Il morbo di Bahdy – Giorgio Pressburger

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In sintesi:

il morbo di bahdy racconto di giorgio pressburger edito da marietti editore

«Ma si può guarire, dottore?».
«Sì. Esistono dei mali transitori. Il suo è
di questi».
«Dice sul serio? Davvero ci sono dei mali
transitori?»

Tonico intellettuale

Un racconto, ogni tanto, fa bene. Il medico, questa volta, vi consiglia la lettura de Il morbo di Bahdy, poche pagine tratte dalla raccolta La legge degli spazi bianchi, di Giorgio Pressburger. Ah sì, non è un nuovo rimedio contro la lassità cerebrale, in verità è annoverato nella farmacopea delle letture intelligenti fin dal 1989: ora diciamo che si presenta in una nuova forma, più facile da assumere, un ebook leggero leggero adatto a tutti. Però, lettori, vi metto in guardia, resta un farmaco potente. Se credete di poter mandare giù il racconto di Pressburger come fosse un semplice antiacido, allora andrete incontro ai suoi effetti collaterali, ossia vedrete le sue parole farsi ermetiche, confuse e, in definitiva, incomprensibili. Dovete disporvi nel giusto modo, per ottenere da esso i suoi benefici: lentezza, pazienza, ma soprattutto attenzione per i dettagli, perché è proprio negli “spazi bianchi” de Il morbo di Bahdy che si celano le virtù terapeutiche.
Perciò lettori, datemi retta e provate questo ricostituente per l’anima. Prendetevi il vostro tempo: mettetevi comodi, regolate la temperatura della vostra stanza, allontanate ogni fonte di distrazione. Pronti? Cominciamo!

La trama, nero su bianco

In un tempo e in un luogo che non conosceremo mai esplicitamente, un medico si perde fra le connessioni dei suoi pensieri: volgendo la mente al morbo di Bahdy, gli sovvengono alcuni casi clinici curiosi, affrontati in un passato, anche questo, indefinito. Il primo caso riguarda un uomo di circa trent’anni, presentatosi in un silenzioso pomeriggio di maggio. Il nostro protagonista ricorda distintamente i pesanti passi del paziente, senza mezzi termini definito “uno zoppo”, ma ricorda pure che il trentenne fu estremamente discreto, nel momento in cui entrò nello studio: infatti, l’uomo riuscì a non far percepire il suo ingresso, la maniglia e la serratura della porta quasi non emisero suono. Ebbene, il malanno del paziente? Un nodulo “della grandezza d’una noce” sotto la coscia destra. Dopo aver prescritto accertamenti, ecco a settembre ricomparire il trentenne, con l’esito degli esami: un istiocitoma, un cancro “molto raro e di per sé non infausto”. A questo punto, il nostro medico ci informa della conversazione che avvenne con questo paziente, a seguito della diagnosi e… prepariamoci a qualche sorpresa. Il paziente, commentando da sé la propria situazione, non usò eufemismi, dicendosi “spacciato” e dicendolo, stranamente, con una certa calma. Anzi, per qualche motivo, tale idea lo faceva star bene, lo faceva “rinascere”. E le stranezze non sono finite, perché sì vi ho detto che il medico descrive l’istiocitoma come “non infausto”, ma allora, invece di ribattere alle parole del suo paziente, fu sollevato di non avergli dovuto mentire accennando a una “possibile guarigione”. Ah sì? Lettori, qualcosa non va, è inutile nasconderlo. Per ora, tuttavia, lasciamo stare e continuiamo con la nostra esplorazione de Il morbo di Bahdy.

