La bulimia dei media – Franco Ferrarotti

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In sintesi:

la bulimia dei media da protesi dell'uomo a macchine diaboliche saggio di franco ferrarotti edito da armando editore

La società odierna, tecnicamente progredita, è una società, letteralmente, irretita.

Protesi o macchine diaboliche?

Immaginate, lettori, un’invenzione che ha cambiato il mondo. Io direi la lama: pensateci, le lame hanno permesso ai nostri antenati di spodestare leoni e tigri, superando qualsiasi altro predatore per ciò che riguarda le capacità nella caccia. Senza lame, sarebbe stato molto più difficile colpire un leone (certo, le lance, ma sono ingombranti…) e squartare un grosso erbivoro appena abbattuto, be’, sarebbe stata una vera impresa. E non contiamo, poi, che le lame possono addirittura salvare delle vite: sì, sì, abbiamo gli antibiotici, però quando c’è qualcosa da togliere (o da rimodellare), è indispensabile usare un bisturi. Se nessuno avesse inventato la lama, nella notte dei tempi, oggi potremmo soltanto affidarci a uno di quei guaritori filippini “capaci” di incidere la carne con le dita. Già, è una bella storia, non trovate? Peccato che… sì, insomma, e le spade? E i rapinatori con i coltelli a scatto? Uhm, forse sono stata troppo entusiasta, la lama è una brutta invenzione. Oppure no? Mi sento un po’ confusa…

Lettori, vi ho trascinato in questa palude filosofica con uno scopo, non temete. Ho bisogno che siate nel “mood” giusto (ah, sentite come sono al passo coi tempi) per poter apprezzare il libro di cui voglio parlarvi. Un’invenzione, sì, e non una, tante domande intorno a essa. Solo che non si parla di lame, di corde, o della ruota: rimaniamo nei nostri “paraggi temporali” considerando la televisione. L’autore del breve volume è Franco Ferrarotti, un nome che per molti non ha bisogno di presentazioni, essendo il nostro uomo uno studioso (di sociologia, in particolare) di fama non nazionale, bensì internazionale. D’accordo, e il libro? Anch’esso ha un nome, ovviamente: si intitola La bulimia dei media. E devo subito farvi presente una cosa: questo titolo è un po’ fuorviante. Non prendetela come una critica, non si tratta di pubblicità ingannevole o di qualcosa del genere. È che le neanche centocinquanta pagine del saggio sono difficilmente riassumibili nelle quattro parole del titolo. Ad esempio, non leggeremo una basilare analisi dei “media” in generale: come vi ho anticipato, il “mezzo” sezionato da Ferrarotti è la televisione. Sì, però La bulimia dei media non è neanche un libriccino “sulla televisione”: c’è molta sociologia nelle sue pagine, e moltissime a dire il vero sono le parole dedicate proprio alle basi teoriche degli studi sulla comunicazione televisiva. Però… però non c’è solo la sociologia! In un certo senso le pagine grondano di epistemologia; ma che dico? Di filosofia in generale. E non posso trascurare le osservazioni personali e prettamente etiche, che il nostro autore non teme di esprimere a chiare lettere. Ah, e poi dovete sapere che La bulimia dei media è come una specie di grande bibliografia, senza tuttavia essere una bibliografia; ed è anche una lezione universitaria senza essere una lezione universitaria. Accidenti, un bel po’ di carne al fuoco, non trovate? Ma dovete stare tranquilli, adesso metterò in luce qualcosa di interessante del libro: se non vi chiarirà le idee, spero almeno aumenti la vostra curiosità.

