La felicità del lupo – Paolo Cognetti

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IL GIUDIZIO:

la felicità del lupo romanzo di paolo cognetti edito da einaudi

Si sentiva come un musicista che avesse cambiato genere e forse anche strumento. Non sapeva se quelle sarebbero diventate qualcosa, ma gli piaceva lavorarci sopra, e comunque era stanco di scrivere di uomini, donne, amori.

Monte Cosa?

E va bene lettori, basta così, andiamo dritti al punto: Paolo Cognetti non è un pessimo scrittore, e La felicità del lupo non è un libro ciabattesco. Be’, è tutto. Oppure…
Mi viene uno scrupolo: non è che per caso avete approfittato di una delle tante offertone della Scuola Holden (“due diplomi a soli centomila euro”, o qualcosa di simile) e avete studiato logica con Baricco & Co.? No, perché se l’avete fatto, probabilmente dalle mie precedenti dichiarazioni avete dedotto che vale la pena leggere La felicità del lupo. Ve lo sto consigliando, giusto? Sbagliato (e con la logica ricominciate daccapo). Sicuro, Cognetti sa scrivere, e si è anche impegnato per inventare una storia priva della classica triade “uomo, donna, amore”. Già, nel suo romanzo ha preferito riflettere sull’innata irrequietezza che colpisce alcune persone, destinate a spostarsi di luogo in luogo per trovare il posto che finalmente può dar loro la pace tanto anelata. E… e niente lettori, questo è ciò che si può dire di positivo su La felicità del lupo. Intendo proprio tutto tutto ciò che si può dire di positivo. Già, perché lo stile semplice e scorrevole è messo al servizio di una trama sostanzialmente monca, senza direzione e pure senza senso; inoltre, il tentativo di abbandonare la storia d’amore, per un tema più esistenzialista…
Aspettate, procediamo con calma e senza bruciare le tappe. E la prima tappa, ormai lo sapete, è il riassunto proprio della mutila trama…

Siamo a Fontana Fredda, un immaginario paesino di montagna, ai piedi del Monte Rosa. Fontana Fredda è frequentato perlopiù da muratori, allevatori di bestiame e gattisti, il cui unico luogo di ritrovo è il ristorante “Il pranzo di Babette”. Ovviamente, è in questo localino che si incontrano i nostri protagonisti. Il primo è Fausto, un cuoco quarantenne appena uscito da una lunga relazione sentimentale, il quale sta cercando una nuova serenità e un nuovo equilibrio lontano dalla sua Milano e in generale dalle grandi città. E poi… poi c’è Silvia, cameriera ventisettenne ancora in cerca del suo posto nel mondo e con una sequela di problemi familiari da cui fuggire. Ah, eccone un’altra: Elisabetta, la “Babette” del ristorante. Giunta a Fontana Fredda tempo addietro, affamata di avventure e di nuovi orizzonti, è ormai stanca dei tesori che la montagna le offre costantemente. Infine c’è Luigi, un montanaro rude ma leale, innamorato del Rosa e forse pure di Elisabetta, sua ex moglie.

Bene, nel corso del romanzo, Fausto intreccia una relazione sentimentale con Silvia, fa amicizia con Luigi, e si guadagna la fiducia di Elisabetta, la quale decide a un certo punto di cedergli la gestione del ristorante. Uhm, un romanzo non molto lungo, però denso, ricco di avvenimenti, vero? Fausto all’inizio è un uomo solo e sconfitto, poi dopo il suo arrivo a Fontana Fredda si trasforma in un homo faber, con tanti progetti da realizzare. Nah, fregatura. La felicità del lupo è in sostanza simile a una merendina preconfezionata: l’immagine pubblicitaria straborda di crema al cioccolato, peccato che tale immagine abbia il solo scopo di illustrare il prodotto, prodotto che in realtà contiene al suo interno una miserabile sgommata marroncina. Sì, ne La felicità del lupo avviene tutto quello che ho riassunto, tuttavia… meh, la narrazione è frettolosa e superficiale, tanto che non si può davvero aprire in due il nostro romanzo e dare una bella leccata al goloso ripieno (al più, e questa è una nota per Rovelli, si può sniffare la carta, o lo schermo dell’e-reader).

