La luna è tramontata – John Steinbeck

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In sintesi:

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«Vi prego, non mi odiate! Sono solo un sottotenente. Non ho chiesto di venire qui. Così come voi non avete chiesto d’essere nemica mia. Sono solo un uomo, non un vincitore.»

Prima il messaggio, poi la trama

Difficile fare la recensione di questo romanzo. È un libro che fa parte della letteratura politicamente impegnata, la cui trama passa in secondo piano rispetto al messaggio. Il romanzo consta di un centinaio di pagine, la storia è piuttosto breve: ci troviamo in un Paese nordico, come nel Deserto dei Tartari il luogo preciso non viene menzionato, ma vi si può riconoscere forse la Norvegia. È un Paese di persone semplici e oneste, in cui non si combatte da anni: tanto semplici e tanto oneste che il romanzo si apre con il sindaco indeciso se offrire tè o vino agli ufficiali conquistatori. Infine, i conquistatori si insediano nel Paese, ma ben presto quel popolo di gente semplice decide di difendere con le unghie e con i denti la propria libertà, e nessun ricatto può fermarli.

Se si fa consciamente…

Non è un libro a cui sono riuscita ad appassionarmi, la trama è vaga, i personaggi sono scialbi, tutto sommato l’ho trovato molto infantile e acerbo. In realtà, riflettendoci, è probabile che lo stile bambinesco sia voluto, d’altra parte in tutto il romanzo ricorrono continui riferimenti alla sfera infantile. Si pensi, ad esempio, al sindaco Orden: all’inizio non si preoccupa di come debellare gli invasori, ma si chiede come accoglierli in maniera raffinata. Prima dell’incontro con gli ufficiali, la moglie lo aiuta a vestirsi e a radersi, operazione a cui il sindaco si sottomette borbottando. Ha inoltre il vizio di infilarsi un dito nell’orecchio, e la moglie è solita strapparglielo via, “così come avrebbe tolto il dito di bocca a un bambinetto“. È ovvio che non ci troviamo di fronte ad uno spietato politico, ma davanti a un bambinone. Stesso si dica gli altri cittadini: il primo cittadino dell’ignoto Paese a ribellarsi viene condotto immediatamente alla fucilazione, e nel ricordarlo la moglie lo descrive così:

«Lo vestii come un bimbetto che va per la prima volta a scuola. E aveva paura. [..] ».

Se i conquistati sono così ingenui, innocenti e infantili, i conquistatori non sono certo da meno: non sono realmente violenti, si deprimono perché non hanno contatto umano, sono arrabbiati perché avevano promesso loro gloria e ammirazione da parte dei sottomessi, ed invece non hanno guadagnato che un silenzioso e profondo odio e disprezzo.

Così si apprezza

È stata quindi precisa volontà dell’autore quella di non essere realistico e di tagliare fuori dal suo romanzo la crudezza e le brutture della guerra, e di farne invece emergere la parte più nascosta: la paura della morte, la nostalgia di casa, il bisogno di contatto umano, il bisogno di avere qualcuno accanto per non sentirsi ancora più soli.

Ne emerge quindi un quadro dove non vi sono vincitori, ma solo vinti da ambo le parti, accostandosi così moltissimo al messaggio di La storia della Morante. Inoltre Steinbeck aggiunge una personale critica, più che mai attuale: è ridicolo iniziare una guerra pensando di fare del bene e di essere amati, un popolo non può amare qualcuno che viene dall’esterno e che si impone come suo salvatore. Chi vuol intendere, intenda.

Buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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