Sceneggiature (e neanche belle)

Cominciamo dalla prefazione. Tre pagine scarse, che tuttavia si muovono con piglio deciso e con passi che fanno tremare tutto il libro. Vale la pena che riporti un estratto:

Oggi la televisione […] occupa tutti gli spazi […]. Celebra il predominio dell’audiovisivo sulla parola, scritta e stampata. Il libro è in agonia. Tutti pubblicano e nessuno legge. I libri sono assemblati, più che scritti. Sono sceneggiature […]. Parlano a persone che agiscono prima di pensare. L’emotività trionfa sulla ragione. Si vive nell’immediato, senza pensare al passato, […] senza alcuna capacità di progettare l’avvenire.

Va bene, va bene, Ferrarotti non le manda a dire! Però so che, prima di tutto, volete farmi un’osservazione. Ho introdotto La bulimia dei media dicendo che tratta principalmente della televisione, ed ecco che vi metto davanti un brano che parla di libri. Be’, non c’è niente di strano a dire il vero. Fate attenzione: le parole del nostro autore in effetti sono dedicate proprio alla televisione, si parla di essa attraverso i suoi effetti. Anzi, attraverso un effetto particolare e molto interessante (e se non è interessante per noi amanti delle parole… !). Sostanzialmente, Ferrarotti ci dice che i libri stanno morendo: sì, ma la loro non è un’estinzione diretta, come quella dei dinosauri. I libri stanno scomparendo così come scompare una specie endemica che si ibrida con una specie alloctona. E la specie alloctona è proprio la televisione: i libri ci sono, solo che non sono più “veri libri”, il loro codice genetico è mutato. Ferrarotti lo dice chiaro, non è un problema di numeri, non è un problema se “tutti pubblicano”: il problema è che pubblicano “sceneggiature”, ossia opere concepite secondo criteri “audiovisivi”, criteri che non sono quelli propri del libro come “specie incontaminata”.
Non ha ragione il nostro autore? Abbiamo sperimentato direttamente il fenomeno di cui parla. Il genio non esiste (e a volte è un idiota) non è forse un bell’esempio di “sceneggiatura”, di oggetto simile a un libro, ma che non è un libro? Rinfrescatevi la memoria con la recensione che gli ho dedicato, poi ditemi se non è un guazzabuglio di parti viste e riviste, preconfezionate (è “assemblato”); ditemi se non è un prodotto fatto per un pubblico ideale che non pensa (le contraddizioni che contiene e lo stile mica sono stati corretti) e che “vive nell’immediato” (infatti, l’immediato è anche ritornare su nomi che già si conoscono, i soliti Einstein, Tesla…); ditemi se non è una celebrazione dell’emotività e dell’individualità (i “pettegolezzi” inseriti nelle biografie, l’interminabile introduzione che esalta Barbascura X stesso). Ecco, tenete poi in conto che Barbascura X è ormai pure un volto televisivo (l’agognato traguardo, prima Youtube, poi il libro, infine la televisione) e non avrete alcuna difficoltà a sottoscrivere un’altra affermazione di Ferrarotti:

[…] il personaggio televisivo è il nuovo depositario della saggezza […] [n]on ha da essere un pensatore, uno studioso […] [è] decisivo che sia una faccia nota.

Eh già, alla faccia nota si perdonano tutte le cretinate; non solo: alla faccia nota si offrono anche dei bei premi.
Capite da voi, partiamo bene, proprio perché La bulimia dei media mette subito in luce il male che c’è. Solo un piccolo appunto mi sento di fare, riguardo al brano che ho trascritto. Il nostro autore sostiene che “tutti pubblicano e nessuno legge”: certamente la prima parte è vera, la seconda, uhm, ho qualche dubbio. Forse in questo caso Ferrarotti ha completato istintivamente il luogo comune, perché io direi che gli italiani, dopotutto, leggono. È che perlopiù leggono pagine fatte di stallatico. Appunto.

