Il grido di Giobbe- Massimo Recalcati

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In sintesi:

il grido di giobbe saggio di massimo recalcati edito da giulio einaudi editore

Piuttosto la psicoanalisi diverrebbe essa stessa una cattiva teologia se ritenesse di ridurre integralmente la sofferenza all’ordine semiotico del senso.

Si rifiuta di dare spiegazioni

La situazione è questa: siete seduti tranquillamente sulla vostra poltrona performante e vi riposate dopo una giornata di fatiche. Il microclima della stanza è perfetto e intorno a voi vedete i volti che amate, affettuosi e felici. I polpastrelli sfiorano la condensa formatasi sulla bottiglia della dolce e fresca birretta straluppolata che vi aiuterà a godervi la finale dei vostri sogni, trasmessa in chiaro e senza troppe interruzioni pubblicitarie. Sbam! Con un salto in lungo un uomo irrompe nel vostro quadretto famigliare. Urla:

[Il corpo di Giobbe] non è governato dal simbolico ma riflette piuttosto l’eccesso del reale.

Si rifiuta di dare spiegazioni. Lascia la stanza. Quell’uomo è Massimo Recalcati. E la vostra birretta ora è calda.

Siate clementi, lettori, il nostro uomo ha scritto un libro, intitolato Il grido di Giobbe, ed è comprensibilmente euforico. Certo, lui è euforico perché l’ha scritto, noi che possiamo soltanto leggerlo siamo meno emozionati: insomma, se la Bibbia è forse il testo più studiato, più interpretato e più discusso di sempre, il Libro di Giobbe è fra i testi biblici più commentati.
Va bene, si parte da qualcosa di vecchio, però, come si usa dire, può essere interessante considerare il vecchio da una prospettiva nuova: anche perché Massimo Recalcati è uno psicologo, non un rabbino, non un teologo neoscolastico, non un teosofo, e forse può dirci qualcosa di arguto sulla storia di Giobbe. Sì, vero?

Il satana

Non mi piace tormentarvi tenendovi sulle spine: no, non è vero. Ma l’avete già capito dall’affermazione che ho riportato, insomma… che diamine vuol dire? Che cos’è il “simbolico” che dovrebbe governare un corpo, che cos’è un “eccesso di reale”? Ecco, siamo alle solite: o queste espressioni significano qualcosa, e noi siamo tuttavia incapaci di scoprirlo perché l’autore non le spiega, oppure si tratta di pure emissioni di gas (di inchiostro, nel nostro caso) senza alcun senso. Be’, pure sotto questo aspetto niente di nuovo, mi vengono subito in mente le supercazzole alla Fusaro. A essere sincera i conigli verbali di Recalcati non sono tirati fuori proprio dal suo cilindro, sono già stati usati in altri spettacoli da altri prestigiatori, ma per il momento lasciamo stare, ci ritornerò.
Voglio proseguire dal difetto che abbiamo appena messo in luce: non si capisce di che cosa voglia parlare questo libro, commentario, saggio… mah, definitelo come preferite, lettori. Sì, perché le parti che non presentano “eccessi” (di fantasia, non di realtà) sono più che altro un riassuntino del Libro di Giobbe. Leggiamo ciò che succede al “più grande dei figli d’Oriente” nell’introduzione, nel primo capitolo, nel secondo… ed è tutto molto bello, se non fosse per il piccolo particolare che le vicende di Giobbe sono già raccontate, e con maggiore dovizia di particolari, nel Libro di Giobbe. Ecco alcuni esempi del bignamino che ci regala Recalcati:

Satana, che ritiene di conoscere bene quello che accade sulla terra, insuffla a Dio un dubbio generale sulla fede degli uomini. Si metta allora alla prova la fede di quest’uomo fortunato facendo cadere sulla sua testa la mannaia della sventura.

[La storia di Giobbe espone] la trasfigurazione di Dio da padre benevolo a un Dio persecutore che percuote e getta nel fango la sua creatura riducendola a «polvere e cenere».

Un uomo giusto e devoto viene travolto dalla violenza divina che lo costringe a perdere ogni cosa a lui cara: gli affetti piú importanti, i beni e le proprietà, la salute del proprio corpo. Giobbe sopporta nel silenzio questo tormento maledicendo la sua vita, ma non cessando mai di interrogare Dio sul significato di quello che gli sta accadendo.

