Il rosmarino non capisce l’inverno – Matteo Bussola

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IL GIUDIZIO:

il rosmarino non capisce l'inverno romanzo di matteo bussola edito da einaudi

Perché preferiamo fare quello che ci riesce, o ciò che le persone che ci amano si aspettano da noi, piuttosto che fare quello che ci piace davvero.

Matteo bu… butta quella penna!

Oh lettori, è fantastico, finalmente è arrivato l’autunno: via quell’estate del cavolo, le zanzare, il sudore, le notti insonni per l’afa e quegli ispanici con il loro stupido movimiento sexy! Questo è il momento delle luci soffuse, della pioggia, delle castagne e dei colori caldi delle foglie ingiallite. E sapete già che cosa vuol dire questo, non è vero? Ma sì che lo sapete, sono certa che anche sulla vostra bacheca di Instagram sta dilagando quel tipo di foto: una ragazza, avvolta in un morbido maglione, legge un bel libro e sorseggia una tisana davanti al camino acceso, mentre fuori piove. Oh sì, oh sì, non sto più nella pelle, ricreiamo anche noi quella bella atmosfera rilassante e accogliente! Dunque, per prima cosa, mettiamo una deliziosa tisana sul fuoco, e… cosa? Come dite? Niente tisana perché il gas costa? Uhm… avete ragione, di questi tempi bisogna fare economia, niente sprechi. Va bene, non importa, la tisana non è fondamentale. Allora via, accendiamo il camino! Eh? Non avete il camino in casa? Be’… adesso che mi ci fate pensare, nemmeno io. Occhei, è tutto sotto controllo, una stufetta andrà bene ugualmente… ah, no, perché anche l’elettricità costa… oh, sentite, ci avvolgiamo in un plaid e non ci pensiamo più, d’accordo?
Uff, mi sa che avremo vita dura quest’autunno, altro che foto di Instagram. Ma ehi, non perdetevi d’animo… almeno abbiamo il libro! Fatemi un po’ vedere che cos’è… ecco, è Il rosmarino non capisce l’inverno di Matteo Bussola. Aspettate, aspettate… Bussola?! Ouch, sarà un autunno più difficile del previsto…
Ma forse, prima di unirvi alla mia costernazione, desiderate sapere qualcosa di più su questo rosmarino un po’ tonto. Benissimo, passiamo allora alle presentazioni!

Il rosmarino non capisce l’inverno è una raccolta di racconti brevi, racconti che sono accomunati fra loro da due elementi. Innanzitutto, il sesso dei personaggi: in quest’opera Bussola adotta esclusivamente il punto di vista femminile, facendo della donna la protagonista indiscussa del libro. E a proposito di personaggi femminili, ecco il secondo elemento: una dolce vecchina, Mira.
Infatti Il rosmarino non capisce l’inverno si apre e si chiude con il funerale di Mira, uccisa da un tumore. Iniziamo a conoscere questo personaggio nel primo racconto, attraverso il punto di vista della sua infermiera, Margherita, che si presenta al funerale di Mira per porgerle un ultimo saluto. Qui Margherita scopre con sorpresa che alla cerimonia hanno preso parte molte persone, tutte, in un modo o nell’altro, rimaste toccate dalla bontà dimostrata da Mira mentre era in vita. Andando avanti con la lettura, scopriremo che quelle stesse persone sono i personaggi dei restanti racconti del libro.

Filo affossatore

Di primo acchito, l’idea di Bussola risulta carina: fissare un elemento comune a tutti i racconti rafforza l’omogeneità dell’opera, che in tal maniera smette di essere soltanto una raccolta di racconti, e risulta piuttosto un racconto unico, narrato da diversi punti di vista.
Tuttavia, non si impiega molto tempo prima di comprendere che l’idea di Bussola è mal realizzata e che Mira è un filo conduttore del tutto inefficiente: infatti la donna compare in tutti i racconti, ma il più delle volte è un elemento superfluo e fuori contesto.

Facciamo qualche esempio, via. Nell’undicesimo racconto, Bussola ci racconta dell’amicizia fra due adolescenti, Greta e Martina. A un certo punto, però, Martina inizia a provare dei sentimenti nei confronti di Greta, la quale percepisce qualcosa di diverso nell’atteggiamento della sua migliore amica e si dispera. Alla fine, per non perdere l’amicizia di Martina, Greta forza la propria natura e la bacia. Che ruolo ha Mira in tutto questo? Be’, Mira vede Greta piangere e… le domanda se si sente bene:

[Greta] [d]oveva vedere Martina. Era corsa sotto casa sua, […] fino alla palazzina verde in cui abitava l’amica. Aveva visto una condomina [Mira] che stava portando fuori l’umido […]. Era scoppiata a piangere proprio davanti alla donna, si era appoggiata al portone per farsela passare, e la vicina le aveva detto: – Tutto bene? – Greta si era accorta che si trattava della signora bionda che si era trasferita nel condominio da poco.
Solo allora aveva sentito la voce.
– Gre’?
Martina era lì […].

