Il pescatore di Lenin – Lorenzo Beccati

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In sintesi:

il pescatore di lenin romanzo di lorenzo beccati edito da oligo editore

Fa il pescatore e non nuoce a chicchessia, ma guai a comandargli qualcosa o obbligarlo. Perde il senno. È un ribelle per natura».
«Da come me lo avete descritto, abbiamo una grande fortuna. Su quest’isola c’è un vero socialista».

Un viaggetto a Capri

Lettori, sarà un luogo comune, però è vero: grazie a un libro possiamo viaggiare. Vi piacerebbe fare un giretto a Capri? Nessuna risposta negativa, immagino. A parte forse dagli amici capresi; ma non preoccupatevi, lettori della bella isola, anche voi potreste visitare una Capri mai vista. Come? Ad esempio… viaggiando nel tempo! Ebbene, non sto per proporvi qualche strano pacchetto vacanza, no, vi propongo un romanzo che vi trasporterà proprio nello spazio e nel tempo, nella Capri di inizio secolo… scorso! E avrete anche un bel compagno di soggiorno, un vero compagno, uno che non si incontra di certo tutti i giorni: il compagno Lenin, vi dice niente?
Sì, Il pescatore di Lenin, questo è il titolo del libro, racconta appunto la vacanza caprese del grande rivoluzionario. No, non siate perplessi, non si tratta né di una cronistoria né di un diario ozioso, c’è una trama studiata, dal sapore tragico e quasi neorealistico: Lorenzo Beccati, infatti, ha deciso questa volta di mettere da parte le dinamiche del thriller, suo genere prediletto. Lorenzo Beccati… questo nome sarà forse a molti di voi lettori meno familiare di quello di Lenin, eppure è davvero noto e non solo in campo letterario. Già, Lorenzo Beccati è la voce del Gabibbo, anzi, è la voce e il cervello del Gabibbo. E, come vedremo, il Gabibbo può essere soddisfatto del cervello che si è trovato in sorte.

Prima dell’ottobre rosso…

Andiamo per gradi. La storia raccontata da Lorenzo Beccati è ambientata ben prima della Rivoluzione d’ottobre, nel 1908 per la precisione: in quel periodo, Lenin è già il capo indiscusso dei bolscevichi e si trova appunto a Capri. No, non è proprio una spensierata vacanza prima delle grandi fatiche storiche. Lenin è stato invitato a Capri da Maksim Gor’kij, il quale ha già potuto saggiare le bellezze e le “potenzialità” dell’isola. Gor’kij, infatti, è stato esiliato dalla madrepatria nel 1905, proprio per aver aderito al bolscevismo: esiliato sì, ma con un certo stile, giacché la sua nuova casa l’ha stabilita proprio in uno degli indiscussi paradisi terrestri. A Capri, Gor’kij non se n’è stato con le mani in mano, anzi ha fondato una scuola con l’obiettivo di formare nuovi rivoluzionari. Ecco, Lenin approfitta dell’invito non solo per godersi le bellezze capresi, ma anche per sorvegliare da vicino la scuola di rivoluzionari di Gor’kij.

Sia chiaro, lettori: fin qui Beccati non ha inventato proprio nulla, si è “limitato”, per così dire, a tratteggiarci fedelmente un quadro storico sconosciuto ai più. Gor’kij ha davvero soggiornato a Capri, ha davvero invitato Lenin, ed è davvero esistita una scuola caprese di rivoluzionari.
Ma il nostro autore ovviamente arricchisce ulteriormente questa già suggestiva base storica, immaginandosi una commovente amicizia fra Lenin e un umile pescatore caprese, Antò il muto. Capiamo già molto della faccenda considerando il modo in cui Antò accoglie il capo dei bolscevichi, manifestando cioè un enorme entusiasmo sotto forma di totano:

Ebbe [Lenin] un sussulto quando scorse il pescatore portare il braccio dietro la schiena. Invece che un’arma, con grande stupore, vide che teneva in mano un totano nero alto quanto mezzo uomo. Il pescatore non parlò e gli fece cenni eloquenti e ripetuti esortando a prendere ciò che gli offriva.

