Il grembo paterno – Chiara Gamberale

Ti piace? Condividilo!
In sintesi:

il grembo paterno romanzo di chiara gamberale edito da feltrinelli editore

Qui è tutto insostenibile e insensato.

Rapporto confidenziale

Sediamoci, apriamo le nostre ventiquattrore: tiriamo fuori grafici, foto scattate dagli aerei spia, dati di missioni sul campo, e facciamo il punto. Abbiamo incontrato… uhm, un bel po’ di trash. L’apatica passione raccontata da Alessia Gazzola, e quella troppo porcellina che ci ha proposto Federica Leone. Le pallosità pensate da Levante, le scemenze di D’Avenia, le bambinate di Carofiglio (Frank) e i cul-de-sac filosofici di Carofiglio (l’altro). Una volpe con in testa una corona. Lettori, è chiaro che il mondo della narrativa è sotto attacco: estremisti stanno cercando di minare alle fondamenta il way of life intelligente e raffinato che tanto amiamo. E se pensate che la situazione sia ancora sotto controllo, be’, preparatevi, perché il seguente rapporto confidenziale vi dimostrerà senza alcun dubbio che urge un’azione coordinata per scongiurare un’altrimenti inevitabile invasione trashista.
Il nome in codice della nuova minaccia è “Il grembo paterno”. Un agente nemico, identificato finora con il nome di battaglia “Chiara Gamberale”, è riuscito a introdurre Il grembo paterno nella nostra amata letteratura, eludendo tutti i controlli e le misure difensive che già erano state predisposte. L’analisi dell’intelligence conferma che la minaccia è una versione aggiornata e migliorata di quanto finora abbiamo affrontato: possiede le caratteristiche della lagnosa voce narrante di E questo cuore non mente, una trama che ruota intorno a un’infanzia pseudotraumatica alla maniera de L’acqua del lago non è mai dolce, un flusso di coscienza irritante come quello di Sembrava bellezza, una punteggiatura instabile, del tipo usato nei laboratori Baricco. Fonti sicure indicano che per mimetizzare la minaccia è stata utilizzato un materiale a base di cellulosa, e che l’aspetto definitivo dovrebbe essere quello di una ragazza che regge con sguardo rapito e sognante una confezione di uova. Discuteremo ora il modo di affrontare Il grembo paterno.

Va bene, la smetto. È stato divertente per un po’, ma non voglio certo che la recensione sembri scritta da Tom Clancy. Immagino che a questo punto dovrei spiegare brevemente la trama de Il grembo paterno. Lo faccio, solo sappiate che non è proprio una spiegazione, è più che altro una ricostruzione.
Protagonista e voce narrante del romanzo è Adele, una conduttrice televisiva di quarant’anni. È una donna in conflitto con sé stessa, perché… perché appartiene a una famiglia di “burini arricchiti”. Già, a causa di questa tara genetica, da giovane non ha potuto integrarsi né fra i proletari né fra i borghesi, e ciò continua a tormentarla. Non basta: quel che ha davvero segnato Adele è il complesso rapporto con il padre, un uomo di nome Rocco. I classici screzi, e le incomprensioni d’obbligo, hanno fatto sì che durante l’adolescenza Adele soffrisse di bulimia. Al già drammatico quadro, si aggiunge il fatto che Adele non è mai stata capace di avere relazioni sane con i suoi coetanei: ha sempre vissuto in modo superficiale e promiscuo, e la colpa è della società, eccetera eccetera.
Va bene, concentriamoci sulla bulimia. Flashback! Adele ha diciassette anni: toh!, i suoi genitori notano la malattia e subito la ricoverano in una clinica specializzata, chiamata Villa Lago. Alla clinica, Adele conosce un produttore televisivo, che prima la fa partecipare a… eh… Fame, un reality show sulle ragazze anoressiche e bulimiche, e poi le affida un programma tutto suo… eh… Adelescenza. Ingoiamo (cercando poi di non rigettare) i terrificanti giochi di parole e mandiamo avanti il video con la vita della nostra protagonista: ormai conduttrice a tutti gli effetti, Adele dedica alla televisione numerosi anni, anni in cui continua a intrecciare con gli uomini fugaci ed effimere relazioni, fondamentalmente basate sulla sua ninfomania. A un certo punto, sente il bisogno di restare incinta. Com’è, come non è, grazie alla donazione del seme di uno sconosciuto, e dopo un’operazione in Spagna, Adele rimane incinta e diventa madre di Frida.
Poi, grazie a Frida, Adele conosce Nicola, un pediatra di cui si innamora. Fra i due nasce una storia. O meglio, più che una storia è un casinò, con la parola piana e non tronca: Nicola è sposato ed è un padre di famiglia, e da bravo marpione è ben contento di fare la spola fra il talamo nuziale e la brandina dell’amante. Questa situazione costringe Adele a riflettere sul suo passato e sul suo posto nel mondo…

Uhm, fermiamoci. Stando a ciò che ho scritto, Il grembo paterno racconta la vita di una donna, è il diario di una trasformazione personale: magari non un’evoluzione, magari un’involuzione, ma in ogni caso si tratta sempre di un romanzo di formazione (a fini promozionali l’ha già classificato così qualcuno, e io mi adeguo). Ricordate però il mio avvertimento: ho “ricostruito” la trama, ho cercato di darle un senso. Sì, ho dovuto fare uno sforzo, ho dovuto metterci del mio, come si dice, perché durante la lettura del romanzo, be’… non si riesce nemmeno a isolare il tema principale. Pagina dopo pagina mi sono inevitabilmente interrogata: di che cosa parla, o di che cosa vuol parlare, Il grembo paterno? Sono sicura che effettivamente anche il mio riassuntino vi confonde un po’. Trovate tanta carne al fuoco, ho ragione? C’è l’emarginazione sociale, c’è il conflitto familiare, c’è il disagio psicologico, c’è la sessualità disturbata, c’è la delusione amorosa, c’è la questione della maternità, c’è il problema del matrimonio, c’è il confronto personale con la propria eredità genetica, con l’educazione ricevuta…
Chiara Gamberale, chiunque tu sia, mi rivolgo a te: perché hai messo tutte le tue uova in un paniere? Avevi materiale per scrivere almeno una decina di libri! Una decina di prodotti che avrebbero coperto la domanda dei consumatori per i prossimi dieci anni! Ma insomma, il marketing, i principi di economia! Niente, fanbrodo il marketing. La nostra autrice, armata di sturalavandini, ha spinto tutto quel bendidio all’interno di un romanzo di appena duecento pagine. Piano, piano, ne sono consapevole: il numero di pagine non vuol dire niente. Scrittore capace non è colui che spende tante parole per raccontare una storia, è colui che sa scegliere le parole più efficaci ed evocative, è colui che racconta e non solo trascrive, è colui che riesce a mostrare il mondo ai suoi lettori da una prospettiva sorprendente. Ebbene, non imbocchiamo la strada sbagliata, non dobbiamo domandarci se la Gamberale ha scritto a sufficienza per esaurire tutte le tematiche tirate in ballo, bensì se ha scritto… uhm… se ha scritto bene. Be’, no.