Bene o male, bisogna riflettere

Abbiamo capito lo spirito della prefazione, perciò devo proprio presentarvi il corpo centrale del saggio. A dire il vero non è semplice; forse non è nemmeno opportuno che provi a riassumere e a parafrasare. I sei capitoli (e le tre appendici) sono tanto impegnativi e tecnici da richiedere una lettura concentrata e rilassata, che sappia tenere il filo. Insomma, una lettura partecipata, per nulla passiva. Ha senso, se ci pensate. Ferrarotti ha lamentato che l’emotività trionfa sulla ragione, che i “prodotti derivati” della televisione si rivolgono a un pubblico che non ama pensare, che non è più abituato a pensare: ecco, La bulimia dei media è un saggio “con il DNA non inquinato”, che costringe a riflettere. Certo, non costringe l’acquisto (o il prestito in biblioteca) ma una volta che si sfogliano le sue pagine, non c’è verso, o ci si concentra o niente.
Sì, lettori, ne La bulimia dei media troverete (anche) tabelle, dati statistici e storiche indagini sociologiche sulla televisione: e con storiche intendo realizzate proprio agli albori delle trasmissioni in Italia, negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta. Vi rendete conto che un mio commento sarebbe del tutto fuori luogo: primo, perché non ho la competenza necessaria per dire qualcosa di serio e di innovativo; secondo, perché… eh, ma perché c’è già il commento di Ferrarotti! Un commento sempre tagliente, negativo? No, La bulimia dei media non è un pamphlet. Abbiamo visto che non indora la pillola, però non indulge nemmeno in toni catastrofici: il nostro autore mantiene un rigido atteggiamento scientifico (e poi, per la televisione non può provare astio, essendo stato lui stesso, talvolta, un personaggio televisivo). Alla fine del libro (meglio, alla fine della prima lettura del libro) si ha l’impressione di poter affrontare la “questione televisiva” con uno spirito equilibrato: sono certa che, se interrogati in proposito, non direste peste e corna della televisione, e non ne fareste neppure un elogio. Più che altro, direste che ci sono dei pro e dei contro, e che i contro possono essere subdoli e anche molto pericolosi; insomma, se la televisione è un bene o un male dipende, così come dipende per il caso della lama, che vi ho proposto all’inizio della recensione. D’accordo, poi forse non sapreste ancora bene da che cosa dipende; ma ve l’ho detto, La bulimia dei media deve essere posato e poi ripreso, va affrontato con una certa attenzione. E, ad ogni modo, anche così non è detto che dia una risposta definitiva. Più che altro, Ferrarotti precisa le domande che correttamente dobbiamo farci, in materia di televisione: non dà una serie di dogmi, propone fatti e dati con lo scopo di affinare lo sguardo di noi lettori, rendendolo meno opaco, meno incline a guardare vedendo poco.

Un buon consiglio di lettura

Per essere precisi, il nostro autore non è solo nella discussione di fatti e di dati: si fa accompagnare da altri studiosi di fama (se volete un nome noto, vi menziono Umberto Eco), tutti puntualmente citati qua e là lungo il libro. Ah, altra obiezione, vero lettori? Com’è che stavolta non ho da ridire sulle citazioni, faccio degli sconti agli accademici di fama? Via, lo so che voi siete generosi e che non mettereste in dubbio la mia onestà intellettuale; però l’obiezione me la faccio da sola, mi va di dare in ogni caso la risposta. Io non ho mai detto che le citazioni sono un male! Sono un male se sono… fatte male (ah ah, il tema da cui eravamo partiti, ecco che ritorna). Sì il buon Fusaro (altro volto televisivo, fateci caso) confeziona libri raccapriccianti (anche) perché cita a caso, decontestualizza, distorce le parole degli autori considerati, allunga il brodo, getta fumo negli occhi del suo pubblico. Ferrarotti di sicuro non commette questi peccati: in uno stile accademicamente ineccepibile, cita chi merita di essere citato e solo “per il tempo necessario”. Il risultato è un incastro così ben riuscito, che il testo fila liscio ed è cristallino, dopo che si è fatto l’opportuno sforzo di concentrazione per comprenderlo. Quindi, se volete un esempio di come si usano bene le parole altrui, vi basta sfogliare La bulimia dei media; altrimenti vi può dare un’idea anche un qualunque saggio di Fusaro, o di Carofiglio. Sì, proprio così: solo dovete regolarvi con il contrario di ciò che vedete stampato in essi.

