La tecnologia è religione – Chiara Valerio

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IL GIUDIZIO:

la tecnologia è religione saggio di chiara valerio edito da einaudi

Ho imparato ad accettare, nei miei quarantaquattro anni, che ci sono cose che non capisco […].

Si sono koalizzate contro di noi!

Ah, finalmente la svolta, la tecnica ha imposto la sua superiorità, ormai niente è impossibile. Ci manca solo di inventare il disco orario solare e poi avremo inventato tutto ciò che era possibile inventare. Grazie al cielo adesso c’è pure l’intelligenza artificiale, gran cosa! Ehi, ha già dimostrato di essere più intelligente degli olandesi, e gli olandesi hanno inventato il Grande Fratello, perciò, mmmh!
Eh, che ci posso fare, mi è venuta voglia di provarla, sì, insomma, per… per aiutarmi, ecco, per… per barare un po’, va bene? Accendo il computer (l’ordinateur, l’ordinateur… voglio che mi capiscano anche in Francia) e mi interfaccio con l’ultimissima intelligenza artificiale. Cioè, scrivo le mie richieste nella barra apposita, eh, eh. Voglio qualcosa di livello, qualcosa… che so… qualcosa come i video di sirene incinte dei Me Contro Te, oppure come gli articoli che Le Scienze traduce dagli originali americani, o ancora come i discorsi della premier, sig. Giorgia. Dai, ChatGTA (si chiama così? Boh, mi pare…), fammi un bel discorso intelligente! Uhm, elaborazione… ultimi aggiustamenti… oh, compaiono delle frasi:

Lo zero di queste pagine è una domanda di mio nipote Francesco nei suoi cinque anni. Zia, esistono altri uomini ragno oltre l’Uomo ragno?

[…] non possiamo andare in giro con due dita unite, appoggiarle all’aria, separarle e ingrandire l’albero là in fondo fino a cogliere le mele.

La domanda, nella sua formulazione più generale, riguarda l’interazione, non squisitamente meccanica, di un corpo umano con dispositivi e macchine organiche (ragno) o meno.

Il teorema del peluche, anche se così è troppo generico perché nessuno chiama peluche il peluche ma gli dà un nome – monito questo a non essere mai generici e astratti nelle faccende sentimentali e logiche –, dovrebbe avere per enunciato È vivo ciò che ci sembra vivo o anche, in una formulazione più ampia, È vivo tutto ciò che suscita in noi sentimenti di amore […].

Esatto, è proprio… ehi, un momento, questa roba è una merda! La mia copia pirata di ChatGTA deve essere corrotta. Niente, dopo numerosi tentativi, non sono riuscita a sistemare il software. Sarà l’hardware? Ho provato a dare una botta al computer, ho provato a spegnerlo e riaccenderlo, ho persino chiamato un tecnico: inutile. Maniere forti: cacciavite e pinze. Ho smontato il pannello di accesso all’hard disk e… mio… Dio! Che diavolo ti trovo dentro? Una scoperta eccezionale: ChatGTA, l’intelligenza artificiale, non è nient’altro che Chiara Valerio con una macchina da scrivere. Giuro: quando ho tolto il pannello lei era lì seduta a un piccolo tavolino, che mi guardava con gli occhi sbarrati e un’espressione neutra. Che potevo fare? Ho ricambiato lo sguardo e ho richiuso lentamente il pannello.
Eh, mi sa che a volte la pubblicità (cioè gli articoli dei quotidiani nazionali) esagera un po’…

Bentrovati, lettori, questo è Il pesciolino d’argento, l’unico blog con il 100% di intelligenza e al 100% intelligenza bio, e voi avete letto un’avventura al 100% vera che apre una nuova, fantastica recensione! Recensione nuova, di… di una vecchia gloria, anche se “vecchia & gloria” è una congiunzione falsa, nel caso della nostra autrice. Eh già, Chiara Valerio non è mai stata una “gloria”. Ma tant’è, che volete, ci riprova: dopo lo scam coleroso de La matematica è politica, la Valerio pesca nel cloud le parole più prossime a quelle del vecchio titolo, e… bum! La tecnologia è religione. Certo, perché no?
Io una risposta ce l’ho. “Perché no!”. No, perché non abbiamo bisogno di queste scemenze, anzi. Lo stato della nostra cultura è disastroso, come si può vedere facilmente: ovunque imperversano idioti che ci propinano tesi idiote quanto loro, o con lo scopo di far due dindini seguendo la moda del momento, o con lo scopo di soddisfare le proprie esigenze da egomaniaci (facendo al contempo due dindini). Noi italiani abbiamo tanti difetti, e il solo pensiero di aver dato i natali a soggetti che pensavano di spezzare le reni a questo e a quello mi mette in imbarazzo, ma… non siamo un popolo da buttare via. Siamo intelligenti, siamo civilizzati, siamo ingegnosi, pazienti (ma questa non è una bella qualità) e… e sì, in generale siamo anche empatici e di buon cuore. Dobbiamo negarlo? Abbiamo avuto, e continuiamo ad avere, i nostri stronzoni, ma in generale siamo messi mooolto meglio di altri, che pure celebriamo quotidianamente. Quindi, siamo (anche) “brava gente”: e la brava gente si merita belle cose. No!, dunque, non ci meritavamo La tecnologia è religione.

Se avete già letto la recensione del precedente saggio valeriano (valeriesco? Valerioide?) allora avete un’idea abbastanza chiara dei motivi a sostegno del mio “no!”. Ma pure se non l’avete letta, l’introduzione che avete appena incontrato ha di sicuro fatto scattare nella vostra mente parecchi campanelli d’allarme. Riferimenti pop assolutamente (non) necessari, che stanno lì solo perché “ehy, è la moda!”; uno stile che definire “da mocciosi” è già tanto, ossia è un complimento, perché quando non è da mocciosi è semplicemente sgrammaticato e incomprensibile; idee originali di quando in quando confuse, in pratica sempre imbarazzanti e campate in aria; osservazioni che fanno venire la pelle d’oca, per quanto sono trite e cringe. Esatto, non sembra roba scritta da un comune essere umano. In effetti, dovete sapere che la nostra Chiara Valerio ha un’identità segreta: sì, quando la cultura minaccia di farsi seria, la nostra autrice alza al cielo la sua spada magica e diventa… Valerio Chiara!, l’uomo più forte e potente dell’universo! Solo due persone sono a parte del suo segreto: Michela Murgia e Teresa Ciabatti, e insieme difendono il loro castello in aria dalle forze malvagie della logica e della razionalità! VALERIO CHIARA™!