Aspettate un momento, lettori, l’avete visto anche voi? Eh sì, il nostro psicanalista di fiducia ha proprio scritto “Satana”. Ma allora devo proprio domandarmi: di quale libro sta parlando, in realtà? Non del Libro di Giobbe, sicuro, perché il testo non parla affatto di “Satana”, bensì “del satana”. Una differenza da poco, dite? Niente affatto, perché “il satana” di Giobbe è un soggetto non meglio identificato (forse un angelo, in ogni caso una creatura che può accedere alle riunioni divine) che ricopre, appunto, il ruolo del satana, cioè dell’accusatore, dell’avversario. “Satana”, con la maiuscola, è invece l’entità maligna di cui parlano le varie dottrine cristiane. Ora, il discorso sulla relazione fra il satana e Satana è alquanto complicata, e non voglio inserirmi in un dibattito che mi vedrebbe fare una brutta figura; mi preme più che altro far notare che Recalcati non si preoccupa minimamente di informare il suo pubblico della differenza. Per lui “il satana” è semplicemente “Satana”, così come lo descrivono i cristiani: un buon commento, anche molto molto basilare, al Libro di Giobbe dovrebbe perlomeno avvertire che l’avversario di cui parla il testo è uno dei “figli di Dio”, probabilmente un essere spirituale, non necessariamente il capo dei diavoli, il re dell’inferno, l’angelo caduto che tenta l’uomo.
Ma a Massimo Recalcati non interessa scrivere un buon commento al Libro di Giobbe. E lo dimostra senza alcuna paura, perché a proposito di Satana dice pure che…

Il serpente e Satana restano, almeno inizialmente, nel racconto biblico, due facce della stessa medaglia: l’invidia dell’uomo che vuole tutto (Adamo ed Eva) e la disperazione dell’uomo che perde tutto (Giobbe) cancellano la fede nel Signore […]

Ah. Considerando il testo della Bibbia ebraica per ciò che è, il serpente di Genesi 3:1-5 è… un serpente. D’accordo, parla, però non è un “figlio di Dio”, non è un (o il) satana, non è un essere soprannaturale: è un rettile parlante e intelligente. L’interpretazione di Recalcati, di per sé alquanto confusa (Adamo ed Eva perdono la fede in Dio anche se continuano a parlare con Lui?), è dunque totalmente irrispettosa del testo ed è, in questo senso, antiscientifica. Insomma, si può dire che il serpente e Satana siano “due facce della stessa medaglia” soltanto se si sta ripetendo ciò che i cristiani pensano a proposito dei due personaggi, non se si propone un “commento al Libro di Giobbe”.

Chi se ne frega dell’ebraismo

Ma appunto! Recalcati sembra voler decisamente proporre un “discorso cristiano”, e sul testo del Libro di Giobbe così come è stato accettato (e tradotto) nella versione CEI della Bibbia (2008): le difficoltà filologiche, le interpolazioni, le ambiguità e i passaggi oscuri, pure in maggioranza conservatisi nella traduzione stessa, gli sono totalmente indifferenti. E indifferente gli è pure l’interpretazione non cristiana del Libro di Giobbe: non troviamo mai allusioni a ciò che in ambito ebraico è stato detto di Giobbe, mai. Ad esempio, il nostro autore dà per scontato dall’inizio alla fine che Giobbe sia innocente e puro, ma più di un insegnamento rabbinico mette in discussione questo punto. Giobbe, secondo alcuni rabbini, sarebbe colpevole addirittura di aver consigliato a Faraone l’uccisione dei bambini israeliti, e una parte non trascurabile di dotti ebrei ha storicamente considerato Giobbe colpevole di blasfemia, perché a un certo punto confida in un “salvatore” terreno capace di difenderlo da Dio. Oltretutto, lettori, trovo meritevole di attenzione anche il fatto che Giobbe non appartenga al popolo ebraico: mi domando se ciò sia sufficiente perché Jahvè decida di non tenere in conto la Legge, la Torah, accanendosi sul nostro eroe senza riguardo per le sue opere meritorie. Io, io!, lo trovo interessante, e mi sarebbe piaciuto leggere un’opinione, se non rigorosa e il più possibile “scientifica”, almeno intelligente… oh, via, mi sarebbe piaciuto leggere almeno un’opinione che considerasse la questione!
Niente da fare, Recalcati parte da una serie di assunzioni e io devo per forza gradirle. Io, ma voi con me, lettori. Sia chiaro, il nostro autore lascia tutto implicito, sta a noi accorgerci che il suo saggio non considera il Libro di Giobbe così com’è: e se non siamo informati (o un po’ maliziosi) inevitabilmente finiremo per credere che il Giobbe di Recalcati sia (sempre stato) il Giobbe di tutti.