Ancora un altro esempio. Quattordicesimo racconto, questa volta la protagonista è Isabella, una donna che ama il sesso e che ha azzardato la pubblicazione di un suo video intimo su internet. In seguito alla pubblicazione del video, Isabella viene emarginata e perfino malmenata; soltanto Mira si mostra solidale nei suoi confronti:

Fra i testimoni, l’unica a seguirla in commissariato era stata una signora un po’ anziana dai capelli biondicci […], gli altri avevano trovato delle scuse […].
– A me non interessa un accidente di cosa abbia fatto questa ragazza prima di stasera! – protestò a voce alta la signora. – Niente al mondo dà il diritto di mettere le mani addosso a un essere umano!
Isabella le fu grata […]. All’uscita si scambiarono il numero, come due vecchie amiche. Da quella signora ricevette in seguito solo messaggi premurosi, mai le arrivò una domanda inopportuna.

In questo racconto Mira si comporta indubbiamente in maniera esemplare, ma la sua bontà d’animo non serve a nulla ai fini della narrazione: Isabella non trae alcun insegnamento dal suo incontro con la donna, Mira non l’aiuta a superare l’emarginazione o a sfidare i moralisti aprendo un profilo su Onlyfans. Se Isabella e Mira non si fossero mai incontrate, il racconto sarebbe rimasto essenzialmente invariato.
E Mira è perfino più inutile nel diciassettesimo racconto, in cui Martina, reduce dalla delusione amorosa con Greta, tenta di suicidarsi. Qui Mira addirittura non proferisce parola:

La ragazza è sul cornicione e trema, nonostante oggi sia caldo, continua a ripetere che vuole farla finita […].
È stata un’anziana vicina [Mira] a dare l’allarme, perché ha visto la ragazza sul tetto.

Insomma, nel corso dell’opera spesso Mira non ha alcun ruolo, è un semplice easter egg di cui il racconto non ha bisogno per potersi considerare sensato. E questo è un bel problema, perché se Mira non serve al racconto, allora capite bene che non c’è motivo di introdurla.

Sì, certo, lo so che Bussola ci teneva tantissimo a trovare un filo conduttore che legasse tutti i racconti, ma la soluzione non può essere incastrare a forza in ogni capitolo un elemento avulso dalla trama! Altrimenti basterebbe inserire in tutti i racconti un alieno con tutù rosa che balla sullo sfondo e voilà, avremmo il nostro filo conduttore, non vi pare?

Amate i vostri amici

Ora, che Bussola sfrutti così poco il personaggio di Mira è un gran peccato. Anzi, vi dirò di più, è proprio una bella occasione sprecata. Sì, perché c’è un tipo di personaggio che sarebbe servito molto a Il rosmarino non capisce l’inverno, e che tuttavia è assente: il mentore.
Come infatti avrete già intuito, Il rosmarino non capisce l’inverno è un’opera che tratta diversi temi di attualità: c’è l’omosessualità, c’è la libertà sessuale e la pornografia, e poi ancora c’è il movimento “child free”, c’è l’amore fra una donna matura e un ragazzo più giovane… ci sono cioè tutti quei temi su cui quotidianamente ci confrontiamo, spesso con incertezza e smarrimento.

All’interno di un’opera simile un “personaggio mentore”, saggio ed esperto, serve proprio a guidare gli altri personaggi e, indirettamente, a guidare anche noi lettori, che pure affrontiamo nella vita reale le medesime situazioni raccontate nel libro.
In qualità di mentore, Mira avrebbe potuto quindi rendersi estremamente utile nella struttura dell’opera: come strumento “diegetico” per agevolare il viaggio dell’eroe degli altri personaggi, ma soprattutto come mezzo per consentire all’autore di parlare direttamente al lettore e dargli lezioni di vita.
Così com’è, invece, Mira è utile quanto una forchetta per raccogliere il brodo.

Qualcuno però potrebbe obiettare che, sì, magari Mira non è funzionale al testo e alle trame, ma che il suo personaggio magnanimo e mai scortese lancia comunque un messaggio fondamentale: la gentilezza è sempre utile e di conforto, anche quando non è in grado di “sistemare le cose”. Lo testimonia il fatto che al funerale di Mira siano presenti anche quei personaggi che da lei non hanno ricevuto un aiuto concreto ma solo comprensione, come appunto Greta. Secondo questo punto di vista, dunque, Mira non sarebbe un elemento narrativo completamente inutile, perché il suo comportamento può ispirare i lettori e invitarli a essere più gentili con il loro prossimo.
Uhm. Possiamo allora considerare Il rosmarino non capisce l’inverno un elogio alla gentilezza? Può darsi… ma come elogio non sarebbe un granché.

