concepire. Provate a fondere la spocchia di Giulio Lisi e la volgarità di Zoe, aggiungendo un po’ di quel testosterone libero che rende tanto aggressiva Gaia: ecco, forse potrete avere una vaga idea di come la Zilli ha caratterizzato i suoi protagonisti. Ah, non mi credete, pensate che stia esagerando? Allora è proprio il caso che vi faccia qualche esempio. Prendiamo in considerazione il momento in cui Anna torna dalla crociera e fa il suo ingresso nell’appartamento che condivide con Marco. Il poveraccio, per qualche motivo, non è in casa:

Ci siamo visti dieci minuti in cinque giorni, abbiamo praticato mutismo selettivo oppure litigato e lui neanche si presenta. Ma che bravo, forse è nella fase che vivono tutti i vermi come lui: “Mi faccio lasciare”. Fatica come un mulo sul lavoro, torna a casa stressato e sudato, ma non riesce a mollare la sua ragazza. Lascia il lavoro sporco a me, che invertebrato. […] Evidentemente qualcosa dentro di me lo voleva qui, per insaccarlo, insultarlo, lasciarlo male. Nella testa devo averlo sempre in mio potere e a disposizione, qui e ora, anche adesso che è finita.
“Apri le ali come i gabbiani” mi diceva l’insegnante di yoga che ho mandato a quel paese alla terza lezione.

Uoh, uoh, uoh, ehi ma Anna è davvero molto, molto arrabbiata: be’, sapete, non è che mi senta di darle torto, Marcolino l’ha tradita poco prima che la nostra protagonista partisse per la crociera. Per quale motivo, dunque, le ho dato della Zoe Lisi? Be’, non perché è incline alla rabbia, ma perché si arrabbia nel momento sbagliato. Avanti lettori, pensateci: Paperino dà spesso in escandescenze, e in maniera eclatante, eppure non lo trovate odioso, vero? Anzi, vi piace più di quel topastro radical chic. La ragione non è troppo complicata: Paperino è tormentato da imprevisti e disavventure che metterebbero a dura prova chiunque, perciò le sue reazioni sono “sul pezzo”, quasi mai fuori luogo (le poche volte in cui sono fuori luogo, Paperino si pente, oppure viene punito).
Ecco, per quel che riguarda Anna… ecco… ricordate che, dopo il tradimento (e con “dopo” intendo “quando è imbarcata”), Anna commette lo stesso errore di Marco: anche lei si lascia andare alla passione del momento, anche lei tradisce, anche lei in un certo senso distrugge la coppia. Perciò, finita la crociera, ci aspetteremmo che la nostra protagonista rifletta un po’. Insomma, Marco è cattivo, e rendergli pan per focaccia è stata una buona azione. Sì? Oppure: Marco è un mascalzone, però forse ha solo assecondato un istinto, un istinto difficile da tenere a bada, come si è visto durante la crociera. Oppure, ancora: vero, il tradimento fa male, tuttavia, se si risponde con un “controtradimento”, non è che forse la relazione era già morta, e dunque non è il caso di farla troppo lunga? Nah, Anna mette da parte la crociera e la sua scappatella, e riprende dalla scappatella di Marco, lagnandosi e facendo l’isterica… non si sa bene per ottenere che cosa.

Avete capito che intendo. È il tempismo che contribuisce notevolmente a distinguere un’amabile canaglia da una canaglia e basta. Vi ricordate di Perla? Indubbiamente è una protagonista molto lontana dalla classica eroina: è scaltra, machiavellica, talvolta crudele. Tuttavia, la sua aggressività non sfocia in lagne e in “vendette da principessina”: Perla si accanisce sui suoi “nemici”, e per ottenere dei vantaggi (o per umiliarli e far capire loro chi è che comanda). Oh, via, Perla ci piace perché riesce a superare le sfide che la vita le propone; è una vincente, ha un atteggiamento da capobranco, e perciò non si può rimanere indifferenti davanti a lei, né la si può detestare.
Uhm, ho la mezza idea che Nina Zilli avesse in mente il modello “scolastico” di un’eroina energica e intraprendente, come Perla, appunto. Uff, vi ho anticipato che la nostra autrice è una studentessa un po’ intontita da magici funghetti, pertanto ha stravolto il modello da manuale fino a costruire un’irritante stronzetta furiosa e repressa. Sì, proprio così, “stronzetta”: vi invito infatti a considerare che se Perla è soprattutto aggressiva e feroce con l’isterica rivale in amore, Anna è aggressiva con… ehm… sì, be’, tanto per dirne una è aggressiva con due clienti greci che hanno appena acquistato una sua scultura. Ah, e questi due la adorano, addirittura sono felici di ospitarla nella loro lussuosa villa:

[Signor Papadopoulos] «Un giorno in più qui non può essere così male.»
Il signor Paps allarga le braccia roteando il corpo, nell’ingresso del suo pantheon privato ci si potrebbe parcheggiare un jet.
[Anna] «Ha ragione. Ma dopodomani devo necessariamente rientrare in Italia, ho un vernissage a Milano.»
«Non ti tratterremo oltre.»
«È sempre un piacere stare in vostra compagnia, in questo posto meraviglioso.» Ma impiccati, stronzo.
«Vai pure a sistemarti, ci vediamo per cena tra un’oretta. Mangeremo in piscina stasera, arriverà qualche amico e abbiamo anche chiamato una band per fare due salti.»
“Due salti”, che espressione da anziano. […]
«Quindi la statua ha trovato il suo posto?» chiedo prima che sia troppo tardi.
«Certamente, mia cara, dove tu dici lei starà, l’amiamo, vi amiamo. Incondizionatamente.»
«Grazie, mi fa arrossire.» Almeno mi son tolta dai coglioni il problema di dove piazzare quei trecentoquaranta chili di granito.