Romanzo “senzaniente”

Oh, siete ancora qui, lettori? Immagino allora che vogliate delle argomentazioni di qualche tipo. Vi faccio contenti e comincio precisando ciò che ho detto poc’anzi: la Gamberale introduce una sequela di temi impegnativi, sì, ma non li sviluppa. Non li commenta. Non li amalgama neppure. Mah, forse ha pensato che bastasse menzionarli, per conferire una certa dignità al romanzo.
Esaminiamo, come esempio per tutti, il tema dell’emarginazione. Ve l’ho detto, Adele, la cui famiglia è soprannominata “Senzaniente”, si sente a disagio perché non appartiene davvero a nessuna comunità. È troppo rozza e non è abbastanza all’avanguardia per far parte dei “ricchi”, nondimeno ha un tenore di vita sufficientemente elevato, cosa che le impedisce di mantenere le vecchie amicizie cafone. Insomma, i radical chic la considerano uno scimpanzé con bei vestiti, i burini hardcore pensano che sia una rinnegata. Sì, la famiglia di Adele è riuscita (attraverso il lavoro e la fatica, questo va detto) ad aumentare la propria ricchezza, tuttavia ciò non è servito a migliorare l’esistenza dei suoi membri, anzi. Un esito sorprendente. Be’, almeno per i personaggi, perché a noi in effetti ricorda qualcosa… Mastro Don Gesualdo? Nessuno? Ma sì, è lo stesso canovaccio.
C’è qualcosa di male, in questo? Non direi, Verga ha affrontato la questione in un modo, la Gamberale la affronta a modo suo, non necessariamente concordando con Verga. Aspettate, ho commesso un errore: ho usato l’indicativo, ma avrei dovuto costruire il tutto come un periodo ipotetico dell’irrealtà. Se Chiara Gamberale avesse affrontato il tema dell’emarginazione…
La realtà del nostro romanzo, purtroppo, è diversa. Diciamo che Mastro Don Gesualdo e Il grembo paterno alla vista appaiono entrambi marroni, ma al palato uno sa di cioccolata, l’altro sa di… sa di Helgoland, mettiamola così. Il punto è questo: Verga non si limita a descrivere l’emarginazione di Don Gesualdo, essa è più che altro “una scusa” per introdurci a una filosofia pessimistica della natura umana e della società, una filosofia in cui il libero arbitrio e la possibilità di autodeterminarsi sono soltanto illusioni. Vero, si può essere più o meno d’accordo con la filosofia di Verga; però non si può dire che in Mastro Don Gesualdo il problema dell’emarginazione non sia affrontato. È raccontato, sviscerato e, in qualche modo, risolto. Appunto. La Gamberale, al contrario, sembra parlare dell’emarginazione di Adele, e… e basta. Non si interroga sulle cause, non immagina le conseguenze, niente. Certo, un romanzo non deve interrompersi di quando in quando per “autoanalizzarsi” e per mettere nero su bianco ipotesi, tesi e dimostrazione. Però, qualcosa è bene che ci sia, che so, delle allusioni, delle evidenti allegorie, dei riferimenti, degli indizi. Insomma, l’autore dovrebbe essere capace (grazie alla sua padronanza dell’arte narrativa) di comunicare dei significati anche facendo a meno delle parole “giuste”. Ma tali significati “profondi” è bene che ci siano, ed è bene che sia possibile scoprirli, quand’anche con fatica. Altrimenti, se manca il senso profondo, e se l’autore non riesce a stabilire un “patto comunicativo”, l’opera si riduce a un elenco di vicissitudini; ovvero, l’opera non è più un’opera, è un insieme di fogli su cui sono impresse delle parole. Nel nostro caso, la Gamberale non riesce a stabilire un patto con noi: non riusciamo a trovare delle naturali “pietre angolari” nella sua costruzione, sicché, addentrandoci in essa, continuamente ci sentiamo spaesati, e non sappiamo mai davvero in quale stanza ci troviamo. Anzi, non sappiamo neppure se ci sono davvero delle stanze, o se l’architettura è quella delle scale impossibili di Escher. Scale tratteggiate però non da Escher, bensì dal Gabibbo. Per sostenere un po’ quanto vi dico, pensate lettori che dubitiamo perfino che esista, nel romanzo, il tema dell’emarginazione. Sì, fin qui ho dato per scontato che Adele è discriminata e respinta, ma tutto ciò pare essere, alla fin fine, una supposizione e nulla più: i vari episodi di emarginazione hanno un impatto inverosimilmente basso sulla protagonista. Ossia, non hanno delle evidenti, gravi conseguenze nell’immediato; e in verità non è possibile dire nemmeno se hanno delle gravi conseguenze a lungo termine. Infatti, posto che Adele abbia dei problemi, la Gamberale sembra suggerirci che tali problemi hanno ora una causa, poi ne hanno un’altra, poi non è vero niente e la causa è una terza, diversa dalle precedenti…

Che cavolo aveva quella?

So che volete capire meglio quel che ho appena detto, perciò consideriamo un particolare episodio del romanzo: la migliore amica di Adele, Caterina, scopre di essere stata bocciata al termine del primo anno di liceo. Carica di rabbia omicida, Caterina riversa su Adele tutto il rancore accumulato negli anni, accusandola di godersi una vita facile, tutta in discesa:

Bocciata, bocciata, ripeteva. Bocciata.
Oddio, Cate, l’ho stretta forte a me. […]
Finché s’è staccata, mi ha guardata, aveva gli occhi rossi, da cane arrabbiato.
Oddio non lo puoi di’. […] Tu hai preso quattro nove e quattro otto, […] che cazzo ne puoi sapere tu di come sta chi è davvero una senza niente? […] Sei la più grande delusione della mia vita, Adele Senzaniente che però c’ha tutto. Sei come tuo padre, siete gente marcia, […] fate finta di esse’ come a noi delle Case Basse solo perché vi fa comodo, perché così vi potete senti’ bravi cristiani, pure se i soldi vi escono dal culo. E si è allontanata, intimandoci con la mano di non seguirla.

