L’atlante dei destini – Cristiano Denanni

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Gli si alzava la voce mentre cercava le parole migliori per dirti quello che lo teneva vivo e ti faceva passare una serata intera aggrappato a una sedia o a un tavolo, con davanti soltanto un’interpretazione o una mappa. Sarei partita con lui dopo cinque minuti, se solo non avessi capito dopo dieci che lui, con sé, non si sarebbe portato nessuno.

Colla scadente

Mi dispiace dire che l’autore non è riuscito affatto a farmi passare una serata intera aggrappata al libro. Presento subito la trama, che mi è sembrata inizialmente molto accattivante: Stefano Solinas è un antropologo e ama molto viaggiare, perciò decide di realizzare un atlante formato, anziché da città e confini territoriali, da ricordi ed esperienze di vita di tante persone sparse nel mondo, le quali nulla hanno in comune se non di aver conosciuto Stefano.

Amo l’antropologia, amo le diverse culture della Terra, ed ero davvero entusiasta della trama, ma purtroppo il romanzo corale è estremamente difficile, è un’opera da maestri: non si tratta solamente di seguire un ritmo narrativo e di raccontare storie avvincenti, ma anche di conoscere le mille diverse sfumature della natura umana, e cercare di renderle non solo attraverso il pensiero, ma anche attraverso il linguaggio. Lo sa bene chi insegna Lettere in una classe: forse i temi degli alunni, sebbene siano nati nella stessa città, cresciuti insieme nel medesimo luogo e periodo storico, si assomigliano l’uno con l’altro? Tanto meno avrebbero dovuto assomigliarsi i pensieri di persone che non si sono mai conosciute, che sono distanti tra loro.

“Ciao” in Urdu? “Ciao”!

Per tutti i suoi personaggi l’autore adotta lo stesso stile, una sorta di prosa poetica tesa più a voler fare aforismi che a raccontare realmente qualcosa. Nessun personaggio è caratterizzato dalla propria cultura, un turco parla allo stesso modo e delle stesse cose di cui potrebbe parlare un francese e una portoghese: ciò che avrebbe dovuto essere un atlante, una testimonianza della bellezza dei mille colori dei popoli del nostro mondo, è invece un’uniforme tela grigia.

I narratologi cognitivisti ritengono che i personaggi di un romanzo non siano una mera funzione del testo, ma che siano invece indipendenti da esso: è così che possiamo spiegare il motivo per il quale non ricordiamo a memoria il romanzo Anna Karenina, e tuttavia la sua protagonista ci è entrata nel cuore e vi pensiamo con affetto anche dopo anni; in L’ atlante dei destini invece non c’è un solo personaggio che si stacchi dalla prigionia del testo e delle pagine per insinuarsi nell’anima, e penso che questo sia uno dei più gravi fallimenti a cui possa andare incontro un romanzo, che sia un bestseller o un romanzetto della serie Harmony.

E dopo l’omicidio finisci le tue verdure

Non solo i personaggi, ma anche le storie da questi raccontate lasciano perplessi: è ad esempio il caso del racconto che vede protagonista una dottoressa, madre e moglie, la quale viene a scoprire il tradimento da parte del marito e lo uccide con una pistola durante la cena, di fronte alla figlia. Cosa c’è da sorprendersi, forse la più comune e insospettabile delle persone non è capace del più crudele degli omicidi? Certamente, ma compito del romanzo non è di riferire un fatto, ma di raccontare, e per tutto l’episodio noi non abbiamo mai accesso ai pensieri che muovono la dottoressa, ci vengono riferiti solo i suoi movimenti, compreso quello di uccidere il marito. Sicuramente l’intento dell’autore era quello di realizzare un colpo di scena, ma l’effetto non è quello di sorpresa, ma di straniamento: dicevo appunto che non siamo mai venuti a contatto con i pensieri della dottoressa e assassina, non siamo stati partecipi dei suoi sentimenti, e il colpo di scena realmente non ci tocca; in breve, è come se qualcuno ci facesse uno scherzo su un argomento di cui non ci importa nulla.

Per comprendere meglio il fallimento di questa narrazione, pensiamo alla regina del giallo e della suspence, Agatha Christie: nel suo romanzo L’assassinio di Roger Ackroyd ci troviamo in una situazione simile, seguiamo le vicende del protagonista, e solo nel finale ci viene svelata la natura omicida del personaggio, ma qui il colpo di scena riesce perfettamente perché entriamo in intimità con il protagonista, e in un certo senso ci sentiamo traditi da lui quando scopriamo chi realmente è.

A ciascuno il proprio mestiere

Arriviamo infine alle ultime pagine del romanzo: avevo sentito dire che erano la parte migliore del libro, e posso senz’altro confermare. Viene ritrovato un quaderno nella stazione di Napoli (non ci viene detto in che modo), presumibilmente da Stefano Solinas, scritto da un migrante africano che racconta del suo sentirsi straniero ed emarginato in Italia: qui emerge la vera natura di Denanni, quella del giornalista. Toccando un argomento che gli sta a cuore, finalmente l’autore riesce a smuovere un poco di curiosità nell’animo del lettore, abbandonando la prosa pseudopoetica e adottando uno stile più fluido e naturale, sebbene incentrato sull’emotività per tutta la lunghezza del racconto.

Penso che Denanni sia e debba ritenersi molto fortunato: svolge esattamente il lavoro per il quale è portato, quello del giornalista, e questo libro ne è la prova definitiva. Ha sicuramente buone idee, ma ciò non basta per scrivere un buon romanzo.

In ogni caso, buona lettura.

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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Una risposta

  1. Asweetlullaby ha detto:

    La tua recensione mi fa riflesse sulla forte voglia che a volte ci fa uscire dal nostro campo per provare qualcosa di nuovo. COme un questo caso un giornalista che si cala nei panni di uno scrittore