La scoperta dell’acqua tiepida

Va bene, questo è un gran bel problema per un libro che almeno in apparenza si presenta come un saggio erudito e che “sa quel che dice”, però una volta che abbiamo capito la sua vera natura possiamo anche sorvolare e concentrarci sul messaggio. Dopotutto, dovremmo forse supporre che un appassionato, o un fedele di qualche religione, debba astenersi dallo scrivere le proprie idee e la propria “versione delle cose”, quand’anche si trattasse di un mucchio di bizzarrie? Ah, lettori, ve l’avevo detto che sarei tornata su questo punto, perché è un ulteriore grave difetto de Il grido di Giobbe. Eh sì, già l’abbiamo capito, le opinioni di Recalcati sono inconcludenti. Davvero, non si capisce dove il suo saggio voglia andare a parare. A un certo punto, sembra che la tesi fondamentale sia la differenza ontologica fra Dio e la creatura, infatti il nostro autore ci informa che:

La Legge di Dio non può sopprimere la presenza della sofferenza perché questa presenza coincide con il carattere contingente dell’esistenza stessa.

[…] il gesto divino della creazione implica un taglio, una separazione, una sproporzione ontologica irreversibile tra l’uomo e Dio. Sicché Dio non può assicurare il primato del bene sul male se vuole tutelare la libertà delle sue creature.

Ma questo è… trito. Be’, se non ha scoperto l’acqua calda, Recalcati ha scoperto l’acqua tiepida, perché la “sproporzione ontologica” fra la creazione e il Creatore è una delle tradizionali strategie di “teodicea” con cui si spiega la presenza del male (che si abbatte sui giusti) mantenendo le assunzioni sulla bontà e sulla provvidenza divine. Voglio inoltre farvi notare, lettori, che i due brani sono tratti rispettivamente dall’introduzione e dall’ultimo capitolo: ah, pensate voi, nel mezzo ci sarà una bella dimostrazione, vero?
No, nel mezzo non c’è niente, lo ribadisco.
E a proposito della “teologia” di Recalcati, nel corpo de Il grido di Giobbe si trovano al più altre affermazioni lapidarie, tutte rigorosamente introdotte senza alcuna spiegazione e tutte già viste, per così dire…

La creazione non è solo la luce che fa esistere il mondo ma anche un mistero irrisolvibile per l’uomo.

Il Dio della creazione è il Dio della grazia che sovrasta il Dio della Legge positiva.

Vieni avanti, Biglino!

Dovrei però stare attenta a insinuare che Recalcati sia un teologo. No, non perché è ufficialmente uno psicanalista, ma perché il nostro autore mostra una notevole acredine nei confronti della “teologia”. In effetti, nel saggio contrappone spesso le sue opinioni alle tesi di non meglio identificate “teologie”: a volte si scaglia contro la “teologia degli amici di Giobbe”, altre volte contro la “teologia di Mosè”, altre volte ancora contro una generica “teologia retributiva”. Mi domandate il motivo di questa vaghezza? Non so darvi una risposta incontrovertibile, lettori, però vi invito a riflettere sul fatto che pure un altro autore, Mauro Biglino, critica sempre la “teologia” dimenticandosi di aggiungere l’aggettivo giusto (“ebraica”, “cattolica”, “protestante”…). E Mauro Biglino lo fa perché così si crea un nemico che riesce facilmente odioso e che gli permette di far sembrare più “ragionevoli” le sue idee sul “Dio alieno della Bibbia”. A buon intenditor…

Però forse sono in fallo, e Massimo Recalcati davvero non ha una propria teologia. Del resto, vi ho detto che il suo commento al Libro di Giobbe è evidentemente ispirato dal cristianesimo, sì, ma non vi ho detto da quale setta del cristianesimo. E non ve l’ho detto perché non si può intuire. In più di un caso il nostro autore si riferisce a Lutero e a Kierkegaard, quindi si potrebbe credere che inclini verso il protestantesimo. Ma poi leggiamo questo brano, un riassunto di un commento altrui al Libro di Giobbe:

Non a caso nell’interpretazione junghiana del Libro di Giobbe è solo Gesù, grazie alla mediazione di Maria, che può ristabilire la concordia tra Dio e l’uomo, placando l’ira di Dio e ricomponendo finalmente il suo dissidio con l’uomo, essendo Gesù l’uno e l’altro.

