Fabula e intreccio: tutta la verità

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Ritorno sui banchi

Quelle della fabula e dell’intreccio sono nozioni che normalmente si apprendono già nelle scuole secondarie, e dedicarvi un intero articolo potrebbe sembrare superfluo.
In realtà dietro a un concetto che appare banale, si nascondono molte curiosità e implicazioni, che sono un elemento chiave per iniziare ad apprezzare la letteratura come disciplina.

La fabula secondo i manuali di letteratura è definita come una serie di eventi che si susseguono in ordine cronologico e sono legati tra loro da nessi causali.

L’intreccio è invece il modo in cui questi vengono disposti nella narrazione di un romanzo, che può cominciare in medias res, o addirittura dalla fine.

Cambiamo un po’ le carte

Il significato odierno di “fabula non coincide però con quello originale: per i formalisti russi che hanno coniato il termine, “fabula era infatti un contenuto narrativo grezzo, estraneo all’elaborazione artistica: era, cioè, la vita reale prima che questa fosse d’ispirazione per il racconto di uno scrittore, strettamente legato dunque alla logica della vita di tutti i giorni.
Fabula è dunque la vita quotidiana, che precede l’intreccio artistico e non necessita di quest’ultimo per esistere.

Ciò porta a dire che l’intreccio senza fabula, senza una storia, è inattuabile, mentre esiste la fabula lineare, senza l’intreccio. Basti infatti pensare a racconti semplici come Cappuccetto Rosso, che, essendo indirizzati a un pubblico infantile, hanno una trama poco intricata. I racconti di questo tipo non escludono l’intreccio solo perché in questo modo risultano più facili da comprendere, ma anche per il messaggio didattico di cui sono portatori. Le fiabe nascono come racconti per ammonire e redarguire i bambini, per questo è importante che si segua l’ordine cronologico e il nesso di causa ed effetto degli eventi raccontati: “se dai confidenza agli sconosciuti, accadono cose terribili”, se fai x, allora accadrà y.

Si può così concludere che il modo in cui disponiamo i fatti nel nostro racconto dipende strettamente da ciò che vogliamo comunicare, e può addirittura cambiare completamente l’atmosfera di un racconto: un libro che termina con la morte di un personaggio ha un’andatura tragica, se al contrario la morte dà inizio al libro, allora probabilmente sarà un giallo.
A dimostrazione di questo, ecco il classico esempio da manuale dell’intreccio: l’Odissea.

Su, giù, di nuovo su, a destra…

L’Odissea ha un intreccio molto articolato: inizia non con il protagonista, ma con suo figlio Telemaco, prosegue poi con Ulisse che, in medias res, approda dai Feaci, e a loro racconta le sue avventure, con un lungo flashback.
Vi siete mai chiesti come mai il racconto di Ulisse cominci proprio quando egli si trova da Calipso, e non da Circe o dopo la clamorosa beffa a Polifemo?
Il motivo è che si tratta di un punto chiave: Calipso è bellissima e innamorata, vive su un’isola paradisiaca, e offre a Ulisse l’immortalità. Ma Ulisse rifiuta tutto questo: dice a Calipso che è infinitamente più bella di Penelope, ma è solo quest’ultima la donna che ama e dalla quale vuole tornare. Quando all’eroe viene offerto tutto ciò che un uomo può desiderare e lo rifiuta, abbiamo la dimostrazione che è pronto per tornare a casa, che è veramente meritevole di essere accontentato.
Ecco perché l’Odissea inizia proprio dalla prigionia presso Calipso, e non da un’altra avventura.
Ecco perché chi scrive deve prestare attenzione all’evento con il quale inizia la sua storia.

(Quasi) niente è impossibile

C’è ancora un punto che abbiamo trattato con leggerezza, e sul quale bisogna invece riflettere più seriamente: è davvero impossibile che vi sia un’opera costituita soltanto da intreccio, priva di fabula?

No, non è impossibile.

Non è un genere di racconto che si incontra spesso, eppure esiste: sono quei racconti in cui l’autore pone alla nostra attenzione eventi che sembrano scollegati tra loro, impedendo (o rendendo molto difficile) al lettore/spettatore la ricostruzione della storia. Un esempio è dato dal mondo della cinematografia; il regista David Lynch. Così scrive in merito alla metodologia di lavoro con la quale ha realizzato il film Inland Empire:

“[…] non avevo una sceneggiatura. Scrissi il film scena per scena, senza avere la minima idea di dove sarebbe andato a parare. Un bel rischio, ma avevo la sensazione che, facendo tutto parte di un campo unificato, in qualche modo l’idea x si sarebbe collegata all’idea y.”

Il cinema di Lynch non è narrativo e rifiuta le forme classiche del racconto, soprattutto relativamente alla concezione del tempo, che è incoerente e confusa; è pertanto difficile seguire un filo logico nei suoi film, e capire in che punto della storia ci si trova.

E in ambito letterario? Anche qui abbiamo un esempio di solo intreccio: Sylvie, di Gérard de Nerval. Ma per saperne di più su quest’ultimo, bisogna leggere la recensione…

E io vi invito a farlo, augurandovi buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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