Febbre – Jonathan Bazzi

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In sintesi:

febbre romanzo autobiografico di jonathan bazzi

Ho l’HIV, sono sieropositivo: cosa significa? Ti faccio paura? Ti faccio schifo? Non è importante, non mi interessa. Sono stato arruolato a mia insaputa nell’esercito degli impuri, degli appestati, dei portatori di un male speciale.

Cocktail micidiale

Da secoli l’uomo si interroga sulla natura dell’arte e su come riconoscerla. Secondo alcuni, “arte” è qualunque cosa muova l’animo di chi la contempla.
Ti fa star bene? È arte.
Ti fa arrabbiare? È arte.
Ti commuove? È arte.
Sicuramente è la definizione avallata da tanti scrittori odierni: se si ha in testa una storia cruda e strappalacrime, si può stare sicuri di poter scrivere qualcosa di profondo, importante e bello. Anche se poi non si sa come scriverlo.

Jonathan Bazzi ha appunto avuto quest’idea: il suo Febbre è un cocktail micidiale di tristezza, di malattie, di omosessualità, di povertà e di famiglie disgregate. Il tutto con uno stile insopportabile, di quelli che hanno un punto ogni due parole, per intenderci. Perché lo stile non conta. La storia conta. È arte. Arte da primo premio, da Premio Strega, diciamo.

Ma dopotutto, al giorno d’oggi non stupisce affatto aver trovato Febbre tra i candidati al Premio Strega, la fiera dei buoni sentimenti e dei periodi brevi (ricordatevi di Fedeltà).
E va bene, vediamo un po’ più nel dettaglio questo libro.

Lo chef consiglia: ciotola di sale

Abbiamo un’autobiografia: l’autore parla prima della propria infanzia e giovinezza a Rozzano, città degradata del milanese, poi della sua sieropositività, scoperta a trent’anni.
Jonathan Bazzi parla dunque della sua esperienza come emarginato: un bambino non voluto in una famiglia non abbiente, un giovane omosessuale balbuziente che non sa difendersi, un adulto malato di HIV.

Devo dire che gli spunti interessanti non mancano, ad esempio il disagio di essere un bambino timido che ama i libri in un quartiere in cui conta “saper menare” più che saper leggere, il conflitto fra il figlio omosessuale e il padre inguaribile donnaiolo, la difficoltà di essere visti come appestati per il virus che ci si porta addosso.

Ma il libro, stranamente, non approfondisce, non analizza, nemmeno racconta: l’autore si limita a riferire. Riferisce dettagli, eventi, alcuni pensieri, qualche dialogo.
E il risultato non è un’opera d’arte, ma una cronistoria il cui elemento di interesse, come dicevo, è frutto dei fatti e non dell’abilità dello scrittore. Ovvero, chi leggendo Febbre si commuove e partecipa emotivamente, lo fa perché le vicende di Jonathan Bazzi sono delle specie di archetipi che inducono inevitabilmente a provare empatia per lui. Bazzi, infatti, non ha modellato la sua esperienza personale per farne un’opera d’arte, non l’ha utilizzata per esprimere riflessioni metafisiche, non se n’è servito per creare personaggi che possano lasciare un segno nella memoria del lettore (nonostante nessun personaggio sia inventato, appaiono tutti sorprendentemente piatti): aveva questa storia e l’ha spiattellata, senza alcuna cottura, dandola in pasto ai lettori affamati di emozioni forti. È come se avesse preparato una ciotola di sale e con i complimenti di Bastianich si fosse giocato la fase finale di MasterChef.

Pagine Bianche, Pagine Gialle, “Febbre” di Bazzi

Per capire meglio, consideriamo un brano in cui l’autore parla della sua vita fra la quinta elementare e la prima media, un periodo significativo, che segna la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza. Proprio allora Bazzi iniziò a vestirsi assecondando i propri gusti, anche se collidevano con quelli degli altri. Ora, i primi passi verso l’età adulta, i primi tentativi di imporre la propria personalità, i primi scontri fra l’omosessuale e gli omofobi, dovrebbero avere in teoria un ruolo importante nella storia, come l’hanno nella vita reale: tutto questo, però, viene ridotto a una sciatta descrizione del look che l’autore si sta costruendo.

