Homo stupidus stupidus – Vittorino Andreoli

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In sintesi:

homo stupidus stupidus l'agonia di una civiltà saggio di vittorino andreoli edito da rizzoli

Sono uno psichiatra che s’interroga, preoccupato, su un potenziale che ognuno porta dentro di sé […]

L’Homo che sa tutto e altro ancora

Homo stupidus stupidus è un saggio dello psichiatra Vittorino Andreoli e, considerate le competenze dell’autore, il libro si presenta indubbiamente bene. Come dice il sottotitolo, L’agonia di una civiltà, Homo stupidus stupidus sostiene che la Civiltà occidentale si sia incamminata lungo un triste destino che alla fine la porterà al collasso e alla perdita di tutte le caratteristiche positive che la definiscono.

Dicevo che il saggio si presenta bene: sì, però inizia maluccio. Andreoli giustifica subito il titolo facendo riferimento a Darwin:

Nell’Origine delle specie […] l’uomo è posto all’apice dell’albero della vita con la definizione di Homo sapiens sapiens. Mi ha sempre colpito la ripetizione di sapiens, un rafforzativo legato, credo, al salto evolutivo della nostra specie […]

Ne L’origine delle specie, in realtà, l’albero è un diagramma astratto che espone i rapporti tra generi e specie: non c’è nessun riferimento né all’uomo né ad altri animali, ci sono semplicemente delle lettere maiuscole e minuscole. Forse l’autore si confonde con diagrammi simili pubblicati da Ernst Haeckel, quelli sì con riferimenti all’uomo…

Andreoli è inoltre stupito dalla ripetizione del nome specifico “sapiens”, dando una sua interpretazione che sostanzialmente si riduce a: l’uomo moderno è sapiens sapiens perché “sa tutto e altro ancora”. In verità, il nome specifico Homo sapiens risale a Linneo, non a Darwin, e se può essere vero che “sapiens” fu scelto da Linneo perché considerava propria dell’uomo moderno la sapienza, la ripetizione non è affatto un rafforzativo. È dettata semplicemente dalle regole della nomenclatura: se si riconosce almeno una sottospecie per una specie, allora automaticamente deve essere stabilita una sottospecie nominale, identificata ripetendo il nome specifico. Poiché Linneo credeva esistessero sottospecie umane (Homo sapiens afer, Homo sapiens asiaticus ecc.), fu costretto a seguire le sue stesse regole e a catalogare anche la specie nominale Homo sapiens sapiens.
La nomenclatura binomia ha delle regole precise, che a volte portano a risultati bizzarri: ad esempio, una balena estinta si chiama Basilosaurus cetoides, ma di ciò ci si può stupire solo se non si conoscono le regole, appunto. Allo stesso modo, si può immaginare che il Gorilla gorilla gorilla sia un supergorilla, il gorillissimo, solo se non si sa che il nome è dovuto alla presenza della sottospecie Gorilla gorilla diehli

Pericolo: oro colato

Ho insistito molto sull’Homo sapiens sapiens non soltanto perché è il fondamento del titolo del saggio, ma anche perché l’autore ritorna più volte sulla questione e perché spinge il lettore a credere di avere tra le mani l’ennesimo saggio trash. In realtà… no, non ve lo dico ancora, prima continuiamo il viaggio nel libro.

Dall’Homo sapiens sapiens si passa alla breve discussione di alcuni concetti dell’evoluzionismo darwiniano, concetti che servono poi a introdurre un discorso più ampio sulla violenza umana e sulla guerra. Di certo non si tratta di un’analisi rigorosa e obiettiva: il giudizio etico di Andreoli è sempre prepotente. Soprattutto parlando della Guerra fredda e del terrorismo attuale, si avverte nelle parole del saggio una notevole preoccupazione mista a paura.
Tutto ciò contribuisce a far provare simpatia per l’autore, il quale non scrive tanto per scrivere: tuttavia non ci si può fare esattamente una cultura sui temi trattati, perché nonostante Andreoli fornisca al lettore dettagli precisi e anche osservazioni proprie del suo campo di studi, la psicologia e la psichiatria, sono molti i passaggi confusi, le contraddizioni e le “cantonate” che rendono difficile il libro. Ad esempio, leggiamo:

[…] la guerra franco-prussiana del 1870, l’ultima dove gli eserciti si sono fronteggiati […] senza coinvolgimento dei civili.

La morte può essere ribaltata e diventare impronta e persino la prova dell’esistenza dell’Eterno […]. È un’estensione, forse, della prova di sant’Anselmo, che si basa proprio non su ciò che si è, ma sui limiti che si mostrano.

Naturalmente la Guerra franco-prussiana ha visto stragi di civili e provare l’esistenza di Dio a partire dall’esistenza della morte (almeno, se ho capito ciò che intende il brano) è un tentativo di dimostrazione a posteriori, cioè del tutto contrario allo spirito della prova ontologica di Anselmo. Anche se, per i motivi che dirò, non c’è alcun intento truffaldino, su simili affermazioni si costruiscono poi passaggi importanti del libro e, di nuovo, se le fondamenta sono traballanti…
Inoltre, Andreoli riporta frequentemente teorie sospette, quando non apertamente screditate, come la teoria di Paul MacLean dei tre cervelli: pure in questo caso non c’è nessuna voglia di ingannare il lettore, perché Andreoli non lascia mai intendere né di sostenere simili ipotesi né che esse siano vere, tuttavia proprio la mancanza di un suo netto giudizio accresce il rischio che il lettore prenda tutto per oro colato.