Fermiamoci infatti un attimo a riflettere: nei confronti di chi Mira è gentile? Faccio un elenco veloce: verso le sue condomine, verso una donna malmenata, verso una ragazza che minaccia di uccidersi, verso una ragazza madre, verso una malata oncologica… eh… dico, non vi sembra che le persone aiutate da Mira siano le stesse persone che un po’ tutti noi saremmo propensi ad aiutare? Checché ne dica Bussola, non pochi si sarebbero offerti per accompagnare una donna come Isabella, giovane, attraente e laureata in fisica, a sporgere denuncia contro i suoi aggressori. Se proprio dovessimo individuare un personaggio controverso e che normalmente ci suscita diffidenza, fra tutti quelli a cui Mira tende la mano, forse la scelta ricadrebbe su un giovane immigrato senegalese. Ma anche l’immigrato, a ben vedere, non è affatto il tipo di immigrato che in genere ci spaventa: non è il fanatico religioso, non è coinvolto in traffici di droga, non è violento, non urla… anzi, è depresso, silenzioso, obbediente, remissivo, rassegnato. È cioè il tipo di immigrato verso il quale nessuno troverebbe ragione di accanirsi… a eccezione di qualche folle violento, ovviamente.

E al di là dell’immigrato (che comunque non viene propriamente “aiutato”, è assunto per pitturare i muri di casa e per cucinare, eh), tutti gli altri personaggi femminili appartengono al ceto medio, sono pulite, beneducate, colte, posate e innocue. Sono cioè individui verso cui chiunque di noi sarebbe come minimo bendisposto.
E allora, quale sarebbe il messaggio lanciato da Mira? Dovremmo essere ancora più gentili con coloro con cui siamo già inclini ad essere gentili? Oh, può essere… ma non me ne vogliate se dico che è un messaggio un po’ patetico. Sarebbe stato ben più coinvolgente se Mira fosse stata gentile con degli autentici reietti della società: non la giovane condomina suicida, ma l’incel disadattato, povero e puzzone che non esce mai di casa; non la ninfomane giovane e carina ma il pedofilo; non la collega di lavoro, ma il barbone schizofrenico con la scabbia.
Allora sì che la gentilezza di Mira avrebbe comunicato qualcosa di interessante, perché sarebbe stata inusuale e lontana dal nostro senso comune. E poiché lontana dal nostro senso comune, ci avrebbe costretto a fare un paragone tra l’atteggiamento di Mira e quello che avremmo adottato noi in una situazione simile, portandoci a riflettere su noi stessi e magari a migliorarci.

Se il mio discorso non vi convince, allora considerate una delle storie più di successo della letteratura mondiale: la vita di Gesù. Ebbene, pensateci, se Gesù avesse dispensato miracoli soltanto ai suoi vicini di casa e ai figli di funzionari, trascurando i lebbrosi, i pazzi e quelli con cui nessuno (ma nessuno per davvero!) voleva avere a che fare, probabilmente oggi non avremmo chiese sparse in tutto il mondo, e le persone non si raccoglierebbero lì per leggere ad alta voce passi dei vangeli. Capite la differenza? I vangeli raccontano che Gesù ha fatto cose che nessuno al suo posto avrebbe fatto, e pertanto la sua storia ha un grande impatto emotivo sul pubblico: ce l’ha ovviamente sui reietti, che si sentono accettati e accolti, ma ce l’ha anche su chi reietto non è, il quale si accorge di non essersi comportato con rettitudine e cerca quindi di correggersi. Al contrario Mira fa cose che più o meno tutti farebbero, solo talvolta le fa un po’ meglio, ecco tutto. Davvero troppo poco per impressionare il lettore.

Ha buone idee, ma non si applica

Ma adesso, lasciamoci alle spalle il filo conduttore dell’opera, e concentriamoci invece proprio sui racconti: valgono la pena?
Sarò sincera, Bussola ha avuto sicuramente buone idee. La storia di Greta e Martina, ad esempio, mi ha colpita positivamente per l’originalità del punto di vista adottato, e ho apprezzato anche l’esito realistico del racconto: Greta non si scopre fluida, e fa i conti con una grande amicizia destinata, se non a finire, perlomeno a cambiare.
Ma la storia di Greta e Martina è un’eccezione all’interno del libro. Benché anche altri racconti trattino temi interessanti attraverso punti di vista inusuali, l’autore fatica a realizzare un intreccio credibile, sensato e privo di falle, e talvolta addirittura non centra “il punto della questione”.

Facciamo subito un esempio e prendiamo la storia di Margherita, l’infermiera oncologica. Si tratta di uno dei pochi racconti all’interno dell’opera in cui Mira si rende “utile” (per modo di dire) ai fini della trama, convincendo la protagonista a cambiare lavoro:

«Ma no, sciocchina, – sorride. – Intendevo questo lavoro. Si vede che ti fa star male, allora perché lo fai?»
È un quesito diretto, elementare […]. Ma è una domanda che non mi ha mai rivolto nessuno. […] Non serve a niente schermirmi, fingere che la sua osservazione non mi abbia toccata, intaccando la mia risolutezza. […]
«Faccio questo lavoro perché l’ho scelto, signora […]. Perché ho fatto una promessa. E non sono abituata a scappare solo perché le cose sono troppo difficili». […]
«Ma non puoi nemmeno rovinarti la vita per una promessa, – dice. – Neanche se quella promessa l’hai fatta a te stessa».
Credi di avere tutto sotto controllo.
Pensi di essere nel posto giusto […]. E poi basta una cosa così, bastano una domanda e due parole dette da un’estranea. E di colpo, nel riflesso impietoso di uno specchietto su un comodino, ti sembra di scorgere un viso che non riconosci più […].