Il trentenne se ne andò felice per la sua condanna a morte, dileguandosi quasi come se avesse attraversato i muri, ricorda il medico. Passa il tempo, passano anni, non si sa di preciso quanti: un nuovo caso. Il secondo caso curioso, appunto. Già, solo che… be’, un uomo, stavolta intorno ai quarant’anni, che si presenta dal nostro protagonista lamentando un dolore al polpaccio destro. Esatto, un caso simile al primo, e non per una pura coincidenza: si tratta del fratello del paziente con l’istiocitoma, nel frattempo deceduto. Sostanzialmente, il copione è lo stesso, solo con qualche piccola variazione. Il polpaccio invece della coscia, sì, e, soprattutto, il nostro medico non si nasconde più: parla lui stessa della gravità della malattia, un’occlusione dell’arteria femorale destra. Ma, avete già intuito, la reazione del paziente è nuovamente serena, quasi soddisfatta.
Prima la diagnosi del nostro protagonista, poi la conferma dagli esami di laboratorio, infine il paziente che se ne va claudicante e scompare sia dall’ambulatorio sia dalle preoccupazioni del medico. Vi state guardando intorno con aria interrogativa. Stiamo leggendo la storia di questo morbo di Bahdy, una malattia che si manifesta alla gamba destra, ma con sintomi non univoci, giusto? Sembra sia così, tuttavia… tuttavia che cosa c’entra il comportamento sereno dei pazienti? È un sintomo neurologico, psicologico? Niente da fare, più di una cosa non torna. Sapete che c’è? Dobbiamo proseguire con il racconto.

Il nostro protagonista ci racconta a questo punto degli anni successivi al caso del secondo fratello. Lasciandosi trasportare dal flusso dei suoi ricordi, lascia perdere malati e morbi, concentrandosi su di sé. Anni di cambiamento: addio all’ambulatorio, addio alle poltrone del padre, addio perfino alla vecchia segretaria, morta a causa di un’epatite virale. Mobili alla moda, una nuova bellezza a fare ordine con gli appuntamenti, uno studio in una zona elegante della città, uno di quei quartieri chic con nomi come “Colle delle Rose” o “Monte della Libertà”. Perché no? Una splendida segretaria e a casa una moglie da manuale, una perfetta casalinga: gli anni più felici, ci informa il nostro medico. Ma un giorno…
Ecco, dopo difficili studi di geriatria e dopo ore passate a insegnare Anatomia Patologica nella prestigiosa “Università di M.”, un medico non può visitare “il corpo luminoso” di una splendida ragazza nuda che subito arriva la telefonata di un rompiscatole. Be’, non proprio un rompiscatole qualunque, un altro paziente. Qualcuno che non vuole, o non può aspettare. Terzo caso curioso, lettori. E l’intuito vi suggerisce bene: un altro fratello. Sì, un bel trio di disgraziati. Non una visita ambulatoriale, è il nostro medico a doversi muovere, con una bella visita a domicilio, una di quelle richieste da situazioni disperate. In effetti, il terzo fratello, un uomo sulla cinquantina, è costretto a letto, perciò trascina il medico dal lusso dei quartieri alti al grigiore del vecchio Ottavo Distretto. Ottavo Distretto che è, tra l’altro, il luogo che ha “visto nascere” il nostro protagonista. In questo terzo caso, l’ultimo dei fratelli non è l’unica presenza: giunto sul posto, il medico è accolto dalla madre dei tre, una donna ormai consumata dalla vecchiaia, del cui passato dà testimonianza una vecchia foto, in cui è in compagnia dei suoi tre figli. Com’è, come non è, il paziente soffre pure lui a causa della gamba destra, gonfia, tumefatta. Tranquilli, lettori, i suoi due fratelli non ce l’hanno fatta, ma il nostro medico ci assicura che non accadrà ancora, il moribondo sta per non morire di… sciatica. E… sorpresa!
Apriti cielo, non l’avesse detto! Sia il paziente sia la vecchia si mostrano disperati per la buona notizia. La madre addirittura rimprovera il medico con queste parole:

«[…] Non le basta avermi ammazzato due figli, ora vuole, che l’Eterno non lo permetta, togliermi anche l’ultimo? Non ha un briciolo di coscienza, lei? Non vede quella gamba com’è ridotta? […] Lo aiuti, oppure ci lasci morire in pace, dottore. Era da tempo che avrei voluto dirglielo, dottore. Ma insomma… con che coraggio lei può affermare che mio figlio non ha una malattia tanto grave?».

Ah, adesso abbiamo proprio capito, il morbo di Bahdy riguarda la salute mentale, deve essere davvero una forma di pazzia, forse una pazzia ereditaria. Una coincidenza i sintomi alla gamba destra. No, no, che si può fare davanti a una simile scenata? Il nostro protagonista, infatti, ricorda di aver interrotto la visita con indignazione. Già, e dopo quella volta… una serie di incidenti di percorso. Scontri con vecchi nemici invidiosi, la perdita della cattedra. Ma c’è davvero una buona notizia finale, lettori: il nostro medico non sente dispiacere per i ricordi che ha rievocato. È diventato più saggio, ha rinunciato alla scienza, perché ha perduto la certezza della verità.

Non sgranate gli occhi, lettori, e non andate via. Adesso è proprio il caso di impegnarci in un bel tentativo di interpretazione.

Malati immaginari

Seriamente, che cosa abbiamo letto? Un racconto… inconcludente e incoerente, una sciocchezza scritta da un dilettante, uno scherzo? No, niente di tutto questo. Ma di sicuro non abbiamo letto soltanto “un racconto”: per capire qualcosa di più, se qualcosa si può capire, dobbiamo tenere a mente l’ossatura della storia così come ve l’ho esposta, per concentrarci ora con molta precisione sui suoi dettagli.
E partiamo dal dettaglio più evidente, che incontriamo fin dal titolo del racconto: il morbo di Bahdy. Lettori, non ve l’ho detto, ma il vero incipit è una bibliografia su questa malattia. Sono citati due articoli medici: uno è del professor Bahdy, e riporta lo studio di una particolare affezione che colpisce gli arti inferiori. Il secondo articolo è attribuito al professor E.D. Puster, e propone alla comunità scientifica la probabile correlazione tra il morbo scoperto da Bahdy e una mutazione del cromosoma Y. Fin qui, tutto regolare, la breve bibliografia dà ragione al nostro intuito e svela in effetti sin dal principio il mistero che per tutto il racconto sembra permeare le parole del protagonista. La bibliografia, apparentemente, confessa pure dell’altro. Non vi ho mai detto come si chiama il nostro medico perché… è un’informazione che manca, nel corpo del testo. Però, alla fine, c’è una firma con le iniziali di colui che ci ha raccontato tutta la storia: “E.D.P”. Riuscite già a capire? Pressburger esige da noi la massima attenzione: non deve sfuggirci che le iniziali con cui si firma il medico sono le stesse di E.D. Puster, l’autore del secondo articolo della bibliografia iniziale.

Ah, dunque il nostro medico si chiama Puster, e il racconto è un suo divagare con il pensiero mentre… si sta dedicando ad approfondire lo studio del morbo di Bahdy? Supponiamolo, e supponiamo pure che si tratti di un impegno non da poco, considerando che Puster ci informa che questo morbo “è sempre più diffuso in tutto il mondo”. Ma ecco, a questo proposito, un altro dettaglio interessante. Provate a cercare su internet “morbo di Bahdy”: troverete che… non esiste. Come, e la bibliografia, gli articoli medici? Cerchiamo anche quelli: nulla, non sono mai stati pubblicati. Pressburger ha inventato tutto. E dire che ci eravamo cascati, tutto sembrava così autorevole! Be’, lettori, immagino però che non siate molto sorpresi, dopo aver riflettuto un attimo su questo colpo di scena. Già, dopotutto non esiste nemmeno l’agente patogeno di cui parla Crichton in Andromeda, si tratta di un espediente letterario collaudato, la narrativa è piena di autori che immaginano epidemie fasulle. Avete ragione. Ma vedete, il fatto è che Pressburger fa lo sforzo di inventarsi una malattia, si sforza di renderla credibile… e poi la mette da parte. Come abbiamo visto, i tre pazienti sono afflitti ciascuno da un male diverso, inoltre il medico (si chiamerà davvero Puster?) non fa più menzione del morbo di Bahdy per tutto il resto del racconto. Di per sé, il morbo di Bahdy sembra essere un semplice preambolo: poiché colpisce le gambe, il nostro protagonista si ricorda di quei tre fratelli che mostravano sintomi alla gamba destra.

La storia, bianco su bianco

Già, i tre fratelli. Dettagli, dettagli, dettagli, ho detto. Tre è un numero interessante, non trovate? Soprattutto se a esso è associato il numero uno, come appunto accade nel corso della nostra storia:

Ho ancora davanti agli occhi i tre pazienti. Ma il caso è uno solo.

Tre pazienti, uno solo il caso. E anche i pazienti sembrano a un certo punto confondersi fra loro:

[Il secondo fratello] Rassomigliava moltissimo, nelle fattezze e nei modi – persino nel vestire – al primo.

Mi apparvero [in fotografia] tre ragazzi, seduti in fila, con le braccia incrociate, tutti e tre con quell’aria radiosa di cui non riuscivo ancora a dare una vera definizione.

Io vado dritta con un’interpretazione mistica. Credo sia alquanto calzante un’associazione con la Trinità cristiana, anche perché, a ben guardare, non abbiamo la certezza che i tre fratelli siano effettivamente tre. Certo, il medico ci dice di aver visto una fotografia con tre ragazzi “seduti in fila”, però si tratta di una prova indiretta. È una fotografia molto vecchia, che ritrae “tre ragazzi” e una donna, la loro madre. Almeno, è il nostro protagonista ad assicurarci che è la loro madre, e sempre lui ci guida nell’associare quella donna alla vecchietta che gli si fa incontro, durante la visita a domicilio. Davvero ciò è sufficiente per farci dire con certezza che i tre fratelli sono… proprio tre fratelli? Del resto, sappiamo pure che il medico “non li [ha] mai visti insieme”, anzi li incontra uno per volta, a distanza di anni: appunto, come vi ho detto, il più giovane “che avrà avuto trent’anni”, il fratello mezzano “sui quaranta”, infine il maggiore “che dalla voce poteva avere cinquanta, sessant’anni”. Ma non potrebbe essere lo stesso uomo che invecchia? Tanto più che i primi due sono perfino caratterizzati in maniera identica: entrambi, durante la prima visita, causano nel nostro protagonista un senso di vergogna, ed entrambi se ne vanno dalla clinica con un impermeabile tenuto sul braccio.
Oh lettori, di sicuro abbiamo sotto gli occhi una “dialettica” (Hegel non si offenderà se gli rubo il suo concetto preferito) continua fra il molteplice e l’unità, una dialettica ripiena di sottili incoerenze logiche, come appunto è la Trinità. E torniamo per un attimo alla fotografia: se i fratelli sono la Trinità, non vediamo forse il divino accompagnato dalla Madre? Che immagine cara a ogni cristiano! Però… c’è un però. Anche se la via interpretativa che ho scelto è suggestiva, devo proprio ricordarmi che Pressburger è ebreo. E l’intero racconto è intriso di ebraismo, a partire dai pochi nomi che compaiono, nomi che fanno venire in mente il ghetto di Budapest, o direttamente un libro della Bibbia (ditemi se le segretarie, Ester e Marta, non vi trasportano subito nella Terrasanta del mito). Già, Il morbo di Bahdy è ebraico, ma la Trinità è totalmente estranea all’ebraismo.

Eppure, io continuo, perché in ogni caso, nel testo, c’è molto altro che mi spinge a vedere il divino nei fratelli. Quale divino, a questo punto, non lo so, però c’è del divino. Ad esempio, ora mi stuzzicano l’immaginazione alcune particolari caratteristiche dei tre misteriosi personaggi, caratteristiche facilmente qualificabili come sovrumane: un aspetto sereno e dignitoso, nonostante la sofferenza, uno sguardo pacato, un’inspiegabile aura radiosa. Un’aura che circonda pure la bellissima ragazza nuda, volete farmi notare. Sì, ma a tal proposito io vedo una differenza, perché la ragazza è soltanto “luminosa”, invece i fratelli sono anche “radiosi”. Luminosa può essere la luna, radioso il sole: la differenza fra una luce riflessa e una emanata. Sarà un caso? Starò cominciando a vedere significati là dove non c’è nulla?
Concorderete almeno con me che il modo in cui i fratelli si presentano al nostro medico è strano. Molto strano. Non si crederebbe che Pressburger stia descrivendo degli incontri, piuttosto io direi che si tratta di apparizioni, quasi delle teofanie

Il pesante rimbombo dei passi sul pavimento svanì ben presto in fondo al corridoio. Il rumore della porta non lo udii neppure, come se l’uomo si fosse dileguato attraverso i muri […].