Occhei, seriamente, Chiara Valerio è pappa e ciccia con la Murgia e la Ciabatti. Per qualche ragione, c’è questa associazione semisegreta di autori con tante pretese e con poco talento, e be’, la triade in questione sembra essere al vertice della piramide (oppure alla base, per questioni strutturali… non so). Ho già fatto notare varie volte i bacini che le tre marmittone si scambiano qua e là nelle rispettive opere: se non altro ciò dà un fondamento alla sensazione che si ha di pescare sempre nella stessa diarrea, nonostante il nome e il titolo sulla copertina cambino di volta in volta. Come? Domandate se pure ne La tecnologia è religione ci sono quei bacini? Ma certo che ci sono: considerate un po’ questo brano…

Sinonimo di morto è ciò che non suscita reazioni. Tranne ovviamente la reazione alla quale siamo stati educati, chiamati noi pure a partecipare al telefono senza fili, e cioè rimarcare una differenza di sostanza nella materia vivente ed esistente.
I piccioni sono ancora vivi – ma meno di noi – e i telefoni, alcuni, perché rispondono a comandi vocali, d’altronde la voce è umana e il mondo è vocale. O certi zainetti a forma di koala che non riteniamo vivi, […].

Oh, dunque Chiara Valerio è in realtà morta, spiace apprendere così la notizia. Interessante questa conseguenza della “definizione” iniziale, ma ciò che voglio farvi notare è quell’espressione: “certi zainetti a forma di koala”. Uhm, dove l’avete già incontrata? Facile, in Sembrava bellezza. Era un elemento chiave del romanzo, peccato che non aprisse nessuna serratura, già. Mi domando però questo cacchio di zaino koala che ci fa anche qui: non è che niente niente è una specie di parola d’ordine, “Koala, Koala”, come “Tigre, Tigre” è per i membri della Blake Association del telefilm The Mentalist? Cielo!, spero di no!
E che dire di quest’altro stralcio de La tecnologia è religione? Toh:

Pensare che le parole abbiano un significato univoco è il sintomo drammatico del nostro non accettare la metamorfosi, dunque la morte. Studiare è l’esercizio del e al contesto. E la scuola pubblica fa, dovrebbe fare e potrebbe fare meglio questo. Esercitare al contesto.

D’altronde se le chiamano icone un motivo ci sarà.
MICHELA MURGIA, conversazione privata

Eccallà la Murgia (pappa e ciccia, vi avevo avvertiti) addirittura proposta in forma di super, mega, ultra lapidaria citazione, come se avesse detto chissà che cosa sulle icone informatiche (anzi, la sua allusione è un tantino sciocca: le icone digitali si chiamano così non perché ci sia dietro qualcosa di religioso, bensì perché esse sono eikenai, segni “che assomigliano” a ciò che significano).
E, ovviamente, non dimentichiamoci dei ringraziamenti finali, forse uno dei punti più interessanti del saggio: eh sì, possiamo ammirare facilmente una lista di sospett… ehm, di nomi che contano e che ci fanno inorgoglire. Murgia e Ciabatti, ovviamente, si prendono il loro spazio.

Ordine di bruttezza

Uhm, so cosa state pensando. Siamo già arrivati ai ringraziamenti: tutto qui? Questa recensione sta un po’ girando intorno al suo oggetto, eh? Uff, è vero, siete troppo svegli perché possa negarlo. Il fatto è che sono confusa e arrabbiata: confusa dal contenuto de La tecnologia è religione, arrabbiata per… per il contenuto de La tecnologia è religione. Intendiamoci, non mi sento in colpa per questo, del resto sono in compagnia: se i miei sensi di Turing non mi ingannano, analizzando l’internet si può scoprire che i consumatori umani sono decisamente perplessi dal prodotto, mentre i bot sono entusiasti oltre ogni immaginazione. Insomma, capisco, in effetti il saggio parla di loro, cioè delle intelligenze artificiali, ma io sono un’umana, che cacchio, a me chi ci pensa?
Nessuno, ovviamente, quindi cercate di comprendere il mio smarrimento. La tecnologia è religione, sotto l’aspetto strutturale, è anche peggio de La matematica è politica. L’avete intuito dalla mia introduzione, ma ora possiamo affermarlo a gran voce: questo saggio è soltanto un’accozzaglia informe di pensierini, di storielle di vita vissuta (vissuta?), di supercazzole. Addirittura di errori talmente stupidi, che imbarazzerebbero perfino il nostro ministro della cultura (scegliete voi quale, dei tanti succedutisi). Ci sono tre capitoli, ciascuno formato da varie… sezioni… paragrafi… boh… ad ogni modo, è praticamente impossibile cogliere una qualche forma di linearità. E sì che il titolo stesso si presenta come una tesi! Inoltre la nostra autrice ha una laurea in matematica, dovrebbe trovarsi a suo agio con i concetti di tesi, ipotesi e dimostrazione, no? Be’, ciccia! Pertanto, che vogliamo fare a questo punto?
Io direi di andare a zonzo. Sì, cioè, non c’è nessuna dimostrazione da studiare passo passo, quindi possiamo pure cazzeggiare qua e là per il libro come se ci fossimo fatti una canna. Vi propongo dei brani e li commento, vi sta bene? Oh, fantastico, non siete andati via… cominciamo!

Ho parlato di pensierini. Ecco, beccatevi questi:

Mi guardavo e mi guardo parlare nello schermo e penso che la matematica è l’unico linguaggio che mi è familiare nel quale la verità non ha un corpo a sostenerla, sostentarla, incarnarla.

Studiare scienze aiuta ad accettare che l’oltremondo è in questo mondo, ma a un ordine di grandezza – segnali elettrici, impulsi elettromagnetici e galassie – che non percepiamo con i nostri sensi.