«Pronto? Buongiorno.» Ma che cazzo! Ero da loro fino a un’ora fa. «Sono contenta che abbia trovato il posto giusto per la statua di Medea.» Questi vogliono anche il mio sangue. «No, mi dispiace, non posso proprio tornare. Sono sicura che il tempo le darà tutte le risposte, è una cosa troppo personale.» Ma vaffanculo, stronza. «Io le faccio, voi le piazzate dove più vi piace guardarle.» Infilatela nel culo. «Grazie ancora e arrivederci.» Arpia maledetta, a mai più.

Va bene, lettori, credo che tutti abbiamo avuto a che fare con persone un tantino invadenti, che amano le cringiate e non si vergognano di proporle a destra e a manca. Tuttavia, e sono sicura che concordate con me, l’acidità di Anna è assolutamente sproporzionata rispetto alla terribile esperienza che sta vivendo in un villone da sogno. O… no? D’accordo, d’accordo, avete il solito cuore d’oro e state cercando di trovare una giustificazione plausibile al comportamento della nostra protagonista. Magari vi è venuto in mente che si comporta così perché i due clienti sono amabili solo in apparenza: in realtà sono greci corrotti, ex sodali dei colonnelli, sono coinvolti in affari sporchi. D’altra parte, chi è quel greco che oggigiorno può permettersi una villa, dei musicisti e un’opera d’arte? Secondo questa teoria, Anna è costretta a mantenere dei buoni rapporti per via del suo lavoro, ma, poiché è una persona dai sani principi, non sa trattenere una viva e veemente riprovazione. Ha senso, eh? Ebbene, il ricco signor Papadopoulos (a quanto pare è l’unico cognome greco) è in effetti un… un filantropo:

[Anna si riferisce al matrimonio dei coniugi Papadopoulos] Questi sono chiaramente matrimoni di interesse […]. Era uno di quei casi in cui nessuno compra nessuno ma si uniscono semplicemente due patrimoni enormi. Un portafoglio di azioni, immobili e società che controllavano mezza Grecia, ex Jugoslavia e arrivavano fino in Turchia, dove, a quanto mi raccontano, sta la maggior parte dei casini ma anche degli affari.
La mia Medea finirà qui, da qualche parte nella sede della Papa Plus, una ONLUS che collabora con le ONG. Mr Paps, così si fa chiamare, non deve aver avuto un’infanzia rosea. La questione dei migranti gli sta a cuore come se fossero figli suoi […].

Cioè, cioè, dopo alcuni spetteguless da comare sui Papadopoulos, Anna dice a chiare lettere che il suo cliente è in prima linea per aiutare i più sfortunati. Be’, a meno che non si considerino le ONG alla stregua degli scafisti (ma non è quel tipo di romanzo, tranquilli), Papadopoulos è un uomo moralmente integro. Mi spiace, la vostra teoria garantista non regge. La verità è che Anna è così indisponente perché a un certo punto la signora Papadopoulos ha commesso l’errore di rivolgerle la parola:

«Ma come hai fatto a scolpirla?»
«Segreti del mestiere.»
Non faccio neanche in tempo ad atterrare che già parte in quarta.
«Kalispera, Anna, benvenuta a Creta.»
Ecco già meglio, i mariti sono sempre più simpatici delle arpie che hanno deciso di sposarsi.

Ma… ma… la povera Papadopoulos ha giusto il tempo di proferire una sola battuta, e già Anna l’ha etichettata come arpia! Non è un po’ da stronz… fare una cosa del genere?

Apoteosi del cattivo gusto

Dai, basta con Anna, a questo punto se avete ancora dubbi sul fatto che Anna sia una testa di cacca, mi mangio il cappello! Parliamo di Raffaello, via. Oh sì, lui non è da meno. Come la nostra decente protagonista, pure Raffaello coltiva l’hobby di denigrare fra sé e sé persone inoffensive. Come il primo violinista della sua orchestra:

«Ma se lo facessimo in cinque quarti?» Oddio che idea che mi è appena venuta, wow. E guardali che faccia!
Odio quando mi guardano così, perché vuol dire che la loro mente sta friggendo. […] Vuol dire che se non glielo scrivo alla lavagna, non riescono a modificarsi le parti in automatico, non hanno il mio processore incorporato.
Mi sento come la regina degli scacchi, anch’io come lei faccio quella cosa con gli spartiti […].
«Cinque quarti… Dai, manco avessi detto quella puttana di vostra zia.»
Il primo violinista ha avuto un ictus mentre pronunciavo queste parole.
«Eh, scusa, caro, non spaventarti, il capo è colorito, non è uno da classica.»
Classica figura da sfigati.
«Fred, chiudi quella ciabatta. Mi scusi, volevo solo stemperare l’atmosfera.» E farti notare quanto cazzo sei indietro. […] Chiamate la moglie del fagotto e ditele che gli serve una pillola per la pressione in più oggi.