A proposito degli autori inclusi ne La bulimia dei media voglio farvi notare un caso particolare. Ferrarotti, oltre a riferirsi a “soliti noti” (come fanno gli altri nostri saggisti mainstream), ci propone anche studiosi praticamente sconosciuti, almeno al grande pubblico. Marshall McLuhan! Ah, no, scusate, forse questo nome non vi è nuovo; dopotutto, siete amici de Il pesciolino d’argento, figuriamoci se non siete preparati! Sì, McLuhan è abbastanza famoso, e lo conoscevo anch’io. Certo, fa comunque un po’ di effetto sapere che il grado di separazione fra me (cioè, fra un qualunque lettore de La bulimia dei media) e McLuhan abbia il valore due: già, Ferrarotti ha lavorato direttamente con lo studioso canadese…
Bene, ma vi avevo promesso un illustre sconosciuto, o sbaglio? Harold Innis. Non l’avevate mai sentito nominare, vero? Almeno credo, vi sto modellando su me stessa: Innis, confesso, mi era ignoto. E vi dirò, sono felice di aver colmato la mia lacuna. Sia chiaro, il secondo capitolo de La bulimia dei media non è una piccola monografia sullo studioso, né ci fa un riassunto del suo pensiero. Però ci dice quel tanto che basta per far venire la voglia di informarsi su di lui. Anche perché, assicura Ferrarotti…

Al di là e per qualche aspetto contro il suo allievo McLuhan, la lezione di Innis va ripresa in tutta la sua portata. Essa ha ancora qualcosa da dirci.

Sapete, mi sembra di poter trarre una buona norma da queste parole de La bulimia dei media. Se ci penso, molte volte capita che la cultura “popolare” faccia di certi personaggi dei feticci, trascurando però i loro maestri, i loro ispiratori. McLuhan, l’ho detto, si può incontrare all’università (almeno, io l’ho incontrato), Innis invece mi pare debba essere cercato attivamente. E se volete un altro esempio, mi viene in mente Warren Buffett: per i patiti di azioni e quotazioni, il suo nome è quasi come quello di un avatar di Krishna. Ecco, e Benjamin Graham? Qualcuno lo conosce? Uhm, date retta a me, non sono poi così tanti a sapere chi è, neppure fra quelli che bazzicano Wall Street. Eppure è stato l’idolo dell’idolo, il “maestro” di Buffett! Ecco, pensate un po’, lettori, i libri di Buffett sono da molto tempo dei bestseller, invece il più famoso libro di Graham, L’investitore intelligente, è comparso in Italia… l’anno scorso (con appena ottantasei anni di ritardo dalla prima edizione americana). Già, ora riflettete un po’: Buffett non è diventato Buffett leggendo i libri di Buffett, è diventato Buffett leggendo i libri di Graham. Non è il caso di considerare con attenzione quest’ultimo, forse ben prima di rivolgersi al suo allievo? Ecco, il discorso di Ferrarotti mi sembra sia (anche) questo. Perciò, se avete un qualche interesse per McLuhan, o più in generale per il suo campo di studi, sappiate che vale la pena vi procuriate qualcosa di Innis, così da non domandarvi più chi era costui.