La geometria non ha a che fare con la verità, ma con l’utilità, il che significa che non c’è niente di vero nella rappresentazione cartesiana del mondo, ma c’è molto di utile.

No, scusate, queste sono supercazzole… uff, però erano nei miei appunti alla voce “pensierini”… oh, checcacchio! C’è poco da fare, i pensierini sono un sottoinsieme delle supercazzole. Dico io, voi leggete delle cose del genere e che ci capite? Se non siete pratici e non ve ne frega nulla, tanto meglio per voi, non ci capite niente e passate oltre; se non siete pratici ma ve ne frega qualcosa, ahia, non ci capite niente ma poi cedete al principio di autorità e cominciate a credere di aver letto delle informazioni “scientifiche” o “filosofiche”; se invece siete pratici e basta, be’, non ci capite niente ma vi incazzate perché intuite che si tratta di cavolate campate in aria.
Insomma, ci vuole anche poco: nel primo stralcio la “matematica” ha in sé la verità (cosa voglia dire che “non ha un corpo a sostenerla”, sospetto che nemmeno la Valerio lo sappia), nell’ultimo invece scopriamo che “la geometria non ha a che fare con la verità”: dunque la geometria non è (parte della) matematica? La nostra autrice ha mentito, definendo la matematica? Oppure si è contraddetta e basta, senza nemmeno rendersene conto? Mistero. Quel che possiamo affermare è che, avendo intenti seri, non è bene ignorare del tutto il dibattito filosofico sulla natura della matematica: almeno riportare che non c’è unanimità di vedute (platonisti, formalisti… eh?) sullo status ontologico delle verità matematiche sarebbe apprezzabile… se non altro perché avrebbe ricordato alla Valerio che le verità matematiche esistono! D’accordo, magari non sappiamo esattamente che cosa sono, ma è indubbio che ci sono, è indubbio che le proposizioni dimostrate (cioè i teoremi) sono vere. Macché, nella matematica c’è la verità, e non c’è “niente di vero”. E questa è una bella prova che l’autrice ci regala, quando si cimenta a discorrere del suo specifico campo di studi.

Per quel che riguarda il brano che parla di “oltremondo”… oh, a regà, ma che si può dire di una sparata del genere? Cioè, se l’oltremondo esiste, per definizione sarà… uh… “fuori dal mondo”, no? Sostenere che “è in questo mondo” equivale a negarne l’esistenza: non c’è nessun oltremondo, c’è solo questo dannatissimo universo che pubblica libri del genere. Ah, capirai che pensiero rivoluzionario, quanti l’hanno già sostenuto, prima della nostra geniaccia? Eh, ma voi ribatterete che lei l’ha espresso in quella forma ossimorica, ha avuto uno slancio poetico. Ohi, piano con le insinuazioni, eh! Non date per scontato che Chiara Valerio si sia consciamente servita di un ossimoro. Insomma, considerate quel che viene dopo: si parla di “un ordine di grandezza” dicendo che è… “segnali elettrici, impulsi elettromagnetici e galassie”… ? Ma una galassia in sé non è un ordine di grandezza, cazzarola! E perché è messa nel calderone con i “segnali elettrici”? Sono cose diverse! E poi, non soddisfatta, la Valerio sostiene che “non percepiamo con i nostri sensi”… uh… l’ordine di grandezza… le galassie? Non ne ho idea, ma se si riferisce all’ordine di grandezza, spero che abbia un certificato medico che giustifichi quel “non percepiamo [l’ordine di grandezza] con i nostri sensi”; se invece si riferisce alle galassie e ai segnali elettrici, be’… un certificato medico deve averlo di sicuro, anche se non so se è quello dell’oculista, del dermatologo o dello psichiatra.

La funzione tette

Va be’, un po’ ci ho messo del mio. Vi ho proposto delle scemenze scientifiche quando so bene che i veri pensierini della Valerio riguardano tutt’altro. A lei non importa delle scienze, della matematica, delle galassie: a lei importa dei gender studies. Senza studies. E il gender che le interessa è uno solo, ecco. A essere sincera la nostra autrice non è mai esplicita (e questo è in linea con l’impostazione generale del testo), ma leggendo certi passi de La tecnologia è religione si comprende facilmente che vuole alludere alle questioni dell’identità sessuale, dei pronomi, dell’inclusione… insomma, quelle cose che vanno tanto di moda. Intendiamoci: sono delle stronzate in sé questi temi? In sé no, per carità, su tutto ci si può interrogare e di tutto si può discutere. Ma sono certamente trattati a mo’ di stronzate, il più delle volte: le discussioni si riducono a sequenze di slogan, e si passa con troppa facilità dalle speculazioni metafisiche all’espressione inconsapevole di fantasie erotiche più o meno represse. Quindi, meh, c’è da aver paura. Anzi, vi dovete SPAVENTAREEE! E il modo migliore per spaventarvi è proporvi i seguenti brani del saggio:

Mi sono chiesta, per molto tempo, perché siamo legati al modello binario di descrizione del mondo. Poi, ci ho ragionato. Per comprendere ciò che ci sta intorno (tre dimensioni spaziali più il tempo, in accordo a una geometria che, alla scala delle nostre grandezze e dei nostri sensi, è euclidea) abbiamo dovuto semplificarlo (coi paradossi e le aberrazioni conseguenti) in due dimensioni spaziali che abbiamo nominato, da un certo punto in poi Y, X o T.

Tanti anni di studio delle matematiche mi hanno insegnato che il linguaggio, tutti i linguaggi, sono anche escludenti.