Ma dai, perfino gli alter ego letterari di Saraceni comprendono che commentare con “wow” una propria idea è oltre i limiti del cringe! E paragonarsi alla “regina degli scacchi” (che paragone è, poi?) è un’apoteosi del cattivo gusto. Che dire, più ci si addentra ne L’ultimo di sette, più ci si convince che Anna e Raffaello sono esasperatamente odiosi e ridicoli, al punto che paiono studiati di proposito. Ehi, un momento! Non è che l’autrice voleva proprio raccontare dei personaggi insopportabili? Dopo anni trascorsi nel marcio mondo della musica, Nina Zilli ha voluto farsi beffe di tanti “artisti” che credono di essere dotati di un dono divino? Ah, be’, L’ultimo di sette non è un rosa, è una sorta di satira dell’industria dell’arte…
Sì, come no. Stiamo commettendo un errore di fondo: cerchiamo di capire perché Nina Zilli ha inventato dei personaggi puramente odiosi, dando per scontato che siano odiosi anche per lei. Perché sono così sicura che l’assunzione è sbagliata? Semplice: ogni parola del romanzo tradisce una non indifferente ammirazione dell’autrice per la personalità dei protagonisti. Riprendiamo ad esempio il brano in cui Anna parla della filantropia del signor Papadopoulos: ebbene, il testo prosegue così…

La questione dei migranti gli sta a cuore come se fossero figli suoi, cosa non comune per “uno di loro”. Odio così tanto le etichette ma poi sono la prima a metterle, e anche in modo perentorio, senza lasciare spazio a varie ed eventuali. Non mi sono mai piaciute le mezze misure, la verità non sta nel mezzo, è sempre dal lato opposto della menzogna.

Ah… avete capito? Anna è un pezzettino di merd… solo perché è “vera”. Pensateci: Anna afferma di etichettare le persone perché la verità non è fatta di mezze misure, perciò lei “mette etichette” (tradotto: ha pregiudizi) per schiettezza e per amore dell’autenticità. Se tanto mi dà tanto, Nina Zilli non vuole che il suo personaggio risulti odioso, bensì vuole che sembri, appunto, “vero”, non ipocrita. Be’, certo, per essere “vera”, Anna si guarda bene dall’esprimere i vari insulti, se li tiene per sé, ecco. Nondimeno… la nostra protagonista rimane schietta, tosta e verace, perché a Nina Zilli piace così. E a Nina Zilli piace anche ribadire che Anna è una tipetta fenomenale, sexy e bellissima:

[Parole di Raffaello] Divertente e arrapante a mille. […] Questa è un jackpot, dialettica piena di swing, voce sensuale […].

“[Parole di Marco] Guardo Anna dal vetro, la sua eleganza è fuori dal comune.

[Parole di Anna] […] la mia coscienza da brava ragazza se ne sta fottendo del castello, del passato costruito e pure della scarpetta di vetro, che in fondo io sono sempre stata una da anfibio. Ascoltavo i Rage against the machine e i Pantera, Cenerentola e il suo principe Valium mi fanno una pippa.

Oh, e ricordiamoci che c’è un coprotagonista, mi raccomando. Secondo la nostra autrice, Raffaello è lo specchio di Anna: pure lui è un insopportabile dito nel sedere, ma solo perché è uno spirito libero, che vuole contrastare il potere e la grigia burocrazia…

«Ecco il nostro direttore.»
«Oh, esimio buonasera.»
«Abbiamo perso l’orchestra?»
«Li ho mandati in pausa.»
«Di già?»
«Partire col piede giusto.» Lo stesso piede che vorrei usare contro di lui e tutti i Direttori Artistici dei Teatri come lui.
«Lei, Biondani [Raffaello], è la mia scommessa di questa stagione, non mi faccia pentire della mia scelta. […] La lascio lavorare, maestro.»
Ma vaffanculo tu e il maestro. Se c’è qualcosa di cui non m’importa per niente, sono proprio le gerarchie di questi antichi. La formalità uccide la magia, uccide la musica.

Da punkabbestia a budino

A questo punto, ditemi voi se Nina Zilli vuole mettere in ridicolo i suoi personaggi! Macché, li celebra. E per convincervi definitivamente, sappiate che la Zilli inventa per loro un’infanzia strappalacrime, ovviamente con l’unico scopo di costringerci a simpatizzare per Anna e Raffaello. Già, i due non si fanno mancare proprio nulla: genitori separati, genitori poveri, genitori morti… tutto, pur di spezzarci il cuore. Be’, la nostra autrice riesce almeno a raggiungere il suo scopo? Ehm… no… ma se solo avesse inserito delle informazioni coerenti, be’, in tal caso… forse. Vedete, lettori, nel tentativo affannoso di commuoverci, Nina Zilli ha evocato una serie di circostanze tristissime, dimenticandosi però di controllare che non contraddicessero altre informazioni chiave. Ad esempio, questo è ciò che ci dice Anna, a proposito della sua infanzia:

La mia vita è un ossimoro costante, è come se rivivessi a ralenti e all’infinito lo stesso pensiero o la stessa scena, senza poterci fare nulla. È una sensazione che dura a lungo, purtroppo. Lenta e inesorabile, mi tira fino al centro della terra, come ci fosse un elastico a trascinare giù l’anima, e il corpo invece paralizzato su.
Ricordo il giorno in cui chiesi innocentemente ai miei la conferma che il loro amore fosse eterno, non come quello dei genitori degli altri bambini a scuola, che si stavano separando. Mia madre scoppiò a piangere, papà muto, con gli occhi impestati di lacrime.
Il sole si oscurò e arrivò l’apocalisse.
Non sono più stata una bambina veramente felice, viziata sì, ma felice no.
Non credo di averlo accettato fino in fondo neanche oggi […].