Le zeppe ai piedi, i capelli tirati su e divisi in spunzoni come quelli di Luca Tommassini […] E poi la decolorazione: capelli gialli, poi blu, verdi, biondi con le punte rosse. A dodici anni il piercing all’ombelico […]. E i pantaloni scozzesi azzurri – sono da gay, mi dicono a scuola, ma perché?, dico io, risposta: si vede – e le magliette corte che lasciano la pancia scoperta come le ballerine delle discoteche.

Su quale sia lo stato d’animo che accompagna questo elenco (soddisfazione mista ad ansia? disagio? euforia?) e di quali siano invece le reazioni dei familiari, Bazzi non spende nemmeno una parola.

In Febbre le informazioni, importanti e inutili, sono tutte allo stesso livello: il passaggio all’età adulta dell’autore e il modo in cui sua madre si è procurata una banale cicatrice sotto l’occhio sono raccontati allo stesso modo, con lo stesso… diciamo “pathos”. Ciò è una bella prova del fatto che Bazzi non ha raccontato proprio niente, ma ha solamente riferito per filo e per segno la sua biografia, un poco più complicata – ma neanche tanto – della media.

Tema delle elementari

Se dunque l’autore non ha compiuto alcuno sforzo per forgiare i contenuti, ha speso ancora meno energie per affinare lo stile. Al di là della struttura dei periodi, probabilmente elaborata sul modello degli sms di un vecchio Nokia 3310, si nota in generale un tono infantile che è quasi imbarazzante. Alcuni passi del libro sembrano estrapolati dal tema di un alunno delle elementari:

La nonna spesso cucina i piatti di Napoli, o almeno lei mi dice che sono ricette napoletane: pizza e focacce, lasagne, pasta e fagioli […]. Quando arrivano le feste, fa la pastiera e gli struffoli pieni di miele e confetti colorati durissimi che spaccano i denti. […] La nonna per merenda mi prepara il panino con l’olio, il sale e le olive tagliate a fettine oppure col burro e lo zucchero.

Leggete di nuovo questa descrizione, poi ditemi quale voto (scusate, giudizio, per non offendere la sensibilità) dareste al bambino che l’ha scritta: sette? Buono? Ah, sbagliate, il consiglio di classe dice… un Premio Strega meno meno.
Certo, alcuni autori decidono deliberatamente di adottare uno stile infantile, quando vogliono assumere il punto di vista di un bambino, o quando vogliono elevarlo a narratore. Per esempio, è ciò fa Abraham Yehoshua in un capitolo di Un divorzio tardivo. Ma Bazzi usa uno stile direi bambinesco, e con un vocabolario da ridere, senza alcuno scopo: infatti, i capitoli che parlano della sua infanzia non sono flashback e inoltre contengono numerose prolessi, segno che a narrare non è il bambino, ma l’autore adulto. Nessuna scelta stilistica dunque, soltanto un’evidente incapacità di usare un registro linguistico adatto. E di mettere le pause al posto giusto.

Di chi è il merito?

E passiamo alle conclusioni. Brevemente, Febbre è un libro che ha avuto successo per il primordiale e voyeuristico piacere che le disgrazie suscitano nel pubblico. Bazzi voleva, con questo libro, mostrarsi nella sua nuda essenza per togliersi l’etichetta di sieropositivo. Bene, ha fallito: non vi sono né bellezza né profondità, tutto è presentato in maniera superficiale e asettica e, in fin dei conti, la storia si riduce a una sorta di telegramma. Qualcuno ne sarà certamente commosso, ma possiamo davvero dire che il merito è dell’autore? Anzi, possiamo dire che c’è un merito di qualunque tipo in questo tentativo di libro?

Ma se avete un bruscolo in un occhio e dovete piangere, provate con la cura Bazzi.
E se la proverete, vi auguro buona lettura.

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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3 risposte

  1. Isabella ha detto:

    Siccome ne avevo sentito parlare benissimo l’ho comprato e non mi è piaciuto. Pensavo che ero io che magri non l’avevo letto con la giusta attenzione o che non l’avessi capito… leggo invece con piacere che non sono l’unica a pensare che sia questo capolavoro da premio strega.

  2. Lucia ha detto:

    Date le premesse, probabilmente non è un libro che riuscirei a leggere

  3. Maria+Domenica ha detto:

    Sicuramente una recensione dura che non lascia scampo alla modalità in cui è stata raccontata la storia. Peccato per il romanzo. Personalmente credo che uno stile più personale e coinvolgente non possa che giovare a questo tipo di racconto.
    Maria Domenica