E, notate, ora sembra che Recalcati si appoggi a una visione cattolica, perché considera importante una spiegazione di Jung, spiegazione che ritiene fondamentale la figura di Maria. E per i protestanti, Maria non è così importante.

Lacan – can

Ma ehi, tutto fa brodo, e poi si tratta di citazioni. Che cosa importa della fonte? Se serve per sostenere il (nostro) discorso, aggiungiamola alla ricetta! E a questo proposito, vi metto a parte dell’ennesima pecca de Il grido di Giobbe. Esatto, abbiamo il solito minestrone di citazioni. Ho già menzionato Fusaro e qui torno a riproporre il paragone: Recalcati non è insopportabile come il Diegone nazionale, né per il puro stile (anche se il nostro, come la Calandrone, ha un feticismo per le maiuscole) né per i temi che tratta, però è affatto simile al filosofastro per il metodo. Citazioni, citazioni e ancora citazioni, prese a casaccio e acconciate per l’occasione. Con buona evidenza, deve trattarsi non di una perversione di singoli saggisti italiani, bensì di una disciplina coscientemente appresa durante qualche corso di studi superiori.
Ebbene, oltre a Lutero, a Kierkegaard e a Jung, troviamo di tutto, persino Philip Roth e Albert Camus, con Nemesi e La peste lungamente citati (e riassunti) semplicemente perché hanno una trama vagamente simile a quella del Libro di Giobbe. Talvolta, poi, Recalcati cita e non riflette neanche per sbaglio sulla citazione. Ad esempio, in una nota il nostro autore ci spiega che:

Come sostiene [Philippe] Nemo si tratta di rovesciare il postulato di ogni ateismo secondo il quale «se Dio esistesse non permetterebbe tutto questo male»

Ora, Philippe Nemo può dire quello che vuole, ma Recalcati non si rende conto che le parole del filosofo francese non sono affatto il postulato di ogni ateismo? Anzi, una dottrina che avesse una tale massima come assioma non sarebbe necessariamente atea, sarebbe anticristiana (perché suppongo che Dio, in questo caso, non sia esattamente Jahvè), o al più negherebbe l’esistenza di un dio… buono! Che cosa c’entra l’ateismo? Non si sa, il nostro autore ha letto (o capito) così e ha riportato ciò che ha letto (o che ha capito), fine.
Ma non basta. Recalcati è talmente capace in materia di citazioni, da citare perfino sé stesso. Infatti, prima de Il grido di Giobbe ha scritto un saggio dedicato a Gesù, intitolato La notte del Getsemani. E, indovinate un po’, ne Il grido di Giobbe non manca di ricordarcelo: varianti di “come Gesù nel Getsemani” compaiono nel saggio otto volte, con un’impressionante tripletta in giusto un paio di pagine dell’ultimo capitolo; e La notte del Getsemani compare nelle note bibliografiche quattro volte. Naturalmente, Il grido di Giobbe non soffrirebbe affatto, se fossero soppresse tutte queste occorrenze del Getsemani…
E se adesso credete che Recalcati sia il personaggio pubblico più citato da Recalcati, preparatevi a cambiare idea, perché l’onore va a… Jacques Lacan. Un nome che a molti di voi suona familiare, non dubito. E se vi è familiare so già che sperate in una serie di citazioni parafrasate, così da poterle capire. Sapete ciò che si dice di chi vive sperando, vero? Niente, seguite il consiglio scritto sulla porta dell’Inferno: Lacan compare ne Il grido di Giobbe, suppongo, per una questione affettiva, perché i suoi scritti hanno convinto a occuparsi di psicanalisi il neolaureato in filosofia Recalcati, ma il povero francese è abbandonato nella stessa oscurità in cui si era cacciato da sé quand’era in vita. Potrei riportare più di un esempio per chiarire ciò che dico, tuttavia ritengo che questo sia sufficiente:

Mentre il corpo delle isteriche è un corpo ingravidato dal simbolico, è un corpo che parla, comunica, esprime significazioni enigmatiche attraverso i suoi sintomi, quello di Giobbe assomiglia piuttosto al «regno della pietra» che non a caso Lacan identifica come il dominio del dolore puro refrattario a essere interpretato come messaggio.