Scusate, ma Anna non era la principessa rock con gli anfibi, a cui il principe Valium fa una pippa? Cioè, dopo più di vent’anni entra ancora in uno stato di shock quando ripensa al fatto che i suoi genitori non si amavano? Va bene che la sua vita è “un ossimoro”, però passare dalla punkabbestia alla mollacciona lacerata dentro perché mamma e papà non si davano i bacetti, eh… è un po’ troppo, mi pare.
Ora, mettendo da parte i traumi, vorrei portare la vostra attenzione su un dettaglio del brano che ho riportato: Anna ci informa che, dopo aver scoperto lo scarso amore fra i suoi vecchi, è stata viziata, pur non riuscendo mai a trarre da ciò una qualche soddisfazione. Certo, è plausibile che sia stata viziata: come tanti, anche la madre e il padre di Anna hanno cercato di distrarre la figlia dalla separazione, scegliendo la via più facile, ossia quella dei regali. E con ciò, la Zilli ripropone il topos del ricco nel portafogli, ma povero nello spirito (chiaramente, per quella precisazione sulla felicità). Nulla di male in questo, solo che… be’, è un topos di cui Nina Zilli si stanca assai presto. Infatti, dopo poche pagine, Anna cambia versione:

Basta piagnistei da bambina problematica che un tempo aveva tutto, famiglia e stato sociale perfetto, e poi lo ha perso in blocco. Divorzio e azienda di papà si sono sgretolati con la crisi degli anni Novanta, è arrivata la Cina a sbaragliare la concorrenza e le speranze, le poche che aveva, si sono dissolte. Si è arreso e ha venduto quello che aveva costruito con la fatica sulla fronte e negli occhi.

Ehm, lettori, non trovate che il topos del povero ricco funzioni se… se c’è un ricco? L’ultimo di sette che cosa ci propone, il topos del povero povero? Mah! Probabilmente timorosa che il divorzio dei genitori non facesse abbastanza pena, la nostra autrice ha dunque deciso di alzare la posta, fregandosene degli effetti collaterali sulla narrazione. Evviva, Anna diventa povera, e non ha nessuna importanza che precedentemente si sia definita “viziata”, né che abbia frequentato l’Accademia delle belle arti a Milano.
Ah, sì, ovviamente le stesse osservazioni devo ripeterle a proposito di Raffaello. Di lui sappiamo che ha perso la madre quando era un bambino e che, nonostante il trauma, ricorda… uh, ricorda con una certa serenità la sua infanzia:

Correvo quando c’era mia mamma, per portarle le violette che le piacevano tanto, correvo anche quando non c’era più, ma correvo per non pensarci, era tutto un altro correre. […] Papà, che già lo sapeva che questa cosa del correre aiutava a vivere, me lo lasciava fare senza dire nulla e anzi correva più di me, è sempre stato il mio eroe. […] Rientravo sempre sul filo del buio, senza luce e con un padre che pretendeva che fossimo lavati e stirati, tutti insieme intorno al tavolo alle 8 in punto. Ce l’avessi mai fatta una volta, era la mia recita preferita, il rituale del ritardo. Li avrei delusi se fossi arrivato in tempo, conoscevano bene come ero fatto e mi amavano anche per questo.
“Le imperfezioni ci rendono unici e perfetti, per qualcuno di perfettamente impreciso come noi.” Mamma.

Lasciamo perdere l’ora scritta con la cifra (“alle 8 in punto”), quel formalissimo “padre” pronunciato da Raffaello (che oltretutto usa in precedenza un intimo, e formalmente scorretto, “papà”), e le tante brutture stilistiche (tranquilli, ci tornerò). Quel che adesso mi preme è discutere il tono del brano. Triste e nostalgico, vero, ma in ogni caso tenero e dolce. Ci facciamo l’idea che Raffaello abbia tutto sommato trascorso un’infanzia lieta (be’, almeno prima della morte della madre), che sia stato amato e coccolato, anche in maniera eccessiva, talvolta. Va bene. E allora perché poche righe più avanti leggiamo… questo?! Sbalorditevi:

Lei [Sandra] non ha scelto di correre, anzi. L’amore che ha scelto, in realtà, non vale niente e la tradisce appena può con qualsiasi donna a tiro di feromoni. Il mio è un amore che vive così, per comodità, l’amore che forse di amore non ne ha più neanche una goccia, che da piccolo non me l’hanno fatto bere, non me lo hanno insegnato, non mi hanno nutrito con carezze e baci e pensieri positivi.

A Nina, ma che caz… stai a dì? La madre, sostenitrice della tesi secondo cui le imperfezioni rendono perfetti, non ha “egoboostato” a sufficienza il nostro fico anticonformista? Di quali altri pensieri positivi avrebbe bisogno Raffaello, per non importunare ogni essere vaginato esistente sulla faccia della Terra?

