L’acqua del lago non è mai dolce – Giulia Caminito

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In sintesi:

l'acqua del lago non è mai dolce romanzo di giulia caminito edito da bompiani

[…] dove vanno a finire le teste tagliate? Potrò mai farne collezione? Dalla mensola sono spariti i libri e ora posso fare spazio a tutte le teste recise dei miei nemici, le spolvererò, le mirerò, le accarezzerò in segno di scherno e compassione, è merito mio se sono cadute. Tutto il paese saprà che gente sono e la loro reputazione verrà calata nell’olio bollente, friggerà troppo a lungo e non sarà digeribile.

Lettori da buggerare

Ci sono tante cose di cui scrivere, è sufficiente affacciarsi alla finestra ed ecco che il mondo ci fa sentire incapaci di contarle. Per non parlare delle cose fantastiche: l’immaginazione è uno scrigno più che infinito di storie. Be’, chi se ne importa: all’editoria italiana servono nuove, vecchie trame abusatissime, con relazioni famigliari problematiche, amicizie problematiche, matrimoni problematici. Ci sono dei premi da vincere e dei lettori da buggerare.

Sì, ma a volte è bello pure sperimentare un poco: perché non candidare al più prestigioso premio letterario italiano un romanzo come L’acqua del lago non è mai dolce? Questo oggetto, portato nella nostra realtà da Giulia Caminito, ha tutti i temi classici da Strega, quindi è rassicurante, però propone anche una una sghemba nota pulp sotto forma di “originalissimo” personaggio fuori di testa. Fuori di testa non come Paperoga, intendiamoci, fuori di testa da abbattere a vista.

Disfunzione televisiva

Calma, calma, adesso vi dico tutto nei dettagli, lettori. La protagonista de L’acqua del lago non è mai dolce si chiama Gaia ed è una ragazza dei primi anni Duemila. Bene, questo è lo stereotipo di famiglia problematica scelto per il romanzo: il padre di Gaia è un ex muratore che ama il nero, disabile a causa di un incidente sul lavoro; la madre si chiama Antonia, ha la terza media e non riesce a trovare un impiego dignitoso; i fratelli… be’ Gaia ha tre fratelli, ma possiamo anche dimenticarcene.
Pressappoco, la quotidianità della famiglia si svolge in questo modo: Antonia col suo titolo di studio fatica a far quadrare i conti, però si rimbocca le maniche e lavora sodo per far sì che a nessuno manchi niente. Si comporta in modo severo, esigente, perfino marziale, non cede a frivolezze e moine; Gaia e i suoi fratelli non crescono di certo nella bambagia come i pargoli dell’alta borghesia, ma hanno un tetto sopra la testa, la casa pulita e cibo ogni giorno.

Aspettate un attimo, lettori, non sembra anche a voi che la famiglia di Gaia non sia poi così strana? Non ci sono chissà quali problemi sconvolgenti, non è una famiglia disfunzionale, come oggi si usa dire, anzi non è tanto diversa da moltissime altre famiglie italiane. Ci sono delle difficoltà, il contesto non è il sultanato di Zorzi, ma non è una tragedia!
Sì, certo, soltanto dei poveracci potrebbero pensarlo: Gaia vive la propria situazione come un calvario. Si sente sempre diversa dagli altri, fuori posto, in difetto. C’è qualche dramma sotterraneo che vi ho taciuto? Una specie:

[…] noi non abbiamo la televisione ma solo una radio, l’unico passatempo è la lettura […].

Noi non abbiamo i cellulari, non abbiamo la televisione, non abbiamo un computer, noi senza mezzi […].

[…] non so a chi confessare che ci manca la televisione e che viviamo solo di radiodrammi, romanzi a puntate sulle riviste e libri […].

[…] sei tu certamente che mi tormenti e poi il mondo tutto, e poi quello che non ho, in primis la televisione, i telefilm su Italia Uno […].

Lettori, quante volte avete dato per scontato il vostro televisore? Prima di gettarlo nella spazzatura per adeguarvi al nuovo standard satellitare, correte ad abbracciarlo, chiedetegli scusa per non avergli mai dedicato una festicciola, passate del tempo di qualità lettore-televisore guardando insieme il buon Zorzi che prova a commentare L’isola dei Famosi. Fatelo, prima che sia tardi.
Adesso asciughiamoci le lacrimucce e andiamo avanti con la trama.

