La nave dei pazzi – Daniele Roccon

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In sintesi:

la nave dei pazzi saggio di daniele roccon edito da editrice dapero

Davanti alla persona affetta da demenza la medicina classica dichiara tutta la sua incapacità: l’eziologia non è chiara e si basa su ipotesi non univoche e avvalorate; il ricorso alle terapie farmacologiche ha un’efficacia limitata negli effetti e nel tempo; la malattia non rimette i sintomi e viene definita, pertanto, incurabile e inguaribile.
Verso la fine degli anni Novanta affermai con una certa convinzione in diversi consessi che proprio dall’impotenza di curare poteva nascere la forza dell’assistere la persona con Alzheimer.

Tre pazzi in barca

La nave dei pazzi è un mito presente già nel Medioevo: un gruppo di matti naviga su un’imbarcazione in mezzo al mare, affrontando le onde e le maree per dirigersi verso una destinazione indefinita. Tutti “sulla stessa barca”, è proprio il caso di dirlo, lontani dalla terra ferma, dalle città e dalle persone normali e sane che le abitano. E dunque la nave dei folli si può considerare la più giusta metafora della segregazione e dell’esclusione sociale a cui i malati di mente sono stati sottoposti nel corso della storia.

Daniele Roccon, nato nel 1964 e direttore di struttura che lavora da anni nel mondo dell’assistenza degli anziani, trae ispirazione proprio da questo mito per il titolo del suo libro, un saggio con cui dichiara guerra aperta alla contenzione dei pazienti affetti da Alzheimer.

L’analogia fra i malati di Alzheimer e i “folli”, a una prima impressione, può sembrare ardita, ma l’autore ci ricorda che sia le patologie dementigene sia quelle psichiatriche sono accomunate dal decadimento cognitivo patologico e da disturbi del comportamento: d’altro canto, le due classi di patologie sono state frequentemente confuse in passato.

Pazienti divisi a metà

Roccon ripercorre dunque la storia del trattamento delle malattie mentali, rintracciando gli errori compiuti dalla medicina e i disastrosi effetti ottenuti.
Sorprendentemente, tra gli errori che hanno causato gravi danni, l’autore considera con particolare attenzione il dualismo cartesiano. Cartesio, si sa, sosteneva una netta separazione fra il corpo, realtà meccanica, e la mente, luogo delle idee, e il suo pensiero filosofico, secondo l’autore, ha rappresentato per molto tempo un paradigma nefasto che

[ha] portato la medicina occidentale a trascurare per molti anni la mente connessa ai contenuti biologici e corporei, portando con sé una profonda contraddizione: in campo scientifico si è verificato un forte ritardo nella ricerca sulla mente, in termini biologici generali e in campo di intervento medico.

La distinzione fra mente e corpo ha dunque fatto sì che spesso la medicina non si sia presa cura dell’uomo nella sua interezza, limitandosi a terapie sintomatiche. Questo approccio sbrigativo, però, non soltanto può essere talvolta inefficace, ma anche controproducente:

L’approccio alla malattia con il solo strumento terapeutico farmacologico, che spesso è limitato a una remissione temporanea di alcuni sintomi e produce effetti iatrogeni, non desiderati o incoerenti con le finalità terapeutiche, ha causato la copertura dei sintomi e impedito una lettura esaustiva delle manifestazioni della malattia […].

L’unico modo dunque di prendersi cura dei disagi di un essere umano è quello di prestargli attenzione: considerarlo come individuo complesso, immerso in un determinato contesto che lo influenza più o meno fortemente. Bisogna, in breve, avere un approccio antropologico nello studio dell’anamnesi:

Questa disciplina [l’antropologia medica], infatti, destruttura e ridefinisce le nozioni consolidate di corpo, salute e malattia, mettendo in discussione il loro carattere troppo spesso definito come naturale e recuperando invece il valore determinante che rispetto a esse ha il contesto storico, culturale, ideologico ed economico. […]
L’antropologia contemporanea ha saputo superare un approccio sostanzialmente biologista, per considerare elementi altri ed extrabiologici, cioè culturali, valoriali, ideologici, politici, economici e storici, che condizionano pervasivamente la condizione esistenziale della specie umana.