Un tantino moscia

Siete i soliti Tommasi (non quel Tommasi eh, per carità, mi riferisco a San Tommaso), lo so. D’accordo allora, scartiamo La felicità del lupo e affondiamo il primo morso. Oh, abbiamo addentato il punto in cui Cognetti tratteggia la relazione tra Fausto e Silvia. Sì, sì, vi ho detto che il nostro autore non si adagia sui cliché, e infatti… ehm… i due personaggi passano direttamente all’azione. Già. Cioè, ammiccano un po’ e poi ci danno dentro, quasi fossero stati prelevati a forza dalla sceneggiatura di un Ace Ventura:

Intanto ascoltava le chiacchiere di questo gattista che chiamavano Santorso […] a Fausto piaceva imparare tante cose che non sapeva, ma non ci pensava nemmeno a perdere di vista la sua cameriera. A un certo punto Silvia si tolse l’asciugamano dalla testa e cominciò a pettinarsi i capelli con le dita […]. Finché non si sentì osservata, alzò gli occhi dal libro e, con le dita nei capelli, gli sorrise. […]
Quella sera fu lei a portarselo su, fosse stato per lui sarebbe arrivato prima il disgelo.

E non facciamo i santarelli, su! Questo volete gridarmi, giusto? Non è che i rapporti fra uomo e donna debbano sempre essere raccontati alla maniera di un chick-lit; non necessariamente, cioè, due personaggi devono corteggiarsi a lungo, prima che inizino a fare bebè (e che voi vediate uno dei bebè e che il bebè vi guardi a sua volta). Avete ragione, nulla da eccepire. Non è un problema che Fausto e Silvia saltino il corteggiamento, il problema è che Cognetti, tra il momento dell’infatuazione e il momento vietato ai minori, non si prende il tempo necessario per catturare la nostra attenzione. Pensate agli amanti per eccellenza, Romeo e Giulietta: anche loro si innamorano alla velocità della luce, eppure non ce la fanno mai a consumare, perché quando sono sul punto… zac!, incontrano l’ennesimo ostacolo, l’ennesima disgrazia. Un altro esempio? Elizabeth Bennett e Mr. Darcy: eh be’, anche loro devono superare dei guai. Non impicci “esterni”, bensì “interni”, psicologici: si amano subito, però devono superare parecchie resistenze e idiosincrasie, prima di riuscire ad aprire davvero i loro cuori. Insomma, una storia d’amore, di qualunque genere, è interessante se procede lungo tornanti e cunette; se fila liscia come l’olio, capite da voi, è un tantino moscia. E non è bella questa parola, associata a una storia d’amore.
Pazienza, ormai il dado è tratto. Potete solo rendervi conto dell’errore di Cognetti: spazzare via tutti gli ostacoli, o meglio, ignorarli completamente, non è stata una gran mossa. Insomma, tanto per essere più chiari, Fausto non si fa mai problemi per la differenza d’età, non prova mai gelosia al pensiero che Silvia possa scegliere un compagno più giovane e più prestante, e non si sente mai a disagio di fronte all’esuberanza della donna. Così, per dire, quando Silvia si lascia trasportare dall’entusiasmo e inizia a ballare da sola in un locale pieno di uomini, la reazione di Fausto lascia veramente perplessi…

L’aria era così allegra che Silvia si mise a ballare tra i tavolini, e allora Fausto vide che cosa intendeva quando gli aveva che era brava a far festa: agitava i capelli da indiana di qua e di là, gli uomini fischiavano, l’attenzione nel locale si concentrò tutta su di lei. Arrivarono due birre che non aveva ordinato e cercò chi le offriva. Un tipo col sorriso da matto alzò il bicchiere verso di lui dal bancone.
Lei tornò al tavolino e lui disse: È la fine.
Perché?
Perché adesso ognuno paga un giro per tutti. Colpa tua. Ti saluto prima di perdere i sensi. […] Balla un’altra canzone, mi piaci tanto.

Che è, un uomo con strani vizietti, una specie di guardone? Eh, in fin dei conti Fausto non è a disagio, non è geloso… anzi, sapete che c’è? Fausto non pare essere un guardone. In effetti, l’unica cosa di cui pare interessarsi è la birra. Andiamo, non possiamo neppure interpretare il testo sostenendo che sotto sotto il nostro eroe sia ammaliato dalla freschezza della compagna, orgoglioso di sapere che, fra tanti, Silvia ha scelto proprio lui!
E sia chiaro, nel corso del romanzo Silvia non è da meno. Nel suo caso, l’ostacolo potrebbe essere rappresentato dalla ex compagna di Fausto, una fiamma che sospettiamo bruci ancora nel petto del cuoco. Be’, sono cavoli nostri, a Silvia la ex di Fausto non fa né caldo né freddo:

Una sera l’umore di Fausto cambiò per via di una telefonata. Era stato a lungo di là in cucina e Silvia non aveva intenzione di chiedergli con chi avesse parlato, né di che cosa. Non voleva sapere niente della sua donna di prima.
Disse: Se non ti va, possiamo anche fare qualcos’altro.
Scusa.
Non devi sempre chiedere scusa.