Ora… capisco bene che questi racconti sono pensati per essere brevi, e che quindi gli sviluppi sono raccontati più velocemente… eh… però dai cazzo, non è possibile che Margherita, infermiera da anni, e da anni convintissima della sua carriera, decida di licenziarsi soltanto per aver scambiato quattro chiacchere con una paziente, ma insomma! Davvero il mestiere di infermiera oncologica non le ha lasciato alcuna soddisfazione a cui aggrapparsi per trovare la forza di andare avanti? In genere il lavoro di “caregiver” è logorante, ma chi lo compie si sente ripagato dalla riconoscenza e dal calore umano dimostrati dai pazienti. È chiaro che un’infermiera oncologica non è felice mentre cambia le bende purulente, come non ne sarebbe felice chiunque altro. È però felice quando si rende conto di alleviare almeno per un poco la pena di chi affronta un brutto male.
Dunque, se Margherita è stata infermiera per anni senza vacillare sulla sua decisione, i motivi plausibili possono essere soltanto tre: o è una brava caregiver, che si impegna e si logora solo per dare sollievo ai suoi pazienti; o è una psicopatica che gode nello stare fra malati perché ciò la fa sentire potente; oppure è una donna che ha già scoperto da tempo di non essere fatta per quel tipo di lavoro, ma continua a svolgerlo perché non può fare a meno dello stipendio.
Nel racconto non si parla né di potere né di denaro, perciò le ultime due opzioni sono da escludere. L’unica spiegazione plausibile è che Margherita tragga almeno un poco di soddisfazione dal sentirsi utile, e che la decisione di fare l’infermiera sia frutto di una vera e propria vocazione. E infatti troviamo conferma di ciò nel testo:

Quando la zia muore, io ho dodici anni e mi sento di colpo sola. Non è soltanto la tristezza per la sua morte, non è il fatto che eravamo amiche. Mi manca sentirmi utile, necessaria. Mi manca il calore che deriva dal poter lenire e offrire conforto […] io non cerco la verità del sangue, il potere di aggiustare i corpi, ma quello di riuscire a farli stare meglio durante il decorso ospedaliero, nel mezzo del guado della malattia, quando persone già fragili si vergognano per un lenzuolo bagnato d’urina o sporco di vomito, se vedono intaccata la propria dignità. Per questo divento infermiera oncologica.

Ottimo, quindi Margherita trae piacere dal far star bene gli altri. Ma allora, perché la protagonista non obietta quando Mira le dice che questo lavoro la fa star male? Perché non le sovvengono alla mente i ricordi lieti dei pazienti grati e riconoscenti, perché sembra che Margherita non aspettasse altro che “un’autorizzazione” a lasciare il suo lavoro? La spiegazione che ci dà la nostra è questa:

[…] mi rendo conto che a portarmi qui, a trattenermi negli anni, è stata quella bambina che credeva di poter essere amata solo facendo la brava, quella che esisteva esclusivamente attraverso l’approvazione degli altri, tormentata dalla folle e inconfessata paura che, se avesse smesso di compiacerli, il loro amore sarebbe scomparso.

Ma diamine, questa spiegazione non spiega proprio nulla! Innanzitutto non si capisce di chi la Margherita bambina cercherebbe l’approvazione: chi sarebbero “gli altri”? La zia? I genitori? Il mondo intero?
Improbabile che si tratti della zia, giacché Margherita dice che “erano amiche”, perciò si suppone che al rapporto “infermiera-paziente” ne preesistesse uno in cui vigeva la fiducia e il rispetto reciproco. Non ha perciò alcun senso che Margherita dovesse impegnarsi ad accudire la zia per guadagnarsi il suo affetto.
Ed è improbabile che si tratti dei genitori, perché a quanto pare il padre di Margherita avrebbe preferito di gran lunga che la figlia studiasse per diventare medico, anziché infermiera, eppure la protagonista rimane ferma sulla sua decisione fino alla fine e non cambia idea solo per accontentarlo:

Mio padre preferirebbe medicina, chirurgia, addirittura, infine capisce e approva […].

Ma allora, Margherita vuole ottenere l’approvazione di chi? Delle insegnanti, dei compagni di scuola, della società? Avrebbe avuto senso se Margherita avesse intrapreso una prestigiosa carriera da manager, da astronauta, da avvocatessa… ma è “soltanto” un’infermiera, una figura che (ingiustamente) non gode di grande rispetto e considerazione.
Insomma, questa storia non riesce proprio a stare in piedi. Leggiamo che la protagonista decide di cambiare vita, ma le ragioni di questa decisione sono vaghe e incoerenti, pressoché incomprensibili.

Argomento bipolare

Passiamo a un altro racconto. La protagonista è Aurora, una donna che non vuole diventare madre. In un primo momento leggiamo che Aurora non se la sente di mettere al mondo una creatura che potrebbe soffrire:

Forse alla fine è tutto qui, per me: non accetto di mettere al mondo una vita che se ne andrà. Che dovrei difendere, tutelare, accudire per notti, mesi, anni. Che potrebbe essere vittima di violenze, abusata o stuprata o peggio. Su cui una parte di me dovrebbe vegliare per sempre. Non ce l’ho, questa forza. Non voglio starmene a guardare mentre il mio bambino, o la mia bambina, attraversa le sue inevitabili fragilità, mentre cade, fallisce o perde. Protesterei con rabbia contro il mondo indifferente al dolore della mia carne. Impazzirei. Mi infrangerei contro il mistero di una vita che nasce, e cresce, e che sarebbe sempre e comunque ciò che è, nonostante me, oltre me, al di fuori di qualunque apparente capacità di proteggerla.

Leggendo questo brano, la posizione di Aurora risulta decisamente intrigante: il suo rifiuto della maternità tradisce una visione pessimistica della vita e una considerevole sfiducia nei rapporti umani. Infatti Aurora, paradossalmente, sembrerebbe dotata di uno spiccato senso materno, che la spinge a proteggere così tanto la sua creatura fino a non farla nascere affatto per evitarle ogni tipo di dolore. Procediamo con la lettura e la storia si fa ancora più interessante, perché le certezze di Aurora vengono minacciate da un particolare episodio: durante una vacanza al mare, la protagonista vede suo marito Filippo giocare con il figlio di una coppia d’amici (Pietro), e rimane colpita dalla spensieratezza della scena. Tanto colpita che, ammette la protagonista, in quel momento ha forse sentito per la prima volta il desiderio di diventare madre:

Forse sbaglio a credere che ci sia stato un momento in cui davvero mi sono detta: potrei farlo.
Ma se devo indicarne uno, allora vedo Filippo giocare con Pietro sulla spiaggia.

Si tratta chiaramente di un punto di svolta, che dovrebbe portare la protagonista a rivalutare le sue idee: forse la vita non è solo sofferenza, forse suo figlio non sarebbe necessariamente infelice. E ancora: è giusto rinunciare alle cose belle per via della paura? Quando la paura è legittima e quando è soltanto paranoia?
Invece da questo punto in poi il racconto prende una piega moscissima, insignificante e del tutto fuori tema: Aurora non riflette sulla felicità, sull’infelicità e sulle gioie che la vita può riservare, invece si preoccupa piuttosto che Filippo le tenga nascosto il desiderio di costruirsi una famiglia…

Ma adesso non riuscivo più a ricacciare indietro il dubbio: cosa voleva, davvero, mio marito? Sul serio essere padre non gli interessava, era una possibilità che mai si affacciava nei suoi pensieri?
La verità è che non lo sapevo, perché non gliel’avevo mai chiesto.

Bussola sceglie di proseguire la narrazione spostando il focus dalle paure di Aurora ai desideri di Filippo… ma è una scelta insensata. È infatti Aurora il cuore del racconto, perché è Aurora il personaggio irrisolto e confuso. Intendiamoci, se Aurora ci avesse detto che detesta i bambini, che non ne sopporta le urla, che nemmeno veder giocare Filippo e Pietro la smuove dalla sua decisione, allora sì sarebbe stato ragionevole incentrare il racconto su Filippo, perché in quel caso la protagonista sarebbe stata un personaggio risoluto, netto e “finito”, su cui l’autore non avrebbe avuto molto da raccontare.
Ma nel modo in cui ci è stata presentata Aurora, è chiaro che si tratta di un personaggio tutto in divenire, ancora incerto e perciò aperto ai cambiamenti. E noi lettori siamo curiosi di conoscere quali saranno questi cambiamenti, non abbiamo alcun motivo di interessarci ai sentimenti di un personaggio secondario.

L’insensatezza di questo cambio di argomento è ancor più evidente nel confronto finale tra Aurora e Filippo:

[Parla Filippo] – Almeno noi non correremo mai il rischio di essere dei genitori di merda. Non è una bella notizia? Non aggiungeremo altra sofferenza nel mondo.
– Non aggiungeremo neanche altra gioia, però –. Non capisco da quale parte di me, da quali abissi sia affiorata la frase.
– Che vuoi dire?
Ormai è troppo tardi, non ha senso tirarsi indietro.
– Fili, sei sicuro, vero?
– Sicuro di che?
[…] Ci guardiamo, lui sembra sul serio non capire.
– Amore, – dico, – ti sei mai chiesto perché non abbiamo il desiderio di un figlio? Non sarà che è perché non crediamo abbastanza in noi come coppia?