D’accordo, d’accordo, abbiamo il solito accumulo di paroloni, scelti unicamente per la risposta emotiva che suscita il loro suono, la solita serie di metafore che veicolano ovvietà o che evaporano, il solito senso che… no, non abbiamo alcun senso. Sul serio, dopo aver letto un tale sproloquio, che cosa sappiamo in più su Giobbe? Forse sappiamo che… il dolore di Giobbe è dolore puro? Bella scoperta! Ma non sappiamo nulla nemmeno su Lacan, perché il suo pensiero (già di per sé astruso e ridicolo) è semplicemente (e approssimativamente) riassunto, quando non è dato per scontato. E se proprio non ne abbiamo abbastanza, se proprio vogliamo considerare un altro passo su Lacan, un passo come questo…

[…] il sintomo si intreccia sempre a una domanda di senso: Quale significato ha la mia sofferenza? Quale senso soggettivo posso attribuire al mio dolore? È ciò che spinge Lacan a identificare il sintomo con la figura linguistica della metafora: un significante – quello della sofferenza sintomatica – prende il posto di un significato rimosso – quello relativo alla verità inconscia del desiderio del soggetto che ha subíto il processo di rimozione.

… siamo al punto di partenza. Ehi, lettori, è vero, ora sappiamo che Lacan identifica il sintomo con la metafora. Perché tale identità? No, questo non lo sappiamo. È corretta, sensata, tale identità? No, nemmeno questo sappiamo. Tutto questo ha davvero a che fare con il Libro di Giobbe? Dobbiamo fare finta che sia così. Tranquilli lettori, non vi sto nascondendo una spiegazione data da Recalcati, al brano che ho riportato segue direttamente questo:

L’esperienza della psicoanalisi recupera la lezione di Giobbe mostrando come il suo lavoro consista proprio nel promuovere il passaggio dalla condizione di sofferenza provocata dal sintomo a quella di una domanda di sapere rivolta all’Altro.

Chiaro, non trovate?

Disturbo psicologico

Non potete più ignorarla. Ed essa è anche l’ultimo mistero del saggio: già, la psicanalisi. Parlo di mistero non a caso, perché il mistero non può essere risolto, giustificato, può soltanto essere contemplato. E infatti io non riesco a giustificare i riferimenti alla psicanalisi, riferimenti che non si limitano ai riassuntini di Jung e di Lacan (oltre che dell’immancabile Freud). No, ci sono molte affermazioni all’apparenza tecniche, del tipo che ho riportato poco sopra, solo che… fluttuano nel vuoto, ripiene di gas inerte. Insomma, il nostro psicanalista si fa “lettore della Bibbia”, ma non riusciamo proprio a capire come si possa dire che rimanga uno psicanalista, mentre legge la Bibbia: giusto per intenderci, non ci aspetteremmo che lo sguardo professionale dello psicologo provi ad analizzare il personaggio di Giobbe come se si trattasse di un paziente in carne ed ossa? Non sarebbe interessante provare a capire se Giobbe è pazzo, se soffre di manie di persecuzione, se il comportamento dei suoi amici (simile a quello che siamo portati a tenere quando ci confrontiamo con una persona depressa) aggrava la situazione, o addirittura se esso innesca una psicosi? Dopotutto, a questo mi riferivo quando parlavo di una “nuova prospettiva”: potrebbe essere interessante il commento di un testo religioso da parte di un professionista con competenze non teologiche, se egli non si servisse di tali competenze? Se un entomologo analizzasse la Bibbia ebraica, che cosa gradiremmo leggere, una rassegna delle specie di insetti descritte dagli autori sacri, oppure un discorso sulla grazia e sulla fede?
Eppure, Massimo Recalcati ci parla proprio di grazia e di fede, come fosse un uomo di Dio e non uno psicanalista. Non troveremo mai nemmeno un tentativo di diagnosticare un disturbo psicologico, non troveremo mai un misero commento sulla verisimiglianza del comportamento di Giobbe; in compenso, oltre alle illuminanti dichiarazioni sulla creazione, possiamo leggere anche queste autentiche perle di ermeneutica biblica e di spiritualità:

Nondimeno è nel Padre che è nei cieli che Giobbe insiste nel riporre la sua fede.