Emarginazione paranoica

Abbiamo capito, abbiamo capito, il problema principale di Gaia è la condizione economica. A essere precisi, non proprio la condizione economica, è che se fosse ricca potrebbe avere delle belle cosucce e non sentirsi diversa dai suoi coetanei. Non avere la roba la costringe in uno stato di triste emarginazione e, ovviamente, l’emarginazione la priva delle esperienze più sexy della vita: è il nuovo canovaccio standard, il trend del momento, gira che ti rigira troviamo le stesse cose, trattate male, anche in Sembrava bellezza.

C’è però una differenza fra il libro di Teresa Ciabatti e L’acqua del lago non è mai dolce. Cioè, entrambi sono… brutti, ma almeno Sembrava bellezza si sviluppa seguendo una certa logica (non avrei mai pensato di dirlo): la protagonista è meno ricca dei suoi coetanei pariolini, per questo ha pochi amici ed è esclusa dalle feste, si sente triste, fine. Gaia è povera e si sente un’emarginata, va bene, ma… ha una vita sociale assolutamente normale! Già, in realtà ciò che vi ho spiegato poco sopra è falso. Gaia fa tutto ciò che fa una ragazzina qualunque: stringe amicizie, va in piscina, va in discoteca, va alle feste di paese, festeggia il capodanno a casa di amici. Si fidanza perfino con il chad della scuola. Insomma, se la protagonista di Sembrava bellezza si sentiva messa da parte ed era messa da parte, Gaia è, nella migliore delle ipotesi, paranoica. A questo punto direi che Giulia Caminito ha qualche interesse a confondere il lettore. O forse è confusa lei stessa.

Viulenza!

Ad ogni modo, L’acqua del lago non è mai dolce improvvisamente esplode come un fungo Lycoperdon e ci regala il fetore di una svolta adolescenziale, (in)degna di un libro di Moccia: argomenti principali della trama diventano la pubertà e la giovinezza di Gaia, le sue amicizie, i suoi primi amori, il sesso, le delusioni.
Lettori, vi risparmio i litigi fra amichette e i vari tira e molla da fidanzatini, non solo perché io ho dovuto leggerli e non voglio farvi passare le stesse pene, ma soprattutto perché non siamo ancora arrivati al cuore del libro. Sì, esatto, è un cuore grasso, incastrato fra placche lipidiche prive di valore per l’organismo libro: infatti, vi avevo promesso una protagonista completamente fuori di testa, ma ho dovuto prima annoiarvi con gli elementi di contorno. E va bene, adesso vi accontento, ecco come reagisce Gaia quando un suo compagno di scuola, alle medie, le rompe la racchetta:

Alzo in aria la racchetta dal manico, la afferro con tutte e due le mani e gliela do sul ginocchio, una volta, due volte […] alla settima lui cade a terra e urla.
Il sangue esce dalla sua ferita, finisce sulla terra color mattone, lui prova a rialzarsi e non ci riesce, io butto la racchetta sporca di sangue […].
Lo lascio lì col ginocchio spezzato […].

Ma sì, è la classica zuffa tra compagni di scuola. No, un momento, qui c’è un “ginocchio spezzato”, che diavolo è, un’aggressione in piena regola, lesioni personali gravi! Codice penale, ci sei? No, nel libro non c’è, perché il ginocchio maciullato è solo l’inizio: Gaia se la prende poi anche con il suo bellissimo e ricchissimo fidanzatino, Luciano. Il ragazzo è colpevole di aver chiesto alla nostra dolce protagonista più affetto e più attenzioni:

Luciano non ha assolto a nessuno dei suoi compiti […], non ha innalzato il mio status, non m’ha coinvolta nella sua ricchezza […].
La mia mano prende vita da sé, la allungo e afferro i capelli di Luciano, tiro con forza un ciuffo di quella acconciatura perfetta, l’oggetto di infinite sue attenzioni.
Non mi frega niente di te. Hai capito? Nessuno mi tradisce, tanto meno tu, glielo grido nell’orecchio sinistro.
Lui s’è piegato su un fianco, non ha previsto il mio gesto e per qualche secondo lo subisce […].

Proviamo a riflettere: molto probabilmente, se la scena di aggressione fosse avvenuta a parti inverse, L’acqua del lago non è mai dolce sarebbe diventato un caso mediatico, sarebbe stato accusato di maschilismo, di istigazione alla violenza, e in poco tempo sarebbe stato ritirato dal mercato. Almeno, per “sopravvivere” sugli scaffali, avrebbe dovuto contenere a chiare lettere, in modo assolutamente inequivocabile, una dura condanna del fatto. Ma è Gaia a spaccare rotule e a tirare i capelli, perciò il romanzo non incita all’odio, anzi racconta i drammi di una personalità femminile complicata, disagiata. Ci costringe a interrogarci sulla giustizia.
Già, in fin dei conti che cos’è la giustizia, è solo un flatus vocis? Si può forse credere che la giustizia e il comportamento civile abbiano un qualche peso, quando si vive in un contesto difficile, degradato, quando si è ultimi fra gli ultimi, quando non si può nemmeno guardare Italia Uno? Una odiosa psicopatica solleva tutti questi problemi, ci costringe a riflettere. Non è soltanto un’odiosa psicopatica: prendete nota, lettori, questa è la nuova frontiera della filosofia.