Eh… uff… “il modello binario”… i linguaggi che escludono. Abbiamo capito, abbiamo capito. Ribadisco che non c’è da biasimare la decisione di trattare certi argomenti, ci si può anche fare un saggio se proprio si vuole, ma… perché, appunto, non farci direttamente un saggio? Cioè un saggio identificabile come “gender studies”, intendo. Ovviamente le risposte al quesito sono molte, e non c’è modo di trovare quella giusta, nel nostro caso. Può darsi che la Valerio non sia capace di mettere insieme quattro nozioni coerenti fra loro e tutte riguardanti uno stesso tema; può darsi che nel magico trio solo la Murgia abbia il privilegio di trattare direttamente le questioni di genere; può anche darsi che l’intento de La tecnologia è religione sia di fare un po’ di “pubblicità subliminale”. Chi può dirlo? Quel che di sicuro ci è concesso dire è che fa male leggere certe cose. Sul serio, che diavolo è “il modello binario”? Se non facciamo attenzione finiamo per sovrapporre tale espressione al concetto perfettamente matematico di “sistema numerico binario”, e… e quindi ci beviamo la storia della “Valerio scienziata”. Sì, perché il “modello binario”, se proprio gli si vuole dare un senso, è un… eh… concetto… degli studi di genere, il quale con la matematica e la fisica non c’entra un bel niente; e che c’entri come i cavoli a merenda è dimostrato dal fatto che la nostra autrice, per tentare di confonderci meglio, immediatamente accosta il “modello binario” a una vaga caratterizzazione di… uh?… una rappresentazione dello spaziotempo su un sistema di riferimento cartesiano? Ah, ho capito, l’asse delle ascisse e l’asse delle ordinate… ehi, fantastico, e sapete una cosa? È proprio il paragone più azzeccato, perché i sistemi di riferimento cartesiani sono formati da n rette (non solo due, quindi), di solito ortogonali fra loro! E ovviamente quelli più indicati per rappresentare uno spazio tridimensionale sono… a due assi, ma certo. Certo, nel magico mondo della Valerio: nel nostro povero mondo, invece, ci sono i sistemi cartesiani tridimensionali, con ottanti e quant’altro! Tre, non due! Accidenti, stupido libro del cacchio! Manco posso godermi un minimo di logica elementare nell’esposizione. Insomma, “due dimensioni spaziali che abbiamo nominato […] X, Y o T”: cazzo stai a di’, come sono chiamate queste dimensioni, sono chiamate X e Y? X e T? Y e T? T e T? O le dimensioni, una e due, sono chiamate X, Y, T? Porca puttana, quella “o” che diavolo è? È un “aut”, è un “vel”, è un bucio de culo che si è intromesso nella foto di famiglia?

Uhhh, che nervi. E la rabbia sembra l’unica forma possibile di emozione davanti a lapidarie scemenze come “il linguaggio, tutti i linguaggi, sono anche escludenti”. Innanzitutto mi congratulo per l’azzeccatissimo soggetto singolare (“linguaggio”) che regge un verbo al plurale (“sono”), evidentemente non sappiamo come funzionano gli incisi; poi voglio far notare l’incredibile capacità della nostra autrice di usare, una volta di più, le parole a sproposito. “Linguaggio”, davvero? Non è che in realtà si sta parlando del lessico? No, perché, sapete, c’è una differenza: magari per noi profani è sottile, ma un tizio educato da “tanti anni di studio delle matematiche” dovrebbe percepirla netta e importante. Già, in fin dei conti sembra che la Valerio voglia dirci questo: non possiamo parlare di tutto, non abbiamo una parola per tutto e alcune cose, inevitabilmente, restano sempre fuori dai nostri discorsi e dai nostri vocabolari. Trascuro la banalità e la stronzaggine di questo genere di pensiero, modellato sul solito assunto anglofono che “se non c’è un termine singolo per quella cosa, allora quella cosa non ha un nome, di essa non si può davvero parlare, è come se non esistesse”, e mi concentro sul fatto che, se la mia interpretazione è corretta, è appunto il lessico a escludere, non il linguaggio. Il lessico, no?, l’insieme delle parole e delle espressioni di una data lingua, e il linguaggio… la… capacità… di… comunicare… per mezzo… di… un… sistema… di… segni… cioè… di… una… lingua. Può darsi che un lessico limitato sia correlato al nostro linguaggio: magari noi esseri umani abbiamo una limitata capacità di comunicare con una lingua, e ciò implica per le nostre lingue un lessico ristretto. Ma può ben essere concepibile un essere superiore con una capacità comunicativa senza limiti, che si serve di una lingua dal lessico illimitato! Quindi, non “tutti i linguaggi” sono escludenti, a questo punto. A onor del vero non so se esiste un teorema che smentisce la concepibilità di un lessico illimitato: ma appunto, qualora ci fosse, avrei tanto avuto il piacere di scoprirlo in questo saggio, che assume implicitamente la sua esistenza! Inoltre, in che modo lo studio della matematica ha aperto gli occhi della Valerio sul fatto che il lessico, che so, dell’italiano non ha una parola diversa per ogni singola cosa nominabile?! Dammit, children!

Ah, e tutte queste parole, sappiatelo, le ho spese per due soli brani che rimandano agli studi di genere: due fra quelli più “discreti”, ecco. Ce ne sono altri, “out of the closet”, se posso dire così:

Immaginiamo adesso un piano di Argand-Gauss, cioè un piano cartesiano nel quale sull’asse orizzontale (X) ci sono i numeri reali, e sull’asse verticale (Y) i numeri immaginari. Pensiamo di sostituire il simbolo F alle X e il simbolo M alle Y, o viceversa. L’incrocio degli assi è l’inizio della vita biologica, così come finora accade, il resto del piano è eminentemente culturale. Possiamo posizionarci sull’asse delle Y (rappresentarci come solo maschi), sull’asse delle X (rappresentarci come solo femmine), possiamo stare nel mezzo dei quadranti, con componenti diverse di maschilità e femminilità. Ogni essere umano potrebbe pensarsi come un f + im o come un m + if (secondo come si decide di posizionare F e M sugli assi).

Le radici immaginarie, così come descritte da Leibniz nella sua geometria, sono una cosa che oggi definiremmo queer (siamo a circa 2000 anni da Platone).

Mi ripeto spesso la frase di Leibniz un po’ perché le radici immaginarie non le capivo, un po’ perché sapevo, da bambina a cui piacevano le bambine, che per me non c’era rappresentazione in quella che gli altri chiamavano realtà. Ora so che ciascuno di noi è l’equivalente di una radice immaginaria. Al netto del sesso biologico col quale nasciamo e che è attribuito per morfologia e statistica, la i ci consente di volare, se ce la sentiamo, via dagli assi.

