La frontiera – Franco Vegliani

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In sintesi:

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La sensazione più forte, anche se era la più confusa, rimaneva questa: che io in qualche modo mi sentivo colpevole, corresponsabile, di quell’atto dell’autorità che aveva ordinato l’imprigionamento del mio amico, e anche degli altri che non conoscevo, o che conoscevo poco. Io mi trovavo in quel momento tra coloro che comandavano, ero della loro specie, e non era una sensazione piacevole.

Di chi sono io?

Nella sua ricerca Il suicidio (1897) Émile Durkheim sostiene che la causa per la quale solitamente un individuo decide di porre fine alla propria vita è la mancanza del senso di appartenenza. Il sentirsi parte di una comunità precisa e solida influenza la nostra personalità, definendone i tratti e i contorni, irrobustendola contro le avversità e rafforzando in noi l’idea di essere sempre spalleggiati da qualcosa di più grande.

Al mondo esistono non solo persone, ma perfino luoghi, che abbracciano diverse culture senza interiorizzarne nessuna: sono le terre di mezzo, le frontiere. Tra queste, Trieste: una città malinconica, triste e proprio per questo fertile di idee. Angelo Ara e Claudio Magris l’hanno resa protagonista nel saggio Trieste, un’identità di frontiera, definendola una città che “diviene, in alcune opere letterarie, un modo di vivere e sentire, una struttura psicologica e poetica. La frontiera è una striscia che divide e collega, un taglio aspro come una ferita che stenta a rimarginarsi, una zona di nessuno, un territorio misto, i cui abitanti sentono spesso di non appartenere veramente ad alcuna patria ben definita o almeno di non appartenere con quella ovvia certezza con la quale ci si identifica, di solito, col proprio paese.”

Non di questi, non di quelli…

È esattamente quanto accade per il giornalista e scrittore triestino Franco Vegliani, il cui vero cognome era Sincovich, mutato poi per assecondare l’allora vigente governo fascista. Vegliani vive il dissidio di non essere pienamente né italiano, né slavo, né austriaco né tedesco, accentuato dal vivo nazionalismo degli anni fascisti, per il quale il sangue mescolato in mille modi diversi non è affatto apprezzato. Vegliani riversa questa tragedia sui personaggi di una sua opera ingiustamente dimenticata, che significativamente si intitola La frontiera.

La voce narrante è quella di un ufficiale, fascista entusiasta che si trova in licenza su un’isola dalmata. Qui stringe amicizia con un suo lontano parente, un vecchio “cugino di terzo o quarto grado”, Simeone, ex amministratore della dogana per gli Asburgo, poi per la Jugoslavia, infine per l’Italia: stanco di cambiare padrone e di essere servo senza identità, si scontra spesso con l’ufficiale fascista, che invece si culla nell’illusione di essere nella fazione dei giusti, ed è convinto che gli Italiani non siano dei nuovi padroni, ma i salvatori, e che come tali debbano essere accolti e omaggiati.

Cambiano solo i colori

Simeone ben presto rivede nel suo giovane parente i sentimenti e i moti d’animo che portarono a una tragica fine un altro ufficiale, appartenente però all’esercito austriaco e a un altro periodo storico, quello della Prima Guerra Mondiale: suo nipote Emidio Orlich.
La trama si dipana avviluppandosi intorno all’ufficiale fascista e al suo, ipotetico, alter ego austriaco Emidio, portando in luce i parallelismi, e scavando nella loro interiorità: ripercorrendo i fatti, le parole, i pensieri che portarono Emidio alla morte, la voce narrante guarda dentro di sé, finendo inevitabilmente per identificarsi. Dopotutto, come dice Simeone (e in ciò riecheggia prepotentemente la morale de Il Gattopardo), non cambia nulla, se non i colori delle uniformi e delle bandiere che ci sovrastano. Non importa se a vegliarci è il ritratto di Francesco Giuseppe o quello di Mussolini, al fronte si muore tutti allo stesso modo.

Avviene così una metamorfosi: i due giovani ufficiali, da soldati che obbediscono ciecamente a qualsiasi ordine, che si nutrono di propaganda e di simboli, iniziano a porsi domande sulla loro reale condizione, e sullo stesso significato dell’appartenenza.

Parlo io, parli tu

Vegliani, con uno stile ampio e lineare, indaga su un argomento delicato come quello della guerra, mettendo a fuoco una Storia poliedrica che dà voce e spazio agli oppressi e agli oppressori indifferentemente, ricordando così la morale di La luna è tramontata di Steinbeck.
La frontiera è un romanzo dalla profondità sorprendentemente delicata, la mano sensibile ma decisa di Vegliani racconta dello spaesamento di chi realizza la vacuità degli ideali che è costretto suo malgrado a difendere, ed è, nella sua originalità e bellezza, un libro da non perdere.

Buona lettura.

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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