Ora state forse credendo che vi abbia già mostrato il fondo del barile? No, Giulia Caminito ha notevoli capacità di scavo. Gaia, a un certo punto, si scontra con la sua amica Elena: quest’ultima è infatti l’amante del suo fidanzato (no, non il Luciano di prima, un altro di nome Andrea). Be’, un classicone del genere young adult, è tutto qui il problema? Ecco, in tale occasione la nostra filosofica protagonista non si limita ad alzare le mani, tenta lucidamente di affogare la sua rivale:

È a questo punto che io mi avvicino ancora e le do un calcio all’altezza della rotula, con tutta la pianta del piede, una zampata da ciuco […] lei urla e si piega in avanti […], io intanto con entrambe le mani afferro i suoi capelli biondi […], e tiro come se lei fosse busta da scaricare al porto […]. Elena prova a divincolarsi […], quando arrivo all’acqua le tiro un altro paio di calci e le prendo la testa, la immergo nel liquido e le salgo sopra, la tengo ferma, la tengo sedata.

E la colpa è della società…

Vi ho capiti: volete farmi gentilmente notare che Gaia è un personaggio negativo, un antieroe, e che L’acqua del lago non è mai dolce è il racconto delle sue turbe mentali. Un racconto magari freddo, confuso, però non una celebrazione.
Questa interpretazione non è proprio calzante, perché, stando al testo, non è la pista suggerita dall’autrice. Come ho già accennato, in verità Gaia è descritta fin dall’inizio come una vittima del sistema: ora vittima della situazione economica famigliare, ora vittima di un bulletto delle medie, ora vittima della falsità delle sue amiche, ora vittima dell’autorità di sua madre…

Io sono la donna spezzata e opaca, quella che si rifrange sulle superfici e la vedi sempre a metà.

[…] eppure vorrei interrogare mia madre, chiederle cosa dovrei fare, perché lei sempre ha trovato soluzioni sul da farsi […], mentre io ho solo preso armi e carrarmati e ho attaccato le altrui barricate, il suo agire è progetto, il mio agire è guerra, nel primo caso l’obiettivo è noto, nel secondo ciò che si sa è solo che conviene distruggere prima che siano gli altri a pensarci.

Io sono stata un cigno, mi hanno portata da fuori, mi sono voluta accomodare a forza, e poi ho molestato, scalciato e fatto bagarre anche contro chi s’avvicinava con […] la sua elemosina d’amore.

Verso la fine del libro, l’autrice tira in ballo perfino la disoccupazione giovanile e il malvagio sistema universitario che non garantisce il dottorato a tutte le studentesse di filosofia (Gaia si iscrive proprio alla facoltà di filosofia). È davvero difficile non considerare le gravi turbe mentali di Gaia un commovente e tragico tentativo di difesa della poveretta; per definire L’acqua del lago non è mai dolce una denuncia della follia, o una parodia del vittimismo, bisognerebbe fare uno sforzo ermeneutico non indifferente e, soprattutto, non avallato da ciò che si trova nella narrazione. Gaia è una donna fragile, una “donna spezzata”, traumatizzata dal suo passato, per questo è poco incline a prestare fiducia: distrugge “prima che siano gli altri a pensarci” e fa innocenti “bagarre” (in tribunale non si chiamerà più “tentato omicidio”, ma “bagarre”).
È vero, anche ne L’innocente l’omicida motiva il suo crimine e spiega che è una reazione di difesa, ma D’Annunzio si cura di farci capire senza fraintendimenti che Tullio è paranoico, che ha una visione distorta dei fatti. La Caminito, invece, presenta i fatti distorti come oggettivi (la povertà, il tradimento delle amiche, la disoccupazione). L’innocente è il viaggio nelle ossessioni e nelle pulsioni aggressive di un personaggio, L’acqua del lago non è mai dolce sembra quasi voler denunciare problemi sociali, associando con una certa naturalezza la violenza a una presunta condizione di disagio. E tutto ciò, lettori, è… non saprei, una qualunque espressione di disappunto potrebbe andar bene.