[…] nell’oscurità di quella stanzetta, ebbi per la terza volta, in tanti anni, la sensazione di trovarmi di fronte a una persona circonfusa da un’aura luminosa.

Chiedere solo un piccolo sacrificio…

Forse si tratta di un’immagine della Trinità, forse no, forse la teologia di riferimento è un’altra. In ogni caso, parlando del divino, qualunque esso sia, qual è una delle prime cose che sovvengono? Il sacrificio, esatto. Un dio che esige sacrifici dall’uomo, oppure un Dio che sacrifica Sé stesso per espiare i peccati dell’umanità. Non so dirvi quale tipo di sacrificio si trovi ne Il morbo di Bahdy, ma so almeno che il nostro protagonista attribuisce l’incomprensibile, serena contentezza dei tre fratelli a un desiderio di sacrificarsi:

Posso azzardare un’ipotesi? Quei tre figli si sono sacrificati per un amore che esigeva da loro questo sacrificio.

Quale amore? L’amore di un dio onnipotente e irraggiungibile, l’amore di un dio provvidenziale, l’amore… di una madre, di una madre terrena, magari nevrotica? “Un amore”, basta così. E un sacrificio per… per che cosa? Per quale scopo? Domande che ricevono una risposta certa e inequivocabile…

Che cosa nascondesse quest’amore e cosa noi intendiamo per amore, è troppo difficile dire e anche immaginare.

Eccoci a contatto con il mistero, proprio nel senso religioso, mistico che ha questa parola. Vi ricordate? Alla fine il medico rinuncia alla scienza. Forse rinuncia perché, come noi che stiamo leggendo il racconto, ha intuito che c’è del mistero a questo mondo? E il mezzo per avvicinarsi al mistero, per sentirlo pur senza comprenderlo, è il sacrificio? Lettori, considerate che il sacrificio è un concetto importante per Pressburger: il nostro autore ha toccato con mano il sacrificio, ha vissuto la shoah, non a caso da lui chiamata “olocausto”, termine che in ambito ebraico è invece evitato, sentito come inopportuno e sacrilego. Ne Il morbo di Bahdy non compare la shoah, non compare la parola “olocausto”, come in altre opere. Però il sacrificio c’è, è scritto nero su bianco e, a me pare, porta al mistero, questo scritto invece bianco su bianco.

La vita degli spazi bianchi

Lettori, non ho finito e devo già concludere. In definitiva, ci ho provato, ma non posso darvi una spiegazione de Il morbo di Bahdy, perché la sua spiegazione sta nell’esercizio intellettuale, e spirituale, che propone a colui che se lo trova per le mani. In questo senso il racconto, di una brevità quasi sconcertante per noi abituati a romanzi gonfi di ormoni, è davvero un farmaco per il cervello. Non si possono leggere le sue parole senza provare da subito quel senso di confusione e smarrimento, che non riesce tuttavia a sfociare in un giudizio negativo. Molte volte non capiamo e di conseguenza ridiamo dell’autore che ha infarcito il suo lavoro di bizzarri nonsense; invece, non capiamo Il morbo di Bahdy, e sentiamo di essere noi in difetto, sentiamo di dover fare di più.
Le incongruenze, i vicoli ciechi, le ridondanze, la precisione di certe descrizioni, le vicende inquietanti e dall’afflato universale: mi sembra che Pressburger, padroneggiando questi e altri artifici, abbia effettivamente raccontato il mistero, quello stesso mistero che si incontra leggendo la Bibbia, o i testi dei grandi mistici di ogni tempo e cultura, o addirittura anche certi trattati scientifici, matematici. O, più semplicemente, Pressburger ha raccontato il mistero che si incontra semplicemente vivendo, perché la vita è ciò che erompe dagli spazi bianchi di poche pagine apparentemente dedicate alla malattia e alla morte.
Ebbene, questo non era Il morbo di Bahdy: no, questo era Il morbo di Bahdy così come si è impresso nella mia mente. Quando lo leggerete, sono certa che sarà diverso, sarà vostro. E vi farà bene: perciò, senza altri indugi, io vi auguro una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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