È evidente che per prendersi cura della salute di una persona non è affatto sufficiente ridurre o far sparire i sintomi: bisogna spingersi più in là, prendersi in carico la psiche e l’anima del paziente. E ciò è tanto più vero per le malattie mentali, la cui regressione non è certo garantita da un semplice ciclo di antibiotici.

Matti da non legare

Convinto sostenitore delle idee di Basaglia, Roccon sostenne fin da giovane la necessità per il malato di mente di instaurare rapporti umani, bocciando invece la crudeltà della contenzione, della segregazione e dell’isolamento messi in pratica nei manicomi alla vigilia dell’approvazione della cosiddetta Legge Basaglia:

Un paziente che aveva passato quasi tutta la sua esistenza in manicomio, riferiva che quando medici, infermieri e sorveglianti con la scusa di curarlo lo torturavano con bagno freddi, elettrochoc, gabbie contenitive, quando lo legavano al letto e lo lasciavano per ore nelle sue feci e urine, lui non poteva che rifugiarsi nella sua ombra di solitudine, fatta di assenza di qualsiasi relazione, desensibilizzandosi sempre più.

La contenzione è brutale e di certo non risolutiva per i malati psichiatrici, figuriamoci per gli affetti da patologie dementigene!
Vero è però che i malati di Alzheimer soffrono di disturbi del comportamento che possono renderli pericolosi per sé stessi e per coloro che li circondano, per questo sono state impiegate misure di contenzione fisico-meccanica e farmacologica. Ma se queste misure riescono in effetti a limitare i danni, sono in ogni caso l’esatto opposto della pace e del benessere dei pazienti. Del periodo in cui, a quasi trent’anni, fu direttore di struttura, Roccon racconta che:

Qualcosa continuava a pungolare la mia coscienza, soprattutto dopo qualche anno, perché la struttura in cui lavoravo vedeva un numero sempre più crescente di persone legate, costrette su una sedia, urlanti, che tentavano disperatamente di liberarsi dalle loro costrizioni. Ricordo i miei accessi ai reparti di quegli anni, come una discesa agli inferi, dove i dannati concorrevano a pagare anche il mio stipendio.

Il Nucleo Freedom

Simili tristi esperienze hanno portato l’autore a cercare, come Basaglia, alternative non solo sicure, ma anche rispettose del paziente, a cui viene resa la libertà e la dignità. Avvalendosi del confronto con altri professionisti e specialisti del settore, e degli strumenti offerti dall’epigenetica e dalla psicogenealogia, Roccon mette a punto un nuovo modo di prendersi cura degli anziani affetti da demenza: il “Nucleo Freedom”, un reparto che rinuncia alle forme di contenzione. “Freedom”: sì, perché l’obiettivo è quello di restituire libertà di movimento e di azione a chi, secondo l’antico mito della nave dei folli, avrebbe dovuto essere recluso:

Il Nucleo Freedom era dedicato agli ospiti affetti da Alzheimer. L’elemento che doveva connotarne lo spazio era la libertà: di movimento, di autodeterminazione dell’individuo e dei suoi comportamenti, nella misura massima possibile e libertà da ogni forma di contenzione, sia meccanico-fisica sia farmacologica.

Nonostante le critiche e le difficoltà iniziali, oggi il Nucleo Freedom è una realtà. Gli ideali, il desiderio di fare del bene e arrecare sollievo, hanno vinto per una volta ogni resistenza, raggiungendo il lieto fine. A Daniele Roccon va il merito di aver combattuto con caparbietà per il conseguimento dei suoi obiettivi e dunque La nave dei pazzi è un saggio interessante per comprendere la filosofia e la visione del mondo che hanno sostenuto tanta ammirevole ostinazione.

E a tutti, come sempre, auguro una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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Una risposta

  1. Adriano Burattin ha detto:

    Penso che l’approcio “umano” nel trattamento di un malato sia uno dei contributi più importanti che il ’68 ci ha lasciato in eredità.
    Chi si è misurato con queste tecniche professionali ha dovuto lottare duramente contro il “sistema” vigente all’epoca.
    Però, chi ha saputo resistere, ha potuto assaporare il piacere della conferma delle proprie intuizioni.
    Una strada è stata tracciata, un percorso è oramai conosciuto e aperto al contributo di quanti vorranno a loro volta intraprenderlo.
    Sono grato a Daniele Roccon per aver messo a disposizione di tutti la sua fortunata esperienza.