Ex Tafazzi

Ah, lo so lettori, ho parlato fin troppo dei protagonisti de L’ultimo di sette; abbiate pazienza, insieme agli eroi di Saraceni, questi sono i personaggi peggio caratterizzati che abbia incontrato nella mia vita di lettrice (be’, finora), e avevo assolutamente bisogno di sfogare con voi il mio sgomento.
Ora, ve lo giuro, cambiamo discorso. Ah sì, c’è tutta la trama da analizzare! Ora lettori, voglio ribadire che L’ultimo di sette abbonda di momenti cringe e di situazioni male architettate, pertanto, invece di fare un trattato, ho seguito l’esempio del Bastianich testimonial di quella malvagia multinazionale del settore fast food. Sì, ho selezionato per voi alcune delle schifezze più schifezze del romanzo. Fra queste, immaginate un po’, c’è il rapporto fra i protagonisti e i loro ex.
Suppongo abbiate già intuito che c’è qualcosa di strano; dopotutto, se seguite Il pesciolino d’argento e non altre porcherie, siete dei lettori arguti e svegli. Solo, dubito che il vostro intuito possa prepararvi a ciò che state per incontrare. Prima di divertirci, però, è necessaria una piccola premessa. Come ho già spiegato altrove, in un rosa la figura dell’ex è di estrema importanza, perché incarna l’ostacolo, il “nemico” che gli eroi della storia devono affrontare per poter essere definitamente appagati. Ora, per caratterizzare gli ex, un autore di rosa non ha molte alternative: o li banalizza, o li approfondisce, le vie di mezzo si rivelano sempre deludenti. Ebbene, le due vie rispondono a due diverse esigenze narrative: se l’autore banalizza, è perché intende far sì che il pubblico consideri l’ex un nemico, e ciò è desiderabile quando il finale scelto prevede una plateale sconfitta del personaggio. Se invece la psicologia dell’ex è approfondita, se l’autore dà voce ai suoi pensieri e al suo malessere, allora desidera che il pubblico un po’ simpatizzi per il cattivo, e questo perché il finale non è del tutto lieto, e in generale i toni del romanzo sono sul drammatico. Va da sé che non si può approfondire l’ex, il perdente della storia, per poi “mancargli di rispetto”. Lo capite, giusto? Ecco, allora fate una cosa, mettetevi al vostro laptop e scrivetelo voi un rosa decente, all’altezza dei vostri gusti, perché Nina Zilli… indovinate? Non ha capito un tubo, e dunque prima concede agli ex la possibilità di raccontare in prima persona i loro guai, poi… li umilia.

Cominciamo con il già citato Marco, fidanzato con Anna (e lo sapete) da dodici anni (e questo non lo sapevate). Bla, bla, bla, scopriamo appunto che Marco è esasperato perché Anna lo tratta ormai da tempo con freddezza: sarà che, quando si sono fidanzati, Marco era uno studente universitario con i dreadlock, e poi è diventato un pallosamente responsabile uomo d’affari? Be’, sì. Molte donne apprezzerebbero il cambiamento, ma non Anna, che trova il nuovo Marco troppo mainstream, e dunque indegno di ricevere affetto. Ecco, vi ho detto che Marco ha un suo momento quando tradisce ben bene Anna, però non vi ho detto che in generale… eh, insomma, anziché piantare la fricchettona godendosi la bella vita grazie al denaro guadagnato, Marco preferisce mortificarsi e martellarsi i pendenti come Tafazzi. Sì, proprio così. Solo che Marco, mentre si frantuma i testicoli, non è gioioso come il caro Tafazzi. Vi dirò, il pover’uomo, per buona parte de L’ultimo di sette, è costretto a recitare delle battute terrificanti, con cui non fa altro che magnificare Anna, ripetendo all’infinito quanto sia assolutamente fantastica, e quanto lui sia un merdoso indegno di starle vicino:

Non si può non innamorarsi di lei, bellezza a parte: è una delle forme di vita più interessanti che io abbia mai incontrato e ha un cuore sconfinato. […] Sono sicuro che senza di me starebbe alla grande e non capisco perché ancora non mi abbia lasciato.

Ho provato tutte le facce che ho, ma sembrano identiche l’una all’altra, e hanno, senza eccezione, le sembianze di un culo. Brutto, peloso e piatto […].

Anna è potente come la sua arte.
Granitica come il castello che ha costruito per noi […].
Anna è una che non scappa e non si volta neanche davanti al diavolo, o chicchessia a minacciarla.
Non ha paura ed è bellissima […].
Anna è libera.
Marco è uno stronzo. Ormai senza ombra di dubbio.
Marco è un’ameba e per questo adesso mi serve una botta, sto iniziando a parlare in terza persona, male, molto male.

Ehi, ci avete pensato anche voi? Non so, è un caso che anche nel romanzo di Levante ci sia un Marco con i complessi di inferiorità nei confronti della sexy e talentuosa fidanzata? O non è che questa nuova serie, pubblicata da uno dei maggiori editori italiani, in realtà propone titoli tutti scritti da un magico nano incatenato nelle segrete di una torre sperduta in un bosco? I nomi delle cantanti sulla copertina potrebbero essere una copertura… uhm, uhm… mah, non voglio fare l’Adam Kadmon della situazione, quindi è meglio che smetta di insinuare.
Torniamo al nostro Marco. Secondo me, e sono sicura anche secondo voi, l’automortificazione del capace businessman è un tantino sopra le righe. Be’, fanc… io e fanc… voi, Nina Zilli non è d’accordo, anzi pensa che i brani riportati poco sopra non siano sufficientemente indicativi del livello di umiliazione che Marco deve raggiungere. Perciò, la nostra autrice inserisce una bella scenetta in cui Marco, ubriaco e strafatto di coca, vomita addosso a una spogliarellista. Il vomito, neanche a dirlo, attiva una sequela di insulti, tutti resi con ridicolo accento russo:

«Vuoi vedere mio cuorpo di dona solo per te?»
«Vorrei vedere al di là della siepe.»
«Siepe? Cos’è siepe?»
«Un cespuglio, sai cos’è?»
«Tu vuoi vedere mio buoschetto?» […]
«Se vuoi mi prende, famui impazzire.»
Sento qualcosa che si smuove dal basso ventre e mi stupisco per quanto calore stia salendo fino al cervello, mi sembra di aver preso del popper, ma non è così. Per un attimo ci credo che sia voglia di scopare, e invece devo solo vomitare.
Peccato averlo capito tardi.
La imbratto tutta con la cena stellata e le migliori vodke di Madre Russia, lei rimane immobile, ancora davanti ai miei occhi, ancora a pecora, ma improvvisamente noto la sua faccia deformarsi in una smorfia orribile. […]
«Ma vafanculo, schifo di muerda. Mi ero tuta pulita.»
Come darti torto, sono proprio uno schifo di merda, anche se credo che si riferisse al vomito. La “tuta” servirebbe anche a me, siamo ricuoperti di muerda.

W… H… A… T… T… H… E… F… *… C… K? Dovrebbe far ridere? Che è, Marco è interpretato da Massimo Boldi, siamo finiti dentro un cinepanettone? Oh, be’, come scena di un cinepanettone in effetti ci sta, peccato che i cinepanettoni non ci fanno du’ palle così sulle fragilità emotive delle macchiette! L’ultimo di sette, invece, ci spiega per filo e per segno il disagio di Marco, poi lascia che il poveraccio venga… mortificato da uno stereotipo dell’Est. Non ci sentiamo mortificati noi, a questo punto? Forse è una scena tragica, dite. E allora perché la spogliarellista parla come un buana qualunque? Perché Marco, perfino in un momento simile, fa dell’ironia sull’accento russo? Ma poi, anche se fosse una scena tragica ben realizzata… perché mai inserirla? Un simile momento dovrebbe servire al pubblico per capire quanto è caduto in basso Marco. Eh, solo che fin dall’inizio Marco ci appare in una situazione disastrosa; l’acme nello strip bar non è l’epilogo di una drammatica evoluzione, è puro e semplice accanimento. Insomma, il nostro ex rasta sembra essere una di quelle bamboline vodù: creato per il solo gusto di trafiggerlo con gli spilloni.

Qualche puzzetta e passa la paura

E voi credete di aver raggiunto l’apice del trash? Rendetevi conto, dico rendetevi conto, che ne L’ultimo di sette il massimo dell’umiliazione lo subisce in realtà Sandra. Ve la ricordate, giusto? È la fidanzata di Raffaello. Sì, e ricordate pure che Raffaello non riesce a essere fedele, benché Sandra si dedichi completamente a lui. Forse forse sarebbe il caso che Raffaello si facesse un esame di coscienza, che si sentisse in colpa. Eh, per una volta è sembrato il caso anche alla nostra autrice. Leggiamo che Raffaello avverte in effetti dei rimorsi nei confronti della compagna, soprattutto quando si rende conto che lei non gli nasconde nulla, mentre lui sta invece cercando di rintracciare Anna…

Poco importa, di lei [Sandra] mi fido più di chiunque altro, non butterebbe mai nulla di importante, né mi nasconderebbe niente.
Siamo così diversi: mi fa tanto male.

Non tutto è perduto, c’è ancora qualcosa di salvabile ne L’ultimo di sette! Col cacchio. Il senno di Nina Zilli ritorna prontamente sulla luna, e poche righe dopo il brano che ho riportato, ecco che arrivano queste parole:

«Vuoi che ti cucini qualcosa in particolare? Sei arrivato presto, puoi scegliere. […] Mamma mi ha portato degli ossibuchi con la polenta, vuoi che scaldi quelli?»
«Ossibuchi? Polenta? E me lo chiedi?» Mi alzo dal divano come fossi King Arthur, con il braccio destro teso nell’aere e mi scappa una scoreggia.

Ma che caz… (non l’ho mai esclamato così tante volte)! A parte che il braccio teso fa più zio Benito che “King Arthur”, non pensavo che un giorno avrei dovuto spiegarlo a qualcuno, ma… uhm… Nina… ecco… i peti fanno ridere. E quando sono inseriti in un contesto serio… cioè… mandano tutto a putt…, no? Insomma lettori, Raffaello si sente in colpa per ciò che sta facendo a Sandra, ma invece di autopunirsi come fa Marco, tenta di buttarla sul ridere con le puzzette. E Sandra non lo insulta, non lo caccia di casa, non si sente mortificata, no. Sandra ride. Vi renderete senz’altro conto che in tal maniera la difficile situazione della poveretta non è presa sul serio, è svilita, è ridotta a un dettaglio utile solo per fare caciara. O meglio, come ho teorizzato in precedenza, è un dettaglio utile per far sembrare Raffaello una simpatica canaglia; sì, se non fosse che lo scoreggiare davanti a una fidanzata devota e pluritradita lo fa sembrare, appunto, una canaglia e basta. E no, vi ricordo che questo non è un romanzo di denuncia delle relazioni tossiche con uomini immaturi e ai limiti dell’internamento: Raffaello è un bel fico anticonformista, e se la spassa felicemente con la protagonista eccezionale e anticonformista.

SPOILER ALERT: Colpi di scemo a profusione

Eh lettori, io ve l’avevo detto di non illudervi. E badate che non è ancora finita. Potevano forse mancare all’appello i colpi di scena senza senso? Se credete di aver già sperimentato l’inverosimile con la geniale idea di The Bold and The Beautiful di far resuscitare Taylor, cominciate a digitare due volte il tasto 1 sul telefono, perché dopo che avrete scoperto le trovate di Nina Zilli dovrete digitare di corsa anche il tasto 8. Ah, giusto per essere chiara: spoiler!
Ebbene: Anna non è figlia della donna che crede sua madre, è la primogenita della madre di Sandra, che trent’anni prima la diede in adozione, inoltre Anna è cardiopatica, al punto che forti emozioni possono causarle degli svenimenti, perciò quando incontra nuovamente Raffaello per le strade di Milano si entusiasma e il suo cuore cede proprio mentre è alla guida, causando l’incidente stradale di cui vi ho parlato nel riassunto della trama. Uh, che corsa, fatemi riprendere fiato! Che dire, questi colpi di scena… sì, mi sa che sarebbero scartati anche dagli sceneggiatori di Centovetrine, e non solo perché la soap non va più in onda da sei anni. Vediamo di fare ordine. È già molto improbabile che Anna e Raffaello si rincontrino a Milano pochi giorni dopo la crociera, che poi siano anche “cognati”, be’, è assurdo. Oltretutto, Nina Zilli non ci prepara minimamente a un simile colpo di scena (di scemo, a questo punto): come abbiamo visto, Anna parla spesso e a lungo della sua infanzia e dei suoi traumi, eppure in nessuno dei suoi ricordi c’è una madre distaccata e anaffettiva, ossia un indizio che potrebbe destare in noi qualche sospetto. E poi… ah, mi scappa da ridere, scusate… insomma, se possibile la cardiopatia è anche più assurda delle altre scemenze! Per tutto il romanzo, Anna beve come una spugna e si riempie di marijuana; bene, e per tutto L’ultimo di sette, la nostra eroina non ha né mancamenti né capogiri. Nondimeno, secondo me dovrebbe avere qualche sintomo del genere, ad esempio… eh… quando prova forti emozioni, come quando si arrabbia con Marco? Oltretutto, se Anna sa di poter svenire da un momento all’altro (lei lo sa, benché, appunto, non svenga mai), perché si mette alla guida e non assume direttamente un autista? Sapete, ha già un assistente che provvede perfino a infilarle le scarpe…

D’accordo, d’accordo, i colpi di scena sono credibili quanto un bigfoot che fa il ministro dell’interno. Ehm, no, giusto… sono credibili quanto un uomo onesto che fa il ministro dell’interno. Almeno, cerchiamo di capire dove voleva arrivare Nina Zilli. Non so voi, ma la mia immaginazione mi suggerisce questo canovaccio: Anna è in fin di vita a causa dell’incidente, ha bisogno urgentemente di una trasfusione o di un trapianto, e… non si trovano donatori; Rita, la madre di Sandra, decide di farsi avanti per tentare in qualche modo salvarle la vita, rivelando così tutta la verità. A questo punto, Anna scopre di avere una sorella, e che quest’ultima è innamorata di Raffaello, proprio come lei. Per il bene della sorella ritrovata, la nostra protagonista decide di farsi da parte, rinunciando all’amore della sua vita.
Intreccio da telenovela, capirai, però connette i due colpi di scemo e fa sì che essi svolgano pienamente la loro funzione principale, ossia sorprendere il pubblico, facendo prendere alla storia una piega inaspettata. Nah! Ne L’ultimo di sette, Anna non rischia la vita nemmeno per un secondo! Infatti, non ha bisogno di nessun trapianto; e allora, se non serve un trapianto, Rita non si fa avanti. E se Rita non si fa avanti, Anna continua a ignorare le sue vere origini. Be’, Raffaello va a trovare Anna in ospedale, si sorridono, e si lascia intendere che la loro storia d’amore sarà veramente pazzesca.
Fine.
Vi confesso, dopo un primo attimo di smarrimento, ho pensato che probabilmente Nina Zilli ha pronto nella manica un seguito, in cui Anna conoscerà la sua vera madre e insieme a lei dovrà combattere contro terroristi russi che intendono ricostituire l’Unione sovietica. Ma è solo un altro sciocco tentativo di razionalizzare. La verità è che L’ultimo di sette è un libro del tutto folle, e la follia è sempre la risposta definitiva.

Prot

Oh, quasi dimenticavo, lo stile, ve l’avevo promesso! Suvvia, l’avete notato senza bisogno di indicazioni, il romanzo è scritto veramente male. Cioè, la Nina Zilli nazionale non si limita ai dialoghi brutti, ai bruschi cambi di discorso, ai costrutti cacofonici, e ad altri errori piuttosto comuni. No, L’ultimo di sette è un concentrato irripetibile di obbrobri. Ad esempio, la nostra autrice ha un’autentica ossessione per le onomatopee. E non soltanto per le onomatopee classiche, come il suono del telefono che squilla o del forno che ha terminato la cottura…

Devo chiamare Lucia, quella non si sveglia mai la mattina presto.
Tuuu tuuuu tuuuu tuuuu tuuuu.

Drin.
E i cupcake sono pronti.

Din din din din din din din din.
«Eccheccazzo!» Quante sono queste notifiche?

… no, Nina Zilli ha una specie di feticismo per ogni tipo di onomatopea, anche per onomatopee inventate da lei stessa:

Bram.
E anche quest’altro Bellini è finito subito.