Lettori, ci sono molte ragioni per cui una donna può evitare il confronto con eventuali ex: può avere paura che, parlandone, il compagno si mostri nostalgico, oppure può disinteressarsi semplicemente perché sta intraprendendo una relazione occasionale, e non è così interessata all’uomo da sorbirsi chiacchiere sul suo passato sentimentale. E secondo voi potremo mai intuire qual è la ragione di Silvia? No, lei se ne fotte e basta, o perché è una rude menefreghista, o perché Paolo Cognetti ha voluto sperimentare troppo, tratteggiando un personaggio femminile con un’emotività da oloturia.
Gira che ti rigira, Fausto e Silvia ci appaiono sempre serafici, imperturbabili. Passano del tempo insieme quando capita, e questo è tutto: non godono smodatamente, non imparano a conoscersi… diavolo!, non c’è mai nemmeno un piccolo litigio fra di loro! E pensare che la sciapa storia d’amore è stata condita in qualche modo… come? Be’, ma con spezie che mantenessero la sciapezza della ricetta, ovvio. Dialoghi insapori, completamente noiosi, strapieni di battute lapidarie, inserite con buona probabilità soltanto per riempire le pagine:

Che buon profumo che hai, disse. Sai di stufa.
Tu sai di grappa.
Ti dà fastidio?
No, mi piace. Grappa e resina. Che cos’è?
Sono le pigne che mettiamo nella grappa.
Mettete le pigne nella grappa?
Sì, di pino cembro. Si raccolgono in luglio.

Fa caldo, chef?
E’ una sauna.
Ti va una birra?
Perché no.

Ma non ti stanchi mai di cucinare?
No, anzi. È una cosa che mi rilassa molto.
Perché, di solito sei nervoso?
Nervoso no. Un po’ preoccupato.
Per il lavoro?
Anche. […]
Hai scritto un po’ in questo periodo?
Un po’ sì.
E cucinare ti fa stare qui con me, o solo con la cipolla e i funghi?
Con la cipolla e i funghi e con te.

Ah, ah, ah, capisco bene che in giro c’è la convinzione che battute così diano al personaggio che le pronuncia un’aria vissuta, intellettuale, e tormentata, ma… ma che è? Leggere pagine e pagine di dialoghi del genere, privi di contenuto e di ritmo, è come strafarsi di benzodiazepine. Cioè, è una scorciatoia per il sonno eterno e senza sogni.

Tu sei Faus

Vabbbbene. Lasciamo perdere la sottotrama romantica, può darsi che non sia congeniale al nostro autore. Concentriamoci sulla sottotrama amichev… amici… be’, concentriamoci sul rapporto tra Fausto e Luigi. Ora, Luigi è un personaggio rilevante nel romanzo, poiché compare sovente. E quindi ci aspettiamo che il primo incontro fra i due personaggi rilevanti sia esso stesso “rilevante”. Mamamia Luiggi!, eh? Nah. Fausto scambia con lui poche e insignificanti battute:

Tu sei Fausto, disse Santorso [soprannome con cui Luigi è conosciuto a Fontana Fredda]. Anzi no, sei Faus.
Faus?
Falso cuoco.
Il cuoco rise tutto contento. Riempì il filtro del caffè e strinse la manopola, e disse: Mi pare perfetto.
Mi sa che nevica, Faus.
Era ora.

