Fino alla carne viva – Antonino Impellizzeri

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In sintesi:

fino alla carne viva silloge poetica di antonino impellizzeri edito da siké edizioni

[…]
Fastosi tra mille altri appariscenti
fratelli senza tendere le mani
sputiamo nell’altro come arroganti
battezzati e da ogni Cristo lontani
[…]

La poesia è morta?

Saper comporre un endecasillabo canonico distingue già un letterato dall’uomo qualunque: ma il poeta si distingue dal semplice letterato perché riesce a trovare, fra tutti i possibili endecasillabi canonici che esprimono uno stesso significato, il verso “giusto”, quello davvero “poetico”. La conoscenza delle regole formali, dunque, aiuta di certo a far della buona poesia, però non è sufficiente, perché occorre appunto la sensibilità dell’artista, del poeta vero. E tale sensibilità è ancor più necessaria quando le regole sono messe in discussione, proprio come è accaduto nel secolo scorso. Benché endecasillabi, settenari e via dicendo non fossero sorti per caso, ma per necessità naturali (ci piace il loro suono, che possiamo farci?), il Novecento ha insegnato a guardare oltre la sicurezza tradizionale, arrivando anche a disfarsi della natura intima del verso. Ecco, non più sillabe e accenti fissi, versi liberi!

Perfetto, dunque la nuova “regola”, che vige ancor oggi, è che possono non esserci regole in poesia: il verso è ciò che verso pare al poeta. Purtroppo, soprattutto negli ultimi tempi, c’è stato un fraintendimento: si è dedotto che il “verso corretto” sia sostanzialmente quello che si decide sia “corretto”, perciò una turba illimitata di “scrittori” si è rallegrata di poter dire di saper scrivere correttamente un verso poetico. Se c’è del vero in questo, resta quanto detto sopra, cioè che non basta applicare una “regola” formale per dirsi poeti. I molti sconosciuti, i molti “professori” e i molti “big della letteratura” che a un certo punto si dichiarano poeti per essere riusciti ad andare a capo senza criterio, be’… dovrebbero dimostrare meglio la loro affermazione.

Antonino Impellizzeri invece no, con Fino alla carne viva ha dato una prova sufficiente del suo titolo di poeta. Sì lettori, negli anni Venti del Duemila, in Italia, si può ancora trovare qualche poeta e si possono ancora trovare delle sillogi molto gradevoli, magari piccole come questa.
Il nostro autore certamente sa quel che fa: nei suoi componimenti non troveremo lunghissime frasi interrotte di punto in bianco, farcite di improbabili ossimori o di suggestioni emotive talmente esagerate da essere ridicole. Non abbiamo le vertigini spirituali e i crudi tormenti della carne di una studentessa universitaria che ha visto della carne tormentata soltanto tra due fette di pane al sesamo.
No, Antonino Impellizzeri ci dà la possibilità quasi filosofica di sperimentare il suo punto di vista, punto di vista non eclatante o roboante, ma incline alla precisione e indubbiamente sincero.

Suggestive corrispondenze

La precisione si capisce già dalla lettura dell’indice. Otto sezioni, la prima con una poesia, la seconda con due… Una scelta numerologica davvero molto semplice, certo. Ma è efficace! Questa progressione aritmetica, almeno a me, comunica un generale senso di ordine; dà inoltre modo di ricordarsi del tempo anche quando il tempo è soppresso dal senso e dal ritmo di alcune delle poesie. Suggestive sono anche le corrispondenze fra i titoli delle sezioni e dei componimenti.
Ad esempio, la terza sezione è intitolata Trinitatis: bene, la prima poesia è Trenta denari, ovviamente un tre moltiplicato per dieci. E gli altri due componimenti? Entrambi i titoli hanno tre parole: Sulla stessa terra e Margherita Lotti Mancini. Volete sapere di più? La quarta sezione è chiamata Elementa ed è un ovvio riferimento… ai quattro elementi, dei quali ciascuno diviene il nucleo tematico delle quattro poesie. Insomma, come ho detto, i riferimenti sono molto accessibili, nondimeno è sempre divertente scoprirli e da essi traspare certamente la cura che l’autore ha messo nella scrittura della sua opera. Fa piacere notarla, non è vero?

Impellizzeri si serve perlopiù di versi regolari. Gli endecasillabi sono preponderanti, anche se è raro trovarne di canonici: è una precisa scelta, perché gli accenti secondari non danno mai l’impressione di essere stati distribuiti a casaccio. Un endecasillabo non canonico come:

Ingialliti come foglie d’inverno

del sonetto Discorsi persi si incide bene nella mente del lettore, grazie ai suoi accenti di terza, quinta e settima, in fondo delle belle e significative posizioni su numeri primi. Ripetute nel verso successivo, ecco apparire nella strofa un distico che sottolinea appunto il controllo che il nostro autore esercita sui suoi componimenti.
D’accordo, l’immagine delle foglie ingiallite, presa nella sua nudità, non è niente di eclatante: ma a parte il senso ulteriore che riceve dalla totalità del sonetto, la sola disposizione delle sillabe dà indubbiamente all’immagine banale una forza che di per sé le sarebbe estranea. Notate certamente, lettori, una enorme differenza fra “siamo ingialliti come le foglie durante l’inverno” e “ingialliti come foglie d’inverno”: non cambia l’immagine, ma i significati e le emozioni trasmesse sì, ed è evidente. Che cosa serve per avere tutto questo, se non l’abilità e la sensibilità del poeta, di chi “sa fare”? Non ci vuole niente, nel nostro caso è solo una questione di accenti: è talmente “solo” una questione di accenti che Impellizzeri riesce a muovere qualcosa nel suo lettore con un’immagine del tutto trita e comune, mentre altri escono dal nulla con “lacrime grattugiate” e subito nel nulla ritornano.

La libertà nell’ordine

Lettori, anche se già avrete capito dagli endecasillabi, bisogna notare che Fino alla carne viva non è una silloge che rispecchia i dettami tradizionali, storici: Petrarca avrebbe forse respinto tutti i sonetti. Però non è questo il punto: come dicevo all’inizio, la buona poesia non ricalca semplicemente schemi consolidati, anzi il Novecento ha cercato di insegnare (fallendo?) che nella poesia ci deve essere spazio per una vera libertà, per una ricerca autentica. Come va interpretato tutto ciò? In un modo piuttosto semplice, direi: la libertà del poeta sta nella disciplina che il poeta stesso si dà, sta nella sua capacità di costruire un ordine diverso, evitando la facile ripetizione di soluzioni collaudate. Evitando la ripetizione, sì, però evitando anche di mascherare con la parola “ordine” un caos frutto della pigrizia o di un’esagerata autoesaltazione. Bene, Impellizzeri evita le trappole e riesce a comunicare la sua libertà attraverso l’ordine che si è dato. Non c’è alcun motivo di riferirsi a Petrarca, è sufficiente prendere ciò che Fino alla carne viva offre, quindi anche i suoi “haiku”, i quali, apparentemente dispettosi, fanno capolino in punti precisi. Ecco uno di questi “haiku”:

Egro di verde,
lacrimo fil di ferro –
non vedo il bene

Il suo titolo è Invideo, fa parte della settima sezione, Saligia. E considerate che quest’ultimo è l’acronimo dei sette peccati capitali, a cui è dedicata la sezione.

La sensibilità della carne viva

Trenta denari, i sette peccati capitali… sì, avrete capito che uno dei motivi della silloge è il cristianesimo. La filosofia di Impellizzeri ha a quanto pare radici cristiane: dico “a quanto pare” perché intelligentemente è Fino alla carne viva a guidare la deduzione, non la biografia dell’autore (tra l’altro piuttosto concisa ed esteticamente “curata”). E però non fraintendete, lettori, non c’è nessuna predica invadente, nessun bizzarro tentativo di apologetica: il nostro autore presenta temi cristiani direttamente dalla sua prospettiva, senza imporli.
Non abbiamo una Chiara Valerio che schiaffeggia un ragionamento deduttivo per inculcare nel lettore la sua personale opinione: abbiamo proprio l’opinione, la sensibilità di Impellizzeri, così com’è, senza bisogno d’altro. A tal proposito, consideriamo uno dei componimenti della sezione Elementa, intitolato Migranti. Ebbene, dalla sua lettura capiamo che Impellizzeri non intende fare la morale, cucendo intorno ad essa un costume che un po’ la nasconda e un po’ la renda appetibile. E non c’è l’intento di sopraffare il lettore con l’autorità di presunti fatti, ridotti a cronaca e nulla più: l’autore cerca di trasmettere una visione dei fatti, usando tutti gli strumenti adeguati al caso, strumenti da poeta. Migranti non è una cronaca, però non è nemmeno un vacuo e irritante miscuglio di sensazionalismi. Ma a questo punto, alcuni dei suoi versi possono far capire meglio di ulteriori commenti:

Spersi pensieri vagano contratti
sparsi tra l’andirivieni delle onde
esistenze sperate che ingoio a tratti
[…]
Qui giaccio stanco, privo di meta
[…]
apparenza di una vita incompleta
nel labirinto blu resto canaglia
[…]
Il Mare di Mezzo stringe nell’oblio
vi annegano i disperati e vi annego io.

La poesia è ancora viva!

Bene, lettori, questa era una breve passeggiata che ci ha davvero condotti Fino alla carne viva. Se cercate un libro che vi conduca dritti da un punto a un altro, mettendoci però una vita per giungere alla destinazione finale, la silloge di Antonino Impellizzeri non fa per voi. Ma se volete un’idea di che cosa può dirsi “poesia” o se volete una prova che vi ricordi, dalla vostra libreria, che la poesia non è né un inerte relitto del passato né un club esclusivo per ricchi d’ego, fate un pensierino sulla lettura di Fino alla carne viva. Certamente, sono sicura che l’autore avrà ancora modo di sperimentare e di affinare la tecnica: ma fin qui, il suo lavoro non teme di sfigurare accanto ad altri. Buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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