[…] la funzione «seno» […] generava in me turbamento. Gli angoli, gli incavi, mi hanno sempre attratto, perché, appunto, hanno un seno. Il seno dell’angolo. Non è di trigonometria che voglio parlare, ma del percorso, quadro dopo quadro, fino alla vittoria.

Ho riflettuto a lungo sul da farsi. Commentare sistematicamente, mostrare l’illogicità e la totale assurdità di ogni singola frase? Denunciare l’abuso di termini e di concetti matematici, inseriti con l’unico scopo di dare una parvenza di autorità o di sacralità al saggio (non diversamente dalla funzione che “science” ha nel nome “Scientology”)?
Nah, fanculo. Il commento più pertinente è questo: lettori, i brani che avete letto sono una merda delirante, orrendi per forma e stupidi per contenuto. Sono talmente cretini che alla fine la rabbia viene sopraffatta da un moto di ilarità sia sarcastico sia liberatorio. Davvero, l’unica nota di cultura che le suddette sciocchezze mi hanno riportato alla mente è l’equazione √(-1)=fallo, celebre… contributo… di Lacan; già di suo estremamente confusa e imbarazzante, pensate quali qualità possono avere i passi riportati de La tecnologia è religione, se tale briciola di memoria è tutto ciò che di “positivo” mi hanno regalato.

Fuserio?

Be’, almeno possiamo notare che gli ultimi due brani hanno anche una parte reale (eh, eh, eh…), insomma, parlano anche di vita (forse) vissuta. Ve l’ho detto che c’erano le parti autobiografiche!
Certo, di che vi stupite? Siamo nel 2023, ma dove vai se il memoir non ce l’hai? Appunto, ne La tecnologia è religione si trovano qua e là delle invadenti cronache della famiglia Valerio. Le prime avventure con i videogiochi preistorici, in casa c’è un televisore con un telecomando, la sorella, la scuola, mamma e papà che sono comunisti ma che lasciano “un obolo alle suore” (perché sono comunisti italiani, mica bolscevichi), le suore che annoverano nei loro ranghi una zia… insomma, niente di che. Niente che a noi possa interessare, dico. Alcune delle suddette informazioni servono a introdurre svalvolate osservazioni vagamente in tema col titolo del saggio (il telecomando stimola una riflessione sulla causalità, le suore e la clausura su… sugli hikkikomori? Occhei, lasciamo perdere…), altre permettono ulteriori speculazioni sul genere e sulla sessualità, altre ancora… boh, sono lì a dirci che la Valerio sta dalla parte giusta, qualunque essa sia? Mah. C’è poi un ulteriore gruppo di aneddoti, la cui funzione all’interno del testo è, direi, inquietante, perché hanno un tono decisamente dark:

Mamma, funzionario dello Stato, volto della Repubblica, non ha mai trattato i viventi come servomeccanismi. Nonostante da bambina, come raccontava nonna Antonietta, fosse in grado di tirare il collo alle galline.

[…] io sono stata una bambina irrequieta e violenta: lanciavo i gatti dai terrazzi per sincerarmi avessero sette vite, con le siringhe iniettavo alcol nelle lucertole tentando, successivamente, di dar loro fuoco sperando esplodessero, scoccavo con l’arco invisibili raggi di bicicletta in direzione dei colli delle galline […] (la fontanella sulla testa di mia sorella Giulia appena nata stuccata con una malta di Fissan e Oil of Olaz) […].

Ah, bene, cosa sono queste, confessioni segrete in bella vista? No, ve lo dico io che sono: sono le ennesime ca… cacchiolate, cassatelle. Non ci metto la mano sul fuoco, magari la nostra autrice è davvero una sociopatica fedele all’autoritratto che abbiamo appena esaminato; tuttavia, è opportuno ricordare che Teresa Ciabatti è la sua amica del cuore. E proprio Teresa Ciabatti ci ha insegnato che oggidì si parla di sé, nelle autofiction, mescolando realtà e finzione in modo sapiente: la realtà sta nelle parti scarne e pallose, la finzione in quelle incredibilmente esagerate e brutte, ecco. Ora, siccome il funzionario dello stato che non tratta “i viventi come servomeccanismi” è incredibilmente esagerato, e la bambina “irrequieta e violenta” di cui abbiamo letto è incredibilmente brutta, mi sento di sbilanciarmi giudicando entrambi gli aneddoti degli incontrollabili moti di pulsioni inconsciamente sublimate in immagini catartiche e dirompenti. Delle fantasie borderline, via. E, com’è evidente, si trovano in un saggio che vuol parlare della relazione fra tecnologia e religione perché… . Uh, no scusate, la punteggiatura è sbagliata: perché… ? Sì, col punto interrogativo è corretto.

Occhei, le fantasie, bello. E proprio le fantasie mi danno lo spunto per discutere un po’ delle supercazzole. Credo si possano fare osservazioni interessanti a riguardo, ma prima di esporle vi presento un’eloquente carrellata di esempi:

Il pensiero della nostra epoca che si riflette nella nostra tecnica è che tutto è presente. Un presente che può essere indefinitamente posticipato e dunque è già futuro. Così, d’altronde, il futuro è quasi sempre già accaduto. Il futuro, cioè, è passato. Il tempo mostra i suoi nodi, simili a certe cinture inca utili agli scambi commerciali.

La frammentazione del tempo nella quale viviamo e alla quale contribuiamo, scandendo le nostre giornate con messaggistica istantanea, social network e puntate di serie o programmi televisivi, appuntamenti e scadenze, attenua l’angoscia del trascorrere dei giorni o degli anni ma impedisce la prospettiva. Senza prospettiva, la fine non esiste. La fine è solo un’altra cosa che accade.

I dispositivi abbassano la nostra esigenza di rappresentazione del mondo a impressione. E, nel contempo, annullano la differenza di sostanza tra carne e spirito, ci sembrano intelligentissimi perché, in effetti, l’intelligenza ha la caratteristica di tenere insieme almeno due concetti contraddittorii. È già successo in pittura, forse dunque questo passaggio è prodromico a una nuova, ancora inimmaginata, rappresentazione.

Personalmente, temo che la proliferazione delle etichette come prova ontologica della nostra esistenza vada nell’indirizzo dell’essere umano categorizzato e trattato come merce, ed è una ipotesi, non la verità.

Abbiamo smaterializzato i soldi, possiamo, nell’eterno tramonto del capitalismo, smaterializzare gli esseri viventi. Capitalismo e tensione religiosa si incontrano in quella distinzione profonda tra materia e ciò che materia non è. Telefono senza fili.

Lettori, vi siete per caso domandati se ho confuso gli appunti e ho riportato brani di un libro di Fusaro? Se l’avete fatto, complimenti, avete anticipato il mio commento. Oh sì, la somiglianza è impressionante: lamentele da vecchietto sul tempo che è sempre più veloce e frammentato; l’eterno presente; ci stiamo rincoglionendo a causa dei mezzi di informazione; i tempi moderni hanno apparentemente tolto spazio alla spiritualità, ma in effetti non è così; l’uomo merce; il capitalismo.
Certo, la Valerio stravede per il gender e quell’altro non può vedere i queer, ma… sapete che pure quest’unica rivalità mi puzza? Le somiglianze sono davvero troppo grandi perché si possa effettivamente parlare di tesi, o di impostazioni culturali differenti. Aristotele fu educato da Platone, eppure le differenze fra le loro dottrine sono tante e tali, che nonostante le numerose somiglianze non facciamo fatica a distinguerle. Nel caso de La tecnologia è religione, tolte le parti autofiction e i demenziali riferimenti “scientifici”, tutto quel che si trova è ancora una manifestazione del buon Fusaro. Che, forse il nostro filos… fakeosofo è un amico segreto della Valerio? È anche lui membro della setta segreta di autori inconcludenti? Uhm, sulla relazione Valerio – Fusaro, più domande che risposte, lettori. Sta di fatto che è curioso trovare quasi esattamente identiche certe elucubrazioni teoretiche: qualora non ci fossero rapporti di conoscenza e di stima reciproca, azzardo a dire che esse o sono reminiscenze comuni, magari della scuola dell’obbligo, le quali permettono ai nostri autori di sembrare intellettuali senza faticare nemmeno per sbaglio, oppure sono l’inevitabile frutto che si coglie quando si prova a fare filosofia non avendo la mezza idea di che cacchio significhi fare filosofia sul serio. Quel che è sicuro è che, pur sbattendoci per rielaborare e dare un senso ai pastrocchi che abbiamo incontrato, non riusciamo a trovarci niente che non sia già stato detto, prima e meglio, da un pensatore di caratura ben maggiore rispetto alla Valerio (o a quel Fusaro là). “Capitalismo e tensione religiosa si incontrano”, sul serio, tutto qui? Questa è la crème de la crème, il meglio che la nostra autrice ha da offrirci? Ammazza!, Weber, dovunque sia, sarà felice di sapere che lui ha faticato e che qualcun altro può godersi senza sforzo il nocciolo del suo pensiero ridotto a slogan. Slogan mai, e ripeto mai, dimostrato in tutto il saggio; del resto, nessuna tesi è dimostrata, ma che dico, nessuna tesi è anche solo spiegata con un minimo di chiarezza, quindi, in fin dei conti, ci sta che ciò valga anche per il povero slogan weberiano.

L’assistente digitale Internet

E noi lasciamo dunque perdere gli slogan, i Fusari, i kapitalisti e tuffiamoci nella parte che immagino sia per voi la più succosa della recensione: un bell’excursus fra gli errori e le castronerie peggiori che La tecnologia è religione ci offre. Cominciamo dai più elementari, gli errori di forma, di grammatica. Già ne avete incontrati, ma non temete, ce ne sono tanti altri. Complice anche l’idea di stile seguita dalla Valerio, idea quasi certamente appresa dalla maestra del bello scrivere Teresa Ciabatti, il saggio trabocca di frasi sconclusionate, deturpate da concordanze sballate, punteggiatura assente o incoerente, espressioni dialettali da coattone, costruzioni sintattiche al limite dell’ictus cerebrale. Ecco alcune perle, tra le mie preferite:

La versione esplicita – molto meno sexy – di La forza scorre potente in te è Sei in grado di stabilire nessi causali e sei conscio che chiamiamo tempo ciò che scorre dalla causa all’effetto.

Ritengo politiche e ascolto le persone che accettano di non capire.

Ho comprato un vecchio mouse col filo dal cinese.

L’obiettivo di Alexa è invece salvare se stessi – ciascuno di noi – dal dolore, dalla nostalgia, dall’idea che le persone muoiano, e dunque anche da noi.

Oh be’, le virgolette sono antiquate, possiamo farne a meno e mettere una maiuscola, non cambierà niente (e dovreste vedere quanto apre enormi parentesi con altre parentesi interne; parentesi talmente grandi che le apre e poi si dimentica di chiuderle). E poi che ne dite di quel “[r]itengo politiche”? Non so che cosa significhi: lei ritiene “politiche” le persone? Lei “ritiene”, cioè “ha l’opinione”, che… uh… le politiche, e basta così? “[P]olitiche” perché più o meno ha a che fare con “civile”, e quindi possiamo usarlo come sinonimo, appunto, di “civili”? Brancolo nel buio, ma tanto, qualunque sia l’ipotesi corretta, la frase sarebbe sottolineata con la penna rossa anche da un paziente in coma etilico, quindi…
Ha comprato un mouse dal cinese! Che scoop! Che scoop soprattutto per la raffinatezza e la rispettosità dell’espressione “dal cinese”: è esattamente quello che mi sarei aspettata di trovare in un libro dal forte impegno sociale e che insiste sul valore dell’inclusione, mediata anche da un più consapevole uso delle parole.
E infine c’è quel meraviglioso “[l’]obiettivo di Alexa è […] salvare se stessi”: uhm, Alexa ha una personalità multipla e maschile? Ah, ah, ah, no, “se stessi” siamo noi, “ciascuno di noi”: avete ragione, la nostra autrice avrebbe dovuto scrivere “l’obiettivo di Alexa è salvarci”, ma che volete… la grammatica è roba superata. Gli intellettuali nostrani ci insegnano che è più profondo, più intellettuale e anche più liberatorio e inclusivo quando si scrive come cazzo ci pare. E vi dirò, a noi mi sembrano che siamo proprio vero! Oltretutto, la povera Alexa viene definita “l’assistente digitale Google”: occhio Chiara, uno sgarro simile Amazon non lo perdona, eh! Ah, ah, ah, oh numi!, la nostra autrice è talmente pigra che non si è premurata nemmeno di controllare. E vi ricordo che questo è un saggio sulla tecnologia. Che imbarazzo, che imbarazzo…

I cinque Vangeli

Ora, non preoccupatevi, lettori. Intendo, non preoccupatevi, non ci sono solo gli errori grammaticali da prima elementare. Ci sono anche gli errori di altre materie, da prima elementare.
Che ne dite di un po’ di religione? Bello, d’altronde è nel titolo del saggio! Accontentati:

Intorno all’anno 1000 – circa 1400 anni dopo Platone – alcuni studiosi cominciano a immaginare una divinità senza corpo, a ragionare su Dio e fede, a costruire una teologia, e il Dio della Bibbia con piedi, organi sessuali, fiato, bocca, barba e capelli perde pezzi, svanisce per essere sostituito da qualcosa di astratto, incorporeo. Come aveva scritto Platone. Come ha cantato Battiato.

Ahi, ahi, qualcuno era assente, pare. “Intorno all’anno 1000”? “[A]lcuni studiosi”? Ma che diavolo stiamo leggendo, scusate? Questa robaccia è persino offensiva. Vero è che, nella Tanakh, a Dio sono associate alcune caratteristiche antropomorfiche (il “Volto di Dio” e la “Mano di Dio”) e pronomi maschili, però sin dall’antichità (penso ad esempio a Filone di Alessandria, morto nell’anno 50…) il giudaismo ha rigorosamente stabilito che Dio è senza corpo e… senza genere! E se parliamo dei cristiani… accidenti, forse qualcuno di loro ha mai detto che Dio è assolutamente senza corpo? E l’Incarnazione, scusate? Ci credevano anche nell’anno 1000, mi pare! “[B]arba e capelli”, tzè…
E quello che avete letto non è l’unica castroneria teologica. Buffo, non trovate?, un saggio che vuol parlare di tecnologia e di… religione… ottimo! Cioè, non soltanto la nostra autrice è talmente provincialotta da ridurre la “religione” a un vago cristianesimo, come se non ce ne fossero altre, ma neppure si premura di imparare gli elementi fondamentali del cristianesimo stesso. Guardate:

La camminata sulle acque è un episodio presente in tre dei quattro vangeli sinottici, Marco (6,45-52), Matteo (14,22-33) e Giovanni (6,15-21).

Ah, ah, ah, ah, ah! Scusate, lettori, è che questa è forse la sciocchezza che più mi ha fatto ridere. Davvero, siamo a questo punto? Nemmeno sappiamo che i Vangeli sinottici sono tre, e che quello di Giovanni, ovviamente menzionato dalla Valerio, è l’unico escluso dalla lista? Complimenti vivissimi, a chi ha partorito questa colossale cantonata e a chi non l’ha corretta. Che è, mancano gli editor, oppure si batte la fiacca? Bah. La cosa ancor più straordinaria è che qua e là, lungo tutto La tecnologia è religione, la nostra autrice si presenta un po’ come una baciapile (insomma, forse: “[…] il catechismo era un videogioco nel quale si vinceva la santità […]”) che però è anche comunista. A questo punto sono autorizzata a pensare che non le riesca di essere né l’una né l’altra cosa.

Ciliegina sulla torta, ecco a voi una curiosità che sicuramente non conoscevate sulla storia della Chiesa:

Scienziati famosi sono stati tacciati di stregoneria, penso a Newton, Keplero, Galileo Galilei, penso anche a tutte le donne che, conoscendo le proporzioni con cui combinare erbe e minerali, per curare, lenire e nel caso avvelenare, venivano perseguitate e chiamate streghe.

Non la conoscevate perché “Il mio primo libro della Wicca” e Stai zitta! (in cui compariva un’affermazione dal tono simile) non sono i vostri testi di riferimento. Naturalmente, da quel che mi risulta, Newton e Galileo non furono mai accusati di stregoneria (al massimo le malelingue dicevano che Newton fosse un rosacroce, e Galileo fu condannato per “sospetta eresia”), mentre fu la madre di Keplero, e non lui stesso, a essere tormentata dai soliti morigerati protestanti (e, alla fine, dopo un serio processo, fu pienamente prosciolta). A scanso di equivoci, poi, credo sia meglio precisare: le donne che facevano le “farmaciste” o le “dottoresse” (a tempo pieno o a tempo perso), sin dal Medioevo erano poche rispetto al totale, certo, si occupavano principalmente di problemi ginecologici, sicuro, ma c’erano e appunto ne sapevano di erbe e minerali. E nessuno (a parte i soliti fanatici popolani protestanti, quando avevano prurito alle mani) le chiamava “streghe” solo per tale motivo. Per quel che riguarda le avvelenatrici, qualcosa mi dice che non venivano “perseguitate e chiamate streghe”: venivano giudicate secondo la legge e chiamate “criminali”.

Io ti battezzo Schiappa Valerio

Infine, oltre agli errori dell’ora di religione, ci sono gli errori inclassificabili. Roba letteralmente dell’altro mondo, come questa:

[…] se nasci in quella parte di mondo abituata a dare i nomi alle cose, devi esercitarti ad accettare che altri decidano i loro nomi.

Che capperazzo significa?! C’è una “parte di mondo abituata a dare i nomi”, e… c’è un’altra parte del mondo che pure dà i nomi alle cose, da quel che si può dedurre! Quindi, qual è la differenza, come si può ripartire il mondo sulla base di un criterio, se tutte le supposte parti soddisfano tale criterio?! È come dire che il mondo si divide così: nella parte A ci sono i cretini e nella parte B ci sono gli stessi identici cretini. E poi che razza di ragionamento è, scusate? La premessa è “x nasce nella parte di mondo che dà i nomi alle cose”, e la conclusione è… uh… “quindi x deve accettare che y decida il nome di y”? Cos’è, un P╞ Q? WROOONG!

Sulla falsariga dell’esempio appena proposto è quest’altro brano:

Ne Il rituale del serpente […] Aby Warburg scrive All’inafferrabilità dei fenomeni naturali, l’indiano oppone la sua volontà di comprensione, trasformandosi egli stesso nella causa di quei fenomeni. […] La danza mascherata è causalità danzata. Possiamo riformularla così All’inafferrabilità dei fenomeni tecnologici, l’essere umano utilizzatore e alimentatore di dispositivi oppone la sua volontà di comprensione, trasformandosi egli stesso nella causa di quei fenomeni. Istintivamente egli sostituisce, nel modo più intelligibile ed evidente, l’effetto inesplicato con la causa. La danza delle dita su schermi e tastiere è causalità danzata.

Vedete qualcosa di strano? Capisco, è un po’ lungo, e a questo punto della recensione siete stanchi. Provo a farla breve: la Valerio, pescando nel mucchio di ipse dixit come una brava intellettuale, trova un’osservazione di Warburg a proposito della cosiddetta “danza della pioggia”. Che dice Warburg? Be’, dice che i pellerossa, non conoscendo l’effettiva causa delle piogge, ne “inventano una”, attribuiscono alle loro danze un potere causale nell’ambito dei fenomeni atmosferici. Bene. Che fa poi la nostra autrice? Traccia un parallelo: così come il nativo americano stabilisce una relazione di causa ed effetto fra la danza e la pioggia, così noi nativi digitali stabiliamo una relazione di causa ed effetto fra il movimento delle nostre dita sullo schermo e l’attività del dispositivo. Perché i “fenomeni tecnologici” sono per noi “inafferrabili”, come l’origine della pioggia per il pellerossa. Ah. Peccato che il movimento delle dita sullo schermo causi effettivamente un cambiamento di stato nel dispositivo! Non c’è niente di simbolico nell’interazione con i dispositivi digitali, così come non c’è nel tirare una leva per aprire una porta (a proposito, perché la Valerio non ha scelto quest’ultimo caso nel suo paragone?), e il motivo sta proprio nell’esistenza di una relazione causale: se premo un tasto, non ho bisogno di concepire nessun simbolo, il dispositivo effettivamente cambia di stato, succede qualcosa! Se invece faccio la danza della pioggia, ho soltanto un simbolo (a certe condizioni, almeno), e ciò perché la danza non è assolutamente causa dell’evento atmosferico! Di nuovo, mi congratulo, paragone azzeccatissimo, si vede che La tecnologia è religione è stato composto con serietà e attenzione.

Serietà e attenzione che si manifestano anche in quest’ultima, matematicissima esternazione:

La perfezione non ha una relazione, la fedeltà sì. A meno che non si consideri come relazione quella con se stessi, l’identità.

A meno che non si consideri come relazione”, facciamo sul serio?! L’identità è una relazione: riflessiva, simmetrica, transitiva (una relazione di equivalenza)! Che è, forse possiamo svegliarci e decidere se per quel giorno la considereremo oppure no una relazione? Ah, ma può darsi che la Valerio intendesse una “relazione romantica”, “carnale”: embè, allora non avrebbe dovuto parlare di identità, ma di onanismo. Non c’è che dire, questa è scienza di alto livello, lettori.

Uff, basta, è stato stancante. Non avendo trovato nemmeno un briciolo di matematica, cerchiamo di mettercelo noi: tiriamo le somme, d’accordo? La tecnologia è religione è un saggio orrendo, ma ha un pregio. In verità è sempre il solito, l’abbiamo già menzionato ormai tante volte: ci fa capire lo stato in cui è ridotta la nostra editoria, e la nostra cultura più in generale. Sarò complottista, sotto questo aspetto, ma non riesco a togliermi dalla testa l’idea che qualcuno, molti in effetti, si stia impegnando per riuscire a degradare il nostro spirito intellettivo al livello dello spirito di un americano medio. Altrimenti non mi spiego come sia possibile continuare a insistere con libri del genere: sono stupidi oltre ogni immaginazione, sono ripetitivi, sono noiosi e le poche parti comprensibili sono ripiene di nozioni false. Perché, dico io, perché le grandi case editrici non si decidono a deviare da questo autosputtanamento, e da questa campagna di disinformazione (nel senso che testi come La tecnologia è religione inquinano le informazioni corrette che avevamo e non ne introducono di nuove)?
Sentite di avere la risposta, lo so. È la legge del mercato, se pubblicano queste sciocchezze, evidentemente c’è una forte domanda. Non fatemi essere rude, lettori, ma… eddai, credete ancora alla favola del capitalismo? Credete di vivere in un libero mercato, dove ciascuno può provare a far fruttare la sua idea, dove esiste una concorrenza pura, dove il giudice è il consumatore, che premia i prodotti di qualità e condanna gli altri all’oblio? Oh, ricordatevi delle code lunghe, ricordatevi delle code lunghe…
Vi ricordate delle code lunghe e sapete che c’è poco da fare: a meno di un cataclisma imprevedibile, la tendenza culturale rimarrà questa ancora per un bel po’ di tempo. Non stupitevi, dunque, se tra un annetto vedrete in classifica l’ennesimo clone de La tecnologia è religione, a sua volta clone de La matematica è politica, che pure era una variante di Stai zitta!, che era una mutazione di Difendere chi siamo
Non stupitevi, ecco, e già che ci siete non fatevi fregare. Non perdete tempo a dare una possibilità a questi libracci: dare a tutti una possibilità e non giudicare un libro dalla copertina sono cose che solo gli sciocchi fanno. Voi non siete certamente sciocchi, perciò sapete di avere un dovere verso voi stessi: dovete coltivare la vostra intelligenza, la vostra razionalità. Leggete i grandi classici, e leggete quelle poche perle contemporanee nascoste nel mare dell’immondizia editoriale.
Io, come sempre, vi darò una mano a trovarle, e dopo averle sottoposte alla vostra attenzione, vi augurerò con sincero affetto di fare una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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Una risposta

  1. Corbello ha detto:

    Queste recensioni mi fanno venire voglia di averti come nemica.