Ah, ah, ah, ah. Oh, scusate, stavo riguardando uno spezzone di Futurama. Che vi devo dire? Ecco di nuovo le battute dei dialoghi con Silvia, scemenze che vorrebbero essere enigmatiche e pregne di significato. Embè? Non lasciano intendere nulla, se non che tra Fausto e Luigi c’è un po’ di simpatia. Molto, molto interessante, se non fosse che… una semplice simpatia non è sufficiente per spiegare l’atteggiamento di Fausto quando scopre che Luigi è stato coinvolto in un incidente! Già, il nostro eroe fa carte false per poter andare a trovarlo in ospedale: e perché mai, se hanno condiviso solo un paio di parole cringe? C’è poi un’ulteriore falla in questa sottotrama. Sì, perché Fausto è l’unico in tutta Fontana Fredda che fa visita a Luigi. Il poveretto è ignorato da tutti: e il motivo è… ? Eh, bella domanda. Luigi non è scostante, anzi si reca regolarmente al ristorante della ex moglie, scherzando e interagendo bonariamente con gli avventori…

Allora, sono arrivati i lupi?, disse l’allevatore. Ma che vengano, disse Santorso. Accogliamo tutti qua.
Io ti avverto, mi devono solo toccare una bestia ed esco fuori con il fucile.
Bravo.
Tu pensi che scherzo.
No no, ti credo.

Ma scusate, se uno è in ospedale con una butta prognosi e non riceve visite, o è un fetentone, o è circondato da fetentoni. Ah, sì, forse c’è una pandemia in corso e l’ospedale non ammette visite neppure per i plurivaccinati: solo i “Fausti” possono entrare senza essere stati coinvolti in qualche tipo di emergenza medica. Mah, pensatela come volete, tanto Cognetti non sviluppa nessuna teoria. Tutti ignorano Luigi e basta.

Uff, lasciamo queste polemiche, vediamo un po’ come si sviluppa l’amicizia, alla luce dell’incidente. Luigi è conciato male e le sue mani sono fratturate: ha bisogno di aiuto per le successive settimane, e… e Fausto, forse per pietà, forse per filantropia, sappiamo essere l’unico che nel momento del bisogno non se l’è svignata. Sapete come dovrebbe proseguire la storia: Fausto non se la sente di abbandonare Luigi e lo assiste finché non si ristabilisce. In cambio, Luigi, che è un autentico montanaro, lo aiuta a ritrovare sé stesso, svelandogli i segreti e le bellezze della vita “ai confini della civiltà”. Davvero una bella storia, eh? Già letta, magari, però è sempre bella, dai. Oh, perché quella de La felicità del lupo non le assomiglia per niente?! Nella versione cognettiana, Fausto letteralmente scarica Luigi a casa sua, lasciando che se ne occupi la figlia, Caterina, appena tornata da Londra. Ehi, per sdebitarsi del generosissimo passaggio a casa, Luigi procura un lavoro estivo a Fausto, come cuoco per boscaioli. Ma… ma! Fausto e Luigi, invece di legarsi a causa dell’incidente, si separano subito e senza patemi. Che senso ha? Nessuno, a meno che tutta la storia dell’incidente sia solo un escamotage per introdurre il personaggio di Caterina e il nuovo lavoro di Fausto. Non proprio una furbata, però dai, almeno… ma cosa sto dicendo? Caterina è utile quanto una forchetta da brodo, non dice e non fa mai nulla di rilevante! E il lavoro nei boschi? È un lavoro nei boschi e basta: non fornisce a Fausto l’occasione di cogliere qualche verità sulla vita o su sé stesso. Uhm, no aspettate. C’è qualcosa che Fausto capisce di sé mentre lavora con i boscaioli, e lo racconta a Silvia:

Sai, questa settimana ho buttato giù il mio primo albero.
Ah sì?
I boscaioli mi hanno preso in simpatia. Prova, chef! Mi hanno dato la motosega più bella e la pianta più piccola, un povero alberello tutto storto.
Ci sei riuscito?
Sì, non è difficile.
E ti è piaciuto buttarlo giù?
Per niente. Mi sa che sono troppo delicato per diventare un montanaro.

A lui piace la zucchina

Cioè, cioè… la storia d’amore con Silvia è moscia, l’amicizia con Luigi è nebulosa… mah, a questo punto credo che non sarete sorpresi di sapere che anche il rapporto fra Elisabetta e Fausto non è un capolavoro di narrativa. Eppure i presupposti erano interessanti: all’inizio, Elisabetta capisce che Fausto è un uomo in cerca di una nuova vita. Ovviamente, per iniziare una nuova vita occorre del denaro. Elisabetta suggerisce al nostro protagonista di rubare sei cervi… no, scusate, ve l’ho già detto, gli propone di fare il cuoco nel suo ristorante durante l’inverno, nonostante Fausto sia molto lontano dall’essere un professionista:

[…] [A Fausto] capitò di confidarsi davanti a un bicchiere di vino, nell’unico luogo di ritrovo di Fontana Fredda.
Da dietro il suo bancone Babette lo capì perfettamente. […] [Babette] tendeva ad adottare gli orfani e a cercare soluzioni pratiche a problemi esistenziali. Dopo aver ascoltato i suoi gli chiese: Sai cucinare?

