Genserico – Alberto Magnani

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In sintesi:

genserico saggio di alberto magnani edito da graphe.it edizioni

[…] «Genserico era già famigerato nell’Urbe per le stragi di Romani. Era di statura media, zoppicante per una caduta a cavallo, di forte intelligenza, di poche parole, spregiatore dei piaceri, facile a scoppi d’ira, avido di bottino, instancabile nel suscitare discordie, pronto a seminare zizzania e attizzare l’odio».
Un ritratto, forse, convenzionale o letterario, ma che trova riscontro in molte azioni di colui che, nell’ultimo secolo dell’Impero Romano d’Occidente, fu probabilmente il peggior nemico dei Romani. Certo peggiore di Alarico, responsabile del primo sacco di Roma, o dell’infido visigoto Teodorico I, o anche del ben più famoso Attila, «flagello di Dio».

Vandali!

Il termine “vandalo” è ormai da secoli sfruttato nella quotidianità per riferirsi a una persona violenta, spregiudicata, che distrugge per il semplice gusto di farlo.
Tanto orribili furono le atrocità commesse dai Vandali nel loro viaggio dall’Europa Centrale al Nordafrica, da lasciare un indelebile ricordo; ricordo che anche i nostri tempi hanno ereditato.

E tuttavia, guardando alla storia dei Vandali e del loro re, non si può reprimere un moto di ammirazione: all’inizio nient’altro che un gruppo eterogeneo di barbari dell’Europa Centrale, i Vandali divennero un popolo temuto e rispettato sotto la guida di Genserico. Grazie alla sua guida, quei barbari riuscirono a strappare al sempre più debole Impero romano le fertili e preziose terre africane, Cartagine compresa.

Affascinante etnogenesi

Da questa etnogenesi così altera e caparbia è rimasto stregato Alberto Magnani, esperto di Tarda Antichità, e ce la racconta con scioltezza e piena padronanza della materia in questo saggio.
L’autore svela molti segreti dei Vandali: per esempio, scopriamo le ragioni che spinsero una popolazione di ottantamila persone, fra cui guerrieri, donne e bambini, a muoversi dalla Pannonia fino a Cartagine:

Nel IV secolo, l’arrivo nei Balcani degli Unni destabilizzò l’intera area, sospingendo numerose popolazioni germaniche verso i confini romani: dopo il 390, anche i Vandali, sia Asdingi che Silingi, si misero in movimento, partendo alla ricerca di terre più ricche e sicure ove stabilirsi: terre che non potevano cercare altrove, se non entro l’Impero Romano.

Non erano la brama di potere e conquista a mettere in moto i Vandali, come la loro ferocia distruttiva potrebbe far credere, bensì il desiderio di mettere radici in un luogo sicuro.
Magnani fa inoltre notare che il motivo delle vittorie dei Vandali è spesso da cercarsi non nella loro forza, ma nella loro capacità di approfittarsi delle debolezze sempre più evidenti e invalidanti dell’Impero romano d’Occidente. Con un’impeccabile analisi delle strategie militari adoperate dall’esercito di Genserico, l’autore mostra con grande chiarezza che i Vandali erano tutt’altro che “invincibili”:

In realtà, i Vandali potevano essere sconfitti. In primo luogo va osservato che, pur essendosi impadroniti delle tecniche di navigazione, essi non riuscirono a padroneggiare le tattiche di un combattimento navale: come abbiamo visto, le navi venivano usate per trasportare i soldati sugli obiettivi, non per affrontare in grandi battaglie le flotte romane.

La fortuna aiuta gli audaci

Genserico sembrava quindi avere la fortuna dalla sua parte, a scapito di un impero antiquato e ormai agonizzante. È emblematica a tal proposito la battaglia di Capo Bon (468), che vide fronteggiarsi i Vandali e Leone, l’imperatore d’Oriente deciso a fornire finalmente un aiuto all’Occidente. Leone mise in mare una flotta che contava più di mille navi, mentre Genserico ne possedeva circa trecento. Quando la sconfitta dei Vandali sembrava ormai certa, il vento cambiò direzione e iniziò a spirare verso la flotta romana, offrendo a Genserico la possibilità di sferrare un potente contrattacco:

Genserico colse al volo l’occasione per attuare un efficace piano d’attacco: la flotta vandalo uscì dal porto di Cartagine e puntò in direzione di Capo Bon, trascinando con sé alcune piccole imbarcazioni da utilizzare come brulotti. […] Si trattava di sganciare alcune barchette senza equipaggio dopo averle incendiate e lasciare che il vento le sospingesse contro la flotta avversaria. […] Soldati e marinai romani furono presi dal panico.

L’altro “flagello di Dio”

Non ci volle molto perché la gente iniziasse a vedere in quella fortuna che accompagnava Genserico la mano di Dio, che si serviva dei barbari per punire i Romani peccatori. Molti conoscono l’epiteto che accompagnava il nome di Attila, il “flagello di Dio”, ma non altrettanti sanno che Genserico era chiamato allo stesso modo. Distogliendo per un momento lo sguardo dalle tattiche militari e dagli intrighi alla corte imperiale, l’autore si sofferma sull’impatto emotivo che ebbe la ferocia vandala sulla popolazione romana, consultando e riportando diverse fonti, storiche e letterarie:

Procopio, sempre generoso di aneddoti su Genserico, riferisce che il re, salito a bordo, non indicasse un obiettivo preciso, ma attaccasse le località dove il vento spingeva casualmente la flotta: questo per dare a Dio la possibilità di scegliere chi punire per mezzo dei Vandali stessi.

Alberto Magnani mette dunque a disposizione del lettore tutto il proprio sapere per offrirgli un quadro esaustivo e chiaro del contesto in cui Genserico si mosse. Il ritratto che emerge del re dei Vandali è quello di un condottiero spietato e capace che intuì le debolezze del nemico, e seppe sempre ben approfittare delle occasioni concesse dal caso, vincendo nonostante i pochi mezzi. Un uomo politico la cui condotta, che sarebbe di certo stata approvata da Machiavelli, ci viene ora raccontata in tutti i suoi particolari in questo saggio imperdibile.
Buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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