Gangster accademici

Bene, quindi La bulimia dei media ha effettivamente qualcosa di concreto e di utile da insegnarci. Ma a questo proposito non è finita qui, perché voglio parlarvi di alcune osservazioni, contenute nel libro, che trovo molto “potenti”. Sì, mi pare proprio l’aggettivo migliore. Senz’altri preamboli, vi propongo parole di fuoco:

[Bisogna considerare che c’è una] sociologia ritardataria degli epigoni di un quantitativismo tanto presuntuoso quanto incapace, strumentalmente, di comprendere i problemi del tempo. È un peccato che alcuni sociologi italiani, forse più amministratori ormai che studiosi, continuino a parlare e a scrivere «contro la sociologia qualitativa», senza rendersi conto di essere in ritardo di almeno un trentennio. Si illudono di ispirarsi al paradigma delle «scienze naturali» o «esatte» e non sanno che quel paradigma è «slittato», si è fatto essenzialmente problematico, non è più né «duro» né rigoroso come un tempo si riteneva. […] Nessuna meraviglia che […] da capiscuola si siano rapidamente trasformati in capimafia, assai più interessati a scambiare cattedre e favori materiali che idee. Che poi questi gangster accademici siano, almeno una volta all’anno, venerati come icone, non dovrebbe meravigliarci. I beneficati hanno un solo modo per legittimarsi: bruciare incenso e santificare il loro patrono.

Accidenti, lettori, immagino dobbiate riprendervi. Di nuovo, Ferrarotti non le manda a dire. Eppure confermo quanto ho già detto, La bulimia dei media non è un pamphlet. Questo stralcio che ho riportato è sostanzialmente un discorso “sul metodo”: è una netta presa di posizione epistemologica, filosofica. Il nostro autore, qui con una chiarezza evidente, direi, ci mette a parte di una tendenza assai problematica che permea gli studi sociologici: bene, ma date retta a me, la tendenza è generale. Quando ho letto la prima volta il brano, mi è subito venuto in mente il gran proliferare degli scienziati nell’habitat televisivo. E non mi sto riferendo in particolare ai mesi della pandemia: la tendenza è già consolidata da tempo. Perché?, mi sono domandata. Ebbene, le parole di Ferrarotti mi sembra che soddisfino in parte il mio interrogativo.
Ma perché ci sono delle “sette” anche fra gli studiosi, fra gli scienziati! E, a un certo punto, quando la “dottrina” di una setta si arena, i “fedeli” non vogliono darsi per vinti: cominciano a fare un po’ di proselitismo vecchio stile, si fanno pubblicità. A volte, anzi spesso, una pubblicità sleale. Oltre a ciò che evidenzia il nostro autore (cioè lo scrivere “contro”, “per partito preso”, e lo “scambio di cattedre”) c’è anche la possibilità di servirsi del mezzo televisivo. Siamo tornarti dove eravamo, sì, alla fine tutto ruota intorno alla cara, vecchia televisione. Se ci fate caso, inesorabilmente siamo passati da una più o meno sana divulgazione a una forma quasi di propaganda: talvolta accade che “intellettuali-star” (non è un termine mio, è già stato usato) presentino con una invidiabile sicumera delle teorie che, se va bene, sono “ampliate” oltre il consentito, e che se va male poggiano su fondamenta tutt’altro che solide. Eppure noi Italiani abbiamo una certa vena scientifica e rigorosa, a dove arrivano questi guai? Riporto un altro passo de La bulimia dei media:

Un […] rischio che la tendenza a concentrarsi sugli «effetti» comporta è quello di assumere […] verso il campione un atteggiamento distorto, inappropriato, da scienziato che verifica l’efficacia di certi esperimenti su un corpo più o meno inerte. Non a caso, gli studiosi americani che prediligono la misurazione degli effetti non hanno mai sollevato alcuna contestazione (a differenza degli studiosi inglesi) sull’abuso della parola massa e hanno raramente intrapreso discussioni sul significato da attribuirle o sulla necessità di sostituirla.