Sono sicura che vi troverete d’accordo con me: il brano in cui Elisabetta e Fausto si conoscono è semplice eppure efficace, davvero d’impatto. Da un lato, abbiamo un Fausto spaesato e “orfano”, dall’altro abbiamo Elisabetta, di poche parole ma risoluta, pragmatica. In poche righe si delinea chiaramente la natura del rapporto fra i due: Elisabetta funge da mentore, Fausto si affida alla sua guida. Eh, magari. A un certo punto, Elisabetta, che ci è stata presentata in maniera tanto incisiva nelle primissime pagine del romanzo, sbiadisce e si eclissa, scambiando con Fausto solo poche ed effimere battute:

[Fausto] Di contorno zucchine?, propose.
[Elisabetta] Le zucchine non le toccano, poi le buttiamo.
[Fausto] E un risotto invece della pasta? Radicchio e porri?
[Elisabetta] Lascia perdere.

Che caz… ? Eh? Le zucchine? A chi importa delle zucchine? Ahi, ahi, proseguendo la lettura, ci convinciamo sempre di più che Elisabetta non è affatto un mentore, è solo una comparsa. Eppure, risvegliato forse dall’arrivo della primavera, Fausto si ricorda improvvisamente di lei, e decide di scriverle un’accorata lettera…

Mancava Babette a Fontana Fredda, il cartello fuori dalla sua porta diventava sempre più sbiadito. A Fausto venne voglia di fare qualcosa che non faceva da moltissimo tempo: prese un blocco e una penna e si sedette al tavolo per scriverle una lettera. […] In tre fogli raccontò a Babette di quella primavera, di Veronica [la ex di Fausto] e della casa di Milano, dei dubbi e del senso di fallimento che i giorni in città gli avevano lasciato.

Cerchiamo di capire: Fausto non si limita a scrivere parole di circostanza, bensì elegge Elisabetta sua confidente personale aprendo il proprio cuore senza esitazioni, svelandole ogni inquietudine. E a questa lettera così intima, Elisabetta risponde come un maestro zen, che mostra all’allievo la via per avvicinarsi al Nirvana e per distaccarsi dalle cose terrene:

[…] Conosci quel detto zen che parla di montagne? Dice: «Prima di avvicinarmi allo zen, per me le montagne erano solo montagne e i fiumi erano solo fiumi. Quando ho cominciato a praticare, le montagne non erano più montagne e i fiumi non erano più fiumi. Ma quando ho raggiunto la chiarezza, le montagne sono tornate montagne e i fiumi sono tornati fiumi». Credo che tu e io questa storiella la possiamo capire bene, perché quel posto [Fontana Fredda] è pieno dei significati che gli abbiamo dato noi. I significati stanno lì tra i campi, i boschi e le casette di pietra. Quando per me la montagna significava libertà, vedevo libertà perfino nelle mucche al pascolo! Ma la montagna in sé non ha nessun significato, è solo un mucchio di sassi su cui scorre l’acqua e cresce l’erba. Ora per me è tornata a essere quello che è. […]

È un brano piacevole da leggere, non discuto… ma non avevamo lasciato Elisabetta preoccupata per le zucchine? È impossibile sorvolare sul fatto che un discorso così importante per la formazione del nostro protagonista sia delegato a un personaggio che compare pochissimo, e con cui Fausto stesso parla pochissimo. C’è mai qualcosa nel romanzo che possa giustificare delle così intime confidenze da parte del personaggio principale? E c’è qualcosa che possa rendere meno assurda la reazione di Elisabetta, la quale inizia a pontificare come se fosse posseduta dallo spirito di Osho, invece di imbarazzarsi per la défaillance di un semisconosciuto?