Bello come un coregone

Sulla trama, talmente bucata da poter essere usata come scolapasta, ci sarebbe altro da dire, ma la recensione è già lunga e devo ancora affrontare lo stile de L’acqua del lago non è mai dolce.
Ricordiamoci che è un romanzo fatto anche per rassicurare il Premio Strega: con questo in mente, ci è più facile percepire come naturali il suo maldestro flusso di coscienza e il raffazzonato discorso indiretto libero. Per tutto L’acqua del lago non è mai dolce possiamo goderci brani come il seguente, probabilmente ispirato da un’apparizione di Bazzi o della Ciabatti:

Le mura della casa rimbombano di incomprensioni e corpi compressi, di esigenze e fallimenti, di seni che non sono cresciuti e cellulite che è spuntata all’attaccatura delle cosce, dei pantaloncini a vita bassa che fa schifo indossarli con quella pancia cadente: hai già tredici anni, mettiti a dieta, elimina tutti i gelati e le caramelle, mangia il meno possibile, fino a scomparire.

Devo però essere onesta, la Caminito è sostanzialmente bazziana, ma ha anche alcune idee stilistiche originali. Ad esempio, le terribili similitudini e metafore:

Io sorrido e dico certo, come se fossi una trota, un coregone.

I nostri corpi sono freddi, come pupazzi di neve ci muoviamo rigidamente da una stanza all’altra […].

[…] ti danno un enorme peluche, è un orso rosa, alto due metri, ha un fiocco rosso al collo e gli occhi neri delle meduse.

La mia classe sotterranea fa sembrare noi alunni delle creature notturne, come falene sbattiamo le palpebre per rimanere svegli.

Il riassunto della mia vita occupa una pagina e basta […] sono crema pasticcera, sono gelato sciolto.

Intendiamoci, non è un problema usare delle immagini strane, pure brutte. Saba (A mia moglie) ha paragonato la sua fedele e docile moglie Lina a una serie di animali da cortile, Michel Faber (Il petalo cremisi e il bianco), assumendo il punto di vista di una prostituta, paragona la neve accumulata sulla strada a “emissioni di sperma”. Il campo semantico delle metafore, anche quelle non graziose, può dirci molto riguardo il personaggio raccontato. Ma ne L’acqua del lago non è mai dolce le metafore non raccontano un tubo, si passa dal coregone alla meduse, dai pupazzi di neve alle falene, senza alcun criterio. Che cosa è passato per la testa della Caminito? Bisogna proprio tirare in ballo le meduse, coi loro minuscoli ocelli, per descrivere i due grandi (suppongo) “occhi neri” di un pupazzo? E su quale pianeta la nostra autrice ha incontrato delle falene che sbattono le palpebre? Mah!

Effetti collaterali: emicrania

Un altro tratto peculiare della Caminito è l’amore per gli elenchi, di per sé importanti per la letteratura, come ci ha insegnato Chiara Valerio. La Caminito li ama al punto da inserire in un elenco altri elenchi, dando vita a una specie di metaelenco frattale che fa male alla testa e ad altre parti del corpo di noi poveri lettori:

Quello che ho fatto per anni è stato segnare i numeri nella rubrica, scegliere soprannomi, schiacciare i tasti per comporre le lettere, scrivere messaggi in piena notte, svegliarmi da incubi […].
Quello che ho fatto per anni è stato prendere il treno, direzione Viterbo, direzione Roma Ostiense, correre per non perderlo, aprire e chiudere i posacenere, graffiare il tessuto dei sedili, bloccare le porte col corpo quando stanno per chiudersi, spintonare chi si fa troppo vicino, guardare senza amore una donna svenuta nei bagni per colpa del caldo […].
Quello che ho fatto per anni è stato studiare e ripetere, sottolineare, appuntare, disegnare, trascrivere, enunciare […].

Questa non è nemmeno la metà del passo originale: l’OMS raccomanda di assumere L’acqua del lago non è mai dolce lontano dai pasti, per evitare capogiri ed episodi emetici incontrollabili.

Basta, è davvero tutto, lettori. L’acqua del lago non è mai dolce è un romanzo che… no, non è un romanzo, non so dire che cosa sia, è un rappresentante di una nuova specie che sta invadendo l’habitat letterario italiano. Non è necessario fare spazio nella propria libreria a L’acqua del lago non è mai dolce, a meno che alla libreria serva disperatamente un impiastro di luoghi comuni, di intrecci già visti e di lagnanze già fatte. Così, per far numero.
Giulia Caminito ha scritto un libro mollo, ma proprio mollo e inutile, però se siete di quelli che amano collezionare stranezze, leggetelo! E se lo farete, vi giunga il mio augurio di buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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