Oh, Caterina non le manda a dire! È schietta, cruda, perfino violenta nella scelta delle parole. Come potrebbe logicamente continuare la scena, supponendo che il romanzo voglia mettere in luce una prova emotiva affrontata dalla protagonista? Adele dovrebbe reagire in modo direttamente proporzionale alla ferocia della lite, direi. Insomma, la nostra protagonista scopre che l’amicizia con Caterina non è mai stata sincera, e che non può fare affidamento su nessuno… nah, mi sa che è troppo scontato. Anche se così il romanzo riceve una direzione, il risultato non è abbastanza cool, non è abbastanza intellettuale. Ecco, Chiara Gamberale ha un’ideona: dopo la sfuriata di Cate, Adele guarda la sua migliore amica allontanarsi furiosa, e… e si gratta la testa, fa spallucce, si domanda che diavolo è successo. Dopodiché, dimenticandosi gradualmente, ma inesorabilmente, del fattaccio, si sbaciucchia con Candido, il cugino di Caterina, vivendo il primo vero appuntamento della sua vita:

E si è allontanata, intimandoci con la mano di non seguirla.
Forse perché ieri non sono andata al Pratone.
O perché avrei potuto aiutarla di più, soprattutto col latino. […]
Forse perché è da tanto che non mi diverto più con Gaetano e gli altri e lei lo avvertiva.
Perché non le ho detto che io a quella festa di capodanno ero stata invitata. […]
[Candido] [m]i ha preso per un braccio […], si è avvicinato e mi ha baciata.

Che cavolo aveva quella? Be’, limoniamoci un po’ adesso. Ho reso bene l’idea, non trovate?
Va bene, accantoniamo questo esilarante siparietto. Ora, la lite con Caterina ha almeno delle conseguenze a lungo termine? Leggendo le pagine del romanzo che ho in parte riportato, la domanda sorge spontanea. Così sul momento non succede nulla, però chissà, forse Adele è sotto shock e solo gradualmente compaiono sulla sua psiche i “lividi”. Insomma, Adele subisce inevitabilmente un trauma che intacca le sue inconsce capacità di relazionarsi con gli altri. Sì? Be’, voi già sapete che la risposta è no, perché ve l’ho anticipato, ma è giusto che tocchiate con mano. Continuando la lettura, scopriamo che l’anno scolastico successivo alla lite con Cate, Adele tenta di abbordare senza troppe paturnie mentali la sua nuova compagna di banco, tuttavia le cose non vanno per il verso giusto:

Al posto di Caterina, vicino a me, si era seduta Paola, che veniva dal Paese Vicino, dopo le vacanze era tornata a scuola con un orecchino sì e uno no, […] pareva che avesse scoperto un’america e io volevo sapere tutto, ma arrivava sempre con le cuffie del walkman a cerchietto, non se le toglieva neanche mentre i professori spiegavano, e le andava di parlare solo di Michael Jackson.
Di cui però non me ne caleva proprio.
Perché, a casa mia, di musica, c’era solo quella della sigla di Beautiful […].

Bello quel “Paese Vicino” con le maiuscole, eh? D’accordo, rimaniamo concentrati. In effetti, dopo Cate, Adele fatica a farsi delle amiche, solo… solo che la causa non è il trauma! Avete inteso, dal brano riportato, che la nostra protagonista ha gusti difficili: direte voi, perché ha imparato la lezione e non vuole più ritrovarsi accanto un’amica ipocrita che segretamente la disprezza. Bene, ci può stare, ma… che cosa c’entra col tema dell’emarginazione? Eh sì, vi ricordo che stiamo ancora parlando di quello. In teoria, la sfuriata di Caterina dovrebbe far sentire Adele una rinnegata, un’indesiderata, perché in sostanza è questa l’emarginazione: se Adele reagisce risolutamente, scartando lei stessa tutti coloro che non le vanno a genio, mi dite dov’è l’emarginazione? Be’, ovvio, gli scartati da Adele rappresentano i rinnegati; tutto molto bello, peccato che il romanzo non abbia loro come protagonisti, e che le loro vite non siano… uh… affatto approfondite? E non fatevi illusioni, ciò che vi ho detto non riguarda solo l’episodio con Paola. Anzi, a dire il vero nel corso del romanzo Adele non ha mai particolari problemi a stringere amicizia, e questo nonostante le sue altissime aspettative. Soltanto dopo la maternità la nostra protagonista inizia davvero a isolarsi un po’. Ma sempre per lo stesso motivo: è una snob, è lei che discrimina, è lei che emargina. Nata la piccola Frida, Adele continua a mantenere i rapporti con Elettra, la regista di Adelescenza. E con Luca, “che scrive storie per il cinema”. E con Giada, libraia. E con Davide, il fidanzato di questa Giada. Però capiamo che Adele tende a isolarsi perché è restia a scambiare due parole con le mamme degli amichetti di Frida. Tranquilli, tranquilli, vi ho detto di non farvi illusioni, non c’è un disturbo comportamentale che sta emergendo con fatica. Ci pensa il fico Nicola a scuotere efficacemente la nostra protagonista. Adele vince in un batter d’occhio la sua riluttanza, e…

Si preoccupava, Nicola, soprattutto che quella solitudine a due potesse a lungo andare trasformarsi da un rifugio per Frida a una prigione per lei e per me. […]
“Dovresti sforzarti e fare amicizia con il coro delle mamme del nido, fare rete per te può diventare una risorsa enorme.”
“Non mi divertono.”
“Non le conosci.”
Era vero. Grazie a lui, un pomeriggio, all’uscita del nido, mi sono avvicinata a due di loro, una aveva una nuvola di capelli rossi, l’altra pareva un furetto […].
La rossa si è girata verso di me e mi ha sorriso: – […] È da un po’ che ti guardavo, qui nel cortile, somigli moltissimo ad Adele, quella che conduceva…
– Sono io.
– Ma dai. Incredibile.