Ah, giusto, ti pareva che non ci fosse di mezzo lo Zio Sam? No, seriamente, le cose sono molto più complicate di così, tuttavia la semplificazione non è molto lontana dalla realtà. Il nostro libro ci mette a parte di un dibattito estremamente tecnico, dal quale possiamo almeno dedurre in prima battuta che gli scienziati (nello specifico sociologi, ma il tutto vale anche per gli altri campi) non sono affatto un corpo unitario, appunto come accennavo, e che fra le varie “sette” alcune portano avanti i propri “programmi” anche con mezzi che non ci aspetteremmo. Ferrarotti lo dice: gli studiosi americani che aderiscono a una certa dottrina (metodologica, s’intende) semplicemente di rado “intraprendono discussioni”. In maniera implicita, danno così a intendere che quella via, proprio quella favorita da loro, è l’unica giusta, o comunque è la migliore: eh sì, se non si discute è perché non c’è niente da discutere, e se non c’è niente da discutere è perché l’argomento è evidente, è “a posto com’è”. Peccato, però, che la scienza non proceda così: se qualcosa comincia a non essere discusso, e poi a non poter essere discusso, uhm, allora ci si sta allontanando dalla retta via. E si finisce per diventare “capimafia”.

Ferrarotti traccia un quadro sufficientemente chiaro concentrandosi sulla sua disciplina, com’è ovvio, però a me vengono in mente anche altri esempi: giusto per citarne uno, vi invito a informarvi in maniera alquanto approfondita a proposito delle neuroscienze. Ebbene, soprattutto negli Stati Uniti, ai livelli più alti dell’edificio accademico, il dibattito è feroce, tanto che sempre più filosofi e scienziati cominciano a dubitare delle basi teoriche e metodologiche con cui gli esperimenti neuroscientifici sono stati fino ad oggi condotti. Eppure, c’è un “consenso” fra parecchi noti studiosi: e tanto basta, a quanto pare, perché la cultura più “popolare” è letteralmente invasa da “neuro-” informazioni, le quali il più delle volte si rivelano inutili gadget o specchietti per le allodole.
Naturalmente, i grandi network americani non si sognano nemmeno di presentare in pompa magna una discussione capillare dei fondamenti delle neuroscienze; in compenso, sono felici di proporre al pubblico la star di turno con tanto di Ph.D. che “spiega” un giorno la neuropolitica, il giorno dopo la neuroeconomia, quello dopo ancora la neurostoria dell’arte…
Ebbene, siccome noi abbiamo sì una tradizione scientifica di tutto rispetto, ma non sappiamo dire di no alle mode (e sottolineo questo termine) d’oltreoceano, ecco che ci ritroviamo da un lato i “capimafia” di cui parla il nostro autore, dall’altro certi divi del piccolo schermo (e della carta stampata) che confondono ancora di più un pubblico di per sé già confuso. Ma di questi ultimi, lettori, forse vi parlerò un’altra volta.

Il piacere della domanda

Per ora, la cosa giusta da fare è congedarmi da voi, carissimi. Lo so che questa recensione è stata un po’ anomala, ma d’altro canto La bulimia dei media non si presta a essere raccontato: in definitiva, stimola la riflessione, e dunque ho trovato giusto presentarvi il libro mostrandovi direttamente i suoi effetti, riflettendo con voi a ruota (quasi) libera. Che ne dite, siete un po’ curiosi, come auspicavo? Mi rendo conto che, se ce l’avete, non è una curiosità ludica: sarebbe ben difficile provare qualcosa del genere per un libro tanto accademico nei suoi contenuti, e tanto denso nel suo stile.
Nondimeno, lettori, la curiosità di cui parlo è propria di chi non si accontenta, di chi sa davvero sperimentare, prima ancora del piacere della scoperta, il piacere della domanda. E voi siete fatti così, non ho nessun dubbio a riguardo. Perciò, non tergiversate, sfogliate La bulimia dei media e poi, ascoltate me, imboccate un po’ per volta tutte le strade che le sue pagine vi avranno aperto.
E se lo farete, come sempre, vi giunga il mio augurio di buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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