Ucci ucci sento odor di disastrucci

Miei cari lettori, diciamo le cose come stanno: la trama de La felicità del lupo è un disastruccio. Sì, c’è l’amore, c’è l’amicizia, c’è un percorso di formazione e… e sono solo dei nomi, niente è stato sviluppato. Nondimeno, a qualcuno di voi potrebbe venire qualche dubbio: e se il nostro autore avesse intenzionalmente trascurato la trama? Dopotutto, La felicità del lupo parla dell’irrequietezza di personaggi che vendono case, ristoranti, cambiano lavoro e compagni, il tutto con una certa disinvoltura. Personaggi che arrivano e se vanno, come dei lupi; e, come per i lupi, non si sa perché arrivano e non si sa perché se ne vanno. Almeno, questo è ciò che lascia intendere il nostro autore, proprio con la stessa similitudine. In un romanzo del genere, dunque, potrebbe non avere molto senso parlare di grandi amori e di grandi amicizie; potrebbe invece essere giusto rappresentare con una narrazione piena di vicoli ciechi la superficialità e l’occasionalità delle relazioni, dei propositi, degli stessi fatti del mondo. Prendersi, lasciarsi, non costruire mai nulla di solido: forse è questo che voleva raccontare Cognetti, e voleva raccontarlo con una forma simile al contenuto?
Può darsi. Ma questo di per sé non salva il romanzo! Ormai l’avete capito: la trama non è soltanto mutila, come ho anticipato all’inizio, è anche sciatta. E una trama sciatta è una trama che, quand’anche sia stata studiata, non è stata eseguita, non è stata concretata. Certo, lettori, vi stupite? Una narrazione caotica per un significato caotico: potrebbe uscirne una bella opera d’arte, ma perché sia un’opera d’arte, il caos della narrazione deve essere studiato e costruito alla perfezione. È il solito vecchio discorso, più facile a comprendersi se si rammenta che per sembrare “naturali” bisogna truccare con estrema precisione ogni millimetro del viso. Bene, il nostro autore non si è ricordato della metafora cosmetica (oppure non l’ha mai saputa) e ha costruito l’illusione di una narrazione caotica e sfuggente… scrivendo cose a caso e dimenticandosi dei pezzi.
Il discorso che abbiamo affrontato è già sufficiente per sostenere la mia posizione, tuttavia, ho ancora degli altri piccoli e gustosi esempi con cui riempire il vostro tempo libero. Tanto per dirne una, ma perché a Fausto piace così tanto la montagna? Ad alcuni di voi potrebbe sembrare un particolare irrilevante, in un romanzo che tratta dell’amore per la montagna, però permettetemi di insistere: capire che cosa ci trova nella montagna ci spiega anche da cosa fugge davvero il nostro protagonista, e dunque ci dà almeno qualche indizio sui conflitti interiori della sua anima. Be’, sembra che Fausto sia stato introdotto alla montagna fin da bambino, per iniziativa del suo vecchio…

C’era una regola di suo padre che cercava sempre di seguire – mai tornare dal bosco a mani vuote – e quella mattina raccolse bacche di ginepro […].

Quel posto non c’era né sulle carte topografiche né nei ricordi di Fausto. Lì trent’anni prima era tutto ghiacciaio, e suo padre lo portava a vederlo.

A Fausto suo padre raccontava che i torrenti di montagna hanno cinque voci, che cambiano con le ore del giorno.

Ah, il padre sembra essere stato molto importante per il nostro eroe. E… basta così. Non sappiamo nulla del loro rapporto, non troviamo nel romanzo nemmeno delle piccole e fugaci allusioni. Andavano molto d’accordo? C’erano invece delle incomprensioni? Il vecchio era burbero, o comprensivo e affettuoso? Fausto è attratto dalla montagna perché ha dei ricordi gioiosi, o perché è spinto dall’inconscio desiderio di emulare suo padre? Mistero. Ed è curioso che sia un mistero, se consideriamo che il nostro autore, in un’intervista dedicata proprio a La felicità del lupo, spiega nel dettaglio l’origine del suo personale interesse per la montagna; e afferma senza esitazione che Fausto è pressappoco un suo alter ego. Ma quindi il materiale c’è, o almeno un canovaccio di partenza! Per quale motivo non è stato inserito nel romanzo? Cognetti ha conservato il tutto per confezionare una bella intervista? Non lo so, lettori, so soltanto che ne La felicità del lupo non ho trovato l’approfondimento intimistico che ho potuto scoprire leggendo giusto un paio di battute dell’intervista: ebbene, chi se ne frega dell’intervista! Il romanzo dovrebbe essere un tantino più importante, non trovate?

Eppure, ci tocca proprio brancolare nel buio (sperando di non incontrare qualche lupo solitario). Non c’è scampo. Non abbiamo capito nulla perché le montagne sono importanti per Fausto, rispetto al suo rapporto con il padre, e sappiate che di nuovo non capiremo perché le montagne siano importanti per Fausto, rispetto al suo rapporto con la ex moglie. Già, la ex moglie, ho trascurato perfino di dirvi il suo nome: Veronica. La mia non è stata una dimenticanza da biasimare, è che… oh, questa Veronica è inutile. Essendo La felicità del lupo un romanzo intimista, Veronica dovrebbe essere un personaggio chiave, proprio come il padre di Fausto (il quale… uh… non ha un nome…), quand’anche non abbia delle scene “d’azione”. Sì, sarebbe comunque una presenza importante e ingombrante, sarebbe bene che si rivelasse la causa di alcune scelte fondamentali del nostro protagonista. Immagino che siate d’accordo, vero? Ecco, in linea di massima anche Cognetti sembra d’accordo, infatti ci informa che, effettivamente, Veronica ha messo Fausto in crisi, spingendolo a “fuggire”. Eh. E di solito si dà anche una… spiegazione… della… crisi… no? Magari non un trattato, certo, ma almeno qualche allusione. Be’, nell’incipit del nostro romanzo c’è qualcosa: sembra che il motivo della crisi sia semplicemente il fatto che Fausto passa spesso del tempo in montagna. Forse Veronica ama il mare e detesta le montagne? Vediamo…

[…] Conosceva quelle montagne fin da ragazzino, e la sua infelicità quando ne stava lontano era stata tra le cause, o forse la causa dei problemi con la donna che era quasi diventata sua moglie.

Uhm. Però, però, più avanti, il testo lascia intendere tutt’altro, qualcosa che spezza in due la nostra ipotesi:

[…] [A Fausto] venne in mente che, solo un anno prima, era a Milano in un caldo feroce a litigare con Veronica […]. Si gridavano addosso sudati fradici perché lui non aveva mai voluto mettere i condizionatori in casa. Odio l’aria condizionata!, diceva lui. Grazie al cazzo, diceva lei, appena fa caldo te ne scappi via, appena c’è un problema te ne vai in montagna! Quanto poteva cambiare in fretta la vita delle persone.

Ecco lettori, da qui capiamo che, almeno dal punto di vista di Veronica (Fausto a riguardo non si esprime), la causa della rottura non è la montagna, è che Fausto non affronta i (piccoli) problemi di coppia, fugge e basta. Che fugga in montagna, al mare, o in un cassonetto, dopotutto, è contingente.
Ora, lettori, sguinzagliamo un po’ la fantasia: può darsi che Fausto sia un uomo che non ha accettato del tutto il disincanto della vita adulta (rappresentata dalla vita matrimoniale), e che evita le difficoltà rifugiandosi in un luogo legato alla sua infanzia felice. E il tentativo di cominciare una nuova vita a Fontana Fredda potrebbe essere una regressione psicologica. Via dalla civiltà, via dalle responsabilità. Sembra bello, sembra plausibile. E c’è la solita grana in agguato. Lavorando di fantasia, come abbiamo appena fatto, smettiamo i nostri panni di lettori, critici, o semplici studiosi, e vestiamo quelli dell’autore. L’ho già detto a proposito de Il grembo paterno, non è compito nostro riempire i buchi nella trama, immaginando cose neanche vagamente alluse. Perciò, non commettiamo l’errore di tanti “critici” e rimaniamo fedeli a quanto il testo ci dice. E il testo de La felicità del lupo ci dice che il padre di Fausto portava il nostro eroe in montagna, e che Fausto ha una ex compagna che non è affatto felice della sua passione per i monti. Basta, tutto qui. Ed è un tutto che non è niente, che non ci fa comprendere la psicologia e le decisioni di Fausto, che non ce lo fa sentire più vicino, che non ci incoraggia ad appassionarci alle sue avventure.

Non un holdeniano qualunque, ma…

Uhm, vi dirò, passiamo allo stile. Anche perché a tal proposito c’è quella piccola nota positiva di cui vi ho parlato all’inizio. Devo ammetterlo ancora una volta, Cognetti scrive bene. Le sue parole non sono eccelse, tuttavia sono buone. Molto buone, dai. Il nostro autore è riuscito nell’impresa di rendere la lettura piacevole, sì. E non è un’impresa da poco, perché il contenuto è sostanzialmente un nulla. Be’, per quale motivo sono così entusiasta? Senza tanti preamboli, Cognetti adotta un linguaggio puro, essenziale, privo di sparate roboanti. È uno stile, direi, fanciullesco, e dovete intendere questo aggettivo con la giusta sfumatura:

A Fausto stare in cucina piaceva, ma qualcos’altro cominciò ad attrarre la sua attenzione.