Ecco, la nostra protagonista non dice nemmeno per sbaglio di avere paura di essere rifiutata, di annoiare, di essere disprezzata, derisa, tradita: candidamente confessa che le altre mamme la annoiano. Ed ecco la prova del nove che affossa il (presunto) tema dell’emarginazione: come vi dicevo, Adele non è discriminata, è colei che più di tutti discrimina.
E, se notate bene, le righe successive alla “confessione” sono… be’, sono quasi incredibili. Adele si fa convincere molto facilmente da Nicola, e in quattro e quattr’otto va all’assalto di una coppia di mamme che, casualità, non sono affatto noiose e l’accolgono subito con calore e giubilo. Cioè, non soltanto gli emarginati sono “gli altri”, ma sono anche “alcuni altri”, nemmeno tutti. Le scartine, i personaggi “inutili”, vengono semplicemente snobbati e rimossi: quelli predestinati, invece, sono automaticamente bravi, belli e soprattutto felicissimi di essere stati scelti. Forse avreste gradito leggere un normale scambio di battute, fra persone moderatamente interessate a conoscersi, o forse avreste anche voluto una mamma un po’ sulle sue, non prona a venerare subito la nostra protagonista. No, girate al largo, ne Il grembo paterno non funziona così. Credo sia in qualche modo un romanzo calvinista, perché c’è una doppia predestinazione: la divina Chiara Gamberale ha deciso dall’eternità quali personaggi saranno riprovati da Adele (e destinati all’oblio) e quali saranno salvati per via dei loro sorrisoni.
E la filosofia che permea ogni buona narrazione a proposito degli emarginati? Se vi va bene, c’è la doppia predestinazione “Gamberale’s way”, altrimenti… non so, leggete Homo stupidus stupidus o qualcosa del genere, Superpippo, boh. Infatti, anche meditando approfonditamente su Il grembo paterno, non capiremo mai perché Caterina fosse invidiosa della ricchezza della sua amica, e non capiremo perché le mamme provino ammirazione per il successo di Adele. Insomma, la nostra protagonista, pur mantenendo sempre nel corso della vita una posizione (e un atteggiamento) da privilegiata, suscita nelle persone che le sono intorno reazioni del tutto imprevedibili, sostanzialmente incoerenti sia con le premesse date, sia con le conclusioni tratte al termine del romanzo. Noi non possiamo capire, possiamo solo constatare. Dunque, abbracciamo ancora il tormento che ci ha accompagnato lungo questa nostra piccola indagine: che cosa ha voluto comunicarci Il grembo paterno? Non affronta la natura dell’emarginazione, non racconta le sue conseguenze, non abbozza una filosofia che la spieghi, non propone un sfida ai nostri luoghi comuni, o ai luoghi comuni della letteratura di due secoli fa. Non sappiamo nemmeno se nel romanzo c’è davvero un simile tema. Insomma, di cosa voleva parlare Chiara Gamberale?

Un romanzo di ordinaria follia?

E va bene, lettori, adesso ve la propongo io una sfida: e se, nonostante tutto, Il grembo paterno avesse un significato, avesse una trama precisa, avesse un messaggio? Se il tema principale ci fosse, ma fosse molto ben nascosto? Forse… sì, forse non è raccontato esplicitamente, tuttavia possiamo dedurlo, o almeno sospettarlo: la follia, la paranoia, insomma, la malattia mentale di Adele. Ah, ecco perché non si capiva niente, Il grembo paterno è il sottile racconto di una donna disturbata…
Pensateci, lettori, in effetti se prendiamo così com’è il discorso sull’emarginazione (ma anche sugli altri temi che sembrano potersi ritrovare nel testo), quest’ultimo non ha né capo né coda, però se lo consideriamo come la descrizione di un comportamento patologico, be’ le cose cambiano. Le assurdità e i vicoli ciechi della narrazione possono attribuirsi alla psiche disturbata della nostra protagonista (anche voce narrante, ve lo ricordo), incapace di mantenere coerente il mondo delirante e paranoico da lei stessa costruito. Davvero allettante quest’interpretazione, eh? E allora cerchiamo qualche prova. Come ogni problema mentale che si rispetti, è rivelatore il rapporto con i genitori: nel nostro caso, lo sappiamo, è il padre Rocco a occupare i pensieri di Adele. Vediamo un po’ che cosa riusciamo a scoprire, considerando ciò che la nostra protagonista ci racconta a proposito dell’atmosfera famigliare vissuta durante l’infanzia. Ecco, tutto era direttamente proporzionale all’umore del padre: cattivo se gli affari al supermercato andavano male, buono se invece andavano bene. Poi, però, Adele precisa:

Per fortuna, da quando avevamo cambiato casa, le cose al supermercato andavano quasi sempre bene.

Uhm, deduciamo che, dopo il trasloco, l’umore del padre Rocco si era stabilizzato, e dunque l’atmosfera famigliare si era conseguentemente rasserenata. Be’, poche pagine dopo Adele smentisce tutto, e ci fa sapere che Rocco era diventato scorbutico e insopportabile proprio quando le cose al supermercato avevano iniziato ad andare “quasi sempre bene”:

Rocco Senzaniente, da quando è diventato ricco, è ancora più scorbutico di prima perché è stato così povero che adesso, di quella ricchezza, non sa che cosa farsene, lui sa solo lavora’ come un somaro, a esse’ una persona non è capace, era questo che aveva detto.
Dunque, pure se eravamo diventati ricchi davvero, eravamo comunque poveri.