Questa seconda versione della Legge verrà portata a compimento nella predicazione neotestamentaria di Gesú fondata sulla critica del carattere astratto e dogmatico della teologia della maledizione. Ma in realtà si tratta di una critica che già attraversa il corso dello stesso Antico Testamento.

La tesi biblica è che la fede venga prima di tutto, o, meglio, che essa sia quel resto che può ridare senso a tutto.

Torturatore di testi (sacri)

E tutto questo è senza uno straccio di prova. Ma è meglio non chiederle queste prove, perché, quando sente spontaneamente l’urgenza di fornirle, il nostro autore dimostra di avere padronanza solo del modo giusto per torturare i testi e far dire loro la confessione che più conviene. Che più conviene a Recalcati, ovvio. A proposito del concetto di “Padre”, al nostro autore piace inserirlo nel saggio perché consente di introdurre da un lato un parallelo fra il Libro di Giobbe e i Vangeli, dall’altro perché permette di accennare a un vago rapporto conflittuale fra Giobbe e Dio, mantenendo la patina psicanalitica del saggio: ma parlare con disinvoltura di Jahvè come “Padre” in senso stretto è azzardato, perciò Recalcati si premura di trarsi d’impaccio, assicurandoci che ha dei buoni motivi per scrivere ciò che scrive…

Non a caso, come è stato notato da molti commentatori autorevoli, l’etimo del nome Giobbe (‘yyîôb) deriva dall’unione di due parole ebraiche: ‘ayyeh che significa «dove?» nella sua forma interrogativa e ‘ab che significa «padre».

Evviva, peccato però che questa etimologia sia supportata da “molti commentatori autorevoli” e che sia rifiutata da altrettanti commentatori autorevoli, i quali preferiscono il significato di “osteggiato”, “soggetto alle avversità”. Certo, se Recalcati avesse segnalato l’alternativa, il suo discorso sarebbe stato più traballante. E se avesse ricordato al lettore che Giobbe muore a centoquaranta anni dalla sua disgrazia, “vecchio e sazio di giorni” (cioè soddisfatto), avrebbe avuto qualche difficoltà a far passare come un fatto testuale, e non come una libera aggiunta alla storia, il seguente brano, tra l’altro ripetuto più volte nel saggio:

[…] le parole di Dio non annullano il trauma, non risuscitano i figli morti, non cancellano l’esperienza del dolore e della perdita.

Una Coca-Cola in omaggio

Lettori, mi sento di concludere la recensione. Anche se per qualcuno gli studi biblici non sono scientifici, anzi sono una perdita di tempo, io sono dell’avviso che ci si debba impegnare con rigore scientifico anche quando si intende parlare di cose fantasiose, specialmente se da esse si vuole ricavare un insegnamento di qualsiasi tipo. Ebbene, se anche voi siete d’accordo con me, dovete convenire che Il grido di Giobbe è… evitabile. Sì, è l’ennesimo saggio che giudichereste adatto a un menu di McDonald’s, o di Burger King: pubblicizzato e osannato, quando compare in tavola delude sia per l’aspetto sia per il sapore. Un libro le cui pagine portano in vicoli ciechi, un libro superficiale e frettoloso, un libro che non riesce a essere originale neppure per i gravi difetti che dimostra, difetti che ormai abbiamo imparato a riconoscere in decine e decine di altre opere ingiustamente proposte come “profonde”, “capaci di arricchire dal punto di vista culturale”.
Macché! Eppure, lettori, io so che c’è bisogno di libri brutti come questo, esattamente come c’è bisogno del male nel mondo. Sì, il male aiuta ad apprezzare il (poco) bene che accade, e i saggi spazzatura aiutano ad apprezzare i veri tesori, frutto degli sforzi di veri saggi. Ecco, se (ri)leggerete questi ultimi, vi auguro di apprezzarli più di prima. E vi auguro anche buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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