Non è Il postino di Lenin

Beccati si è inventato un’amicizia fra un personaggio famoso e un umile poveraccio, sullo splendido sfondo dell’Italia meridionale: vi ricorda qualcosa, lettori? Se avete visto Il postino, l’ultimo film del compianto Massimo Troisi, avrete senza dubbio risposto alla mia domanda in un batter d’occhio. Non dovete però essere precipitosi, traendo conclusioni affrettate: sì, perché Mario Ruoppolo e Antò hanno poco in comune. Se Mario è timido, impacciato, e ha bisogno dell’aiuto di Neruda per uscire dal guscio e conquistare la donna amata, Antò è invece un personaggio molto più spavaldo e “tosto”. Non solo conquista da sé Carmela, una splendida ballerina caprese, ma la sfoggia con insolenza davanti a Lenin e alla sua sofisticata accompagnatrice:

Lenin passò alle presentazioni.
«Antò, Elizaveta. Elizaveta, Antò».
[…]
Il muto guardò la donna, ma non come lei si aspettava. Pareva le fosse indifferente. Lenin non si diede per vinto, inclinò la testa e gli schiacciò l’occhiolino di nascosto per avere un parere tra uomini sulla bellezza della sua accompagnatrice. Antò alzò le spalle con sufficienza e non gli diede soddisfazione alcuna. […] Antò decise di porre termine ai dubbi dell’amico e con un solo movimento, spalancando la porta, spiegò senza bisogno di parole la sua esibita mancanza d’interesse.
Nel suo letto c’era Carmela, la ballerina di tarantella, che si copriva le nudità con il lenzuolo […].

Proseguendo la lettura, capiamo che Antò è sostanzialmente un uomo di scarsa cultura, rude, poco elegante, però dotato di un’immensa energia e di una potente forza di volontà. Sa davvero il fatto suo e sa stare al mondo non meno di Lenin, anzi. Antò non cerca dunque un maestro, i fatti e le strade della vita li ha già ben ordinati in mente: il pescatore, in realtà, vede in Lenin uno strumento, l’ingranaggio che manca per mettere in moto la macchina di liberazione dei capresi. Antò non si aspetta di ricevere la buona novella di tempi migliori, si aspetta di vedere la mano che brandisce la scure e spezza le catene dell’oppressione di classe:

Antò stava attendendo Lenin, ma non da ora.
Un capo così, un condottiero senza dubbi che lotti per la distruzione delle classi lo aspettava da tutta la vita.
Antò era sicuro che non fosse un capriccio del destino ad averlo condotto a Capri, ma una ragione importante.

Il grande equivoco

Non è soltanto il naturale temperamento sanguigno a instillare in Antò desideri di radicale trasformazione sociale: il nostro pescatore ha in effetti tutti i motivi per desiderare una rivoluzione, ha sperimentato sulla propria pelle il significato di essere alla base della piramide. Nato da una famiglia indigente, in gioventù una volta rubò un pezzo di carne solo per dare ai suoi qualcosa da mettere sotto i denti: ai tempi un simile furto, a Capri come altrove, era un delitto da punire, non importa se dettato dalla disperazione. E il povero Antò fu punito, sì, in un modo così brutale, da avergli tolto perfino l’unico bene di sua proprietà: la voce.
Sappiamo a questo punto che cosa vuole Antò da Lenin: purtroppo però per il pescatore, Lenin non è a Capri per organizzare la rivoluzione. Ecco, il grande equivoco, la sabbia su cui si reggono le fondamenta dell’amicizia fra Antò e Lenin: Antò trepida al pensiero del segnale di Lenin non rendendosi conto che il compagno non ha intenzione di dare alcun segnale.

Com’è prevedibile, lungo la trama de Il pescatore di Lenin il fatale qui pro quo scatena una serie di attriti fra i due amici. Ad esempio, Antò non riesce a capacitarsi del fatto che il capo dei bolscevichi si metta in mutande a prendere il sole: è una mise adatta a un turista qualunque, e quasi fa pensare che Lenin non abbia idea dei pericoli che è chiamato ad affrontare…

Antò lo osservò ancora e si rabbuiò in volto, contrariato, perché il russo si mostrava spudoratamente in mutande, perdendo molto della sua autorità, del carisma. Appariva un uomo indifeso e non un guerriero. E questo gli dava fastidio […].