Capisco, non è proprio una contraddizione da manuale: è possibile che, prima di aprire il supermercato, Rocco fosse sempre di buonumore, e che dopo fosse di buonumore “quasi sempre”. In tal caso, Adele avrebbe ragione a dire che il padre era diventato “ancora più scorbutico di prima”. Però, dico io, tralasciamo per una volta la logica pura e concentriamoci sul significato: appunto, qual è? È sufficiente che Rocco sia sporadicamente di cattivo umore perché Adele si senta povera e infelice? In tal caso, non è una reazione un tantinello eccessiva, morbosa persino? Bingo! La nostra interpretazione comincia a star bella dritta sulle sue gambe.
Intendiamoci, perché Adele sia morbosa non possiamo dirlo. Volete supporre che Rocco l’abbia molestata causandole un trauma? Se vi piace, supponetelo, però sappiate che il romanzo non vi sosterrà e non vi smentirà. E ciò direi, per un motivo preciso: non è granché importante sapere perché Adele è disturbata, è importante semplicemente sapere che è disturbata. Lettori, a tal proposito tenete in conto che il finale del libro (tranquilli, non è proprio uno spoiler) dà delle indicazioni, a me pare, nette. Inizialmente, fra sé e sé Adele fa una riflessione molto interessante:

Non è stata la prepotenza del suo amore per me che mi ha costretto a prestarmi a tutti, senza consegnarmi mai a nessuno.
Ero io, ero io che volevo galleggiare lì dentro. Nel grembo paterno. A succhiare, mescolato al sangue, l’incantesimo di quel latte […]. A succhiare la sua furia, il suo bisogno di chiedere ancora e ancora, a succhiare l’impossibilità di restare, ma pure quella di andarsene via.
E però a farlo da lì dentro.

Ebbene, Adele pare improvvisamente capire che tutti i suoi problemi, fra cui l’inclinazione a stringere relazioni effimere con gli uomini (“prestarmi a tutti, senza consegnarmi a nessuno”), non derivano dal modo in cui Rocco si è comportato con lei, bensì dal suo desiderio morboso e impellente di legarsi al padre (“ero io che volevo galleggiare lì dentro”). Poche pagine dopo, tuttavia, la nostra protagonista ritratta mentre parla con Frida:

Se quando sono nata io [Rocco] mi avesse guardata come guardava te, invece di sbattere la testa al muro davanti all’infermiera perché non ero venuta fuori maschio, forse quella terza sedia [la sedia che dovrebbe essere occupata dal compagno di Adele, o dal padre di Frida] oggi non sarebbe rimasta vuota.
Chi lo sa.

Quante prove abbiamo raccolto, a questo punto? Be’, abbastanza, via: contro ogni dichiarazione che vi avevo proposto, siamo riusciti a dare un tema centrale e un senso a Il grembo paterno. Contenti? Chiara Gamberale non ha combinato un disastro, ha narrato la storia di una vita sfortunata, preda di un complesso edipico, di paranoie e forse anche di allucinazioni. Sì, ma…

E il lavoro sporco tocca sempre a noi

Ma a ben guardare non abbiamo risulto un tubo. Innanzitutto, l’interpretazione è mia: è fondata principalmente sulla mia voglia di essere garantista nei confronti di Chiara Gamberale. Assurdità e contraddizioni nel testo, di per sé, non sono rivelatrici di un personaggio mentalmente instabile, altrimenti dovremmo tutti concludere che Adso da Melk è pazzo. No, può anche darsi che l’autore, be’…
Ad ogni modo, se devo fare io il lavoro e devo prendermi la responsabilità di molte assunzioni (“Chiara Gamberale sa scrivere”, “il romanzo ha certamente un messaggio”, “il romanzo non è stato scritto per caso” e via dicendo), come si può parlare di un patto narrativo fra me e l’autrice? Io e lei non siamo due parti che tacitamente (e per una sorta di predisposizione naturale) acconsentono a seguire una serie di regole che permettono la comunicazione; no, io sono sola, ho trovato un oggetto, Il grembo paterno appunto, e con esso “mi diverto” per conto mio. Mi invento un gioco, un gioco di interpretazioni: bene, ma è un gioco solitario, mentre un’opera letteraria, se è un gioco (vogliamo essere wittgenteiniani?), è un gioco di società. Quindi, pur essendo allettante, l’interpretazione che vi ho proposto non riabilita Il grembo paterno, perché è frutto di un esercizio solitario (e, alla fin fine, arbitrario) che non si confà alla natura propria del romanzo: di nuovo, l’autrice non riesce a comunicare nulla, al più siamo noi che decidiamo di dare un senso al tutto. Direte voi, ma non si può fare un romanzo provocatorio, sperimentale, in cui ognuno può vederci ciò che vuole? Sì, si può, e credo sia già stato fatto, tuttavia dovete cogliere un dettaglio molto importante: un simile romanzo stabilisce in ogni caso un patto con il suo pubblico, suggerisce senza ambiguità (per quanto strano possa sembrare) che “la regola è che le regole interpretative decise dal pubblico sono sempre accettabili”. E c’è una differenza con qualcosa che non suggerisce alcuna regola. Mettiamola così: in un caso si sa che qualsiasi interpretazione va bene, che l’autore voleva questo dai suoi lettori, nell’altro caso non si può sapere nulla di nulla. Insomma, sapete che potete interpretare Tristram Shandy, ma che direste di un vaso caduto perché urtato da qualcuno? Lo interpretereste, e chiamereste autore chi l’ha urtato?
Ebbene, questa è la teoria dura. Eppure vi dico che, anche trascurando quanto abbiamo appena discusso, l’interpretazione de Il grembo paterno come storia di una malattia mentale accusa ancora di più il romanzo. Sì, perché se davvero alla fine della fiera quello è il senso del libro, senso voluto dall’autrice, be’ è un senso privo… di senso. Già dopo alcune pagine cominciamo a trovare bizzarrie, vicoli ciechi e contraddizioni: dunque, se essi rivelano che la protagonista è pazza, sappiamo dopo poco tempo di questa sua condizione. E quindi? Possiamo leggere una storia totalmente inattendibile, di cui non possiamo dire nulla, possiamo scoprire che il narratore protagonista è pazzo, ma… ma questo dovrebbe essere un colpo di scena finale! Quando un romanzo segue quest’ultima impostazione, ci sentiamo avvinti dai fatti narrati, simpatizziamo per il protagonista, desideriamo sapere “come va a finire”; ma poi scopriamo che forse erano tutte menzogne, e subiamo una specie di shock. In effetti, tale shock finale è lo scopo del romanzo (che può anche uno scopo un tantino più nobile, ad esempio può insegnarci a non trarre conclusioni affrettate), e quando lo proviamo siamo contenti, soddisfatti. Se però sappiamo già dall’inizio che chi ci parla è pazzo e inattendibile, che cosa ci interessa di leggere fino alla fine? Non c’è un confronto con una verità chiaramente stabilita, o con una presentazione dei fatti opposta (che ci faccia interrogare su chi è davvero pazzo), non c’è niente, è solo una raccolta di deliri di cui non possiamo dire nulla. Sicuro, voi siete buoni e curiosi del mondo, e volete dirmi che dopotutto trovereste interessante scoprire che cosa è capace di raccontare un pazzo. Benissimo, e allora perché mai vorreste leggere Il grembo paterno? È un’opera di fantasia, scritta (presumo) da una persona sana di mente: non ha nemmeno il pregio di essere una trascrizione fedele dei deliri di un matto. Pertanto, lasciate che riproponga una volta di più la tormentosa domanda che ci ha accompagnato fin qui: che diavolo ha scritto la Gamberale?