Un mostro di nome internet

Senza troppo giustificarle, sembra proprio che nella maggior parte dei casi le varie “scioccherie” siano nient’altro che licenze poetiche utili a introdurre le tesi personali dell’autore: una prova potrebbe essere data anche dal fatto che Andreoli indugia in più punti sulle etimologie popolari (ad esempio, oltre a “Homo sapiens sapiens”, “amore” e “perdono”).
Per ciò che riguarda le tesi… be’ non si può dire che siano originali, sconvolgenti o inaspettate. Andreoli si dichiara “umanista” e non nasconde la sua simpatia per il cristianesimo, perciò il cuore del saggio è una lunga descrizione della sua filosofia di vita (da lui appunto chiamata “umanesimo”) e in particolare dei principi di quest’ultima, i quali traggono evidente ispirazione dalla tradizione cristiana:

Il decimo principio primo [sic] sancisce che il più debole di noi è come noi.

Dodicesimo principio primo: i morti fanno parte dell’umanesimo, perché […] forse vivono ancora.

Se Andreoli dedica molto spazio all’umanesimo e alle caratteristiche che lui considera connaturate alla Civiltà occidentale, ossia al bene, altrettanto fa con il male. E il male è da lui identificato, più che con la guerra o con il terrorismo, soprattutto con l’economia attuale e con le nuove tecnologie, internet in testa:

[Alla razionalità] Il colpo micidiale (mortale) è stato inferto dalla tecnologia: un mostro di nome internet […]

Vi sento lettori: abbiamo il saggio di un vecchio nostalgico, di un nemico del progresso, di un “boomer”, come si dice oggi proprio su internet. Sì, sotto un certo punto di vista vi do ragione, ma se con ciò pensate che il libro e il suo autore siano soltanto da denigrare, allora non sto più dalla vostra parte.

Leggi questo, Fusaro!

Perché spezzo più di una lancia in favore del saggio? Semplicemente perché non è davvero un saggio e non ci si deve dunque aspettare da esso qualcosa che non può dare. Anche se effettivamente è definito in tal modo, Homo stupidus stupidus è più che altro una conversazione fra Andreoli e il suo lettore: non c’è più di tanto l’intenzione di insegnare qualcosa, piuttosto il nostro autore ha voglia di dire la sua, di mettere il pubblico a parte di ciò che pensa sul mondo. A riprova di questo, Andreoli fa spesso professione di umiltà e perfino si autocritica:

Amo moltissimo la fisica, che conosco solo entro i limiti di chi la legge […]

Ho fatto cenno ad alcune categorie che compongono oggi il mondo economico, pur non avendo alcuna competenza in materia […]

[Ho la] consapevolezza di essere considerato un pessimo lettore della storia della civiltà occidentale […]

Riconosce dunque di avere dei limiti, però anche se non è un esperto gli va di dire la sua, e se qualcuno si incuriosisce, tanto meglio. Insomma, perché no? Homo stupidus stupidus ha molte inesattezze, perfino delle affermazioni che sbalordiscono (“[…] le leggi sono decisioni usate per costruire percorsi illegali”) ma è stato scritto con passione e con la voglia di proporre qualcosa di buono. Andreoli è un po’ un incrocio fra Gramellini, Carofiglio e il nonno che tutti vorremmo: questo libro non l’ha esattamente scritto a regola d’arte, ma sfido chiunque a dargli addosso dopo averlo letto tutto.

Tra l’altro, come ho già accennato, in Homo stupidus stupidus non ci sono soltanto imprecisioni e amenità varie. Andreoli non sarà ferrato in economia, ma quando la critica, ad esempio parlando della crisi del 2008, cita correttamente il disastro della Lehman Brothers, sa che cos’è il “bail-in” ed è inoltre ben consapevole che la maggior parte delle valute è a cambi fluttuanti: a Fusaro stanno fischiando le orecchie? No, perché penso proprio che dovrebbe essere il primo a leggere Andreoli, è abbastanza avvilente che uno psichiatra ottantenne che dice di non sapere nulla di economia faccia fare una figura del bongo a un filosofo marxista che ha la metà dei suoi anni e un curriculum apparentemente di pari lunghezza…

Una chiacchierata sulla panchina

In conclusione, anche se ci sarebbe ancora molto da dire, come in altre recensioni, devo ammettere che Homo stupidus stupidus non è male. Non sono d’accordo con tante tesi e opinioni di Andreoli, ma le rispetto certamente, e rispetto in generale il libro: no, non è un saggio trash alla maniera di Caffo, di Fusaro o di Carofiglio, è una chiacchierata sulla panchina mentre si sta aspettando Godot (anche se io ho risposto qui “in differita”).

Se voi lettori volete diventare esperti del mondo, sono sincera, potete evitarlo. Ma se vi va qualche ragionamento un po’ folle e ingenuo, qualche sciocchezza, qualche nozione davvero intelligente e soprattutto una gran dose di sincerità, di modestia e di filantropia (tutte rarità nell’editoria attuale) fateci un pensierino.
Se lo leggerete, vi avverto di tenere sempre alta l’attenzione e di scorrere le righe con occhio critico… ma vi auguro anche una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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