Un altro motivo di discordia tra i due è la continua frequentazione di nobili e di borghesi, una condotta del compagno Lenin che Antò riesce a interpretare unicamente come un tradimento nei confronti del popolo e degli ideali rivoluzionari:

Lo accusava d’essere un traditore del popolo, un venduto all’aristocrazia, un loro ruffiano. Ansimava, soffocato dall’emozione per il biasimo che stava vomitando addosso all’uomo che più ammirava al mondo.

La rivoluzione caprese

Ebbene, Il pescatore di Lenin ci regala dei momenti davvero amari e realistici nella serie di illusioni tipicamente umane che racconta: in fondo, Antò vede in Lenin non un uomo, non Vladimir Il’ic Ul’janov, ma un’incarnazione messianica, il capo dei bolscevichi, la mazza che la giustizia storica finalmente sembra voler vibrare sui padroni di Capri. D’altra parte, tutto ciò che Lenin sembra poter dare ad Antò, e più in generale ai proletari come lui, è un po’ di amichevole cordialità ancora molto, anzi troppo, borghese.

Lettori, non deve essere difficile per voi immaginare l’epilogo. La vicenda termina infatti tristemente, con il fraintendimento ultimo: a un certo punto, Antò crede che Lenin abbia dato finalmente il via alla rivoluzione caprese, ma durante il suo personale assalto, durante il suo “privato” contributo al miraggio socialista, è costretto a vedere ogni suo sogno di libertà infrangersi per sempre.

Un po’ più al sangue, grazie

Alla fine, la forza d’animo e la nobiltà degli intenti non contano molto per la Storia, la quale sembra dare i suoi favori a chi vuole, apparentemente con l’unico scopo di ricordare all’uomo la sua trascendente potenza. Perciò non si può avere una diversa opinione, Il pescatore di Lenin propone un tema affascinante e che fa sentire pienamente tutta la sua tragicità.
Tuttavia, bisogna essere sinceri, lo stile di Beccati non riesce sempre ad incarnare adeguatamente lo spirito del romanzo, finendo in alcuni punti col sembrare leggero, anche troppo leggero.
Ad esempio, Beccati indugia molto sulla bellezza di Capri, un’isola che già a quei tempi attirava turisti da tutta Europa, come abbiamo visto:

L’imbarcazione planò su una lastra di cristallo di un azzurro abbacinante. Uno specchio segreto per il cielo.

Il mattino dopo, il cielo sembrava una tovaglia azzurra trapuntata di rondini e senza l’oltraggio di una nuvola.

Capri si faceva bella per la notte indossando la sottoveste rossa del tramonto.

Il nostro autore, però, sembra essere incline a sorvolare sui dettagli più crudi e più realistici, perché ad essi non dedica altrettanto spazio con le sue descrizioni. Beccati infatti ci racconta sì di fame e violenza…

Tagliò una fetta di pane grigio, ci mise sopra un paio di acciughe e si prese il tempo che ci voleva per la benedizione del mangiare.
Bisognava celebrare la fortuna di avere di che sfamarsi, visto che tanta gente se ne moriva di fame […].

… ma non dà mai un ritratto spietato della miseria: allude, ma allude eccessivamente, chiedendo al lettore uno sforzo di immaginazione che toglie a Il pescatore di Lenin una parte della sua godibilità. Ciò che emerge dalle scelte narrative dell’autore è una povertà più folcloristica che tangibile, quasi un ritratto di maniera, che non induce nel lettore vivi sentimenti di risposta. Belle e generose popolane che ballano la tarantella, pescatori che si passano il vino da una barca all’altra mentre mangiano pane al pomodoro, “scugnizzi”: sì, ma su queste figure non compaiono mai, ad esempio, l’incarnato pallido, le guance scavate e le costole sporgenti della fame vera.

Tragico e carismatico

Eppure, nonostante questi difetti dal lato dello stile, la trama riesce ad avvincere e a trattenere il lettore fino all’ultima pagina. Il personaggio del pescatore è infatti assai interessante e ben congegnato: miserabile e spavaldo al contempo, schiacciato dagli eventi ma irriducibile, Antò è un eroe carismatico che riesce ad oscurare perfino Lenin. È una di quelle canaglie, nel senso positivo della parola, che costringe il lettore a parteggiare per lui, non importa a quale costo.
E dunque, se partiti con l’idea di un viaggetto avete ora capito che vi mancava una storia di tragico eroismo, Il pescatore di Lenin potrebbe essere ciò che fa per voi. Se gli darete un’occasione, io vi auguro di cuore una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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