Moscio e senza senso

D’accordo, arrivati a questo punto è probabile che siate confusi e stanchi. State pensando che Il grembo paterno non ha speranza, è moscio e in definitiva senza senso. Bene, ma state anche pensando: e allora? Oggigiorno tutto è moscio o senza senso. Due vite? Moscio. L’anno che a Roma fu due volte Natale? Senza senso. Cara pace? Moscio e senza senso. Non è che Il grembo paterno ci possa davvero stupire, da questo punto di vista, quindi possiamo anche finirla con la recensione. No? Eh, ma non abbiamo ancora considerato in maniera approfondita lo stile, lettori. Vi ho già anticipato che la Gamberale è sostanzialmente baricchiana, però ha anche delle sue idee originali. E intendo entrambi i significati dell’aggettivo. Insomma, la prosa de Il grembo paterno è un po’ tocca… un po’ tanto tocca; anzi, non so, credo che non ci sia nella nostra bella lingua un termine adatto a indicare una cosa così, uhm, brutta. Per darvi un’idea, vi confesso che leggendo Il grembo paterno ho rimpianto Sembrava bellezza: certo, Sembrava bellezza è sempre quel libro della Ciabatti, ma grosso modo, a gesti, si fa capire, ecco. Il grembo paterno invece è assolutamente incomprensibile. Anche dal punto di vista stilistico, già.
Certo, è il momento di entrare nel vivo dell’analisi. Il primo guaio che notiamo, e che già vi ho fatto notare, è il flusso di coscienza. La Gamberale ci propone un flusso molto, molto abbondante di coscienza, ma non è solo questo a disturbarci: è che la coscienza sembra essere in uno stato di alterazione indotto da qualche funghetto…

Mi ha sempre fatto tenerezza pensare alle persone quando incontrano per la prima volta un’altra persona, quella per cui davvero troverà un senso l’espressione che erano a scomodare giusto per dare un tono a quello che gli succedeva, ma che all’improvviso gli va incontro lei, naturalmente: mi ha cambiato la vita.

Uooooooh! Scusate l’esclamazione di stupore à la Cacciatori di fantasmi, ma ci voleva proprio: in effetti, non riesco a commentare incisivamente e scientificamente un simile brano, senza ricorrere a suoni gutturali. Lettori, il soggetto, i complementi, i tempi verbali… cioè, la sintassi! Sul serio, gradirei ricevere dei finanziamenti per imbastire un esperimento: vorrei dimostrare che se una scimmia saltellasse sulla tastiera di un computer riuscirebbe a scrivere un brano più corretto ed elegante di quello. Sì, sì, dopo aver riletto il passo numerose volte, credo (e il mio è un credere traballante) di averne afferrato il senso; ma in ogni caso non riesco a comprendere perché è stato scritto in quel modo, è un’autentica perversione grammaticale! È evocativo? È musicale? Rispetta un qualche tipo di metrica? È bello? No.
L’unica ragione (se ce n’è una) per proporre uno sgorbio simile è dimostrare di conoscere almeno un’altra lingua, oltre alla propria lingua madre. Be’, penso proprio che Chiara Gamberale abbia inteso farci sapere che lei sa parlare anche un’altra lingua. Che quest’ultima sia di sua invenzione, non ha molta importanza.

Lettori, quello era il primo guaio. Eh sì. Pare infatti che la nostra autrice si impegni moltissimo per confonderci, perché, oltre ai bizzarri episodi di diarrea linguistica, nel romanzo troviamo continuamente passi non troppo scorretti, però molto, molto dispersivi. Sapete che vi voglio bene, e che Il pesciolino d’argento è il vostro blog, perciò non vi getterò addosso dei gavettoni riempiti con tutta l’acqua usata per allungare il brodo de Il grembo paterno. Tuttavia, un’idea dovete pur farvela, ed ecco a tal proposito un esempio piccino piccino:

Gli altri bambini delle Case Basse, il pezzo del Paese dove abitavamo, l’ultimo pezzo, il più lontano dal centro e ingoiato pure ad agosto dall’ombra del Panettone, così chiamavamo il monte che ci separava dalla Piccola Città, giravano attorno alla macchina […].

Capite da voi che queste parole non sono folli, nondimeno la Gamberale mostra di avere un serio problema con gli incisi: prima di arrivare al punto che interessa, ossia il verbo retto da “[g]li altri bambini”, dobbiamo sorbirci una tediosa geolocalizzazione. Sono utili tali informazioni? Be’, creano l’atmosfera del romanzo, sono dettagli che ci aiutano a tratteggiare il quadretto della narrazione, come fossero lievi sfumature di colore sul pennello della nostra immaginazione. Ma se di per sé sono dettagli innocui, perché diavolo metterli tutti insieme così? È un modo per imbrattare la tela, coprendo ogni pennellata con la successiva: il risultato, ovvio, è un guazzabuglio. Non so voi, ma io sarei stata più contenta di leggere che cosa fanno i “bambini delle Case Basse”, imbattendomi solo in seguito nelle altre informazioni del brano, distribuite con maggior criterio lungo le duecento pagine del libro.
Ah sì, un problema con gli incisi, però una nota positiva l’ho trovata, a proposito di quei dettagli, giusto? Eh… non prendetelo come un tiro mancino, ma quello è un episodio. La Gamberale… sì, la Gamberale ha un problema anche con i dettagli. Esatto, perlopiù sono inutili, ridondanti, insipidi, stupidi. Vi dirò, la nostra autrice non ha soltanto un problema, sembra avere un’autentica passione morbosa per i dettagli insignificanti. Sì, perché alcune pagine zeppe di essi sono un modo per allungare il brodo, pagine, pagine e ancora pagine stracolme sono un qualche tipo di feticismo. Stavolta non posso proprio evitarvi un tremendo pezzone: leggiamo dunque di Adele che spiega alla madre, per filo e per segno, la trama dell’anime Lady Oscar

Oscar, la vedi, pare un maschio, ma è la figlia del capo delle guardie del re e della regina e il padre, anche se lei è femmina, la cresce per farla diventare la migliore delle guardie sue… […] Questa invece è la contessa Du Barry. […] Lei odia la regina e però è la favorita del marito della regina, il padre del futuro marito di Maria Antonietta che per ora è principe. […] Ho indicato lo schermo: la Du Barry, con la sua cofana bionda, fasciata da un vestito esagerato di balze viola, stava versando del veleno nella coppa di quello che il giorno prima era diventato suo marito, e rideva, rideva, diventava tutta viola anche in faccia e sulle braccia, rideva.