Davvero lettori, sono senza parole. Cerchiamo di ragionare: il dialogo è inizialmente incentrato sul risparmiare al bambino una “vita di merda”, e Aurora interviene per mettere in discussione la tesi di Filippo, per cui necessariamente il bambino soffrirebbe se venisse al mondo. Questo intervento, che Bussola dice provenire dagli “abissi” di Aurora, indica che in quest’ultima è in atto un cambiamento: la protagonista cioè non è più in sintonia con il suo compagno, e inizia a persuadersi che negare la vita significa negare anche la gioia, e non soltanto il dolore. Si tratta in breve di un “momento di frattura”, in cui ci accorgiamo che Aurora è ormai diversa dalla donna che abbiamo conosciuto a inizio racconto.
Sarebbe logico che il confronto continui su questa direzione, con Aurora e Filippo che discutono su quanta “merda” ci sia realmente da affrontare nel corso dell’esistenza, che cercano di trovare un nuovo punto di incontro su cui basare il loro matrimonio… ma ecco che, di nuovo, Bussola cambia argomento e fa discutere i coniugi sulla saldezza del loro amore, come se il momento di frattura non ci fosse mai stato, come se dagli abissi di Aurora non si fosse mai alzata una voce di protesta. Perché la protagonista abbia sentito l’impulso di contraddire Filippo, e che cosa sia mutato nella profondità del suo animo non lo sapremo mai.

La morte ti fa picchiatella

Ci sarebbero ancora molte altre riflessioni da fare su molti altri racconti, ma vorrei andare al dunque parlandovi della storia del personaggio più importante di tutta la raccolta. Eh sì, sto parlando di nuovo di lei, di Mira. Ebbene, anche il suo intreccio è caotico e insensato. Tanto per cominciare, badate alle persone presenti al suo funerale: a eccezione di sua madre e di sua figlia, tutti i presenti sono individui che hanno avuto a che fare con Mira quando era già una donna di una certa età. Non ci sono conoscenze appartenenti al passato di Mira, come ad esempio la compagna di classe delle superiori, la cugina o l’amica d’infanzia. Ecco, la scena ricorda vagamente il finale del film La morte ti fa bella, con il funerale del dottor Ernest a cui partecipano quasi esclusivamente persone che il defunto ha conosciuto durante la sua “nuova vita”, iniziata dopo aver abbandonato la moglie egoista e superficiale. Il significato, in quella scena, è chiaro: abbandonando uno stile di vita materialista e privo di significato, Ernest è diventato una persona nuova e migliore. Ciò l’ha portato ad amare e, soprattutto, a farsi amare.
Come Ernest, anche Mira pare aver vissuto “due vite”, o perlomeno questo è ciò che confida a Margherita:

[…] [sono] priva di rimpianti, perché alla fine ho vissuto due vite piene.

Bene, deduciamo quindi che, in una prima fase della sua vita, Mira non è riuscita a godersi appieno l’esistenza: ha dato importanza alle cose sbagliate e ha trascurato i veri valori, e ciò l’ha resa una donna scorbutica. Al contrario, in seguito a un evento spartiacque, Mira capisce finalmente qual è il modo giusto di stare al mondo, ed entra così nel cuore della gente.
Resta solo da capire qual è questo evento spartiacque. Lo scopriamo sul finire del libro, in due importanti capitoli. Uno è quello in cui prende la parola Emma, la figlia di Mira, nell’altro invece parla la sua coinquilina. In questi capitoli, ci vengono svelate due informazioni importantissime. Innanzitutto scopriamo che Mira, proprio come il dottor Ernest, ha divorziato. E poi, che ha divorziato per andare a convivere con una donna, la sua amante.

Ah lo so, adesso mi state guardando in cagnesco. Parrebbe un intreccio perfetto e impeccabile, non è vero? A causa delle convenzioni sociali, Mira era costretta in un matrimonio che la rendeva infelice e frustrata, e una persona infelice e frustrata è probabilmente anche una persona un po’ scostante, rancorosa, arrabbiata… insomma, non proprio il tipo di persona con cui è gradevole trascorrere un quarto d’ora. Ecco perché al funerale di Mira ci sono soltanto donne conosciute dopo il divorzio: per via del matrimonio che la rendeva infelice, Mira non è riuscita a legare con nessuno nella sua “vita precedente”.
A posto così, caso chiuso. Oppure… no?

Già, perché qui stiamo dando per scontato un dettaglio non da poco… e cioè che Bussola sappia che Mira, nella sua vecchia vita, non avrebbe dovuto essere la stessa dolce e saggia vecchina che abbiamo conosciuto nel corso della raccolta.
Sì, avete capito bene: vecchia vita o nuova che sia, Mira ha sempre avuto lo stesso carattere, è sempre stata onesta, corretta, amabile, legata ai veri valori, come apprendiamo dalle parole di sua figlia…

Lei era sempre stata una buona madre, una moglie devota, un’ottima professionista […]. Proprio lei che mi aveva insegnato l’importanza della famiglia, della responsabilità, che mi aveva costantemente spinta a distinguermi anche quando avrei avuto voglia di confondermi, quando mi sarei sentita più a mio agio fra gli ultimi. Lei che mi aveva incitato a diventare la versione migliore di me stessa, a vivere secondo le sue regole di onestà e rettitudine, a rispettare gli impegni presi, a proteggere e curare gli affetti.

Ed ecco che l’intreccio che pareva perfetto e impeccabile si sgretola impietosamente: se Mira è sempre stata adorabile e saggia, non esiste un vero evento “spartiacque”, e non ha alcun senso che al suo funerale manchino vecchie sue conoscenze e amicizie.

Brrr… che telling!

Insomma, non c’è bisogno che aggiunga altro: gli intrecci progettati da Bussola semplicemente non funzionano. L’autore non riesce a mettersi davvero nei panni dei suoi personaggi, non riesce a penetrare nella loro mente, non riesce a ricostruire i loro pensieri e processi logici. Il risultato è che i personaggi ci appaiono estranei, le loro reazioni innaturali, le loro storie molto distanti dalle nostre. Sicuramente acuisce questo senso di distanza lo stile. Nonostante Bussola adotti un registro molto colloquiale, non riesce a rendere la narrazione meno fredda, per via del telling che prevale spesso sullo showing.
Oh, sia chiaro, non concordo affatto con la moda contemporanea di scrivere ogni singola pagina di un romanzo secondo la tecnica dello show don’t tell. È innegabile tuttavia che in una storia ci siano scene che necessitano di essere mostrate, se si vuole che il lettore ne percepisca il dramma.

Vi faccio subito un esempio con un brano che abbiamo già affrontato, quello in cui Margherita racconta la tristezza e il senso di inutilità conseguenti alla morte della zia:

Quando la zia muore, io ho dodici anni e mi sento di colpo sola. Non è soltanto la tristezza per la sua morte, non è il fatto che eravamo amiche. Mi manca sentirmi utile, necessaria.

Ecco, il momento raccontato rappresenta un punto di svolta all’interno della trama di Margherita, perché motiva la protagonista a diventare infermiera. Si tratta quindi di un momento denso di emozioni che la protagonista deve comprendere ed elaborare. Margherita però queste emozioni ce le racconta in maniera assai spicciola, con un semplicissimo “mi sento di colpo sola”. Il brano avrebbe avuto su di noi tutt’altro impatto se Bussola fosse riuscito a farci immedesimare in Margherita e a farci provare la stessa sensazione di inutilità e di solitudine, con un brano simile:

“Salgo le scale, come al solito, e saluto la zia. Non ricevo risposta. Do un’occhiata alla sua stanza e mi accorgo che la poltrona, la sua poltrona, è vuota. Dov’è la zia? Noto mia madre piangere in un angolo. Dov’è la zia?, ripeto, ma non mi risponde. Arrivano altre persone, parlano con la mamma, parlano fra loro, nessuno bada a me, nessuno mi guarda, nessuno mi domanda come sto. Dov’è la zia?”

Eh, ovviamente non sono una scrittrice e questo brano è un po’ quello che è, abbiate pazienza… Però notate la differenza? Sentite l’ansia, il martellamento del pensiero che si fa ossessivo (“dov’è la zia?”), lo smarrimento dovuto al non capire quello che succede e alla perdita dei vostri punti di riferimento? Sentite la solitudine? Non vi sentite forse più scossi e toccati rispetto a quando Margherita vi dice “mi sento di colpo sola”?

Andiamo con un altro esempio, tratto da un altro racconto: stavolta la protagonista è Maddalena, una donna che si è ammalata di tumore al seno. La mastectomia la segna psicologicamente, facendola sentire meno sensuale, meno attraente, meno femminile. E di certo non l’aiuta il fatto che Christian, il suo partner di sesso occasionale, la tocchi in maniera diversa rispetto al passato…

Mi faceva bene scopare con Christian, ma la chemio mi provocava continue e dolorose cistiti, allora abbiamo smesso. Abbiamo smesso anche perché li vedevo, i suoi occhi, mentre mi accarezzava i capelli sempre più radi, o quando cercava di evitare la cicatrice della mastectomia, e non voglio che l’amore sia così nemmeno se è solo sesso.

Ecco qua, Bussola tocca di nuovo un tema delicatissimo: la sessualità del corpo malato, un corpo che è a metà fra la vita e la morte, che non suscita attrazione fisica ma commiserazione.
Ciò nonostante Bussola lo tratta in maniera sbrigativa e superficiale, senza riuscire a replicare su carta la crudezza che un momento simile detiene nella vita reale. Di conseguenza si perde tutta la tragicità della scena. Anche in questo caso, sarebbe stato più opportuno adottare lo showing anziché ricorrere al telling. Avremmo dovuto vedere svolgersi tutta la scena di fronte ai nostri occhi: Maddalena che cerca conforto e convalidazione tentando un approccio con Christian, Christian che dapprima tentenna impercettibilmente, e che poi ricambia il bacio di Maddalena con inusuale foga, cercando di distrarla dall’erezione assente. È solo in questo modo che viviamo insieme a Maddalena lo shock del rifiuto.

Ultimo esempio, tratto dal racconto di Alma. Alma è una donna che “non ce la fa più”; si sfoga scrivendo una lettera, dopodiché la invia a un indirizzo scelto a caso dall’elenco telefonico. L’uomo che riceve la lettera le risponde, e Bussola racconta la scena così:

La lettera venne ricevuta da Franco. L’uomo lesse tutto e decise di inviare una risposta, dato che sulla busta era riportato il mittente.
Quando Alma la ricevette, si meravigliò come mai prima.

Caspita lettori, ma sentite anche voi quanta freddezza c’è in questo telling? Non sembra che Bussola stia raccontando una storia, ma il suo riassunto: si preoccupa soltanto di raccontarci quello che succede (Alma si meraviglia), e si disinteressa di renderci partecipi della storia. E ancora una volta, un ottimo modo per renderci partecipi era adottare lo show don’t tell. Guardate la differenza:

“Alma si alzò, come ogni mattina. Come ogni mattina preparò il caffè e mise la moka sul fuoco, come ogni mattina accese la televisione per guardare il telegiornale, e come ogni mattina la spense dopo pochi minuti: tutte quelle brutte notizie le risultavano intollerabili.
Poi, come ogni mattina, controllò la posta: bollette, volantini pubblicitari, c’erano belle offerte al Conad, forse più tardi ci sarebbe passata. C’era un’ultima busta. Strana. Una busta di carta celeste. Adesso mandavano le bollette con la carta celeste? Alma se la gira e rigira tra le mani, legge un nome: Franco. Chi è Franco? Conosceva qualcuno che si chiamava così? Non le sembrava proprio, eppure era inequivocabilmente lei il destinatario. Possibile che ci fosse stato un disguido? Forse avrebbe dovuto telefonare alle poste, ma la curiosità e un’improvvisa speranza le si accesero nell’animo. Poteva essere…?
Strappò la busta, e lesse la lettera con avidità. La moka borbottava, ma Alma non se ne curò. Quella non era più una mattina come le altre.”

Perché questo brano è “migliore”? Be’, guardate il modo in cui è strutturato. Si inizia con la descrizione della piatta routine di Alma, leggendola il lettore dovrebbe annoiarsi o quantomeno percepire la noia della situazione raccontata. Arriva poi un elemento estraneo alla routine, una novità: finalmente qualcosa per cui il lettore può eccitarsi ed entusiasmarsi. Ma la curiosità del lettore non è immediatamente soddisfatta: Alma tentenna, si pone delle domande, temporeggia, e ciò esaspera chi legge, che sa già che la lettera è stata inviata proprio da “quel” Franco e che non si tratta di un errore delle poste. Infine, il lettore ottiene ciò che vuole: Alma apre la lettera, la legge, la storia finalmente inizia.
Ora, vedete che in un brano simile il lettore sperimenta un su e giù di emozioni? Noia, eccitazione, irritazione, frustrazione, appagamento. Eppure il senso del mio brano equivale alla frase “[q]uando Alma la ricevette, si meravigliò come mai prima”, non ho modificato il contenuto della storia.
Tutta la differenza consiste in questo: io ho cercato un modo di intrattenervi e di darvi emozioni, Bussola no, si è accontentato di dirvi banalmente quello che è successo, nient’altro.

E bravo il lettore!

In conclusione, Bussola non è riuscito né a escogitare trame interessanti, né a dar vita a ritratti di donna credibili, né a mettere a punto uno stile e un ritmo appassionanti. Eppure… eppure Il rosmarino non capisce l’inverno ha ottenuto grande successo, e chi lo legge si ritrova alla fine commosso e con le lacrime agli occhi. Perché?

Be’, la cruda verità è questa: far piangere è facilissimo. Sul serio, la vita è piena di situazioni traumatiche, di asperità, di momenti difficili e di lutti, e ci è sufficiente ricordarlo per deprimerci all’istante.
È proprio questo che fa Bussola: farci ricordare. Nei suoi racconti, rievoca una serie di tristi “situazioni tipo”, che quasi tutti noi abbiamo affrontato sulla nostra pelle o su quella dei nostri cari: la frustrazione per gli obiettivi non raggiunti, la sensazione di aver imboccato il percorso di vita sbagliato, il divorzio, il tumore al seno, la perdita del coniuge e del genitore…

In breve, se leggendo Il rosmarino non capisce l’inverno il lettore si commuove non è merito di Bussola, ma della memoria dello stesso lettore, al quale le situazioni raccontate nell’opera riaprono vecchie ferite ed evocano immediatamente sensazioni sgradevoli: sconforto, disperazione, solitudine. È in realtà il lettore che sta scrivendo la storia, completando con la propria esperienza tutti i buchi narrativi e arricchendo di sfumature personali lo stile piatto e distaccato.

Ecco tutto: Bussola non merita il suo successo, però i lettori meritano di leggere qualcosa che possa aiutarli a compiere una catarsi. E Il rosmarino non capisce l’inverno è senza dubbio un libro brutto e malriuscito, ma forse può aiutare qualcuno a rivivere vecchi ricordi dolorosi e, finalmente, ad affrontarli. Se questo è ciò di cui avete bisogno, allora Il rosmarino non capisce l’inverno potrebbe fare per voi. Buona catarsi e… buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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