Trick, swish, sbam.
Serratura che gira, chiavi estratte dalla toppa e porta sbattuta […].

«Ma non scoreggiare anche a tavola.»
Prot.

Tic tic tic.
Sniff, toc.
[…] Metallo su vetro, inspiro, butto fuori, bevo, vetro su vetro.
Un mantra.
Riga, coca, vodka.

Lettori, Topolino incontra The Wolf of Wall Street: ma dai, “sniff” per indicare uno che tira cocaina? Una scena pulp, però con Pippo & Co.! Mah, devo dire che non è poi tanto male come idea, mi domando perché non abbiano realizzato delle attrazioni a tema in uno dei vari Disneyland.
A proposito di “pulp forse”… vi siete accorti di quante parolacce ci sono ne L’ultimo di sette? Ce ne sono anche di più che in questa recensione! Oh lettori, ormai vi è ben chiaro che Il pesciolino d’argento non è un blog moralista, anzi: ho più volte ribadito che il turpiloquio è necessario in certi romanzi per ricreare un ambiente degradato, squallido, o semplicemente sopra le righe. Insomma, quanto farebbe schifo RoboCop se Joe rispondesse a Clarence con “caspiterina” al posto di “cazzo”? Certo, non farebbe mai schifo quanto L’ultimo di sette, ma diverrebbe una cavolata hollywoodiana. Quindi, diciamolo: le parolacce sono belle e sono utili, se… se sono bene utilizzate. Ecco, appunto:

[…] peccato non poterla sposare per davvero, mi sarei levato un bel mazzetto di rotture di coglioni con l’altro sesso […].

Mi ero trasferito qui con Sandra da soli due mesi e sono riuscito a infilarlo nella vagina della nostra barista di quartiere dopo appena quarantotto ore […].

[…] i frame della bocca di Meli attaccata alla base del mio membro non mi sembrano più sexy come pochi minuti fa.

Capite? Nina Zilli cerca di avvicinarsi al turpiloquio così come le scimmie di 2001: Odissea nello spazio si avvicinano al monolito. Per qualche motivo ignoto, forse per una specie di istinto, prima la nostra autrice tira fuori dal cilindro qualche “cazzo”, ma poi tenta di stemperare le oscenità, ad esempio con il vezzeggiativo “mazzetto”, con il termine scientifico “vagina”, o con il termine, da autrice Harmony, “membro”. Dico io, stiamo scherzando? Quale sfigato parla di “infilarlo nella vagina”, e non usa il pratico verbo “scopare”? Insomma, adottare il turpiloquio per apparire più tosti e poi annacquarlo per paura di scandalizzare il pubblico è… è strano, mettiamola così.

E le parolacce non sono l’unica stranezza. Un’altra passione segreta di Nina Zilli, a quanto pare, sono le citazioni. La Zilli cita qualunque cosa, continuamente e senza nessun motivo. I personaggi, ad esempio, menzionano continuamente film celebri, o personaggi di fantasia…

La signora Paps sa rendersi davvero ridicola, mi ricorda la prima aspirante moglie nel Principe cerca moglie con Eddie Murphy […].

Sono Mandrake, cazzo.

Mi sento come Samuel L. Jackson e John Travolta in Pulp fiction, quando sistemano la macchina imbrattata di sangue […].

[…] giro le chiavi nella toppa come se mi stesse rincorrendo Jason di Venerdì 13 […].

Oh, e tirano in ballo anche dei vip, i quali diventano spesso oggetto di fantasie deliranti:

[Anna] Quanto mi piacerebbe essere Uma Thurman, magari nella prossima vita.

[Anna parla di Billie Holiday] Nessuno mai le toglierà questo scettro, mai. È comunque in ottima compagnia, da Dinah a Ella, ma secondo me è diventata molto amica della Winehouse […], chissà cosa si raccontano lassù quelle due.

[Parla Raffaello] Il mio primo sogno erotico è stata Nina Simone. […] mi ha sempre ultra arrapato. Non ho avuto nemmeno bisogno di guardare le foto, sono bastate la musica e la sua voce.

Ah, ah, ah, ah! Nina, tutto bene? I ragazzini li hai visti anche in natura qualche volta, o solo nei diorami di qualche museo? Chi diavolo si masturba sulla musica? I primi sogni erotici, come pure ci spiega il buon Galiano, di solito riguardano bocce e popò da record, non i virtuosismi canori di un’artista! A maggior ragione Raffaello, che è descritto come un satiro, dovrebbe arraparsi con la carne, non con le idee platoniche! Insomma, capisco che la Zilli volesse elevare spiritualmente il suo eroe, però, ecco… è un po’ cringe, che ne dite?

Basta, non ne posso più. Ci sarebbe ancora molto da dire su L’ultimo di sette, però, come disse il signor Ferzetti (o era Ferretti… insomma, il protagonista della cosiddetta “Telenovela mantovana”) alla sgnacchera che voleva replicare con lui una notevole performance sessuale: “non è il caso, guarda”. Conclusioni! Allora, dunque… uhm… non è che Nina Zilli abbia scritto proprio una monnezza, diciamo che ha scritto una ciofeca fenomenale, che non ha paragoni. Per questo, dopotutto, vi consiglio di leggerlo: L’ultimo di sette è una mostruosità così assoluta e rara, un romanzo uscito talmente male, che sicuramente diventerà un pezzo da collezione. Oh, e non fate come quelli che lasciano ammuffire gli oggetti collezionati: ogni tanto prendetelo, e, ridendo, fate una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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