Ehi, niente male, ma ormai tutti hanno uno smartphone, o almeno un computer, con cui consultare Wikipedia, pertanto non ricordarsi (o non sapere) esattamente com’è Lady Oscar non è poi un handicap tanto grave. Lettori, giusto perché lo sappiate, il riassuntino dell’anime continua per un bel po’: mi sono fermata perché, di nuovo, tengo al vostro benessere, e perché non voglio infrangere il copyright citando troppo. Ora, se analizziamo seriamente il brano, ci risulta chiaro il motivo per cui la Gamberale insiste tanto sulla Du Barry: la madre di Adele sa che il marito la tradisce, e quando sente la figlia parlare di amanti e di favorite si incupisce, facendo entrare Adele in allarme. Ma ciò vuol dire che Lady Oscar non dovrebbe essere il fulcro della scena, dovrebbe dimostrarsi un espediente narrativo estemporaneo con cui Adele riesce a comprendere la situazione famigliare. Simili espedienti narrativi, in effetti, sono usati spesso: basti pensare ai documentari storici che guarda Tony Soprano, documentari che spesso sottolineano il suo stato d’animo, oppure un’imminente evento drammatico e di grande importanza per la serie. Avete già notato, scommetto. Ho menzionato Tony Soprano, il personaggio di un’opera audiovisiva, ossia un’opera che ha una narrazione… audiovisiva! Le narrazioni sono sempre narrazioni, però sono strettamente legate alla natura del “mezzo” che le comunica, e ciò vuol dire che un trucco efficace per una fiction può non funzionare se usato in un romanzo. Nel nostro caso, Lady Oscar così com’è non funziona, perché non possiamo vederlo ne Il grembo paterno: appunto, per fare di esso un simbolo, la Gamberale è costretta a descriverlo (perché, a parte gli scherzi, chi può avere pronta in mente proprio quella scena che interessa del cartone animato?), ma una descrizione, e per giunta così prolissa, toglie tutta l’incisività, l’immediatezza di cui necessita un simbolo per essere efficace. Invece di sentir crescere l’emozione, come ci accade guardando I Soprano, sentiamo crescere qualche altra parte del corpo…

Be’, tanto alla nostra autrice l’emozione e la suspense non interessano. A giudicare dalle parole impresse sulla carta de Il grembo paterno, preferisce di gran lunga riflessioni e battute che ci fanno venire voglia di lanciare oggetti (o persone) dalla finestra. Eccovi un esempio, un dialogo costruito su una struttura che sarete costretti a incontrare spessissimo nel corso della lettura del romanzo (se deciderete di leggerlo, ovvio):

Il voto più alto è stato nove e l’abbiamo preso in tre.
Ma insomma, lo sapete che uno del quarto, Salvatore, il figlio di Luigi del Bar dei Fanti, stamattina ha scritto col gesso sul marciapiede davanti alla scuola FRANCA TI AMO? […]
Ade’, mo’ basta: mangia la pastasciutta, sennò si fredda.
Tere’, ne è rimasta ‘n altro po’?
Certo, tie’.
So’ i pomodori che hanno portato ieri?
Sì.
Sembra che l’hai appena tirati su.
Dolci dolci.
[…]
Ragazzi, aiutate la mamma a sparecchiare.
[…]
Ciao papà.
Ciao papà.
Ciao papà.

Bello, fresco, verosimile, non trovate? E pensate che è uno dei migliori, tie’. Non mi credete? Be’, mi crederete, quando avrete raggiunto le pagine che riportano i dialoghi di Nicola. Non so il motivo, però le battute più cringe e più cretine coinvolgono sempre il nostro fico.

L’uomo che volle farsi Belle Delphine (no doppi sensi)

Sì lettori, lo so, non ho parlato granché di lui fino a questo momento, ma sappiate che non è stata una distrazione, è che… oh, andiamo, Nicola è un personaggio completamente inutile, che non aggiunge nulla alla trama, a parte delle boiate gratuite. E badate, le sue linee di dialogo sono così trash, così allupate e così unte, da essere dopotutto memorabili. Il che non è poco, per un romanzo che chiede disperatamente di essere dimenticato.
Ma va bene, consideriamo direttamente uno stralcio. In questo che vi propongo, Adele mette a parte Nicola dei suoi dubbi sui vestiti da indossare per una gita al lago:

[…] Forse dovrei comprarmi qualcosa di chiaro, non ho niente di chiaro.”
“Perché chiaro?”
“Me la immagino così una mamma al lago. Vestita di chiaro. No?”
“Io ti immagino sempre nuda.”
“Quanto ti odio.”
“Domani vengo a prendermi tutte le tue acque.”

Ehm, Nicola è entrato improvvisamente nella pubertà, oppure non l’ha mai superata? E in che senso si prenderà “tutte le acque” di Adele? Cioè, quando Adele sarà sul punto di partorire, Nicola si precipiterà ai suoi piedi con bottiglie vuote e già etichettate? Si è ispirato a Belle Delphine e intende aprire un nuovo stravagante commercio su OnlyFans?
Solo domande, avete ragione, passiamo oltre. Ora Adele litiga con Nicola perché lui è sempre al telefono:

– Non sei qui con noi, sei lì con loro.
– Andiamo in camera e facciamo l’amore.

Così, dal nulla, e con uno charme alla Rutelli, il nostro eroe tronca il discorso e si prepara all’accoppiamento.
E se state pensando che Nicola sia semplicemente un satiro tutto istinti e piattole, vi invito a riflettere sulle parole che il nostro usa per spiegare a Adele che non può vivere senza di lei:

“Quillì [nomignolo rivolto a Adele], mi manca l’indice del tuo piede destro.”

