Il palazzo delle voci dimenticate – Matteo Coluzzi

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In sintesi:

aautori emergenti

Gli era sembrato quasi di vedere le due mani al rallentatore, avvicinarsi lentamente per poi restare distanti se non per pochi millimetri, quegli stessi pochi millimetri che avevano eternato l’immenso tra il dito di Dio e quello dell’uomo nella creazione michelangiolesca. E invece le mani alla fine si erano non solo toccate, ma strette in una morsa che aveva sorpreso entrambi.

Autopubblicato, ben fatto!

Il palazzo delle voci dimenticate è un romanzo autopubblicato da Matteo Coluzzi su Youcanprint, ed è la dimostrazione che non sempre i libri pubblicati da sé sono lo scarto delle case editrici e che non hanno alcun valore, tutt’altro: tra i libri degli emergenti, è il migliore che abbia letto finora. Chi crede che l’autopubblicazione sia la soluzione dei perdenti non vede che piccole, ma anche grandi case editrici sono spesso tese alla ricerca dell’ennesimo bestseller che possa sfondare nelle classifiche online, che pubblicano più romanzi possibili sperando di arraffarsi quello che porterà loro un po’ di pecunia: i romanzi fuori dalle righe, ma soprattutto i saggi e la poesia sono estromessi da questo grande mercato del banale, del già visto.

La poesia, un pilastro della letteratura, ad oggi non viene più considerata dalle case editrici perché “non si vende più”, sostituita da pile di biografie di calciatori. Se la vostra curiosità non è ancora sopita, abbandonate dunque i vostri pregiudizi e guardate oltre gli scaffali degli store, prestate attenzione anche a chi non ha avuto nessuno a dargli una voce.

Io sono… io, tu sei… tu?

Dopo questa premessa, lunga ma doverosa, vi parlerò del romanzo che mi ha accompagnato in questi giorni: abbiamo due protagonisti, Greg Stuart e Mark Jordan. I loro destini si incrociano in una stanza di un grande e imponente palazzo, più precisamente in uno studio psichiatrico; tuttavia Stuart e Jordan non sono colleghi, o almeno non si reputano tali: ognuno crede di essere lo psichiatra dell’altro, e di avere un paziente bizzarro che finge di essere esperto di psicologia. Fin qui il romanzo ha un sapore inconfondibilmente pirandelliano, ricordando molto Così è se vi pare: l’autore è bravissimo nel non tradirsi, nel mantenere alto il mistero, l’indefinitezza dei ruoli, per esempio con la creazione del personaggio di Susan, la segretaria taciturna e solitaria che sembra non badare a chi entra ed esce dallo studio; tutti sembrano comportarsi proprio come se Stuart e Jordan fossero entrambi psichiatri, ed entrambi avessero un paziente difficile.

È senz’altro una trama complessa da gestire e mantenere coerente, e l’autore ci riesce benissimo, non si intravede nessun errore, nessuna falla. In seguito la trama abbandona l’impronta pirandelliana, per adottare delle tinte più fosche e cupe, più inquietanti e incisive. Questa è una svolta che ho apprezzato molto, poiché l’autore dimostra di essere legato alla tradizione, ma anche di poter realizzare qualcosa di completamente nuovo e originale.

Ci vuole una lima più sottile

A voler essere pignoli, penso che questa parte del romanzo necessitasse di alcune correzioni, si sviluppano alcuni filoni che non considero completamente attinenti, anche se aumentano l’atmosfera di tensione e mistero che caratterizza la seconda metà del libro. Il finale è a sorpresa; anche qui mi sento di fare una precisazione che sottolinea la bravura dell’autore: spesso nei romanzi si abusa del finale a sorpresa, volendo lasciare a tutti i costi un segno nel lettore, e in questo sforzo le conclusioni dei libri sono spesso paradossali, fino ad essere poco credibili. Ciò mi ha portato con il tempo a non apprezzare questo tipo di finale, né nella letteratura né nella cinematografia.

Incoraggiante

Tuttavia la conclusione de Il palazzo delle voci dimenticate non è incredibile, anzi, è perfettamente plausibile: ciò che lo rende sorprendente è il fatto che la trama ci abbia spinto verso tutt’altra conclusione, quasi come se l’autore, mentre leggevamo il suo romanzo, ci avesse ipnotizzato e indotto a pensare esattamente ciò che lui ci chiedeva di pensare. Inoltre, è un finale che costringe a ripensare all’intero romanzo, a ripercorrerlo per capirlo meglio, lasciando comunque la sensazione che nulla si sia risolto, e che il mistero e l’orrore abbiano realmente preso forma.

Al di là di piccoli refusi, pochi errori grammaticali, e, a volte, di dialoghi banali, penso che il meccanismo che muove la trama e i personaggi sia perfetto, e geniale. Un libro consigliatissimo, che spero di vedere prima o poi in libreria.

Buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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