[…] a Fausto piaceva imparare tante cose che non sapeva […].

A Santorso piacevano non solo le sere in cui beveva, ma anche le mattine dopo aver bevuto.

[…] in cucina arrivò il borbottio di un tuono, nitido sopra il vociare del bar. Silvia si allarmò.
Ma che cos’è? Un temporale a gennaio?
[Risponde Fausto] No, una valanga.
Fanno questo rumore le valanghe?
Qualche volta. Se nevica per due o tre giorni, appena è un po’ più caldo cominciano a venire giù.
Così Silvia uscì di nuovo sul terrazzo a cercar di vedere le valanghe.

Vedete? Sin dall’inizio del romanzo, Cognetti ci propone molte ripetizioni, un vocabolario elementare e una voce narrante che stabilisce un forte distacco fra i personaggi e noi lettori (è “a Fausto” e “a Santorso” che piace qualcosa, non a noi): il tono con cui comincia La felicità del lupo, insomma, ricorda quello delle fiabe, le quali si rivolgono al pubblico per trasportarlo quasi di peso in un mondo “altro”. Non è un caso, d’altronde, che un linguaggio molto simile sia adoperato anche dalla voce fuori campo nel film Il favoloso mondo di Amelie (ricordate? “Lei è Suzanne […] le piace uno sportivo che piange per la delusione, non le piace vedere nel suo bar un uomo umiliato davanti a suo figlio”). A questo punto, notate da voi, la scelta stilistica di Cognetti va controcorrente: dubito che altri colleghi del nostro autore avrebbero pensato di adottare la stessa soluzione, e specie per la stesura di un testo “introspettivo” (be’, almeno nelle intenzioni, La felicità del lupo è proprio questo). Invece di abusare sistematicamente del flusso di coscienza, Cognetti preferisce adottare un narratore onnisciente, narratore che si limita a raccontare quanto accade da lontano, senza dare eccessivo spazio ai pensieri dei personaggi. Ne sono lieta, ribadisco, conforta constatare che abbiamo ancora la possibilità di leggere opere letterarie composte con criterio e con una certa consapevolezza di che cos’è una bella forma. Però…

Eh, rimane quel problemuccio con la trama. Se devo tirare le somme, sì La felicità del lupo è una lettura gradevole, ma è pur vero che questa gradevolezza è amplificata dal fatto che oggigiorno siamo costretti nove volte su dieci a leggere delle autentiche porcherie, quindi… ehm, temo che un po’ si finisca con sopravvalutare il romanzo. Anche perché quel nulla di cui parlavo sopra, dopo non molto tempo, finisce per inghiottire pure quelle buone trovate dello stile, rendendo definitivamente uno strazio la lettura. Per quanto si possa raccontar bene, se il racconto non ha sostanza, il destino dell’opera letteraria è segnato, e non si può davvero far nulla per salvare quest’ultima. Io, alla fine di questa recensione, rimango perplessa: il potenziale, ne La felicità del lupo, c’era, e non capisco proprio la ragione delle varie cantonate che ho messo in luce. Non credo che Cognetti sia un dilettante, un holdeniano qualunque (del resto, a quanto pare, ha studiato anche matematica all’università, e la forma mentis matematica è molto auspicabile, in campo letterario); forse il nostro autore era un po’ distratto, o La felicità del lupo era uno di quegli obblighi contrattuali che rompono davvero tanto le scatole. Non so, e non sapendo mi va di essere garantista: il romanzo che abbiamo analizzato insieme, lettori, non è proprio proprio un pezzo raro, da procurarsi il prima possibile, tuttavia… è solo un romanzo, Cognetti ne ha scritti altri e mi auguro che continui. Ho buone speranze.
Ma ehi, può sempre darsi che l’unica schifezza di un artista, esattamente per il fatto di essere unica e una schifezza, sia oltraggiosamente preziosa: se è così e se pensate che Cognetti, in tutte le altre circostanze, passate e future, vada sempre a braccetto con l’eccellenza, be’ allora non lasciatevi scappare La felicità del lupo. Tra molti decenni potreste ritrovarvi ricchi, ricchi, ricchi! E magari, nel frattempo, l’avrete pure letto. E sapete bene che, in tal caso, io vi auguro già una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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