“Ho un bisogno fisico ed esistenziale di essere dentro di te, a mezzanotte e un secondo del primo gennaio.”

Oh, oh, scelta… discutibile, lo ammetto. È che davvero non avevo dei brani capaci di salvare un po’ la reputazione di Nicola.
Tornando seri, capite che cosa voglio dire, lettori? In teoria il personaggio di Nicola è un elemento chiave, che trascina la protagonista in una relazione extraconiugale senza futuro, è una sorta di forza che costringe Adele a confrontarsi in maniera matura con il proprio triste passato. La pratica, be’, l’avete vista: Nicola è ridotto a una macchietta, pare un Fabio Trivellone strafatto di Cialis. La Gamberale non vuole (o forse non può) conferire drammaticità alle situazioni che coinvolgono il duo Adele e Nicola, perciò noi poveri lettori non possiamo né simpatizzare per i personaggi né appassionarci alla storia. Storia che, alla luce di ciò, risulta non soltanto priva di senso, bensì del tutto ridicola e campata in aria: Nicola in teoria dovrebbe essere l’uomo narciso e prevaricatore che mette in difficoltà le donne con cui si rapporta, ma se la Gamberale ha deciso di tratteggiarlo come un cazzone (concedetemelo, il caso lo esige), mi dite in che modo il nostro eroe può risvegliare nella protagonista tormenti esistenziali e dilemmi metafisici? Cioè, da donna dico che davanti a un soggetto del genere prima mi verrebbe da ridere, poi chiederei alla protezione animali di abbatterlo; di sicuro non mi passerebbe per la testa di riflettere sul mio posto nell’universo. Be’, d’altronde non mi verrebbe neanche voglia di parlare con lui, quindi una relazione non potrebbe mai iniziare…

Ebbene, per tutti i motivi che abbiamo scoperto, Il grembo paterno manca pure della capacità di appassionare. E a dire la verità, la nostra autrice sembra esserne in qualche modo consapevole, perché gioca un’ultima sensazionale carta, per dare un po’ di sex appeal al suo romanzo. Ah ah, è proprio lei, l’avete riconosciuta subito: è la fedele compagna degli “autori senza”, è la frase smozzicata! Esatto, frasi esentate dalla leva per scarsezza di misure, ripetizioni e punteggiatura fitta sono (se preferite questa metafora) gli ingredienti segreti della Gamberale; e vi avverto lettori, la ricetta originale è per stomaci da veri cowboy, duri e selvaggi…

[Parole di Nicola, a una conferenza] Lo vedi il bambino.
Non c’è niente da fare. In certe persone lo vedi. Ti salta in braccio appena le incontri, loro alzano gli occhi per mettere a fuoco chi sei, […] ed eccolo lì: il bambino. […] non mi abbandonare pure tu, dai. Perché altrimenti urlo e di chi ha ragione non me ne frega niente, non è avere ragione che conta, è che mi ami, solo quello conta. Sì? No? Voglio vedere. Perché se mi ami quando faccio il bravo neanche quello conta. […] Possono avere venti, quaranta […], centodue anni le persone. Ma se il bambino lo vedi, lo vedi, c’è. Ci sono quelle dove invece non lo vedi. […] a immaginarle che dicono ba per dire albero, a immaginarle che si fanno la pipì addosso […], non ce la fai. Perché sono così cresciute, nel frattempo. Così inevitabilmente cresciute.

Whaaaaaat the… ? Dico, ma avete notato anche solo a colpo d’occhio quante parole si ripetono? Troviamo continuamente “lo vedi”, “il bambino”, “conta”, “così cresciute”… mi viene un dubbio, sono espressioni diverse o ciascuna è una sola espressione che si manifesta quantisticamente in più punti della narrazione? Mah! E, lettori, vi consiglio caldamente di procurarvi un forte antiacido per poter digerire le fastidiosissime posposizioni, come “possono avere […] centodue anni le persone”: so che vi sembrano quei grumetti di muffa che si forma nel parmigiano già grattugiato, però vi assicuro che si tratta di spezie fondamentali per il romanzo, perciò dovete trangugiarle. E non vomitarle, poi.
Seriamente, ripetizioni e posposizioni sono artifici adeguati per sottolineare dei concetti, per “alzare il tono della voce”, se così vogliamo esprimerci. Se usate cum grano salis, catturano l’attenzione, danno vigore al discorso e lo rendono senza dubbio indimenticabile. Se invece si eccede, eh, eh… ripetendo ossessivamente le stesse parole, uhm… e inserendo posposizioni a ogni pie’ sospinto, ah… be’ il risultato è ridicolo e stupido: l’effetto finale è l’opposto di quello cercato, si perde l’occasione di mettere in risalto certi passi rispetto ad altri, e si finisce per rendere la narrazione una specie di omogeneizzato per pupetti. Per darvi un’idea più nitida, rispondete mentalmente a questa domanda: voi, quando studiavate sui manuali, sottolineavate tutto il testo?

Va bene lettori, basta, so che la schifezza della Gamberale vi ha intristito. In realtà ci sarebbero ancora molte osservazioni da fare, anzi ogni pagina de Il grembo paterno meriterebbe una recensione a sé, ma a quel punto finiremmo per inaugurare un nuovo genere letterario, e mi pare che già ce ne siano abbastanza perché possiamo sentirci confusi come piace a noi. Se devo tirare le somme, be’ diciamo che Chiara Gamberale ha scritto… sì, ha scritto, suppongo che abbia digitato delle lettere su una tastiera, o qualcosa di simile. E ciò credo sia l’unica cosa positiva che si può dire a proposito del suo romanzo. A meno che, ovviamente, voi siate (Dio non voglia!) giù di morale: in tal caso, almeno le avventure erotiche di Nicola vi gioveranno, divertendovi. Uhm, però ho anche detto che Il grembo paterno vi ha intristito… quindi, fate così: se non siete tristi, leggete il romanzo, così diventerete tristi. Poi, dopo essere diventati tristi, leggete il romanzo, così finalmente guarirete dalla tristezza facendovi quattro risate sulle scemenze che avrete letto. È una routine per mantenersi in buona salute, non trovate? Se siete d’accordo, allora devo soltanto augurarvi una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

Potrebbero interessarti anche...

Che cosa ne pensi?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *