La casa in collina – Cesare Pavese

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In sintesi:

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Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto assomiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Storia di un disagio

La casa in collina è un romanzo di Cesare Pavese, pubblicato nel 1948, dalle connotazioni fortemente autobiografiche: qui Pavese non racconta una storia, racconta il suo disagio esistenziale. I suoi pensieri, le sue ansie, le sue paure, sono proiettate sul protagonista Corrado, professore a Torino, che si rifugia nella sua casa in collina in cerca di solitudine.

Proprio tra le colline incontra Cate, donna che aveva amato in passato e che aveva abbandonato crudelmente senza motivo. Inizierà a seguire come spettatore le vicende di lei e dei suoi amici partigiani, senza però partecipare mai realmente alla loro battaglia, alla storia. Corrado, autentica trasposizione letteraria di Pavese, continuerà a isolarsi, a cercare rifugio, a sottrarsi a quelle responsabilità collettive che la guerra impone alla sua generazione. Corrado palesa quel dissidio che è proprio dell’autore, la contraddizione fra la ricerca di una vita riservata, intima e individuale tipica dell’intellettuale e dello scrittore, e l’impegno politico, la partecipazione alla storia collettiva a cui, in vero, Pavese non si sentiva in grado di far fronte. L’autore sente di essere sempre altrove, sente che la sua persona non coincide con gli altri, anche quando si sforza di essere un intellettuale politicamente impegnato; di conseguenza i rapporti con le persone sono falsati, mai autentici. Ciò si rivela anche nel rapporto che Corrado intrattiene con Cate: dopo averla ritrovata tenta di alimentare nuovamente dei sentimenti d’amore nei suoi confronti, ma la donna lo respinge lamentando la freddezza dell’animo del suo vecchio fidanzato:

«Non lo so,» disse Cate, «sei buono così, senza voglia. Lasci fare e non dai confidenza. Non hai nessuno, non ti arrabbi nemmeno.»

E ancora:

«Sei come un ragazzo, un ragazzo superbo. Di quei ragazzi che gli tocca una disgrazia, gli manca qualcosa, ma loro non vogliono che sia detta, che si sappia che soffrono. Per questo fai pena. Quando parli con gli altri sei sempre cattivo, maligno. Tu hai paura, Corrado.»

Pendolare

Questo non riuscirsi a identificare mai con gli altri si manifesta anche in uno dei temi più ricorrenti della narrativa di Pavese, ovvero l’alternanza, la continua oscillazione tra le colline torinesi e la città: Corrado (e Pavese di conseguenza) infatti cerca pace e conforto nella sua casa in collina, anela alla solitudine e alla calma, ma ciò non basta perché Cate e i suoi amici, e gli altri abitanti della zona, lo considerino e lo trattino come uno di loro. Corrado in campagna rimane sempre “il professore”, una persona alla quale rivolgere ossequi e rispetto, non affetto e intima amicizia.

In conclusione Pavese riversa nel romanzo tutto il suo senso di inadeguatezza tra gli uomini, la sua profonda solitudine esistenziale, l’accoramento di non sentirsi all’altezza. Ma non solo. Da queste pagine si eleva un lamento ancora più triste e lacerante di tutti gli altri: il senso di colpa per essere sopravvissuto. È questo, in realtà, un tema ricorrente nella letteratura del dopoguerra, che ritroviamo anche in Primo Levi, in Gadda, in Pasolini: la consapevolezza che chi è rimasto, chi è riuscito a tenere salva la vita, non è il più coraggioso, il più forte, non è l’eroe che si fregia del trionfo, ma è colui che è stato pavido, che si è nascosto ed è riemerso solo quando la guerra era finita. Questi autori vivono con il senso di colpa di star vivendo un’esistenza che non meritano, di essere sopravvissuti ad eroi e di raccogliere i frutti delle loro vittorie.

Tiche

Pavese, attraverso le parole di Corrado, ci dice che non tollera più di vivere per caso, quando tanti migliori di lui sono morti, e che vivere per caso non è realmente vivere. Ciò che l’autore non riusciva ad accettare, e che l’ha portato a ripudiare l’esistenza, è probabilmente il fatto che davvero non si può vivere prescindendo dalla casualità, e anche lo stesso essere un eroe di guerra non è dato che dal caso.

La casa in collina è un libro che ogni persona dovrebbe leggere: non si racconta solo una storia, e nemmeno si parla solo di una delle parentesi più importanti della storia d’Italia; in queste pagine viene ritratto l’essere umano sgomento di fronte alla devastazione, alla morte, e per questo il suo messaggio è universale.

Buona lettura.

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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